Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda e nel design

Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda e nel design

Un buon corso di comunicazione nella moda/design, dovrebbe assumere tra i suoi compiti, la responsabilità di esporvi ad un confronto serrato con parole (e ciò che ne segue dal loro uso) particolarmente suggestive, grazie alle quali le conversazioni sul luogo di lavoro appaiono feconde.
Tenete conto che nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare più con le parole che con le cose (delle moda).
Senza un uso appropriato di alcuni termini privilegiati dal contesto operativo che ci interessa, sembrerebbe improbabile il depositarsi di qualità individuali come la competenza e la professionalità.
E’ curioso notare come siano le espressioni che discendono dall’uso delle parole più frequenti ad ingannarci.
Infatti, il problema che io vedo è di quest’ordine: la parola/concetto che mi accingo a presentarvi è talmente abusata da rendere improbabile la sua significanza all’interno di un quadro teorico coerente.
Questa tipologia di parole, le vede spesso profferite come se fossero dei concetti con i quali creare soluzioni a problemi. Invece, il loro attuale abuso produce ciò che vi propongo di definire “effetto buco nel vaso”: più le usiamo a sproposito più si svuotano di significati operativi.
Riflettere su queste parole ci permetterà di dare spessore ai contenuti che danno forma all’idea di una competenza, sempre a rischio, ma anche in grado di correggersi e di cogliere i limiti degli enunciati ai quali ancoriamo pensieri, relazioni, pratiche.
Consideratelo un semplice lavoro di manutenzione semantica, reso necessario dalle inquietanti capacità dei bipedi parlanti di fraintendersi e di prendersi troppo sul serio.
E’ chiaro che non può esserci manutenzione senza una idea preliminare su cosa intendiamo per buon uso delle parole decisive (per il lavoro, per il successo, per vivere meglio… i contesti cambiano ma il problema rimane).
Sorpresa! Del buon uso delle parole ne so veramente poco. Qui casca l’asino, penserete. Forse è proprio così. Ma a mio favore posso dire di avere un metodo per impedire che l’asino voli.
Per me il buon uso delle parole risiede nel riportarle sempre al mondo di fatti che sono chiamato ad orchestrare.
Non so dirvi se in tal modo mi avvicino di più alla verità o me ne allontano. Diciamo che applico a me stesso una sorta di principio di precauzione che suona così:
dal momento che la verità (e la precisione che vorrebbero per essa i filosofi) sembra così difficile da stabilizzare e di così scarso significato pratico, preferisco misurare la portanza delle parole commisurandole ai fatti che le impongono.
Forte di questi presupposti esplorerò una parola che giganteggia negli enunciati quotidiani, spesso invocata come una divinità dal corpo sottile, sul cui altare sacrificare il buon senso; altre volte viene profferita come un farmaco per le frequenti patologie che colpiscono chi deve agire nella moda, parola dietro alla quale nascondiamo abissi di ignoranza. Succede raramente che l’indaghiamo, per discernere in essa le autostrade che non portano da nessuna parte, dagli stretti sentieri che ci elevano, consentendoci di guardare il mondo con più chiarezza, con più spazio.
La parola che vi propongo di indagare è “tendenza/e”.

“Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto - 1967
“Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto – 1967

1. Nei contesti del capitalismo evoluto e di conseguenza nei territori concettuali che frettolosamente archiviamo come moda/design contemporanei, all’interno dei quali il lavoro sulle apparenze è divenuta una protesi estetica e magnificativa del corpo ideale, gli apparati aziendali non si limitano a vendere ciò che la gente vuole. E’ più corretto dire che le marche e le aziende che operano nella nostra forma di vita tentano di vendere quello che la gente crede di volere o non sa (ancora) di desiderare.

Questo processo è costantemente alimentato da narrazioni che trasformano in fatti, gli atti di comunicazione prodotti dai dispositivi della moda.

Cosa sono le narrazioni? Sono storie che le aziende raccontano di se stesse, dei propri prodotti e di vite possibili di sembianti dei consumatori, concepite e create per poter influenzare il comportamento della gente.

Ovviamente queste narrazioni non seguono quasi mai lo stesso canovaccio ma variano stagione dopo stagione.

Ogni narrazione implica la temporalità. Si può dire che molti aspetti del Tempo sono una invenzione della nostra mente, particolarmente incline a cibarsi di piccoli e grandi miti.

Ma qual’è l’aspetto del Tempo che di solito viene valorizzato di più nella moda e negli ultimi decenni dal design di ogni oggetto? Senza ombra di dubbio, ma forse sino a ieri dovrei aggiungere, era il Tempo che non c’è ancora ma che è possibile conoscere, ovvero ciò che normalmente definiamo il futuro anteriore.

Perché ho scritto “fino ad ieri”? Molti studiosi hanno cominciato ad allertarci sul fatto che uno degli effetti della post modernità è proprio la scomparsa del futuro (si veda il libro di Marc Augé, Dove è finito il futuro?).

Cosa comporta questo riconoscimento? La conseguenza sembrerebbe essere una moda/design sempre più schiacciata sul presente, incapace di raccontarsi senza forzare continuamente la propria storia, attratta dallo spettacolo di se stessa. La scomparsa del futuro dunque getta un velo sul passato e tende a far perdere senso alle tecniche attraverso le quali le aziende operativizzavano la scansione temporale che avrebbe dovuto contenere i simulacri di ciò che esse producono, in anticipo sull’effettiva circolazione dei prodotti.

In sintesi, oggi, assistiamo ad una crisi di credenza sull’efficacia del concetto di tendenza, a cui erano aggregate le strategie motivazionali che avevano il compito di preparare un atterraggio morbido dei prodotti sul mercato.

La presentificazione dei processi di moda impliciti nel successo del fast fashion e di tanto design asservito alla valorizzazione immediata del prodotto, resa possibile e forse inarrestabile dalle tecnologie informatiche, sta facendo sorgere dubbi sulla effettiva consistenza dei modi con cui nel recente passato venivano configurate le tendenze e di riflesso costringe a ripensare le strategie di comunicazione.

Si tratta di un problema serio che va affrontato nella sua complessità.

Il crollo di fiducia nei confronti delle narrazioni sulle tendenze comporta una ristrutturazione del nostro modo di pensare e di progettare l’immaterialità che accompagna i prodotti moda/design.

Tuttavia, sembra molto complicato abbandonare radicalmente l’uso di questo concetto soprattutto se lo interpretiamo nei termini di “previsione” e “probabilità”, dal momento che proprio a queste funzioni psichiche ancoriamo le facoltà più sofisticate prodotte dall’evoluzione del sistema mente/cervello umano.

2. La moda e il design contemporanei comunicano con una pluralità di dimensioni del senso. Mi piace definire “percezione/comunicazione allargata” la propensione delle aziende moda-orientate a trasformare in dispositivi di induzione passionale molti degli elementi del processo di modazione (per esempio, la scelta del posizionamento di un punto vendita è rilevante anche per la sua comunicabilità; la scelta dell’architetto, del concept del negozio, l’uso delle vetrine, l’articolazione degli spazi interni, sono tutte dimensioni che possono essere pensate anche dal punto di vista del loro potenziale ingaggio percettivo e di comunicazione emozionale).

Ora, mi chiedo, quali sono i concetti “ponte” che connettono le eterogenee dimensioni della percezione/comunicazione allargata, dando ad esse un certo “ordine”?

Uno di questi concetti è senz’altro l’identità della marca.

Un secondo concetto è legato all’idea che le emozioni siano più efficaci dei contenuti linearizzati (cioè quelli che discendono dall’ordine del discorso).

Ma avanzo l’ipotesi che una ulteriore struttura concettuale che le connette sia in qualche modo collegata anche a ciò che chiamiamo tendenza/e.

L’orchestrazione delle dimensioni di percezione/comunicazione che permettono alle marche la massima pressione comunicazionale sul mercato, oltre alle sintesi aggiuntive che tengono insieme una identità fatta a/di pezzi riconponibili, richiede la presenza di un concetto utile per scardinare il problema del divenire (di un prodotto, di una marca…).

Interrogarsi sul futuro, ovvero inventarsi e costruire delle tendenze, significa sincronizzarsi con la qualità temporale strutturante il mondo utopico della modazione.

Infatti uno dei miti ricorrenti della moda (a questo punto mi concentrerò con citazioni ed esempi soprattutto sul design dell’abbigliamento) ci racconta di continuo le vicissitudini delle “novità”.

Notate che, l’ossessione per la novità (prodotti, collezioni, spazi, eventi…), in realtà, a livello empirico ci proietta in un invadente qui e ora spettacolare.

I mass media amplificano questo presente evenemenziale, contribuendo a dargli il senso dominante di una anticipazione del futuro (che assume la forma di un discorso o di immagini create ad hoc, oppure sulla pertinenza al nuovo dei prodotti che di lì a poco sembrerebbero poter rivoluzionare i mercati).

Ora, dal punto di vista di chi deve creare, produrre e far circolare queste novità (stilisti, designer, manager) diventano strategiche domande del tipo: cosa possiamo collocare nel futuro? Che forma estetica può assumere? Cosa sono disponibili ad accettare i consumatori?

3. Con la piena maturazione del sistema moda ovvero per il fatto che molto è già stato sperimentato e tutti sono pronti ad imitare in tempi brevi chi indovina le scelte giuste, l’effettiva novità è molto rara a livello di prodotto-mercato. Le sperimentazioni di prodotto che si definiscono tendenze quando raggiungono la notorietà possono essere facilmente emulate. Inoltre, funzionando come ricerca di pura differenza, sono moltiplicabili, sovrapponibili, seriali. Non è un caso se, come ho già detto, molti osservatori interni al sistema moda, da tempo denunciano il fatto che le tendenze in realtà non esistono più. Esisterebbero al loro posto serie di oggetti-moda d’avanguardia, tra i quali, grazie a strategie indovinate, emergeranno trend-moda, efficaci sul mercato.

Tuttavia essi dimenticano che il concetto di tendenza ha a che fare più con il simbolico (narrazioni) che con la realtà materiale di un oggetto portatore di differenze.

Gli addetti ai lavori sanno benissimo che, perlopiù ciò che va di moda oggi è ciò che ci appassionava sei mesi fa. Fatto salve piccole differenziazioni, il sistema moda non cambia poi così in fretta la sua struttura e quella degli oggetti-per-il corpo che diffonde.

Per contro, le enunciazioni sulla moda che percepiamo come strutturanti il suo effettivo potere a livello dell’immaginario della gente, sono centrate quasi sempre sull’esaltazione simbolica e passionale dell’effetto novità delle nuove collezioni, su semestrali “rivoluzioni”, su promesse di unicità etc.

Quindi come minimo dovremmo ragionare su due modi del cambiamento presupposto dalla novità come forma o design (di un determinato prodotto):

Cambiamento 1: sarebbero variazioni di superficie che lasciano intatta la struttura (C1);

Cambiamento 2: le modificazioni che intaccano la struttura (C2).

Si può notare facilmente che C1 e di gran lunga più frequente di C2 per ovvi motivi di economia di scala. Tuttavia, se passiamo dalla focalizzazione della forma o dalle funzioni incorporate all’oggetto nuovo alla sua trasformazione in “messaggio”, è altrettanto semplice registrare come a livello di “narrazioni” le differenze si dissolvano.

Infatti, nel nome della tendenza, la logica profondamente diversa che organizza l’emersione di C1 e C2, si trova quasi sempre narcotizzata grazie all’uso della novità, la cui effettiva esistenza dipende più dall’interazione tra abitudini culturali, modi del desiderio, eccitamento emozionale, rispetto al piano di consistenza materiale e formale degli oggetti.

Presi in questo campo di distorsioni, noi non percepiamo più con chiarezza la diversa valenza tra C1 e C2. Come nelle “illusioni percettive” studiate dai percettologi, vediamo ciò che non dovrebbe esserci, oppure non riusciamo ad evitare che ciò che sappiamo produca attrito con ciò che ci appare.
Le narrazioni distorcono la percezione di oggetti, forme, situazioni, significati e, a determinate condizioni, possono indurre il sentimento di vivere un’esperienza C2 al posto di C1 o viceversa.

Per risolvere il paradosso della novità che spesso non esiste, la tendenza viene costantemente ri-creata attraverso una pratica semiotica che culminerà nella magnificazione dei presunti valori che rivestono i prodotti moda del momento. Questo spiega la preferenza dei protagonisti delle fasi costruttive della messa in discorso delle mode, per la comunicazione asimmetrica e per atti simbolici che assomigliano ai “performativi” teorizzati da J.Austin. I performativi sono atti linguistici che non descrivono cose o fatti, bensì permettono all’enunciatore/enunciazione di compiere una specie di azione. E’ altresì utile ricordare che un performativo non ha l’obbligo di essere né vero né falso, bensì semplicemente efficace.  Gli enunciati tipici della moda, ottenuti attraverso sequenze di elaborate immagini, suggeriscono ai clienti la “promessa” che l’oggetto imbricato nelle narrazioni scelte, ha i caratteri del nuovo e della tendenza.

Devo aggiungere che aldilà degli abiti o degli accessori sbandierati come novità, oggi per una marca è strategico essere lei stessa di tendenza. Quindi, anche la costruzione simbolica del “mondo possibile” di marca, sempre più spesso subisce il tipico andamento work in progress riservato alle collezioni.

Immagino che quanto dico non sia affatto intuitivo da comprendere. Conviene dunque spendere qualche parola in più.

Ma arriviamoci per gradi e chiediamoci: che cosa vogliamo afferrare con la parola tendenza? Come funziona il suo uso (o abuso)? Che funzioni svolge nei processi della moda di ieri e di oggi?

4. Secondo alcuni commentatori, “tendenza” pare che sia una parola usata nel contesto moda fin dall’800. Sembra sia stato il giornalismo di moda a innestarne l’uso, quando i couturier cominciarono a presentare regolarmente a un pubblico di privilegiati le proprie creazioni.

Il grande Paul Poiret nel suo Vestendo la belle époque, pubblicato nel 1930 quando la sua maison era già crollata, ricordando i suoi anni d’oro, scriveva: “Ci sono molti segnali che preannunciano la fine di una moda, anche se sono pochissime le persone in grado di riconoscerli. Per questo il giorno che ho profetizzato che di lì in avanti i cappelli sarebbero stati semplici, lho fatto perché mi ero accorto che ormai erano coperti di foglie, fiori, frutti, piume e nastri, e ogni eccesso, quando si tratta di moda, segnala la fine. Ciononostante, allindomani di quella predizione, mi si è presentata una delegazione di industriali produttori di fiori, frutti, foglie, piume e nastri, chevenivano a supplicarmi di tornare alle guarnizioni. Ma cosa si può fare contro la volontà o il desiderio di una donna? I cappelli rimasero semplici, e lo sono ancora, malgrado io biasimi questo fattotengo a ripetervi che sono solo un sensitivo capace di percepire le reazioni del vostro gusto, uno scriba meticoloso che registra le tendenze dei vostri capricci” (pag.274-275).

Paul Poiret ci consegna una interpretazione del concetto di tendenza che ribalta la percezione del senso comune.

Sostanzialmente ci dice:

  1. l’inizio di una nuova moda è reso necessario dalle conseguenze psicologiche del successo di una moda conclamata (inflazione di forme troppo imitate ed emulate);
  2. alcune persone sono in grado di intravedere prima di altri la linea di confine che segna il drammatico passaggio, per una certa forma moda, dal successo alla demodazione;
  3. la nuova tendenza che a questo punto viene proposta appare al pubblico come l’atto creativo assoluto di un genio della moda;
  4. in realtà il creativo non fa che rispondere alle attese di un desiderio che per primo riesce ad intercettare.

Christian Dior doveva conoscere le parole di Poiret dal momento che in una famosa conferenza che fece alla Sorbonne nel 1954, propose una interpretazione simile:

je crois que chaque couturier, par de moyens qui lui sont propres, capte plus ou moins des tendances générales. Un romancier, un auteur dramatique donnent forme à des idées dont on dit quelles sont plus ou moins < dans lair >. Ce ne sont pas à proprement parler des idées, mais des proportions que la Mode fixe ainsi. Il y a, pour chaque année, puor chaque saison, une proportion juste du vetement feminine, proportion qui sera démodée la saison suivante. Pourquoi? Parce quen vertu de ce processus dimitation qui caractérise essentiellement la Mode, ces proportions seront devenus banales, si communément adoptées quelles créent lennui. Cest lennui qui détrone les mode set incit à una perpétuel besoin de renouvelement (Conférences écrites par Christian Dior, Edition du Regard, 2003, pag.46-47).

Le parole dei due celebri couturier ci fanno capire quanto la funzione del captare o dellindovinare le variazioni del gusto che erano nell’aria, fosse divenuta uno dei tratti che stabilivano la differenza tra il grande creativo e il semplice interprete di tendenze in realtà già date o semplicemente presenti tra il pubblico.

Che peso dare alla funzione dell’indovinare (il cambiamento del gusto)?

Se, a tal riguardo, devo esprimervi il mio pensiero, la metterei giù così:

penso che i couturier si inventassero le tendenze e come tutte le invenzioni qualche volta funzionassero e molto più spesso no. Quando funzionavano nasceva il problema cognitivo di giustificarne il valore e capire cosa le aveva reso possibili. Ma le variabili in gioco erano troppe per permettere una razionalizzazione semplice ed economica (comprensibile a tutti). E ai protagonisti della modazione dispiaceva che le preferenze della gente avessero un rapporto con la casualità, tale da trasformare il divenire delle mode in un colpo di dadi. Ecco dunque perché divenne suggestivo immaginare l’esistenza di un talento particolare verso il divenire, posseduto da creativi particolarmente sensibili nei confronti di segnali che dobbiamo immaginare deboli, impercettibili, invisibili ai più, del mercato.

C’è stata dunque una lunga fase della storia della moda dominata dallo stilista eroe che trascende dall’immanenza delle forme e riesce a connettersi con il loro divenire.

5. Creativi a parte, da quasi mezzo secolo, la parola tendenza è divenuta un concetto operativo soprattutto per i manager  della moda.

E per quanto ne so, per chi operava nella comunicazione, il concetto di tendenza divenne praticamente un equivalente della moda, a partire dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

A partire da quel decennio abbiamo assistito ad un veloce passaggio, in determinate classi di individui che potremmo definire gli intermediari culturali della moda, da una generica verbosa adeguazione positiva, di rado critica, all’ideologia della moda dominante, un passaggio dicevo, ad un evidente interesse nei confronti dello stile di vita e delle modificazioni del gusto, con una particolare attenzione agli eccessi o alla radicalità del cambiamento.

Dimodochè, nello spettro semantico della parola tendenza, si trovavano fusi insieme novità, modificazioni radicali dell’estetica dell’apparire, previsione sul futuro, scelte o stilizzazioni fatte da individui per qualche motivo “emergenti”, orientamenti di gruppi di pressione che annunciavano modi dello stile di vita di grande diffusione.

Se quanto ho scritto tiene, allora conviene spendere due parole per indagare l’uso del concetto di stile, dal punto di vista della sua ricezione e diffusione nel paludoso campo semantico evocato dall’abitudine a concepire la messa in valore della moda in relazione a una presunta tendenza.

In questa prospettiva, per stile intenderemo l’adeguazione di un determinato cluster di modanti, al contratto fiduciario con un creativo (o con una marca).

E i soggetti che non si adeguano che fine fanno?

E’ chiaro che, non riesco infatti ad immaginarmi altro, effettueranno scelte alternative agli stili dominanti imposti dalla comunicazione a-simmetrica dei brand dominanti.

A questo punto, appare una nuova piega nel campo di significazione del concetto di tendenza. Infatti, da un lato rappresenta l’ovvio lavoro da sviluppare per ricoprire con l’aura della novità, collezioni proiettate nel futuro anteriore. Ma, sulla scorta del ragionamento precedente, sembrerebbe razionale pensarla ora in connessione con la potenzialità che, in un modo o nell’altro, avrebbero alcuni modanti particolari, esterni alla moda dominante, di stabilire in modo autonomo determinate scelte espressive a livello di gusto.

In breve dunque, appare un dimensione bimodale del concetto “tendenza”: 1. Effetto della comunicazione asimmetrica, da un lato; 2. Ma anche come sviluppo dell’idea che a partire dalle scelte di consumo imprevedibili del gruppo di modanti esterni si possa indovinare una direzione “altra” per il mutamento.

Di passaggio mi piace sottolineare il rovesciamento che sembrerebbe subire il creativo: non è più l’eroe culturale che impone la cifra della propria creatività sul desiderio del suo pubblico, ma un designer capace di configurare forme in qualche modo collegate a qualcosa di inventato o sperimentato da altri soggetti.

In conseguenza di ciò, il discorso sulla tendenza assunse nuove sfumature. Sembrava ovvio distinguere tra: a. la tendenza inventata da uno stilista (un atto creativo capace di far desiderare qualcosa che non si sapeva di poter desiderare); b. la tendenza che si propone come sintesi di segnali deboli direttamente collegati con il sociale (immaginati quindi congruenti con il problema dell’anticipo delle dinamiche di mercato presupposte dal gioco della novità permanente); c. la tendenza spontanea, ribelle verso le estetiche della moda normale, di scarso impatto sul mercato (ma ricca di suggestioni).

Nel secondo e terzo caso, immaginando aziende o creativi sensibili alle effervescenze dell’arte e agli insight estetici di gruppi di soggetti marginali al mainstream, la tendenza come concetto si predispone a rendere operativi un insieme di indizi, chiamiamoli pure “segni”, fuori dalla moda del momento, per sfruttare la loro propensione a significare qualcosa che il mainstream vive con ansia; indizi e segni dunque, immaginati poter divenire, dopo un lavoro di sterilizzazione degli aspetti che disturbano troppo il sistema emotivo del pubblico ideale della moda, un potente catalizzatore di novità, suscettibile di far risuonare nei modi della sensibilità, cioè internamente ai soggetti coinvolti, il futuro come aspettativa prima, e come disposizione dopo (a questo livello di analisi la tendenza è una percezione in trasformazione).

Allora, per dirla in breve, se i passaggi evolutivi del concetto che ho tratteggiato tengono, l’epistemologia debole che ha sorretto l’uso e l’abuso del concetto di tendenza, nella post modernità, funzionerebbe in questo modo.

Assumiamo come dato il fatto che il mutamento (la percezione di una novità) sia la qualità decisiva da operativizzare.

Per una moda divenuta stile di vita la domanda fondamentale diviene: come cambiano gli stili di vita? A questo punto, tutto ciò che ci consente di focalizzare l’evoluzione dello stile ha a che fare con le tendenze che ci interessano. Ogni evento, oggetto, idea che rientra nel campo identificato come tendenza, può divenire fonte di una ispirazione in viaggio verso il futuro. Il compito di uno stilista diviene dunque una sorta di trasduzione dei segni stile di vita in forme del look ad essi congruenti.

6. Di solito, chi lavora nella moda, quando usa il concetto di tendenza non è interessato a fare riferimento a domande logiche e facilmente comprensibili del tipo: come comincia il mutamento? Chi lo decide? Dove appare? Quindi è abbastanza sospettoso verso tutte le teorie sociologiche che lo spiegano grazie ad idee come l’imitazione, la distinzione, la differenziazione…. Piuttosto cerca di costruire delle “immagini” dei flussi di orientamento basati su un insieme di segni eterogenei, che sono immaginati potersi cristallizzare in idee suscettibili di poter essere tradotte in fashion frame, in qualche modo misurabili o calcolabili (con la speranza che potrebbero poi trasformarsi in mode compiute).

In effetti, se osserviamo le fluttuazioni del mercato dal punto di vista delle singolarità che vi operano (per esempio gli atti d’acquisto del consumatore) emerge una realtà in apparenza sconfortante per chi ambisce ad un controllo sicuro delle sue variabili: l’impossibilità di modellizzare una volta per tutte il comportamento del consumatore (per poterne prevedere con certezza le mosse). So benissimo che oggi le metriche applicate grazie ai fin troppi celebrati Big Data sembrerebbero contraddire quanto ho appena scritto. Ma in realtà non è ancora stata dimostrata la loro reale efficacia.

La mia attuale percezione del problema mi suggerisce che gli assunti normalmente postulati dagli esperti per inquadrare in schemi razionali il comportamento dei clienti, di solito non tengono.

Insomma se osserviamo la microfisica dell’acquisto dobbiamo accettare l’idea che il comportamento del soggetto/cliente non è facilmente modellizzabile perché è influenzato da reazioni private e da variabili imprevedibili dei comportamenti individuali.

Lhomo aesteticus è profondamente influenzato da fattori psicologici ed emotivi. Le loro sfumature rendono improbabile la certezza di una previsione.

Di conseguenza la moda non può autoregolarsi e non tende all’equilibrio.

Ecco perché, la tendenza è quasi sempre il tentativo di creare una sorta di bolla speculativa, gonfiata ad arte da modalità comunicazionali.

Le tendenze allora si legherebbero all’idea di una moda non lineare (in perenne disequilibrio), che però può essere regolata con continui innesti di creatività.

Potremmo chiamare tutto ciò, in ossequio alla dominante lingua inglese, il lato cool della moda.

L’espressione cool sembra più promettente, dal momento che implica, nelle conversazioni moda, una dominanza dell’oggetto (cool) correlato ad un soggetto senziente. In altre parole, riconosco, scelgo l’oggetto cool attraverso una relazione porosa che lo mette in relazione con il corpo del modante.

La parola “tendenza” in contesto moda/mercato, invece, fonde due stringhe di senso: indica la disposizione di una forma a cambiare in un certo modo; e nello stesso tempo suggerisce la traiettoria del cambiamento, immaginata culminare nella “novità”. Si capisce bene dunque, come “tendenza” abbia finito anche per divenire sinonimo di “creatività”, generando ancora più crampi mentali. Alla fine di tutto, ho il sospetto che, senza averne piena consapevolezza, una moltitudine di parlanti usi “tendenza” come una sorta di Fiat Lux, tale per cui nel loro dire, dato qualcosa di presentato ed enunciato secondo una ritualità accettata e riverita, è il futuro che direttamente ci parla. Insomma la parola tendenza sembrerebbe possedere una dominante cognitiva e dipendere da credenze; la parola cool invece presuppone una pro attività del modante che ne riconosce la pertinenza in quanto ne sperimenta gli effetti.

Naturalmente anche la parola cool si presta a numerosi usi. Per esempio posso dire: His Manner was very cool, per significare che i modi del soggetto sono un po’ freddi; ma posso dire anche: It’s really cool!, per significare qualcosa che sembra avere la proprietà di riscaldarmi o di eccitarmi.

Tuttavia, a me pare che “cool” in contesto moda, abbia il vantaggio di orientare il senso verso il promettente campo delle reazioni del soggetto (più facilmente sottoponibile a misura e ad analisi empiriche, rispetto al più evocativo “tendenze”).

La misteriosa ricerca di Steven Quartz e Anette Asp, presentata con gran spolvero di parole da magazine di tutto il mondo ma praticamente introvabile, intitolata, “Cool: How the Brain’s Hidden Quest for Cool Drives Our Economy and Shapes Our World”, centrata sull’indagine neurobiologica delle relazioni tra decisioni di acquisto (di moda cool) con il cervello, per un breve periodo citata da molti, ma di fatto introvabile, nei passaggi che ho potuto comprendere avrebbe potuto essere una conferma delle mie congetture.

Secondo alcuni ossevatori, gli autori citati, avrebbero inaugurato nel campo della moda e in particolare nello studio delle tendenze, l’attenzione alle pratiche di indagine delle neuroscienze. Attraverso esperimenti innovativi Quartz e Asp, pensano di aver dimostrato che lo studio delle propensioni della gente nei confronti di oggetti estetici, possa ambire alla precisione e alle certezze che hanno raggiunto altri campi del sapere. Usando la risonanza magnetica funzionale (Frmi), i due autori ritengono di aver osservato come reagisce il cervello quando viene esposto ad oggetti cool. Ad attivarsi sarebbero le zone della corteccia celebrale legate alle emozioni e alla percezione del sé. Quindi, il nostro cervello si orienterebbe verso gli oggetti che accrescono la nostra autostima e l’immagine sociale utilizzata nella vita di relazione. Ovviamente questi oggetti hanno implicazioni economiche ragguardevoli dal momento che per essi siamo pre-disposti a spendere tanto. Non so dirvi se per raggiungere questi esiti conoscitivi fosse veramente necessaria la costosa Fmri. Tutto sommato fino a lì ci si poteva arrivare anche con banali osservazioni o ragionamenti. Tra l’altro, Martin Lindstrom, da anni, nel suo libro intitolato “Neuromarketing” (Apogeo 2010), aveva già anticipato quasi per intero le acquisizioni concettuali, derivate dall’indagine neuroscientifica dell’attività cerebrale connessa con i comportamenti d’acquisto di Quartz/Asp, anche se questi ultimi sembrerebbero avere il merito di aver centrato la loro ricerca sulla specificità del lato cool.

Comunque possiamo pensarla riguardo le neuroscienze, non possiamo nasconderci che questo trattamento del lato cool della modazione, lascia intravvedere eccitanti sviluppi di ciò che potremmo definire la “neuromoda” che come la “neuroeconomia” sta attirando l’attenzione degli addetti ai lavori. Secondo neuroscienziati come David J.Linden attività apparentemente lontane tra loro come lo shopping, l’assunzione di cocaina piuttosto che oppio, un orgasmo, il gioco d’azzardo, produrrebbero segnali neuronali che convergono su un piccolo gruppo di aree cerebrali interconnesse, nelle quali troviamo gli ammassi neuronali grazie ai quali percepiamo qualcosa immersi nel piacere. Con Linden dunque, potremmo congetturare che la propensione verso la dimensione cool abbia una significazione biologica che coinvolge i substrati neuronali che attivano i centri del piacere estremo.

Ritorno e termino la breve digressione sulla parole/concetto utilizzate in contesto anglosassone (e divenute fondamentali con l’ascesa dell’inglese a lingua universale), ricordando che l’espressione Fashion Trends, apparentemente vicina all’arcipelago semantico di “tendenze”, in realtà si presta a numerosi fraintendimenti: trend, nella lingua italiana possiede una dominante connotazione economica; anche l’espressione inglese si mantiene in equilibrio tra mercato e riferimenti allo stile.

Molto più vicino alle nostre “tendenze” è la parola Trendy. Ma rispetto agli usi della parola italiana, il termine inglese sembra introdurre sfumature negative (una novità un po’ sciocchina, a bassa valenza etica, effimera).

7. Evidentemente il campo della moda è molto più vasto del linguaggio attraverso il quale lo raccontiamo. Per esempio, per molte persone il prodotto-moda, la sua percezione diretta, avrebbe una centralità di gran lunga superiore ai discorsi che lo attraversano. Ma, come ricordavo all’inizio, non si devono sottovalutare le narrazioni. Nella moda che diventa discorso, tutto sembra indicare come centrali, pur con le differenze che ho sottolineato sopra, le dimensioni cool e tendenza.

Probabilmente, e chiedo scusa ai tanti uomini-prodotto con i quali in passato ho a lungo conversato, in questo momento il discorso sulle tendenze o sul cool anticipano, plasmano, orientano le produzioni.

Come mai sono diventate così importanti? In parte ho già risposto. Aggiungo che nella post modernità raramente le mode, vissute nel simbolico, seguono un andamento normale.

Nella moda discorsivizzata, le variazioni significative sono molto più comuni di quelle previste dai modelli standard immaginati dai manager focalizzati sul ciclo di vita del prodotto.

Se prendiamo sul serio ciò che le varie marche “parlando” sembrano dirci, siamo portati ad immaginare una realtà simbolica caratterizzata da brusche, improvvise, oscillazioni del gusto, seguita da rari momenti in cui prevale la ripetizione di invarianti.

Quindi, il riconoscimento dell’impatto strutturale delle narrazioni sulle tendenze nel contesto del sistema moda costringe le aziende a una doppia operazione. A livello della concezione del nuovo prodotto, si deve separare il tempo dell’equilibrio dominato da ripetizioni formali (sequenze di piccole variazioni), dal tempo caratterizzato dalla rottura dell’equilibrio (bruschi cambiamenti di paradigma). La situazione contingente, azienda per azienda, deciderà quale delle due opzioni sarà sviluppata.

A livello di comunicazione del prodotto, la disposizione dei clienti a vivere in una semiosfera in cui la novità deve essere di tendenza (deve aver un senso legittimato dal confuso debordamento temporale evocato dalla parola), costringe ad una trasfigurazione semiotica del prodotto: eccolo apparire, fin dai comunicati stampa, come sempre innovativo, creativo, nuovo… In breve, di tendenza.

Nel corso del tempo, l’enfasi discorsiva sulla novità ha causato la superfetazione di pseudo tendenze, generando l’implosione del concetto e provocando come reazione, la nostalgia di un ritorno al prodotto.

Ma, ricordiamolo, in realtà l’oggetto moda più fragile e strategico  è il prodotto che non c’è ancora ovvero quello della prossima collezione. Si tratta del prodotto che idealmente devo collocare in un futuro anteriore. Che senso e forma dare al prodotto che non c’è ancora? Ecco allora, la vischiosità delle tendenze, uscite per un attimo dall’ingresso di servizio, fare ritorno, trasfigurate, dalla porta principale. Possiamo pure dire che esse, a rigor di logica, non hanno più senso, ma poi quando dobbiamo agire ci riesce difficile sfuggire al fascino di questa parola. In particolare se al posto degli eroi della moda, al posto dei trendsetter o coolhunter, abbiamo a nostra disposizione i neuro scienziati con i loro test, forti di correlazioni spacciate come spiegazioni scientifiche oppure gli algoritmi che trasformano i Big Data in ambiziose metriche dedicate a stanare persino singolarità (cioè a personalizzare una possibile offerta). A tal riguardo, mi piace ricordare che sono sempre più numerosi gli imprenditori che nutrono una fiducia illimitata verso strategie centrate sullo sviluppo di una moda 3D digitale che, provvisoriamente, potremmo raccontare in questi termini: grazie alla realtà virtuale posso anticipare la presentazione di mode sul mercato, per poi ricevere feedback direttamente da possibili clienti e così produrre concretamente solo gli abiti o gli oggetti che hanno suscitato maggiori adesioni. È chiaro che a questo punto, al netto delle narrazioni prodotte da un brand, la “tendenza” diverrebbe un gioco senza eroi di sorta, dal momento che sarebbe il cliente stesso a decidere la configurazione desiderata. Quali potrebbero essere le conseguenze? Aumento illimitato delle collezioni, riduzione del cosiddetto time-to-market con il conseguente aumento dei consumi, minore durata del prodotto. La cancellazione del tempo di attesa tradizionale (di una nuova collezione), non potrà che cambiare la valenza del concetto di moda, avvicinandolo al Game dei videogiochi. Nasce spontaneo immaginare che in questo scenario il programmatore informatico diverrà più importante dello stilista.

Cosa sottovalutano i fanatici del marketing inclusivo (inclusivo nel senso che vorrebbero incapsulare il cliente dentro il processo fin dall’inizio)? Sottovalutano che molta gente, sulle questioni moda, ama farsi sorprendere; se chiamate a dare un giudizio estetico sulle proprie preferenze spesso non ci prendono o dicono qualcosa che poi viene regolarmente smentito dai loro comportamenti, ovvero, sono ben felici di accordare una fiducia anticipata a un brand piuttosto che un’altro, o a un creativo, o semplicemente ai suggerimenti di un influencer. Ebbene, lo svuotamento della valenza del concetto di tendenza per superfetazione della stessa, presentifica la moda, ma al tempo stesso rischia di cancellare il passato e di banalizzare il futuro, narcotizzando nel soggetto sia il campo esperenziale/emozionale delle speranze, delle attese di qualcosa che sorprenda, che affascini, e sia il sentimento di sentirsi protetto da qualcosa che profuma di passato, di trazione, di ordine. In realtà i fanatici del marketing inclusivo, oggi imprigionati dalle tecnologie che vorrebbero utilizzare come un mezzo, dalle quali sono invece comandati, confondono il tempo del desiderio con il godimento del consumo. Il desiderio per noi umani è mancanza, è attesa, è un “impossibile” da raggiungere senza troppe scorciatoie. Trasformarlo in una corrente continua di eccitamento votata alla ricerca del godimento immediato rischia di renderlo tossico. È vero, sopra ho messo in correlazione il concetto di tendenza con l’auto-legittimazione del creativo al ruolo di eroe estetico; è vero che quasi sempre si trattava di innocue buffonate, Tuttavia devo riconoscere che avevano il pregio di difendere l’aura mitica delle mode e di una creatività in assetto umano che si sta velocemente allontanando dai processi produttivi.

8. Continuo questa breve riflessione nei dintorni dei molteplici usi del concetto di tendenza, affrontando da una angolazione diversa il paradosso della moda imprigionata nel presente, del quale tra l’altro, avevo già parlato nel primo paragrafo.

Abbiamo visto che il discorso dominante della moda contemporanea si basa soprattutto sull’enfatizzazione della novità permanente. Tuttavia secondo i sociologi più ascoltati, oggi ci troviamo di fronte ad una forma di vita che ha tolto valore al futuro. Ma se il futuro non esiste più, cosa fare del concetto di tendenza? Non è un caso se M.Augé nel suo libro che vi ho già citato,“Che fine ha fatto il futuro?”, scrive: Il problema è che oggi sul pianeta regna una ideologia del presente e dellevidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, unideologia impegnata a rendere obsoleti gli insegnamenti del passato, ma anche il desiderio di immaginare il futuro. Da uno o due decenni il presente è diventato egemonico. Agli occhi del comune mortale, non deriva più dalla lenta maturazione del passato, e non lascia più trasparire i lineamenti possibili futuri, ma si impone come un fatto compiuto, schiacciante, il cui improvviso emergere offusca il passato e satura limmaginazione del futuro (pag.88).

La tarda post modernità quindi sta uccidendo il passato e di conseguenza sta smobilitando il futuro. Evidentemente, le considerazioni che ho fatto verso la fine del paragrafo precedente, sulle probabili conseguenze del fanatismo tecnologico, sono una conferma di ciò che teorizza Augé, anche se le questioni sul mutamento delle apparenze non sono direttamente citate dall’autore.

Proiettiamo dunque la visione del noto antropologo e sociologo, sulla moda.

Noi per tanto tempo abbiamo pensato che la tendenza (in contesto moda) fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro.

Invece da un po’ siamo invitati a pensare che la moltiplicazione delle tendenza sia al tempo stesso vittima e complice di uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.

Abbiamo chiamato questo effetto, la presentificazione della moda.

Ecco perché quando pensate alla tendenza (in previsione dell’attualizzazione del gioco della novità) dovete predisporvi in realtà ad azioni di auto legittimazione.

E’ inutile che vi sottolinei quanto la legittimazione delle tendenze dipenda meno da elucubrazioni sulla presunta realtà di una certa idea del futuro o da analisi del passato, rispetto al potenziale di comunicazione (in tutte le dimensioni che abbiamo incontrato) che siamo in grado di scaricare sul mercato dei media.

Notate come in questa prospettiva nel concetto di comunicazione risuoni non solo l’istanza manipolatoria nei confronti dei pubblici di riferimento, ma anche la produzione di conflittualità (d’altra parte non parliamo forse da sempre di campagne di comunicazione, di scenari, di obiettivi da raggiungere?).

A questo punto è chiaro che la tendenza/e è una tattica che ci serve per affinare la strategia necessaria per competere in un mercato caratterizzato da una ineliminabile casualità e incertezza.

La tendenza, oggi, non apre il futuro ai nuovi prodotti. Li rende semplicemente presenti più di altri sulla scena decisiva del mercato, rivestiti delle narrazioni che consentono loro un accesso al tempo discorsivo e, ovviamente, al tempo del desiderio.

In questa prospettiva il mercato non è più la classica produzione/circolazione delle merci ma è produzione anticipata di desideri, passioni e consensi per i nostri prodotti e marche. E il tempo discorsivo è la catena di rappresentazioni che offriamo alla gente per dare valore (senso) agli oggetti che produciamo.

Perché le persone ci credono? Sono degli inguaribili creduloni? Forse. Ma è possibile scindere il tempo dalla narratività? In parte, il tempo, non è forse una nostra invenzione?

Esistono molte dimensioni temporali: il tempo geologico, quello dell’orologio, delle stagioni, dell’alternanza notte/giorno…Esiste dunque anche il tempo della moda. Un timing inventato dalle sue narrazioni provvisto di qualità assolutamente centrali. Le tendenze sono una di queste qualità, senza le quali sarebbe difficile pensare alla modazione come progetto/previsione/strategia.

9. Vorrei ora soffermarmi su un altro aspetto delle tendenze che merita di essere indagato.

Insieme alla presentificazione della moda si sono moltiplicati a dismisura i soggetti che parlano di tendenze come se ne avessero il controllo.

In tempi di frequenti e improvvise feroci crisi e di saturazione dei mercati, da parte dei manager strategici è aumentato in modo esponenziale il bisogno di certezze. Quindi non desta sorpresa se rivolgono spesso la loro attenzione verso chi si dichiara o dimostra particolarmente sensibile nei confronti dei fattori che sembrerebbero innescare mutamenti. Insomma, chi è chiamato ad esprimere una valutazione sul futuro, diventa oggetto di aspettative molto alte.

E’ quasi impossibile per questi nuovi protagonisti della modazione in fieri,  resistere alla tentazione di debordare nel protagonismo usando un linguaggio decisamente troppo assertivo. Come se su questo tema fosse possibile mantenersi sempre e solo nel “vero”.

Come ci dobbiamo comportare nei confronti di personaggi e discorsi a rischio di ciarlataneria?

Io vi suggerisco di prendere sul serio questa sequenza di massime:

  1. le tendenze dovrebbero essere presentate usando il linguaggio del “probabile” o del “possibile”;
  2. ciò che un supposto esperto di tendenze dovrebbe fare è di proporre ipotesi sensate su cause ed effetti e confrontarle con i dati empirici a disposizione;
  3. aldilà di ogni entusiasmo e nostra personale convinzione dobbiamo sempre tenere presente che il massimo a cui possiamo aspirare è di non essere smentiti e di fornire congetture e indicazioni probabilistiche;
  4. è chiaro che per agire abbiamo bisogno di previsioni e di prescrizioni, ma comunque vada, qualunque sia il grado di precisione c’è sempre un margine per l’errore;
  5. anche per la moda valgono le raccomandazioni che K. Popper per tutta la sua lunga vita ha fatto agli scienziati e ai filosofi: il sapere efficace procede per congetture e confutazioni, una teoria può essere empiricamente falsificata, ma non definitivamente provata. La tendenza è una sorta di teoria sul futuro che non può essere dimostrata prima che eventualmente si realizzi. Possiamo però facilmente falsificarla misurandone i livelli di pertinenza.
  6. la ricerca delle tendenze non ha fine.

10. Ritornate per un attimo a riflettere sulle conseguenze della prodigiosa superfetazione di tendenze, de facto o semplicemente asserite, che stanno caratterizzando la presentificazione della moda. In realtà ciò che tende ad essere cancellato (o rimodellato, nel caso delle narrazioni heritage cioè quelle che sfruttano il loro passato) è la dimensione storica degli eventi moda. Permane nella memoria del consumatore l’adesso che sta per essere soppiantato dalle novità. A tal riguardo potrebbe essere utile distinguere tra: a. tendenze che presentificano i prodotti della marca che vogliamo distinguere dal loro recente passato (l’adesso); b. tendenze che allargano lo spessore del tempo e dello spazio della moda.

Possiamo applicare alle tendenze (b) le riflessioni di F. Nietzsche sul bisogno di essere inattuali: agiamo contro il presente per favorire l’emergenza di un futuro nuovo. Quando notiamo che la moda diventa sempre più volgare o terrific, ci illudiamo di assistere o partecipare a una logica estranea alle tendenze. In realtà la sperimentazione spericolata, il capriccio artistico, la spudoratezza stilistica, la volontà di dissacrare, non fanno che aggiungere un segno negativo ad un concetto in origine creato per togliere angoscia al dilemma del futuro di un progetto di modazione. In questi casi estremi,  operiamo dunque in contro-tendenza. Scegliere fantasie devianti o l’inattualità, per chi agisce in aziende strutturate, costringe tuttavia a battersi su due fronti: si devono prendere le distanze dal rischio di omologazione (la pseudo tendenza, ovvero ciò che troppe altre aziende o esperti ha battezzato come novità) e si deve prendere delle precauzioni contro il rischio dell’eccentricità inefficace, contro l’immediatismo da fascinazione mediatica, contro la creatività capricciosa, romantica non pertinente con il nostro dilemma creativo.

Se è vero che, in ultima istanza, le tendenze e le contro-tendenze oggi, nel tempo della moda smisurata, è utile considerarle come una nostra costruzione, allora possiamo distinguere tra la fase di ricerca e la fase dell’attivazione. Io credo che attualmente funzioni meglio una ricerca che assomigli sempre di più al trovare degli artisti (come diceva Picasso: io non cerco, trovo!).

Per contro, nella fase di attivazione è importante demarcare ciò che merita di essere operativizzato perché pertinente ai problemi (e valori) della nostra azienda, da ciò che è meglio lasciare alla grande pattumiera della moda (avete mai contato quante tendenze ci sono finite dentro?).

Insisto su questo aspetto dal momento che mi pare di registrare una grande sproporzione tra ciò che si auto proclama come tendenza e gli esiti del mercato.

Senza nulla togliere alla ricerca e agli sforzi concettuali che comporta, voglio ricordarvi che “l’attivazione” reclama a sua volta un’applicazione intellettuale e un impegno in progress che non può limitarsi alle pratiche di legittimazione mediatiche messe in capo dagli investimenti economico in comunicazione e con gli eventi.

Infine, registriamo che la tendenza (b) è il più delle volte soggetta ad una curiosa inversione temporale. Sembra più facile Essere inattuali quando agiamo come se le tendenze fossero un distillato d’annata dei residui di un passato della moda che non si conosce o ricorda più (in quanto tale inesistente e quindi coevo alla presentificazione). Dagli anni novanta le reliquie vintage, lo stile retrò sono divenute vere e proprie riserve di caccia privilegiate dai cool hunter e dai trend setter.

Il rischio che corriamo è di scivolare dall’inattuale all’anacronistico.

E’ una questione di gradation e di sapienti contaminazioni. Kate Moss ha costruito buona parte della sua straordinaria notorietà grazie alla sua stupefacente capacità di creare look fondendo pezzi d’abbigliamento vintage. Spesso la sua immagine porta con sé tracce di un passato, ma non risulta mai inautentica.

Ora, è più facile che cada nell’anacronismo (e nel ridicolo che come un partner fedele lo segue come un’ombra), chi delle vestigia del passato non vede le incongruenze che si prolungano nel tempo che non c’è ancora ma che arriverà, dal momento che è contenuto nel presente.

Essere inattuali, rischiare l’anacronismo potrebbe suggerirci pratiche creative utili per bilanciare l’attuale fascinazione tecnologica indotta dal web, con visioni sul futuro meno misurabili ma forse più coerenti con il fondo di mistero che rende umano il trattamento dei desideri.

11. Che riflessioni finali possiamo trarre dalla breve indagine sulla parola tendenza?

La metterei giù così: Diffidate di chi fa previsioni; sia che provengano dai celeberrimi cacciatori di tendenze, soprattutto se si presentano come guru, e sia se si presentano come modelli tratti da ricerche di mercato con ambizioni quantitative: di solito non affrontano i risultati delle loro previsioni in modo rigoroso.

Nel campo simbolico della moda, circolano regolarmente tante certezze fasulle. Molo meglio optare per una sana incertezza.

Le tendenze si basano sullo studio di processi non lineari, quindi il margine di errore è grande, tanto da escludere ogni atteggiamento improntato a “certezze” che non hanno ragione di esistere.

Imparate invece ad osservare “singolarità” che agiscono ai bordi di ciò che temporaneamente sembrano essere i confini della moda. Per gli antichi romani il Limes aveva due significati: era la linea di confine (dell’impero); ma indicava anche “la strada” che introduce in territori ancora da conquistare.

Trovo il secondo dei due significati di Limes particolarmente attraente per chi si trova esposto ad un lavoro sulle tendenze.

La “strada”, oltre la barriera, che ci porta nei nuovi territori dello stile è più difficile e tortuosa. Ci mette a confronto con processi estetici, artistici che in prima battuta sembrano il “negativo” della moda. Percorrendola, incontriamo soggetti che spesso la detestano, la combattono. Ma è facile comprendere che la loro debolezza è anche la loro forza, dal momento che mettono in gioco la loro identità, rifiutandosi di interpretare semplicemente dei ruoli già programmati. E’ chiaro che, lungo questa via, dobbiamo predisporci ad incontrare forme aberranti, per niente compatibili con i nostri valori estetici,  grazie alle quali tuttavia, la moda si ri(e)voluziona.

 P.S.:

Per illustrare l’articolo avevo a disposizione tantissime immagini tratte dalla cronaca degli ultimi mesi. Troppe, forse.

Ho scelto quindi di presentare una sola immagine, la straordinaria Venere degli stracci realizzata da Pistoletto nel 1967/68, interpretata a mio modo.

Fin dalla sua prima apparizione l’istallazione fu considerata uno dei manifesti dell’Arte Povera. Pistoletto giocava sull’accostamento irriverente tra la copia della Venere con mela dell’artista neoclassico Bertel Thorvaldsen, con un mucchio di stracci, accumulati alla rinfusa, sino quasi a sovrastarla.

Io perso che l’artista, realizzando una copia di una scultura neoclassica, che a sua volta evocava pose rinvianti alla celeberrima Venere di Milo, volesse ricordarci l’ambiguità dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Walter Benjamin). Infatti, sia il calco in gesso che gli stracci fanno pensare alla serialità. Ma oltre a queste significazioni, perfettamente in linea con alcuni dei temi più dibattuti negli anni sessanta/settanta, io vi vedo una presa di posizione etica. La Venere sembra in procinto di immergersi negli stracci, come se questo fosse il destino dell’arte e della bellezza nel nostro tempo.

Dal mio punto di vista dunque, l’armoniosa statua metaforizza l’idea di una moda ancorata alle sue tradizioni, in qualche modo rispettosa di un canone estetico di lunga durata. Gli stracci, per contro, possono evocare l’immagine di una moda che nasce dai residui, dagli scarti, dalla merda se volete. Se ricordate, proprio nei déchets (rifiuti, immondizia), nella parte finale del mio articolo ho creduto di poter intravvedere uno dei possibili esiti positivi dei molteplici usi della parola “tendenza/e”. L’idea è che la moda possa continuare ad essere una delle espressioni più euforiche del desiderio umano se accetta di fronteggiare la merda. 

Lamberto Cantoni
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169 Responses to "Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda e nel design"

  1. Rossana   29 Aprile 2015 at 15:30

    Mi chiedo se la moda possa fare a meno di parole come quelle analizzate nell’articolo. Io credo di no. Quindi malgrado l’ambiguità causata dal loro abuso, dobbiamo continuare a piegarci di fronte alla loro doppia faccia: da un lato sembra che attraverso esse possiamo afferrare con maggior forza qualcosa di sostanziale della moda; dall’altro lato ciò che scivola dalle mani sembra essere proprio l’essenziale. Chiedo all’autore di spiegare questo bizzarro rapporto che la moda intrattiene con il linguaggio.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Maggio 2015 at 16:41

      Scusa il ritardo Rossana. La questione che hai posto mi ha messo in difficoltà. Non credo esista una “cosa” che chiamiamo tendenza. Si tratta piuttosto di una nostra costruzione che vede interagire l’immaginazione e il linguaggio.
      L’immaginazione ci serve per estrarre dalla supposta realtà degli “oggetti” ( li definisco provvisoriamente cosi: niente ti impedisce di chiamarli diversamente) che proiettiamo in una messa in scena particolare (una sorta di fantamoda). Gli “oggetti” possono essere gesti, individui, forme, colori, suoni, stati della materia…che, presi insieme, consideriamo come una forma dell’espressione alla quale attribuire specifiche organizzazioni di senso. Ora, la domanda è: il “senso” preesiste alla forma discorsiva che l’organizza oppure nasce con questa? Io credo che non dobbiamo essere schiavi di una idea di linguaggio modellata sulla scrittura o sul linguaggio lineare; in altre parole gli “oggetti” possono essere concepiti come forme di segni diversi da quelli del linguaggio naturale; forme di segni che possono far emergere significati che spesso il linguaggio naturale non riesce facilmente a trasmettere.

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  2. Alex   30 Aprile 2015 at 21:39

    La parola tendenza appartiene al linguaggio fondamentale della moda, come creatività, glamour etc… Forse l’autore ha ragione quando dice che ciò a cui si riferisce la parola tendenza è qualcosa di non molto determinato. Ma se non usassimo la parola comunicheremmo meglio? Non penso proprio. Però ha ragione quando suggerisce di effettuare ogni tanto un po’ di manutenzione semantica.

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  3. Adri91   1 Maggio 2015 at 08:10

    Sai che noia sarebbe la moda senza le tendenze! A parte il fatto che le giornaliste non saprebbero cosa scrivere, le aziende come potrebbero giustificare tutte le micro/macro novità che ci propongono? Il prof. ha ragione nel criticare la parola, ma che mondo ci sarebbe senza le tendenze? Avremmo una moda che non cambia quasi mai, quindi una moda gerarchica, distintiva ma autoritaria. Sappiamo tutti che la maggior parte delle tendenze che leggiamo sulle riviste di moda sono fasulle. Ma a me pare che siano menzogne fatte per il nostro piacere. E’ piu carino un mondo di stile dove puoi illuderti di rivoluzionare la tua vita in fretta, senza troppi pensieri e spesso!

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  4. Rebecca Betti   2 Maggio 2015 at 00:40

    La moda, secondo me, ha costantemente bisogno di essere affiancata (se così si può dire) e sostenuta da parole come appunto “tendenza”. Fare tendenza e seguire la tendenza appartengono a due mondi diversi. Tutti, o per lo meno stilisti, stylist e tutte quelle persone che girano all’interno del settore moda, credono di creare tendenza. Io non credo nella parola tendenza. La tendenza secondo me è qualcosa che si trova per le strade, una personalità che spicca, un modo di vestirsi fuori dagli schemi, uno stile di vita particolare. Non è assolutamente una cosa che si può trovare in passerella, nelle riviste di moda. E’ un’invenzione e basta. L’invenzione del sistema moda. Una moda che sta smettendo di esistere e che ha bisogno di rinnovarsi, evolvere. L’essere fasullo che è la tendenza colpisce le persone che seguono le tendenze, l’altro mondo. Non voglio criticare chi segue i trend del momento, ma sono convinta del fatto che siano individui che hanno bisogno costantemente di credere in qualcosa, credere in un sistema bello e perfetto.
    A mio parere una parola che potrebbe funzionare di più è “controtendenza”. Non seguire i trend e crearsi una moda propria. Dalla controtendenza nasce una massima differenziazione con un minimo sforzo. Ma poi questa controtendenza viene “copiata” e diventa tendenza. Forse siamo dentro ad un loop? La moda non ha più significazioni e valori?

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  5. Luciano   2 Maggio 2015 at 08:43

    Tra gli aspetti che l’autore non rileva a sufficienza ci sono le relazioni che le tendenze hanno con le “previsioni”.
    Il problema è anche di natura etica. Voglio proporre queste due citazioni che mi hanno incuriosito:
    “Troppe persone si illudono di vedere il futuro attraverso oroscopi e varie forme di magia. Molto influisce la televisione che con trasmissioni appositamente dedicate, rischia di fare da volano a questa forma di superstizione in cui spesso cadono i soggetti deboli” (Papa Benedetto XVI- 2010).
    “È superstizioso voler prevedere il futuro delle cose umane, dalla politica all’economia, perché questo dipende dall’uomo. Volerlo sapere a prescindere è l’arroganza di una conoscenza che si crede illimitata, ma che non lo è” (Giulio Tremonti, ex Ministro dell’Economia – 2010).
    Quando leggo sui giornali i giornalisti che scrivono di moda, spesso ho la sensazione di trovarmi di fronte a forme ridicole di oroscopo e superstizione. Significa forse che chi opera nella moda ci considera tutti “soggetti deboli”?
    Se è così, capisco perché le mode spontanee della gente o le mode dei giovani, risultano a volte scioccanti. In realtà mettono con i piedi per terra le fantasie di fasi profeti. Da questo punto di vista sono proprio le mode più assurde ad essere le più sincere.

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    • Anna   3 Maggio 2015 at 03:00

      Sì Luciano, anche a me la moda sembra superstiziosa e proprio per questo cerca dei feticci dietro cui nascondere le proprie ansie. Ma sono superstizioni fatte a fin di bene. Non ci vedo pericoli. Servono senz’altro a qualcosa di meno banale di quello che pensa la gente. Il problema è capire a che cosa servano veramente i feticci della moda che chiamiamo tendenze.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   3 Maggio 2015 at 21:41

        La superstizione è una credenza irrazionale. Chi ne rimane prigioniero crede in forze occulte capaci di influenzare il prossimo. E, ovviamente, possiamo definire “superstiziose” pratiche e ritualità dettate da tali credenze.
        Non c’è dubbio che determinati usi del concetto di tendenza nella moda, hanno a che fare con credenze irrazionali.
        Vorrei portare alla vostra attenzione un esempio. Qualche anno or sono, apparve sui giornali nazionali la notizia che era arrivata nel nostro Paese la trendsetter più famosa al mondo. Incuriosito, lessi con attenzione l’intervista che una troppo reverente giornalista di moda fece a Lindewij Edelkoort. Ad un certo punto della lettura mi venne da ridere…” Sono nata per prevedere tendenze – dichiarava con enfasi la trendsetter – è qualcosa di cui mi sono resa conto crescendo e che ho toccato con mano arrivando alla Scuola di Belle Arti. Avevo questa capacità di capire quale direzione avrebbe preso la moda. Il talento era lì, la sola cosa che potevo fare era coltivarlo”.
        Ora, il problema non è tanto quello che pensa di sè o del futuro Lindewij Edelkoort. Non posso escludere infatti che, in modo surreale, stesse prendendo per il culo tutti. Il vero problema è chi crede veramente in queste narrazioni.
        Ma cosa sapeva realmente la trendsetter? Ascoltiamola dunque: “Man mano che passa il tempo, mi convinco sempre di più che saranno gli agricoltori gli attori più importanti del prossimo scenario mondiale. Quella che ho scherzosamente chiamato la lobby dei farmers diverrà potentissima. Saranno loro a decidere cosa mangiare e cosa invece no, avremo nelle loro mani la salute, che è la cosa più importante del prossimo futuro”.
        Leggendo queste parole ho capito il trucco. Si prendono delle verità universali che tutti condividiamo (salute, cibo sano…) come prova dell’efficacia della propria visionarietà e si sposta l’attenzione su uno scenario problematico (come sfamare il mondo?) dal quale far discendere a cascata valori che tutti desideriamo: amicizia, felicità…Se aggiungiamo che la trendsetter probabilmente era a conoscenza del tema dell’Expo italiano, allora è facile riportare la narrazione al suo livello generativo, in nessun modo dipendente da facoltà divinatorie della protagonista.
        Per la cronaca, mi fa obbligo aggiungere che l’intervista alla trendsetter aveva lo scopo di allertare i partecipanti a Pitti Immagine 2012, sulla luminosa conferenza tenuta in città dalla protagonista, alla quale avrebbero potuto partecipare per la simbolica cifra di 500 euro cadauno. Non si iscrisse nessuno. La conferenza fu cancellata. Non ho più sentito parlare di Lindewij Edelkoort.
        Questo modo, tutto sommato divertente, di interpretare le tendenze, non deve però farci perdere di vista i presupposti logici che hanno imposto alla nostra attenzione il concetto. Se la novità è la benzina per continuare a far desiderare la gente, allora, come stilista/imprenditore devo costruirmi una visione del futuro prossimo. Ma questo non significa che per forza devo trasformarmi in un incantatore di serpenti. Posso semplicemente raccogliere gli indizi che sembrano avere attinenza con il mio problema (il mio mercato, i miei clienti…) e trarre da essi lo spunto per configurare un oggetto che sarà la forma espressiva di una forma del contenuto immaginata poter sostenere narrazioni sul “nuovo”. A questo punto un lettore attento come Luciano potrebbe obiettarmi: ecco, con le narrazioni, di nuovo le superstizioni che rientrano in gioco. Ma appunto di un gioco si tratta! A mio avviso c’è una bella differenza tra l’atteggiamento di chi è superstizioso e chi semplicemente vuole giocare con la moda. Il primo vive nella paura (di sbagliare, di non piacere…), il secondo ha bisogno di altri giocatori, di regole, di un mondo esterno che non si confonda con il gioco.

        Rispondi
  6. Margherita Anichini   2 Maggio 2015 at 16:11

    Io credo che non possa esistere persona ,che si interessi di moda, che prima o poi non sia soggetta a tendenza.
    Anche coloro che si definiscono, o vengono definiti, “fuori tendenza” ed adottano uno stile che rimane pressoché invariato, tanto che potrebbe sembrare veramente personale, avranno fatto una scelta di questo tipo (che sicuramente tuttavia prende a modello un personaggio, uno stilista, un concept store di riferimento, un’epoca che a sua volta, in un altro arco spazio-temporale, avrà fatto tendenza) proprio perché convinti di scegliere qualcosa fuori dalle proposte della moda di tendenza, ma dentro alle proposte della moda “fuori tendenza”, cioè di una moda alternativa che crea ugualmente una tendenza di nicchia e che inevitabilmente diventerà ,in un futuro non troppo lontano, una tendenza mainstream. In quel momento, il soggetto “fuori tendenza” avrà sicuramente giocato d’anticipo eliminando tutti i dettagli significanti tendenza e sostituendoli con dettagli propri della nuova “fuori tendenza”, ma in modo così delicato ed impercettibile che risulterà ugualmente non aver cambiato niente.
    Nonostante il discorso sicuramente eccessivamente arzigogolato, ciò che mi premeva sottolineare è che, dal mio punto di vista, la parola tendenza è da riferirsi a tutti quei soggetti della moda che ci appaiono “fuori tendenza”, cioè portatori ed anticipatori di una tendenza che a breve verrà gettata in pasto alla folla affamata di moda, e che a quel punto non sarà già più di tendenza.

    Rispondi
  7. Martina Teodoli   2 Maggio 2015 at 20:09

    La tendenza è un fantoccio che si è creato la moda per cercare di direzionare i gusti del consumatore. Fondamentalmente i brand hanno bisogno di qualcosa di concreto o pseudo-concreto per sviluppare delle collezioni che siano apprezzate e acquistate. Un po’ per mettersi in salvo, un po’ per non rischiare, con delle azioni mirate di marketing i brand di moda introducono la tendenza nel grande e furioso mondo dei consumatori di moda e si aspettano che esso reagisca in maniera euforica accogliendo la tendenza e facendola propria, possibilmente prima di tutti gli altri.
    Sostanzialmente la moda si è auto-legittimata come creatrice di tendenze, come Napoleone che si incoronò da solo. Questa auto-legittimazione è giustificata agli occhi del pubblico con l’introduzione di figure come il cool hunter o il trend setter: figure preposte alla ricerca di tendenze ancora in erba, persone che vanno alla scoperta di come i giovani si vestono e di conseguenza come essi vorranno vestirsi in un prossimo futuro.

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    • Luigia   4 Maggio 2015 at 06:32

      Mi trovo d’accordo con quanto detto da Martina, in quanto Tendenza vuol dire “direzione di un processo; orientamento dell’evoluzione di un fenomeno”. É questo quello di cui hanno bisogno e quello in cui credono i Brad. Oggi come oggi purtroppo, non esisterebbe moda senza Tendenza.

      Rispondi
  8. Natalie Balkivskaya   3 Maggio 2015 at 13:00

    Cos’è la tendenza per me? Questo sono le piccole leggi, quasi insignificanti che tutte le fashion girl (e non sono loro) devono conformarsi con un sacro terrore con l’arrivo di ogni nuova stagione per essere sempre fashionable e dare consigli su questa materia alle amiche che non capiscono nulla nella moda. Naturalmente, la tendenza è una parte, oppure per dire meglio, concetto nel mondo della moda basando al quale designers sviluppano nuove collezioni. Senza queste piccole condizioni contribuendo ad adattarsi a nuovi ideali che cambiano ogni sei mesi, alle sfilate di moda, credo, avrebbe regnato il caos completo e disperato di stili, tessuti, silhouette ed ideologie mescolati che hanno seguito i creatori della nostra guardaroba di oggi.
    Secondo me, la tendenza riunisce insieme tutti i lavoratori del settore moda, rendendo il lavoro come un meccanismo armonico e omogeneo per ricevere in una fase finale il prodotto che viene apprezzato e immediatamente comprato in boutique più vicina.
    Però io non riesco a capire coloro che segue ciecamente tutte le istruzione dettate da designer, image-makers, redattori di moda. Un conto è quando si prende qualcosa di unico, davvero prezioso e attraente e si aggiunge alla propria guardaroba, diluendola con qualcosa di nuovo e fresco. L’altro fatto è un cambiamento completo di tutto l’armadio con ogni nuovo stagione buttando via tutta la roba che sembra vecchia e “fuori moda”, spendendo di nuovo i soldi per trends che a volte sembrano profondamente assurdo e assolutamente incomprensibili (ci sono tanti, non voglio puntare il dito).
    Lasciate che mi ritenessero di un vecchio e proponessero di andare via dalla università di moda, ma io preferisco la classica. Credo che lo stile è più importante nella moda. Anche se si mette tutti i fashion trends insieme, non si diventa mai fashionable senza il proprio gusto e stile che non si impone nessuno e che rivelano la tua personalità. Essere se stessi, avere il proprio stile-secondo me è la tendenza migliore.

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  9. Chiara Pistillo   3 Maggio 2015 at 17:27

    “Interrogarsi sul futuro, ovvero inventarsi delle tendenze, significa connettersi con la qualità temporale strutturante il mondo utopico della moda.”

    Mi trovo pienamente d’accordo con quanto da lei espresso nel secondo punto dell’analisi.
    La moda ha bisogno di parole che creino sogni ma anche riferimenti oggettivi e concreti, per poter esistere. Non bastano le immagini, e i racconti dietro agli abiti. Servono dei concetti che diventino “punti fermi”, delle certezze pronte a sostenere un mondo tanto versatile e in continua evoluzione come quello del Fashion.
    Allora la tendenza è, secondo me, un mezzo per permettere alla moda stessa di sopravvivere: è concreto, viene studiato mesi prima di essere diffuso, e da esso parte il resto. Ma prima della tendenza c’è lo studio, c’è il marketing, c’è un’analisi attenta di ciò che il consumatore vuole ed è pronto a ricevere. Parlo quindi di un mezzo arguto e ben progettato per poter sentire gli applausi alla fine della sfilata, per poter raccogliere i consensi dagli operatori della moda, per vedere le donne e gli uomini vestiti come si era previsto.
    Chapeau quindi a chi è capace di individuarla correttamente, chapeau a chi riesce a realizzarla e chapeau a chi riesce a venderla, e chapeau al consumatore che la adotta consapevolmente e non passivamente.

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  10. Eva Bagnoli   3 Maggio 2015 at 20:49

    Come per le religioni, i costumi della società e tutto ciò che ne conviene, la tendenza non è altro che un’ennesima immaginaria linea guida che l’uomo si crea da sé, o che meglio, lascia venga creata da una personalità che innalza a figura di guru, ispiratore e guida.
    Se ci fermiamo un attimo e proviamo a pensarci, non è solo nella moda che l’essere umano denota il bisogno di una figura a cui affidarsi, qualcuno che rappresenti l’autorità e che segnali la via da seguire. E’ quasi come se senza questa linea guida avessimo paura di perderci nell’immensità delle possibilità che ci si pongono davanti. Come sentirsi “alla moda” dovendo scegliere fra una miriade di capi tutti diversi fra loro? Senza la tendenza, come faremmo a decidere cosa è di moda o cosa no?
    Dalle tendenze (quelle che propongono cambiamenti importanti soprattutto) possono nascere periodi ben delineati della moda, perciò se le tendenze non esistessero tutto quello che ci troveremmo fra le mani oggi sarebbe un caos senza una minima delineazione.
    Io trovo quindi che l’esistenza della tendenza sia fondamentale, e ricollegandomi a ciò che ha detto Margherita molto prima di me, credo che niente possa prescindere dalle tendenze.
    Solitamente ci troviamo di fronte a un flusso di tendenza maggiore che è allo stesso modo il più semplice da seguire e che è per questo il punto di riferimento per la massa, ma anche uscendo da questo grande flusso ci scontriamo con tante altre piccole tendenze che però sempre tendenze sono. E allora sta a noi decidere se essere di nicchia o mainstream, ma sempre inclusi in una tendenza.
    Non so, forse solo qualche forma di pazzia riesce a uscire a momenti dal turbinio che tutto inghiotte di cui stiamo parlando, ma se un suddetto genio (riferendosi al significato etimologico che prende spunto dal verbo latino gèno) riesca anche in qual caso a portare alla luce qualcosa di completamente estraneo alle tendenze già esistenti, ecco che presto vediamo nascere una nuova tendenza, che ingloba anche quest’ultimo qualcosa.
    Siamo perennemente contornati di tendenze, nella moda, nel nostro lavoro, nella quotidianità e nelle scelte di vita, attenzione, non certo completamente dipendenti da queste in modo negativo, ma piuttosto volontariamente (anche se in superficie involontariamente) influenzati da una o dall’altra tendenza, a seconda di quale più si avvicina alla nostra personalità. Scegliamo di seguire uno dei flussi che più ci aggrada a seconda delle nostre convinzioni, e in questo modo ci sentiamo al riparo, giustificati e sollevati dall’approvazione che una tendenza ha già avuto in precedenza, senza la quale non potrebbe esistere.
    Solo un’altra delle tante impalcature immaginarie che l’uomo si costruisce per giustificare le proprie scelte e comportamenti, per giustificare la propria vita. Nient’altro che un ennesimo antidoto alla perenne insicurezza dell’uomo.

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  11. CriCorbo   3 Maggio 2015 at 22:11

    T-R-E-N-D

    The word “trend.” I would say that most of us would define it along the lines as a ‘pop-up fad.’ In other words: a short-lived tendency. In fashion, a trend can be translated into a simple timeline that shows its evolution. What do I refer to? I refer to Laver’s Law that explains the fashion change and overall attitude of fashion styles. A trend goes through a cycle; before it hits the markets it’s seen as ‘bold’ or ‘daring.’ In its present time (once on the market), it then becomes a ‘smart’ trend, to then become overdue, and ‘not in-style.’ Afterwards, with the passing of a few decades, the “trend” then re-cycles in the fashion world.
    I would say Laver’s Law does make sense, no? I would agree with him if we were still in the twentieth century, but we’re not. The fashion world of today, in other words, the twenty-first century, has transformed into a much more complex system of mass markets as well as niches. Especially with the growth of social media, the life of a trend can die overnight; with influences from celebrities or that of Instagram, a trend becomes much harder to manage. The influences of social media is much stronger than one may think. It has the ability to constantly, and I mean within seconds, of virally spreading trends worldwide.
    However, as of today, I would say a trend no longer focuses on the masses (of people), but rather, aims for niches. In other words, fads have been directed to different groups of people. The attitude of a trend has changed. What does this mean? I mean to say that a trend is no longer meant to be short-lived. In the fashion community, we are shifting towards a lifestyle. A lifestyle in which, a person is defined by their character, philosophy, and adaptation of life, all of course, expressed through fashion. A person has the capability and power to decide whom to follow on Instagram, Facebook, or other social medias. The individual searches and follows their own interests based on their lifestyle.
    So, when mentioning “trends,” I reasonably associate it within sub-cultures. I analyze the micro-trends in the fashion niches to better understand exactly their lifestyle.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Maggio 2015 at 09:51

      Thank you CriCorbo for your contribution. Your words about the lifestyle are correct and important. But I am no sure that all the people of fashion subculture “has the capability and power to decide..”, in situation of desire. Your and my idea of lifestyle depend of this question: Who is the subjet of fashion action?; for you the subjet is a “character, philosophy..”; for me is a breaking line …. For you is a “Ich”; for me is a bricolage between I and Es.

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  12. Antonietta Criscuolo   3 Maggio 2015 at 22:52

    Tendenza è una parola che in me ispira simpatia e antipatia. Il fatto però innegabile è che nell’ambito della moda è una parola, un concetto ma soprattutto una realtà innegabile e necessaria. La moda non sarebbe tale se non mutasse costantemente e questo mutamento, tralasciando tutti i fattori che concorrono a provocarlo, può essere chiamato tendenza. Fatte queste necessarie premesse la mia percezione di questa parola è solitamente negativa poiché a volte percepisco la tendenza come un’imposizione, come un qualcosa che vuole condizionare i miei gusti personali deviandoli verso quelle che sono i trend proposti dalla moda. La mia idea è quindi che concettualmente la tendenza è del tutto naturale e intrinseca nella moda, il problema è come la sua necessità venga sfruttata e manipolata dai brand che attraverso advertising a volte pressanti e poco sottili scoprono la loro strategia mal nascosta in affascinanti spot mal concepiti. Il fatto è che il consumatore medio secondo me ha sviluppato una certa immunità ai condizionamenti subdoli delle pubblicità e, grazie al suo scetticismo, smaschera il gioco e ne rimane irritato, si sente preso in giro e in lui si radica un’avversione verso tutto ciò che i mass media suggeriscono come trendy. Questo “odio” inevitabilmente cresce quando accade che viene fuori un trend che incontra i gusti del consumatore o che in qualche moda lo conquistano e fanno breccia nel muro di scetticismo “saggiamente” costruito, in questo modo si accorge di essere caduto nella “trappola” pubblicitaria di un qualche brand che solo passivamente rifiuta ma segue ugualmente accettando la sua occasionale ingenuità giustificandosi con un’antipatia stavolta solo dimessa nei confronti della tendenza.

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  13. Andria   4 Maggio 2015 at 00:27

    La moda per sopravvivere ha bisogno di crearsi un mondo autoreferenziale in cui parla sì al consumatore ma principalmente a se stessa, arrivando ad inglobare anche quest’ ultimo al suo interno. Lo fa attraverso immagini, parole, emozioni, segni che intrappolano come in una ragnatela chi si avvicina troppo. La “tendenza” è quella sostanza sui fili della complessa trama che riesce ad attirare gli individui, sia che venga vista come puro frutto del marketing sia che nasca da un evoluzione sociale sempre più rapida e mutevole. Proietta verso il futuro, rende obsoleto il passato ma in realtà è solo puro presente, pronto a cambiare di continuo, così veloce che a volte ti toglie la terra sotto i piedi e ti costringe a correre, qualsiasi sia la velocità, per non avere la spiacevole sensazione di cadere.
    Inoltre mi trovo molto d’accordo con Chiara su quanto ha detto e credo che riuscire ad individuare, modellare a proprio piacimento e diffondere una tendenza non è sicuramente cosa da poco e richiede un studio approfondito ed un’ ottima analisi, anche perché, come ha detto lei, si basa sullo studio di processi non lineari, quindi direi affatto semplici da controllare.

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  14. Camilla Violi   4 Maggio 2015 at 00:45

    tendènza s. f. [der. di tendere]. – Con riferimento a cose, fatti, situazioni, disposizione a evolversi o modificarsi in un dato modo.
    L’abuso del termine tendenza fatto dagli operatori di moda ne ha portato ad una totale snaturazione. La tendenza non può essere creata, è bensì il frutto di un agire rispetto a cose, fatti e situazioni.
    La vera tendenza moda proviene, citando Rebecca, dalla strada. Ma non parlo degli street style tanto fotografati al giorno d’oggi. La strada è un metafora, in quanto essa ogni giorno raccoglie centinaia e migliaia di persone diverse che l’attraversano, vestendo abiti che li differenziano in base a credenze, idee, convinzioni, sogni e ambizioni.
    Sono proprio le persone a determinare la tendenza con le loro reazioni ad effetti che governano la vita di tutti i giorni.
    L’assunto che vorrei portare agli occhi di tutti è che la tendenza moda si autocrea in seguito alle azioni che l’uomo compie in relazione alle forze che giornalmente governano la sua esistenza. È così che oggi si assiste ad un proliferare folle di tendenze, tutte differenti e difficilmente incanalabili, causate da un forte individualismo che spinge molti verso l’alternativismo galoppante.
    L’individuo che in passato era fortemente influenzato da ciò che i grandi punti di riferimento (i grandi couturier) proponevano, oggi preferisce essere il protagonista della scena, ascolta le narrazioni della moda ma è lui a dargli senso e a reinterpretarle a suo piacimento. Questo determina che rispetto al “prima” quando la tendenza era più semplice da definire e incanalare, oggi non è più possibile farlo in quanto ne sussistono molteplici.
    I brand qui si trovano di fronte ad una scelta: che strada prendere?
    Perché in fondo questo è. Non è il brand a creare la tendenza. Questo la può seguire e proporla a gran voce al suo pubblico ma non può sicuramente assumersene il merito.
    Un brand per creare realmente una tendenza dovrebbe fare qualcosa di realmente innovativo e che non proviene da indagini su presunti comportamenti che i consumatori esercitano in un dato momento del loro percorso di vita. La tendenza diverrebbe realmente prodotto di un brand nel momento in cui un cluster più o meno esteso di consumatori aderisce alla proposta innovativa del designer.
    Quello che mi chiedo è esistono proposte realmente innovative? Credo di no.
    Oggi si assiste ad un forte intervento del marketing che tenta di prevedere un futuro anteriore ma che poi così futuro non è. Si può indagare qui e ora e avere un’idea di quel che sarà domani ma “di doman non c’è certezza”.
    Credo che il totale affidamento alla ricerca delle tendenze sia un “riduttore di rischio” che il marketing utilizza per cercare di non cadere in errore e non rischiare troppo quando i soldi in gioco sono tanti, soprattutto tenendo in considerazione la totale incertezza che l’attuale crisi economica ci pone di fronte giorno dopo giorno. Questo genere di strutturazione che pone sul mercato prodotti non totalmente innovativi, ma che hanno già una cerchia di utilizzatori, costa meno in termini economici piuttosto che rischiare il tutto per tutto con qualcosa di inaspettato e che può rivelarsi un flop totale.
    Se di morte si vuol parlare l’elemento che ha raggiunto il regno di Ade è la pura creatività. Un’eccessiva schematizzazione applicata tramite l’utilizzo del marketing ha portato ad originare una creatività limitata che fluisce nei canali prestabiliti da previsioni future totalmente incerte e considerate forse eccessivamente determinanti.
    Vorrei che il mio contributo non fosse considerato come l’ennesima critica alle strette linee guida che il marketing propone. È appurato che la pura creatività molto spesso non paga, visti i molteplici casi in cui i designer sono stati costretti a vendere le proprie aziende per sopravvivere alla bancarotta. Quello che però auspico alla moda di domani è una co-operazione fra marketing e creatività che permetta il reale sviluppo dell’innovazione.

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  15. Costanza Mirto   4 Maggio 2015 at 00:47

    Dopo aver letto il suo articolo, ritengo che la prima cosa da fare sia una distinzione tra la parola “moda” e la parola “tendenza”. Intendiamo con la prima, un movimento superiore che arriva a durare anni e coinvolge un numero cospicuo di persone, a partire dagli stilisti, influenzati nell’ideare le proprie collezioni, a finire con i giornalisti del fashion system che hanno il compito di captare e decifrare i “messaggi” che vogliono trasmetterci ogni stagione sulle passerelle. La tendenza è un entità sottile e misteriosa che nasce silenziosamente in città diverse tra loro, tra persone con stili di vita differenti che ricevono input dal mondo circostante spontaneamente. E’ importante dedicare una particolare attenzione alle tendenze e a cosa nasce dalla strada. Sono proprio esse che muovono il Dio Moda e che animano stagionalmente le differenti collezioni. Prima del Regno Unito, prima degli anni ’70, prima dei Sex Pistols e di Vivienne Westwood, nessuno si sarebbe mai sognato di indossare vestiti strappati, borchie e spille da balia. Si trattava semplicemente di un qualcosa che esisteva e risultava poco compreso dal mondo circostante. Un qualcosa che di lì a dieci anni, nel momento in cui è salito in passerella e si è nobilitato, sarebbe diventata una vera e propria moda che oggi giorno periodicamente viene riproposta.
    La differenza vera e propria è questa dunque, una tendenza nasce, cresce e se viene sufficientemente compresa, stimata ma soprattutto, se si ha fiducia in essa, si evolve e diventa una creazione da passerella. Succede talvolta di assistere a comete, che nel giro di pochi mesi esauriscono il loro ciclo di vita, e ciò che resta un capo acquistato che non farà mai parte della storia della moda.

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  16. Angelica Cesaroni   4 Maggio 2015 at 02:46

    E’ interessante soffermarsi su una parola che si è sempre usata o interpretata senza troppo rifletterci sopra. “Tendenza”molto superficialmente è sempre stata per me sinonimo di “via da seguire” , moda del momento attuale, canoni per chi vuole essere fashion e che durano l’arco di una stagione. Ma cosa c’ è dietro tutto questo? L’articolo mi ha fatto capire che non mi sono mai posta queste domande: chi detta quei canoni? “novità” rispetto a quando? se li detta per il futuro come può sapere cosa collocare nel futuro? e poi pero’ ci si è anche chiesti “che fine ha fatto il futuro”? si parla di “presentificazione”della moda. E ancora, cambiamenti che lasciano intatta o intaccato la struttura?
    Il vero creativo è colui che intuisce “le variazioni del gusto che sono nell’aria” piuttosto che un “semplice interprete di tendenze in realtà già date”. Ma ciò non è semplice in un mercato fluttuante dove è pressoché impossibile schematizzare i comportamenti dei consumatori e poterne prevedere le scelte. Talvolta le variazioni dei comportamenti collettivi sono imprevedibili, governati da variabili emotive e psicologiche.
    Perciò, soffermandoci con l’aiuto dell’articolo sulla parola “tendenze” sinora usata banalmente, si apre una serie di interrogativi che dimostra l’assoluta assenza di certezze, “una strada che intraduce in territori ancora da conquistare”.

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  17. Daniela Birnhäupl   4 Maggio 2015 at 07:36

    Secondo il dizionario Treccani questa è la definizione appropriata della parola tendenza: ”Disposizione o inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire”.
    A mio parere non esiste una definizione vera o giusta bensì “tendenza” dovrebbe essere vista più come sinonimo dello stato d’animo che di per sè è davvero naturale e spontaneo anche se ciò ha subito un cambiamento nel momento in cui è nata l’industria, la pubblicità ed infine i media facendo della tendenza un vero e proprio strumento di manipolazione della società al punto di dirigerne a priori il comportamento in direzioni ben studiate ma soprattutto prestabilite usando metodi sempre più raffinati, sofisticati e spesso senza freni. La naturalezza come caratteristica originaria della tendenza é ormai quasi scomparsa perchè siamo circondati (o circuiti) su tutti i fronti 24/7 da una tendenza “imposta” che fa di tutti noi, escluse rare eccezioni, gli strumenti di un concerto senza neanche esserne consapevoli.
    La tendenza vera ed autentica è invece “libera”, cioè definita dal nostro stato d’animo giornaliero che ci influenza nelle scelte (e non solo quelle di moda) senza però l’imposizione voluta direttamente o indirettamente da chi ci “guadagna”. Si tratta quindi di tendenza verso scelte per un certo motivo, in un certo momento ma sempre e soltanto “proprie” vale a dire nate e create dalla nostra natura e non certo da un “trend” o un “must have” proposto (o imposto) online o offline martellandoci il cervello con tutti i mezzi e senza limiti nè di tempo nè di denaro tramite un’enorme massa in crescita di pubblicità a tutti i livelli che finisce per limitare sempre più il bene fondamentale ed essenziale per l’essere umano che è la propria libertà.

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  18. Francesca Bargiacchi   4 Maggio 2015 at 09:29

    Tante tendenze arrivano dalla strada e quando cammini per le strade di New York,Milano,Parigi,Londra in questo mix di culture e gusti capisci quanto la moda guardi alla strada, si ispiri a gente normale, a persone che camminano per le vie o entrano nei negozi. Per seguire le tendenze bisogna essere capaci di dosare e tener conto del proprio aspetto fisico. Talvolta chi vuole sentirsi sicura cerca nelle nuove mode elementi che la aiutino a rafforzare la propria personalità. Scelta pericolosa, che può lasciare la donna quasi anonima perché avvolta da griffe e tendenze che poco hanno a che fare con ciò che lei realmente è. Fare tendenza significa seguire un’idea, avere un concetto e una grande e vera conoscenza della moda. Al di là delle classi sociali ed economiche. I soldi non fanno tendenza e se spesi solo a seguire le tendenze degli altri è uno sperpero inutile.

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  19. ELisa Marina Melagrani   4 Maggio 2015 at 10:25

    Parliamo di tendenze.
    Parliamo quindi di ciò che un paio di persone decidono sarà di moda, sarà bello ed interessante per tutti noi.

    Chi sono queste persone?
    “Critici” di moda, esperti del settore, cultori di estetica… ?
    Alle volte.
    Sono blogger, ragazze di buon gusto che sanno abbinare le scarpe con la borsa … ?
    Spesso.

    Nella nostra costituzione vi è un bellissimo articolo che ci garantisce il diritto di esprimere apertamente il nostro pensiero, e un altro che ci assicura di poterlo incidere su carta.
    Aimè anche se ciò che viene detto e scritto alle volte fa rima con “sciocchezza”, bisogna essere tolleranti, possiamo sempre imparare dalle “bischerate” altrui.

    La questione su cui forse bisognerebbe riflettere (una delle tante) è “perché ascoltiamo o ascoltano ciò che viene detto” ?
    I nostri filtri morali, culturali dovrebbero essere ben calibrati da poter distinguere il giusto dallo sbagliato.

    L’interpretazione personale ricopre un ruolo fondamentale nelle tendenze o in qualsiasi pensiero che viene abbracciato dalle masse.
    Certamente, al giorno d’oggi non abbiamo bisogno di affreschi per comunicare con chi non sa leggere o scrivere ma sarebbe il caso di aggiungere qualche nozione, ben ponderata, ad una nuova nuance di colore per smalti ed ombretti.
    È forse necessario occuparsi anche della “cultura” della moda, forse anche dell’estetica, e renderla endemica quanto le stampe floreali e le frange….

    Temo però che non sia la mancanza di nozioni sull’argomento o l’ignoranza di esse a generare apparati di breve durata, semplici cose che non passeranno agli annali.
    Chi usufruisce delle tendenze, più di chi la crea o la commercializza, sembra non essere poi così interessato se ciò che indossa o ciò che fa non è altro che una nuova massificazione stagionale.

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    • Martina   4 Maggio 2015 at 20:55

      Elisa, mi è piaciuto quello che hai scritto. Ma sono anche in imbarazzo, perché sono una di quelle che seguono le tendenze. Cioè, credo di essere informata e mi piace scegliere le cose che altri non hanno ancora. Perciò io non mi sento una massificata. Io credo che cerco di essere un po’ diversa da ciò che funziona come moda seguita dalle masse. Lo so che hai ragione tu. Dopo un po’ la mia diversità diventerà una norma. Ma allora cosa dovremmo fare? Seguire solo ciò che sentiamo? Ma io sento solo il desiderio di essere ogni tanto un po’ diversa e mi riesce più facile esserlo se guardandomi intorno scopro delle proposte per me nuove. È grazie agli stilisti se abbiamo sempre nuovi abiti per comporre nuovi look. Ammetto anche che qualche volta sono influenzata dalle esperte del settore. Tu quando sfogli Vogue non pensi mai a quanto ti piacerebbe metterti l’abito presentato come le tendenza del momento? Scrivi anche che probabilmente sono così perché non conosco a sufficienza la moda e quindi sono suggestionabile. Ancora una volta hai ragione. Ma io non ci trovo nulla di sbagliato nel farmi suggestionare da qualcosa che mi piace. Per me è importante che io sappia di essere sedotta cioè che sia una mia scelta quella di farmi desiderare un bel oggetto. Non so se mi sono fatta capire. Voglio dire che io partecipo attivamente alla faccenda. Non ho la sensazione di essere una manipolabile.

      Rispondi
      • Gabriele   6 Maggio 2015 at 09:43

        Ma una persona manipolata è ancora libera mentalmente per esprimere un giudizio indipendente? Voglio dire, se la moda ci manipola bene, dovremmo nello stesso tempo, non sapere di essere manipolati, altrimenti che manipolazione sarebbe? Se crediamo alle tendenze e non ci rendiamo conto di essere manipolati, allora possiamo anche credere di essere noi a sceglierle sulla base di giudizi estetici personali. Quindi un buon costruttore di tendenze deve essere molto abile anche a far credere che il suo prodotto non è solo una novità ma è qualcosa che produce la sensazione nel manipolato che parte della scoperta appartiene a lui.

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  20. Adele Ioime   4 Maggio 2015 at 10:35

    LE TENDENZE SUL WEB

    Mi permetto di citarla poichè è leggendo questa frase che mi è venuto in mente l’argomento.

    Noi pensavamo che la tendenza fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro.
    Invece ora siamo invitati a pensare che la moltiplicazione delle tendenza sia al tempo stesso vittima e complice di uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.

    “Uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.”
    Forte caratteristica della nostra epoca, caratterizzata dall’uso quotidiano del web, emblema secondo me del concetto che ha chiamato presentificazione, poichè in rete tutto si vive in diretta, nell’attimo.
    Come ha spiegato lei , viviamo oggi in un mondo che si concentra esclusivamente sul presente escludendo ogni insegnamento passato o proiezione futura. Nel postmoderno tutto si è accellerato ed è diventanto effimero, nella moda, come in tanti altri ambiti.
    Vedi la musica, bruciata dall’esplosione dei cantanti “usa e getta” che seguendo le tendeze musicali del momento, sopravvivono un estate ma vengono presto dimenticati.
    Questo fenomeno del “dimenticatoio” è ancora più visibile sul web e i social che generano tendenze fortissime ma di brevissima durata.
    Da qualche anno infatti osserviamo una quantità di sfide o applicazioni per smartphone che in pochissimo tempo si diffondono viralmente e colpiscono gruppi molto estesi. Questi fenomeni pero’ spariscono alquanto rapidamente, più velocemente di come si sono creati.
    Parliamo concretamente.
    Vi siete già scordati la sfida della neknomination apparsa sui social l’anno scorso? La sfida alla base consisteva in bere una pinta di birra alla goccia filmandosi e pubblicarlo su Facebook. Il gioco ha avuto origini in Australia ma in pochi giorni si è diffuso in tutto il mondo. In quel periodo non potevamo aprire Facebook e sfuggire ai video dei nostri amici (a volte anche un po’ imbarazzati…) che bevevano quantità disumane di alcool pur di far parte di questo fenomeno.
    Sprecare tutto quell’alcool in un unico sorso, che per tanti è anche finito nel water, solo per non rimanere fuori da una micro tendenza banale.
    La caratteristica di queste “web tendenze”, se possiamo chiamarle cosi’, è che diffondendosi cosi’ rapidamente portano alla loro esasperazione. Cioè si ripropone il concetto in svariate forme per farlo sembrare inedito, cambiano soltanto il luogo in cui il video è girato o l’eccessiva quantità di alcool ingurgitata (che ha anche causato la morte di cinque ragazzi nel Regno Unito…).
    Ci sarebbero’ tantissimi altri esempi di questo genere come l’applicazione Dubsmash, l’ice challenge buckett e cosi via.
    Cio’ che me colpisce di più è il forte impatto che hanno queste tendenze su di noi ma sopratutto la loro breve durata. Siamo bombardati da queste idee banali e sopratutto fini a se stesse, che a causa nostra diventano fenomeni planetari, poichè anche criticandole le gonfiamo involotanriamente. Dopo averne parlato tutta le settimana, la tendenza svanisce come se non fosse mai esistita. Nessuno ha mai riparlato delle neknomitation mesi dopo, sicuramente perchè tutti se ne sono scordati ma tanto non ci sarebbe niente da aggiungere.
    Osservando questo fenomeno sul web, vediamo che gli utenti generano contenuti privi di senso ma cosi’ potenti da fare tendenza, forse è proprio per il non senso che funzionano queste tendenze. Sono cosi’ insulse che non provocano niente a parte numerosi “likes”,condivisioni e commenti, percio’ vengono dimenticate e rimpiazzate in un attimo senza che nessuno se ne accorga.

    La “viralizzazione” di queste tendeze sul web puo’ attingere a casi ben più importanti e cio’ rende il problema più fastidioso . Se quasi tutta la nostra rete condivide lo stesso video “divertente” penseremo a quanto poco originali siano ma se cio’ accade per il sostengo ad un attentato allora il giudizio cambia.

    Qualche ora dopo l’attentato a Parigi contro Charlie Hebdo, tantissimi miei contatti italiani anche di 12-13 anni hanno pubblicato la famosa foto nera “ Je suis Charlie”.
    Sono profondamente convinta che neanche la metà di essi conoscesse il giornale o i fatti dettagliati ma hanno solamento seguito il flusso come sempre avviene online.

    I social, per un certo aspetto, hanno dunque indotto questa leggerezza nei contenuti che provoca l’effimero e il disinteresse, ma alle volte il contenuto non è cosi leggero da poterlo banalizzare .

    Rispondi
    • Luca   4 Maggio 2015 at 21:24

      Adele io sono uno di quelli che pur non avendo mai letto Charlie Hebdo ho messo la foto nera in internet. Non mi importava nulla del giornale. Mi sembrava giusto affermare il mio sostegno a una vittima di spregevoli assassini. Come fai a dire che non conoscevamo i fatti dettagliati? Ne ha parlato il mondo! E poi cosa c’è da sapere? a quali dettagli ti riferisci? Perché ti stupisci se il web viene utilizzato per creare condivisione? Capisco che se non lo avessi visto fare da tanti altri forse non avrei partecipato. Ma il fatto che io abbia partecipato ad un evento virale non esclude la realtà dei miei sentimenti di partecipazione. Comunque non prendertela. Hai ragione nel web tendenze quasi sempre sono cazzate. Nel finale secondo me hai presentato un esempio discutibile.

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  21. Davide Battaglia   4 Maggio 2015 at 11:22

    Per mio canto l’affermazione del sociologo Auge secondo il quale il futuro non esiste risulta essere profondamente corretta e contemporanea se viene intesa come l’asserzione dell’inesistenza di un “tempo a venire” non inteso nel senso classico e consono del termine. Da sempre il futuro risulta essere imprevedibile, ma da qualche decennio o poco più il futuro è considerato irreparabilmente inafferrabile e pertanto sostituito con un presente schiacciantemente sfuggente.
Se si adatta questa visione al mondo della moda si potrebbe pertanto affermare l’imprevedibilità più totale della tendenza intesa nel suo senso più tradizionale, e l’incapacità della stessa di attecchire in un terreno in costante cambiamento. 
Probabilmente il rapporto di causalità legato al concetto di subitaneità. della moda va ricercato in alcuni fenomeni che hanno caratterizzato l’ultimo decennio del fashion system, ovvero l’avvento del fast fashion e la presenza oppressiva dei social network legati all’immagine moda.
Soprattutto gli ultimi hanno dimostrato una sempre impellente necessità di essere presenti; assistere, esserci, viverlo, ma soprattutto condividelrlo è la nuova tendenza.
Va affermato, però, che il consumatore dell’oggetto moda, insicuro del proprio io, trova la concretizzazione delle certezze di cui ha bisogno nel concetto di novità. Pertanto esso si rivolge ai brand di moda affinché questi gli assicurino la “novità”, visibile agli occhi di tutti, confermata da un logo che si porta dietro un’aura di novità insita nel brand stesso. Vi è quindi una profonda verità nell’affermazione “il brand dev’essere esso stesso di tendenza”, qualità conferitagli dagli atti di comunicazione e affermazione positiva da parte di “autorità” della moda nei suoi confronti.
In conclusione posso dire di essere in completo accordo con gli operatori moda che sostengono l’anacronisticità nel parlare di tendenze legate al modo di vestire.
A mio avviso esistono delle “macro tendenze” legate ai brand.

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  22. Giulia Muscolino   4 Maggio 2015 at 11:49

    Io credo che la tendenza sia da una parte uno strumento di marketing e di controllo per manipolare le masse ed arricchirsi e dall’altra uno strumento attraverso cui l’individuo cerca di rifugiarsi per sentirsi maggiormente accettato e conforme.
    È come una difesa per il consumatore, una sicurezza, un modo semplice per sentirsi membri di una società definita e dominata. Questa non è tendenza, è semplicemente “una pecora che segue il gregge, il pastore”, in questo caso il sistema moda perché non ha il “coraggio” di differenziarsi, di cambiare direzione.
    Si crede che la tendenza nasca dalla genialità dello stilista. È sbagliato. I designer propongono idee spacciandole per nuove ed autentiche mentre in realtà è tutto già visto. Non esiste più la moda. È tutto simile, tutto uguale. Oggi l’obiettivo è solo quello di vendere. Cercano cose di tendenza nel passato, per essere maggiormente sicuri della loro riuscita e le ripropongono. Non vogliono più rischiare.
    Un lavoro molto importante oggi è occupato dalla comunicazione che è la principale responsabile di questo fenomeno di “manipolazione” chiamato tendenza e che fa percepire un determinato marchio o prodotto necessario per sentirsi meglio e membri della società.
    Non è questa la vera tendenza, non può essere il designer a decidere cosa è di tendenza e cosa no.  
    La vera tendenza invece secondo me è un individuo che va contro corrente, che se ne “infischia” di quello che dice il sistema moda e che esalta la sua diversità, la sua personalità individuale.

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  23. Sissas   6 Maggio 2015 at 20:32

    Sono d’accordo con Giulia anche se penso che le aziende o gli stilisti non pensino a dominare le masse.vogliono semplicemente avere successo. E chi arriva per primo a sfruttare una tendenza parte avvantaggiato. Perché le aziende dovrebbero investire tanto se non avessero fatto l’esperienza che non essere di tendenza è pericoloso per il business? Mi piace l’idea che ci siano persone che vogliano costruirsi la propria tendenza. Ma mi chiedo fino a che punto questo sia possibile. Le culture giovanili come fu il punk sembrava inassimilabile per la moda. Ma abbiamo visto tutti come è finita. Oggi ci si veste punk anche per andare a scuola! Forse dobbiamo cominciare a pensare che la moda è molto più flessibile di quanto appaia. Con un po di tempo riesce ad assorbire tutto. Soprattutto che si proclama contro.

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  24. Erika Bertini   10 Maggio 2015 at 22:22

    La moda è un fenomeno sociale complesso, riguarda tutte le manifestazioni esteriori dell’uomo, ed è definita molto spesso come l’atteggiamento di una collettività che manifesta uno stile predominante in un determinato periodo.
    La moda è creatività, intuito, ma anche strategia. E queste due componenti, apparentemente contrastanti, devono convivere e amalgamarsi per assicurare il successo di un’idea imprenditoriale. Oggi la moda non è un comparto a sé stante ma, coinvolgendo diversi settori, (creativi, produttivi, culturali, psicologici, tecnologici), si presenta come un comparto multidimensionale che s’integra con tanti aspetti della vita.
    Il dizionario Garzanti scrive: “la moda è quell’usanza più o meno mutevole, che diventando gusto prevalente, si impone nelle abitudini, nei modi di vivere, nelle forme del vestire”.
    Nel linguaggio comune, un fenomeno, un prodotto, un comportamento sociale, è considerato di moda se nell’istante in cui se ne parla, ha raggiunto un diffuso apprezzamento da parte di un certo pubblico e in un determinato contesto, che può essere geografico oppure di tipo socio-culturale.
    La moda nasce da un’innata tendenza all’imitazione; essa solleva gli individui dal problema della scelta, facendoli sentire parte di un gruppo e allo stesso tempo soddisfacendo il loro bisogno di distinzione e differenziazione.
    E’ davvero un mondo che vive di tendenze, di modalità che cambiano nel giro di una stagione; un mondo in cui lo studio sociologico del consumatore non diventa solo fondamentale, ma quasi irrinunciabile.
    Per questo motivo, primaria priorità di chi studia e vive delle dinamiche di quest’affascinante sfera, è cercare di fare chiarezza e comprendere cosa c’è dietro questa inclinazione, chiamata ormai “tendenza”.
    Ciò non è affatto semplice; la tendenza ha perso la sua aurea, ha perso di considerazione, non è più capace di veicolare il suo valore più grande: quello del “protendere a”, quello di vivere nel suo tempo: il futuro anteriore.
    Assistiamo ad una crisi di credenza sull’efficacia di questo concetto; perché “tendenza” oggi significa PRESENTE. Significa “tendenza tutti i giorni”.
    Ma in un presente liquido e sfuggente, dove ogni cosa nel momento in cui acquisisce valore lo ha già perduto.
    Potremmo continuare a fare moda sulla base di questo criterio, mi chiedo allora?
    Se questo, per evolversi non può più vivere nel suo tempo, (il futuro anteriore), per quanto ancora la moda potrà cibarsi di una “tendenza dell’adesso”?

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  25. Menghan Tang   10 Maggio 2015 at 23:09

    Sono d’accordo “Di conseguenza la moda non può autoregolarsi e non tende all’equilibrio.Ecco perché, la tendenza è quasi sempre il tentativo di creare una sorta di bolla speculativa, gonfiata ad arte da modalità comunicazionali.”
    La tendenza sembra essere un’illusione, i consumatori richiamo continuano a comprare, dal punto di vista dei consumatori non devono perseguire ciecamente tendenza, dovrebbe essere il consumo razionale, visione razionale della moda. E dal punto di vista dei stilisti, manager, aziende dovrebbe creare qualcosa di nuovo,qualcosa collocare nel futuro.

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  26. Ting Zhang   10 Maggio 2015 at 23:19

    Che cosa significa “tendenza”? La tendenza è in un periodo, un gruppo di persone, guidato da un qualche tipo di coscienza, l’imitazione, a caccia di alcune cose innovative o forma, e diffuso fenomeno sociale. Tendenze generalmente passano attraverso cinque fasi: l’innovazione, la crescita e la diffusione, ampiamente accettate dal pubblico, la tendenza sbiadito, restringimento fino fuori dal mercato.Chi decide il “tendenza”? Penso che ora la “tendenza” è già presente, alcune companie impositivi e designer hanno preparato una “tendenza” come concetto presto , dopo le celebrite fanno pubblicità per guidare la spesa dei consumatori.”Tendenza” è una parola abusato, che cosa è l’uso corretto? è che abbiamo bisogno di pensare.

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  27. Silvia   10 Maggio 2015 at 23:36

    Credo che la moda non possa che nutrirsi di tendenze. Si tratta di un ciclo di flussi e riflussi che vanno, vengono, ritornano. D’altronde senza variazioni di tendenza sarebbe complesso ricreare ciclicamente nei consumatori nuovi bisogni e desideri. Come sosteneva George Simmel “La moda ha il fascino dell’inizio e della fine insieme, il fascino della novità e nello stesso tempo della caducità”.
    Quello che pare difficile è invece legare il concetto di lusso alla parola tendenza. La “luss-azione” è per sua natura senza tempo. Il lusso, quello vero, non ha stagioni né scadenze, di conseguenza non può essere legato a tendenze passeggere. Gli “intellettuali” ribelli della moda, da Yamamoto a Rei Kawakubo, hanno sempre basato la propria sperimentazione sul tentativo di decostruzione della tendenza. Lo dimostra la stessa fugacità dei Guerrilla Store: ecco che, non appena qualcosa acquisisce fama e successo, scompare, muta, per riapparire in una nuova forma; non è dato sapere dove, né quando. Mi verrebbe forse da chiedermi se, per alcuni livelli di prodotto, la tendenza non sia forse quella di rompere le tendenze stesse prima ancora che queste prendano forma.

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  28. Giuseppe Nardozza   11 Maggio 2015 at 00:27

    L’abuso incessante di alcune parole al punto tale che esse arrivino a perdere il loro significato “svuotandosi” del loro reale contenuto è un problema serio e purtroppo di attualità. Se in passato l’aspetto del tempo che maggiormente veniva valorizzato era il futuro, oggi questo tempo e questa prospettiva sono scomparse. Tale scomparsa incastra la moda nel tempo “presente” e quindi la tendenza perde il suo significato/scopo di “proiettare verso il nuovo” che le permetteva di condizionare le scelte e i gusti del pubblico.
    Una delle cause principali dello svuotamento delle tendenze è sicuramente il fast fashion (vero emblema dell’abuso di tale termine) con questa continua ossessione per la novità a livello di prodotti e con uscite sempre più numerose e in tempi sempre più stretti. Ormai molto è già stato sperimentato e realizzato e tutti sono pronti ad imitare chi indovina le mosse giuste. Non essendoci un futuro dai connotati nitidi, il mondo della moda segue dunque la cosiddetta “logica fuzzy” tipica di un sistema di relazioni complesso dove non esistono certezze e garanzie per nessuno.
    Forse con continui innesti di creatività possiamo regalarci l’utopica ambizione di poter condurre tutto nella direzione da noi desiderata, ma, paradossalmente, ciò che pensavamo fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro (la TENDEnza) si è rivelata un’arma a doppio taglio che ci ha portato alla graduale disattivazione del futuro stesso.
    Un’azienda di moda dovrebbe relazionarsi alla tendenza senza però perdere la propria Brand Identity (per questo parlo di relazionarsi e non di omologarsi) identificando i trend più consoni alle nuove esigenze di acquisto del consumatore. Ma se la tendenza perde il suo significato originario, di conseguenza i brand perdono un importante punto di riferimento, e ciò va a discapito dell’intero sistema moda, andando ad innescare una preoccupante perdita di valori e significati.
    In uno scenario del genere il consumatore perde il gusto di acquistare un prodotto di tendenza: acquista un prodotto privo di narrazione, un prodotto decontestualizzato che non dà emozione. E sappiamo bene che se viene a mancare l’emozione la moda non ha più senso.

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  29. Gabriele R.   11 Maggio 2015 at 14:41

    Non esistono tendenze, tutto cio’ che vediamo oggi, sono solo modifiche di oggetti portanti da subculture di altre epoche, che esprimevano forme di ribellioni….
    Ci sono designer che in ogni loro collezione non riportano nessun prodotto innovativo, ad esempio HEDI Slimane, seguono un concetto, più che designer si potrebbe definire stylist, riproponendo lo stile Rock/punk e allo stesso tempo Glam degli anni 80….
    oggi non c’è creatività nel prodotto ma in altre forme come ad esempio la comunicazione…
    non prendiamoci in giro, fashion is dead!

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    • Gabriele v   11 Maggio 2015 at 17:21

      Se fashion is dead allora siamo tutti degli zombie vestiti meglio di quelli che ci terrorizzano nei film horror. Io credo che Gabriele R. interpreti la creatività in modo troppo elitario. Non è vero che tutto è già stato presentato. E poi l’altro errore è pensare che la gente misuri le sue preferenze sulla base di una conoscenza perfetta di tutte le subculture del passato. Non conoscendole vive l’eventuale revival come una novità. E questo basta per far funzionare la moda. Lo so che suona un po’ ipocrita ma è la realtà. Io credo che pretendiamo troppo dalle parole. La moda non è solo parole e concetti ma anche l’emozione che mi dà l’incontro con l’oggetto o i prodotti moda. Dovremmo imparare ad usare le parole strategiche della moda senza uccidere lo specifico della moda, cioè senza rimuovere il momento fusionale con un oggetto o stile.

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  30. Yuan peiwen   11 Maggio 2015 at 15:08

    Penso che la tendenza è molto complesso, La tendenza della parola appartiene al linguaggio di base della moda, come la creatività, fascino,anche è uno dei modi. Siamo perennemente contornati di tendenze, nella moda, nel nostro lavoro, nella quotidianità .anche Influenzare le nostre scelte. Penso che dovremmo essere razionali per affrontare le tendenze, per capire il suo vero valore e significato.

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  31. Michela Pinci   11 Maggio 2015 at 19:26

    Riguardo cosa sia al giorno d’oggi una tendenza, se essa possa essere definita realmente tale o se esista solamente nell’immaginario comune, se sia semplicemente una parola che circola sulla bocca di tanti, ignari del significato reale, o abbia basi realmente radicate nel passato, ne hanno ampiamente discusso le mie colleghe in precedenza.
    Quello su cui mi vorrei soffermare per portare alla riflessione è un altro ‘problema’, se tale può essere definito, che ha iniziato ad impazzare nella mia testa appena ho terminato di leggere il suo articolo.
    Dando per scontato che le tendenze esistano (anche perchè, come ci insegnano, le parole e la scrittura tendono a configurare nella nostra mente un mondo in qualche modo plausibile fino a divenire per noi vera e propria realtà palpabile) la domanda a cui non riesco a dare una risposta che mi sembri sensata è: da dove nascono realmente le tendenze di moda?
    Ho cercato in primo luogo una risposta nel mio database, ma non era soddisfacente, troppo fumosa e incompiuta.
    Allora mi sono detta, abbiamo un mezzo di ricerca così veloce ed efficace come internet, perchè non sfruttarlo? Bene, fatto.
    Ma, per quanto esso possa essere valido, è talmente ricco di informazioni da rischiare di cadere nel confusionario e i miei pochi neuroni operativi restanti sono andati in totale confusione.
    Ad esempio Giulia Ceriani, docente di comunicazione pubblicitaria ed esperta di ricerche di mercato, in “Hot spots e sfere di cristallo” afferma che ‘vi piaccia o meno, per far nascere (e durare) le tendenze di moda – quelle con cui vi riempite la bocca, gli armadi o le pagine dei vostri magazine – c’è bisogno di un approccio scientifico: fatto di teorie economiche e regole matematiche’.
    Dunque sono qui a domandarmi/vi: le tendenze di moda sono un fenomeno casuale che prende vita da una /più coincidenze o dal genio di un ignoto personaggio qualsiasi che inciampa per puro caso in un oggetto che a breve diventerà fatalmente ‘di moda’ oppure sono studiate a tavolino nei ben che minimi dettagli e vengono fatte passare al ‘volgo ignorante’ come tali?
    A lei l’ardua sentenza.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 Maggio 2015 at 08:18

      La teoria sull’inciampo non mi convince e non è applicabile. E’ come la teoria del didietro: nessun piano marketing potrà mai emulare il successo di una solenne botta di culo…A volte la dea fortuna può sorriderci, ma non possiamo trasformarla in una pratica ordinaria.
      Il riferimento all’approccio scientifico di Giulia Ceriani è in linea con le attese dei soggetti evoluti del nostro tempo. Ma attenzione agli scientismi cioè al fraintendimento di ciò che è scientifico e ciò che non può esserlo, e alla sopravvalutazione della possibilità della scienza di stabilire certezze inconfutabili (in particolare nelle cosiddette scienze dell’uomo).
      Definire scientifici ( nel senso di assolutamente certi) gli onnipresenti quadrati logici greimasiani dell’autrice a me sembra un azzardo. Sono, per certi versi efficaci, pertinenti a determinati livelli di analisi…ma, per favore, lasciamo perdere verità e certezza.
      Quando usiamo la parola tendenza proiettiamo nel futuro qualcosa che elaboriamo a partire da tagli sul mondo che più o meno consciamente effettuiamo, basandoci su modelli che riducono a complessità del reale.
      Ammetto che c’è una grande differenza tra le profezie di uno dei tanti guru che spadroneggiano nella moda e la matematica dei frattalli di Mandelbrot. Nel suo libro intitolato “Il disordine dei mercati” questo geniale matematico, trasforma il caos in qualcosa in cui si intravede l’orizzonte del “prevedibile”. Anche Albert-Laszlo Barbási, nel suo “Lampi” è convincente quando cerca di dimostrare come i comportamenti umani ritenuti casuali possano rivelare ” ” “leggi”che si possono stabilire con esattezza. Questi due studiosi applicano una matematica sofisticata e quindi il linguaggio preferito dalla scienza ( e dalla natura, come pensano in molti). Tuttavia rimangono modelli e ipotesi che se applicati come se fossero dogmi, ci renderebbero ciechi ai cosiddetti cigni neri di Taleb, ovvero incapaci di affrontare ciò che invece è assolutamente certo: l’irriducibile fondo di casualità del futuro per sistemi aperti e complessi.

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  32. Sissas   18 Maggio 2015 at 08:55

    Domanda all’autore: mi paredi aver capito che non possiamo più fidarci delle ricerche ufficiali sulle tendenze. È’ così? Ma anche i guru sono da mettere sotto osservazione? Allora cosa dobbiamo fare?

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  33. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 Maggio 2015 at 14:06

    Intanto potreste cominciare a studiare le tendenze da soli, senza prendere per oro colato solo una fonte. Ci sono tante sorgenti informative sulle quali riflettere. Evitate i luoghi comuni, gli stereotipi, i falsi profeti e soprattutto ciò che piace a voi. Seguite i sentieri lungo i quali si incanalano le passioni, osservate i soggetti che hanno maggiore propensione a ribellarsi alla moda, studiate le manifestazioni di creatività spontanea e le espressioni artistiche che toccano i nervi della gente…da questa prospettiva potrete farvi una idea delle traiettorie centrifughe delle mode.
    Ma, al tempo stesso, potranno apparirvi anche i contorni delle tendenze centripete (quelle che si presentano come novità, ma che in realtà sono una conferma del provvisorio status quo del sistema moda).

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    • Michela   10 Giugno 2015 at 14:54

      Volevo chiedere quale sarebbe per l’autore l’approccio più scientifico alle tendenze. Quali discipline dovremmo tenere sotto osservazione? Oppure possiamo evitare ogni riferimento alla scienza fidandoci dell’intuizione di personaggi talentuosi ?

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   15 Giugno 2015 at 18:09

        Osserva come normalmente si parla di tendenze. La stragrande maggioranza dei discorsi sembrano la continuazione dei racconti mitici e fantastici che gli essere umani hanno fatto per migliaia di anni, su questioni apparentemente non affrontabili con metodi empirici. In questi discorsi il futuro diviene uno spazio nel quale vengono proiettate fantasie stabilizzatrici ( se tutti ci crediamo allora, in un certo qual modo, funzionano).
        Ma per fortuna esiste da sempre un altro modo per affrontare ciò che non appare direttamente davanti ai nostri occhi. Immagina quegli stessi uomini che la notte prima avevano trovato ristoro intellettuale ed emotivo nei miti, ora, alle prime luci dell’alba, impegnati a cercare nel terreno le tracce di animali commestibili. Fa parte del gioco della vita che la loro sopravvivenza dipenda dalla capacità di trarre da impercettibili dettagli della realtà segni dai quali dedurre quello che non possono vedere direttamente. Seguendo quei segni possono avere una chance per sfamare chi li attende.
        E’ chiaro che possono sbagliarsi…le tracce possono confondersi, rendendo necessario trovarne delle nuove. Ma con abilità e perseveranza, oggi, noi sappiamo che i nostri antenati ce l’hanno fatta. Seguire le tracce, capire dove portano e chi le sta lasciando, è l’immagine della scienza che mi sento di raccomandarti.
        Io trovo che la moda, non solo con le tendenze, confonda molto spesso queste due attività umane: inventare storie e seguire le tracce per trovare qualcosa.
        A volte la confusione è dovuta al fatto che i confini tra queste due attività diventano labili. I miti, basta che ci crediamo, modificano la realtà… Anzi diventano più reali del reale. In termini di efficacia a volte succede che una narrazione fasulla valga più di un ragionamento razionale (scientifico). Non possiamo nemmeno dimenticare il fatto che la scienza si è spesso cibata di miti e che le nostre mitologie quotidiane sono intrise di scienza.
        Cosa ci occorre dunque? Un metodo per differenziare il diverso valore conoscitivo delle due attività che ho citato.
        Per tornare alla tua domanda quali sono i saperi che mi sento di raccomandarti? Sono le pratiche scientifiche che affrontano la realtà del soggetto in situazioni di desiderio ovvero le neuroscienze ma anche le psico-analisi, le sociologie ma anche lo studio dei sistemi complessi di senso (le semiotiche); l’economia come analisi del mercato ma anche l’economia come risultato di innumerevoli e imprevedibili scelte più o meno libere. Senza dimenticare che per la moda la variabile estetica ha implicazioni di carattere etico e quindi implicanti la volizione del soggetto.
        Stiamo complicando troppo la moda? Certamente sì! Possiamo farne a meno? Come no! Non ho mai detto che i creduloni non siano tanti e che non siano funzionali al business. Può la moda continuare ad essere un dispositivo per creduloni? Su questo ho dei ragionevoli dubbi.

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  34. Mary   12 Ottobre 2016 at 07:47

    Mi interessa molto la controtendenza della quale parla l’autore nel finale. Dal punto di vista costruttivo è poi così diversa dalla tendenza?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   17 Ottobre 2016 at 13:38

      Il concetto di controtendenza ha senso se assumiamo come verosimile una realtà contraddistinta da una pletora di asserzioni su ciò che la tendenza sembra richiedere. Allora vado in controtendenza quando evito accuratamente ciò che i miei concorrenti stabiliscono sia la richiesta del mercato in termini di gusto o stile di vita. Un esempio pregnante di controtendenza è il modus operandi di Miuccia Prada. Attraverso accostamenti di materiali a volte innovativi, altre volte tradizionali, e a sintagmi di elementi moda imprevisti, spesso ai bordi del cattivo gusto o del kitsch, Proda si presenta sempre come una singolarità creativa assoluta, fortemente differenziata da altre marche.

      Rispondi
  35. Micki   12 Ottobre 2016 at 08:03

    Tendenza, cool, controtendenza, trendy, un mucchio di parole per dire semplicemente che un abito è fico. Siamo noi che amiamo confonderci le idee oppure tutto questo ha delle ragioni?

    Rispondi
  36. Antonio Bramclet
    Antonio bramclet   12 Ottobre 2016 at 17:11

    Perché non mettere delle immagini relative a tendenze, cool o altro? Il testo sarebbe risultato più chiaro. Ciò che per me è una tendenza per un altro potrebbe essere il contrario. E poi per la moda le immagini sono più importanti delle parole.

    Rispondi
    • Fabio   16 Ottobre 2016 at 13:36

      Hai ragione. Parlare di tendenze senza immagini di stilisti è come andare al ristorante e pranzare soltanto leggendo il menù.

      Rispondi
      • Andrea   16 Ottobre 2016 at 16:50

        Parlate come se fosse più facile capire le immagini invece che dei concetti. Io credo che le immagini ci illudano di sapere. Però sarebbe stato bello vedere e commentare immagini di Look considerati di tendenza per capire di più.

        Rispondi
        • Silvio   16 Ottobre 2016 at 18:56

          Se invece che dire “questa stagione è di tendenza il blu” io ti faccio vedere degli abiti blu, lo capisci meglio cos’è la tendenza o no!

          Rispondi
          • Andrea   16 Ottobre 2016 at 19:11

            Si però se non scrivi da qualche parte la parola tendenza gli abiti blu sono solo abiti blu.

  37. Loredana   12 Ottobre 2016 at 19:15

    Ci sono dei settori dove le T sono necessarie. Non dovrebbero mai essere esasperate. Troppo chiasso le uccide trasformandole.

    Rispondi
  38. Roberto   13 Ottobre 2016 at 08:07

    Essere di tendenza o essere di moda? C’è poi una differenza così importante? Che cosa ci fa pendere da una parte o dall’altra?

    Rispondi
    • Alice   13 Ottobre 2016 at 18:04

      Caro Roberto c’è una grande differenza. Essere alla moda significa adeguarsi all’estetica dominante. Essere di tendenza significa rompere con la massa.

      Rispondi
      • Roberto   13 Ottobre 2016 at 18:11

        Mah! Guarda il fast fashion come collabora con grandi stilisti e come si integra con la moda alta. Io questa gran differenza non la vedo. La moda intesa come differenziazione oggi la fanno le persone con il loro stile.

        Rispondi
  39. Nicole P.P.   14 Ottobre 2016 at 12:09

    Parto dal presupposto che per me nella moda si abusa di tutto, dalle parole agli oggetti.
    Il filo conduttore su cui il sistema moda ancora oggi riesce a reggersi in piedi è il concetto del sogno e del far credere al consumatore di avere la necessità di comprare un nuovo capo.
    Le parole novità, tendenza, trend, cool sono il solito escamotage per cadere ai piedi di coloro che governano il sistema.
    La parola novità sta a significare qualcosa che si presenta per la prima volta in questo caso sul mercato. Nel settore però si abusa dunque di questa parola, presentando articoli del passato come nuovi. Si crea così un fraintendimento solamente per ingannare la gente.
    La vera novità, ovvero qualcosa che non esiste ancora è futuro, la tendenza invece può essere tutto presente, passato e futuro. Sono portata a pensare però che le tendenze siano qualcosa che venga riesumato dal passato. Non tutti coloro che comprano moda sanno cosa ci sta dietro un prodotto. Ai loro occhi può apparire come una novità quando si tratta solamente di un oggetto rivisitato. Le tendenze esistono da sempre, solo che una volta non ci soffermava magari sul significato in se della parola. Una duchessa poteva lanciare la moda di indossare le piume e veniva così seguita a ruota da tutte le altre, ed ecco fatta la tendenza.
    Nel mercato di oggi penso che indossare qualcosa di tendenza sia all’inizio del lancio di essa generalmente una cosa per ricchi, passatemi il termine. Una volta che arriva nei negozi di fast fashion esplode. Domandiamoci allora se quelle persone che sono state le prime ad indossare la tendenza continuino a seguirla o se ne cercano direttamente un’altra? La differenziazione è importante nella società, coloro infatti indosseranno già una novità o una nuova tendenza.
    Le tendenze sono imprevedibili così come le novità. Nessuno studio e nessuna scienza potrà mai prevederle. L’unica cosa che riuscirà sempre è colpire dritto alle emozioni del consumatore.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Ottobre 2016 at 13:20

      Le informazioni asimmetriche tra chi crea una tendenza è il consumatore sono una intuizione giusta. La precaria possibilità dei clienti di collocare lungo l’asse storico gli elementi utilizzati per configurare un Look, permette di presentarlo come se fosse una vera novità. A questo punto diviene necessaria la complicità del giornalismo di moda e la potenza di fuoco della comunicazione pubblicitaria. Tuttavia bisogna ricordare che non viviamo più in una società nella quale le informazioni sono scarse o particolarmente rare. Direi che è vero il contrario: di informazioni ce ne sono troppe. Si può sostenere che l’asimmetria dalla quale eravamo partiti non dipende oggi da una sottrazione di informazioni, bensì da due fattori congiunti: a. Mancanza di atteggiamento critico (capacità di selezionare le informazioni giuste); b. Grande efficacia persuasiva dei dispositivi della moda basati su contenuti a dominante emozionale. Una tendenza dunque ha raramente a che fare con questioni come vero/falso. Per contro dipende moltissimo da meccanismi che inducono “credenze”.

      Rispondi
  40. AgneseP   14 Ottobre 2016 at 12:40

    Non solo nel mondo della moda si ha un forte abuso della parola tendenza, anche al di fuori di questo settore sentiamo continuamente parlare di quanto sia di tendenza un oggetto. Tutto questo secondo me porta a un caos generale in cui ognuno pensa di poter dire la sua in base ai propri gusti personali. Quando si pensa ad una tendenza infatti è necessaria un’indagine più ampia, a livello sociologico. Chiaramente sempre che essa esista, come messo in discussione anche sopra.
    Forse oggi infatti si ha una rincorsa così sfrenata verso il futuro e la ricerca di tendenze sempre più nuove e fresche, che ci scordiamo non solo di chi siamo e cosa ci piace, ma anche della cosa più importante, sognare.

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  41. Francesca PP   14 Ottobre 2016 at 16:39

    Parole, segni, simboli, sguardi, gesti, espressioni ci avvolgono costantemente nella vita di tutti i giorni e nel mondo della moda, ma siamo sicuri di farne un uso corretto? Le parole aiutano ad esprimerci, a comunicare e interagire con chi ci circonda, anche se possono acquisire un ruolo “sbagliato” in quanto ci sono espressioni e modi di dire che possono ingannare. Attraverso parole, storie, narrazioni influenziamo il comportamento delle persone, cominciamo ad abusarne facendo un uso così frequente da dimenticarci il loro reale significato. Come quando ripeti a voce alta molte volte la stessa parola e poi pensi che non abbia un senso compiuto. E così penso che sia successo al termine “tendenza”. Tutti vogliono parlare di tendenza, tutti vogliono seguirla. Sono pochi però coloro in grado di captare i segnali che preannunciano l’inizio e una conseguente fine di una moda. Pertanto penso che sia più giusto parlare di idea di tendenza, un ideale, un qualcosa verso cui ci si orienta, ci si dirige, l’evoluzione di un processo o di un fenomeno. Anche chi dice di essere contro-tendenza, chi non vuole essere “manipolato” dalla moda, alla fine segue una tendenza, perché segue uno stile di vita, un qualcosa che riesce a esaltare la propria idea di diversità.

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  42. Giulia PP   15 Ottobre 2016 at 10:46

    Se ci soffermassimo un momento a ricercare sul vocabolario la parola “Tendenza” leggeremmo: “Disposizione naturale, inclinazione a o per qualcosa”. Non a caso un sinonimo è proprio la parola “propensione”.
    Una tendenza si può ritenere un vero e proprio fenomeno. Non ha un’origine siglata né una scadenza. Non si sa mai in quale momento questo fenomeno si manifesti o per quale motivo, ma ad un certo punto veniamo bombardati da un determinato stile, oggetto, capo, accessorio e così inizia la vita di quella determinata tendenza. Iniziando a spopolare nei locali, nelle riviste, nelle vie e nelle piazze di tutti i giorni.
    Ma chi decide cosa sia di tendenza e cosa no, e come può deciderlo?
    Lo studio di una tendenza moda rappresenta l’analisi, l’ideazione e la proposta d’imput basati sulle sensazioni, sulle intuizioni e sulle percezioni che portano alla progettazione di un oggetto, di un capo, o di una collezione, che possano suscitare un interesse ed essere permanenti sul mercato.
    A mio avviso è solo un cerchio che si ripete e si ripete, certo con punti diversi, ma sempre un cerchio è. Un determinato soggetto cerca di rompere con la massa e crea una tendenza. Una tendenza, che a sua volta crea e cerca un’imposizione. Un’imposizione che alla fine crea la massa.
    Quello che interpreto come tendenza, come omologazione ad un comportamento, ad una moda globale spesso e volentieri non è altro che la rivisitazione in chiave moderna di qualcosa già visto nel passato.
    In un’impresa che fa moda è fondamentale trovare quella vena di creatività capace di individuare i bisogni non ancora espressi della massa e convertirli in prodotti capaci di soddisfarli. Può essere appunto un prodotto del passato rivisitato o, sempre più raramente, qualcosa di nuovo e di fresco. L’importante è che quel prodotto, quel capo, quella collezione siano in grado di produrre una tendenza.
    Qualche decennio fa era di tendenza la parola moda, ma ora è di moda fare tendenza.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Ottobre 2016 at 10:45

      La tua idea vichiana di ineluttabili cicli di moda che si ripetono, produce due fantasmi che si aggirano tra i fatti di moda: il fantasma della creatività e quello dell’innovazione.
      Dal momento che a me sembra di assistere a fenomeni di genuina creatività e in molti casi l’innovazione è reale, penso di poter sostenere che la tua affermazione andrebbe diversamente configurata.
      Io la metterei giù così: in molti casi assistiamo a fenomeni moda nei quali la ripetizione è dominante rispetto gli elementi di novità/creatività; in altri, probabilmente di numero inferiore ci pare veramente di assistere a veri processi creativi. In funzione dei nostri problemi possiamo tatticamente muoverci dal primo al secondo o viceversa.

      Rispondi
  43. Eleonora PP   15 Ottobre 2016 at 18:26

    Come letto nell’ultimo paragrafo del testo, è utile considerare le tendenze come una nostra costruzione.
    Ebbene si, probabilmente vivendo nella collettività, abbiamo paura di esprimere cosa realmente ci piace.
    Così decidiamo di seguire tendenze create apposta per noi, illudendoci di far parte di un gruppo unito da principi comuni. Allargandosi il gruppo (ovvero quando la tendenza ha perso la sua efficacia) cadiamo in una sorta di sociofobia, ed abbiamo bisogno di seguire una nuova tendenza, di cui solo poche persone ne sono a conoscenza. Questo meccanismo ciclico permette a qualche capro espiatorio (i trend hunters) di unire le masse, per poi allontanarle ed unirle di nuovo. Nel mondo della moda interrompere questo processo è a dir poco pericoloso. Ed io, consapevole del fatto che faccio parte di questo meccanismo, ne sono complice.

    Rispondi
  44. Martina PP   16 Ottobre 2016 at 14:26

    Per me tendenza significa idea, un concetto che può partire da chiunque ed ovunque (le tendenze spesso nascono dalla strada, da persone che riescono a combinare gli oggetti nei propri armadi in modi che non si ritrovano nei trend del momento.) Anche se sembra che nasca una nuova tendenza ogni giorno. Tutti vogliono esserne artefici. Le tendenze in qualche modo sono anche strumenti per spronare le persone ad acquistare capi che presentano piccolissime modifiche rispetto agli stessi acquistati qualche tempo prima. Quindi, come tante parole, appare imprecisa; da una parte mi viene in mente il creare qualcosa di nuovo, l’ inventare ma ,dall’altra parte, un’arma che ci spinge all’uniformità e al consumismo sfrenato.

    Rispondi
  45. Ilaria PP   16 Ottobre 2016 at 14:53

    Io non credo che per creare delle tendenze bisogna essere dei visionari. Secondo me per creare delle tendenze bisogna solo essere dei bravi venditori e comunicatori anche perché, più un’oggetto viene acquistato, più le altre persone lo desiderano. Effettivamente siamo un “branco di pecore” che non cerca l’individualità ma, al contrario, che cerca sempre di omologarsi agli altri.
    Penso anche che il concetto di tendenza non vada associato direttamente al concetto di novità anche perché, la moda dei giorni d’oggi non ha nulla di nuovo, è solo una reinterpretazione e attualizzazione di quella del passato.

    Rispondi
  46. Virginia P.P.   16 Ottobre 2016 at 15:08

    La mia idea su cosa sia una tendenza riprende in parte il concetto di Paul Poiret: dato che la moda è qualcosa di ciclico che fa balzi indietro di circa 20 anni per ogni tendenza, essa ha un andamento sinuoso e ondulatorio, che fa sì che ad ogni trend ne segua uno uguale e contrario.
    E’ naturale: nella natura umana si susseguono momenti di stasi e di frenesia, ed io credo che dopo avere abbracciato ogni eccesso vi sia poi un estremo bisogno di assenza, di minimalismo, semplicità.
    L’esempio più lampante che mi viene in mente ripercorre gli ultimi 30 anni: la moda anni ’80 è famosa in tutto il globo per le forme eccentriche, eccessive, i colori dominanti.
    Gli anni ’90 che sono seguiti invece sono stati il simbolo del minimal, essenzialità, bianco, nero, lontani anni luce (in realtà solo dieci) dal frastuono assordante degli ’80s.
    Poi però dopo aver toccato il fondo della frugalità stilistica era tempo di risalire: ed ecco la moda anni 2000, simbolo accecante del benessere occidentale che si autocelebrava nella ricchezza, nella superficialità concessa dal Nuovo Millennio.
    Quindi secondo me le tendenze nascono da un bisogno emotivo determinato dal periodo storico/sociale in cui un essere umano vive, che necessita di essere espresso attraverso il dress code.
    Non nego che ci sia una continua ricerca di costruire, ”inventare” tendenze da parte di fautori della moda, anche se onestamente – nel 2016 – dal mio punto di vista mi sento di dire che le vere tendenze ormai sfuggono al controllo degli stilisti, ma anzi nascono e prendono piede prima e più facilmente nel mondo del web, dei social come Instagram e in ambientazioni più urban/underground/street.

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  47. Francesca PP   16 Ottobre 2016 at 16:27

    Le tendenze nascono dalla strada, nascono dalla libera espressione di persone che decidono di essere se stesse indipendentemente dalla moda del momento.
    Non sono perciò né gli stylists né gli influencers a dettare le tendenze, essi sono solo visionari che riescono a percepire quali esse siano, un tramite fra la strada e le persone che sono succubi del fashion system.
    C’è quindi una profonda differenza tra chi fa tendenza e chi la segue: i primi esprimono la loro individualità a costo di andare contro tendenza; i secondi si omologano alla massa adeguandosi ad essa senza distinguersene.
    Penso che la moda ci abbia avvolti in questo sistema, solo chi ha una forte e spiccata personalità può sfuggire a questa “trappola”.
    Purtroppo è più comodo adeguarsi che andare contro la società.

    Rispondi
  48. Roberto PP   16 Ottobre 2016 at 19:34

    L’inseguire la tendenza per me può essere vista come una sorte di circolo infinito, la continua ricerca di un immagine di se migliorata. E’ come un processo evolutivo che non segue una linea ben definita ma anzi è caratterizzato dall’imprevedibilità. Il Darwin di turno che riesce a prevedere il passaggio successivo, vince.
    Ormai la tendenza però non è più da ricercarsi sulla passerella ma per la strada, nella vita di tutti i giorni. Gli stilisti danno uno spunto, esprimono un concetto ma i veri creatori di tendenze sono coloro che andando contro la tendenza del momento, ormai inadatta, riescono a creare qualcosa di nuovo anche semplicemente reinterpretando qualcosa di vecchio.
    Concludo dichiarandomi d’accordo che del termine “tendenza”‘ se ne faccia un abuso e spesso un uso errato.
    Probabilmente anche io in queste poche righe sono caduto in errore.

    Rispondi
  49. Elena PP   16 Ottobre 2016 at 19:40

    Tendenza significa “influenzare il gusto”. La moda infatti influenza i consumatori cercando di indirizzarli verso un determinato capo o oggetto.
    Credo che il mondo della moda ormai giochi su questo termine per far si che ognuno di noi tenda, per l’ appunto, ad avere l’esigenza di comprare un capo che per noi non ha mai avuto importanza, ma l’acquista nel momento in cui diventa di tendenza.
    Secondo me le tendenze sono alla base della moda, esse creano un ciclo continuo di novità che, nonostante non siano nuove, comunque hanno dietro un’idea studiata per renderle attuali.

    Rispondi
  50. Chiara PP   16 Ottobre 2016 at 19:41

    Trend, nasce dalla parola tendenza -“attivare, girare”-far muovere un’idea o un comportamento.
    Diversi studi, teorie e ricerche ci hanno portati alla stipulazione di diversi significati della parola tendenza.
    Adesso vi dico la mia! Attraverso l’espressione idiomatica “tendenza” ci proiettiamo verso un’inclinazione, ovvero la direzione attraverso cui qualcosa tende a muoversi. Il nostro LifeStyle, è il tipico esempio di una tendenza che sia emotiva, intellettuale e spirituale, tendiamo a influenzare-con esso- la società, il gusto e le mode.
    Anticipare è la nuova key per divulgare un trend, essere rivoluzionari o visionari di certo non aiuta un oggetto a muoversi ma attraverso studi e ricerche possiamo dirigere il nostro trend verso la sua notorietà. I trend vanno ricercati. Bisogna quindi fare delle ricerche approfondite nel campo della moda-passata- per poter ricondurre o modificare un oggetto, che già visto, potrebbe ritornare con una chiave di lettura diversa da quella precedente.
    Per quanto possa essere di tendenza far tendenza nella moda, penso che un trend per essere tale debba usufruire di una buona comunicazione, oggi attraverso i social-network, per poter essere alla portata e all’utilizzo di tutti.

    Rispondi
  51. Gloria PP   16 Ottobre 2016 at 21:10

    Nella moda la “tendenza” è determinata da un insieme di segni capaci di esprimere con buona approssimazione il futuro e le novità.
    Le tendenze della moda sono la base per l’ideazione e la creazione di una collezione, si ottengono raccogliendo informazioni, idee e segnali direttamente dalla società. Le indicazioni principali vengono raccolte presso i destinatari del prodotto e cioè della clientela fissa e da gruppi d’avanguardia. Mentre le informazioni sulle tendenze colori, linee, materiali li forniscono i produttori tessili, le aziende prét-à-porter e di alta sartoria.

    Rispondi
  52. Camilla PP   16 Ottobre 2016 at 21:55

    All’interno del vocabolario di lingua italiana, alla voce tendenza, seguono queste parole:” Orientamento ideologico, ideale e programmatico, che si manifesta in abito di movimenti politici, sociali, artistici e culturali. Sottolinea una disposizione a evolversi, a modificarsi in un determinato modo”. Proprio quest’ultimo periodo mi ha colpita particolarmente. Credo che una tendenza ci porti in qualche modo a modificarci. Non sempre lo facciamo volontariamente, a volte neanche ci si rende conto che stiamo seguendo una tendenza. Questo perché le case di moda incrementano, sempre di più, la produzione di Buzz Product e oggetti iconici che, assumendo connotati esclusivi, appaiono agli occhi del cliente oggetti di tendenza, necessari per la sua sopravvivenza. Ma il comune consumatore, pur sapendo di non aver bisogno di acquistare quel determinato prodotto, continua a collezionarlo perché lo fa sentire speciale, oserei dire unico. Come è stato detto anche nell’articolo, questa unicità la si ottiene grazie alle narrazioni. Sono le storie che rendono speciale un prodotto, lo rendono desiderabile e quindi anche di tendenza. Le tendenze sopravvivono grazie alle favole e ai racconti che le aziende di moda gli intessono attorno e fanno tutto ciò perché sanno, sin dal principio, che nessun cliente comprerebbe mai un oggetto di cui non ha bisogno, se non avesse una storia da raccontare.

    Rispondi
  53. Ausilia Leggio   16 Ottobre 2016 at 22:05

    La “tendenza” mantiene vivo il sistema moda, sia che ci si riferisca ad una creata dall’inventiva del designer, sia nel caso di qualcuno che riesce a leggerla e a trasformarla in prodotto moda, è il motivo per il quale la gente continua a comprare. Se riflettiamo un attimo, siamo in un momento in cui si vuole lasciare da parte il consumismo e si cerca di pensare ai veri bisogni. Essendo tutti parte integrante di una società che tende a giudicare e discriminare è logico dover ben guardarsi da ciò che è di tendenza e fa gruppo rispetto a ciò che non lo è. Quindi seppure utilizzata in modo inappropriato e con significati diversi, ognuno, nella propria mente ha un’idea di cosa voglia dire la parola “tendenza” e sa bene che la propria vita, che si voglia o meno, gira in torno a questa. Una tendenza non riguarda semplicemente il settore moda ma l’intero contesto sociale nel quale si è immersi. Utilizziamo questa parola associandola a oggetti, tipi di viaggi, cucina, sport, e proprio quando si vuole andare contro corrente ecco che si inizia a dar vita a qualcosa che chi riesce a interpretare trasforma nella successiva tendenza. E’ un fenomeno che noi stessi alimentiamo. D’altra parte sono dell’idea che nello stesso momento non c’è mai una sola tendenza, ma ve ne sono diverse ambivalenti che permettono cosi a tutti di aderire ad una piuttosto che a un’altra, rendendoci difficile il compito di andare per una strada diversa senza seguire le masse.

    Rispondi
  54. Marina PP   16 Ottobre 2016 at 22:38

    Inclinazione spontanea verso un determinato modo di sentirsi, di vestire, uscendo fuori dagli schemi, andando contro ciò che è di moda in quel momento. Questo è ciò che intendo per tendenza. Nasce per strada in qualsiasi luogo, che sia occidentale o orientale e si tratta di una novità o di qualcosa che appartiene al passato e viene reinterpretato e svecchiato.
    Sono del parere che oggi la tendenza sia come fenomeno che come parola sia morta. Come parola se ne fa un abuso, soprattutto da parte dei giornalisti, che la utilizzano come se non ci fosse un domani. In qualsiasi articolo che parli di moda c’è sicuramente la parola tendenza. Come fenomeno penso che da qualche anno non esista più, perché siamo semplicemente dei consumatori di ciò che apparentemente sembra nuovo, ma non lo è. Piuttosto la tendenza dovrebbe derivare da quell’immaginazione che ha permesso la crescita del mondo della moda e che oggi sta portando, a mio dispiacere, al decadimento di quest’ultima.
    Se facciamo un passo indietro a partire dall’inizio del ‘900, riconosciamo che c’è stato un sviluppo progressivo del modo di vestire, sono state create moltissime novità sia dagli stilisti che dalle semplici persone, ma oramai questo processo si è concluso visto che, secondo me, si è ossessionati dal presente e manca la voglia di desiderare qualcosa di nuovo.

    Rispondi
  55. Angela PP   17 Ottobre 2016 at 00:57

    La tendenza è un qualcosa che ad un certo punto si infila prepotentemente nel quotidiano di tutti.
    La tendenza nelle prime due fasi della sua vita, nascita e crescita è ancora una novità per pochi.
    Chi decide di seguirla, si illude di entrar a far parte di un gruppo, cosa che svanisce non appena la tendenza arriva alla sua maturità, quando ormai viene vista ovunque ed è stata adottata da tutti.
    Le persone che adottano la tendenza nella sua fase di maturità, non sono altro che persone che non sono in grado di osare e hanno bisogno di sicurezze, se non addirittura di approvazioni, per seguire uno stile diverso.
    Arrivati a questo punto gli innovatori non vorranno far altro che sfuggire all’omologazione, correndo alla ricerca di una nuova tendenza da seguire…
    La tendenza non è altro che un vortice da cui è impossibile uscire.
    La tendenza è un fenomeno sempre più veloce, con l’avvento del web e in particolare dei social media (in particolare Instagram), nascono tendenze nuove tutti i giorni.

    Rispondi
  56. Sara S. PP   17 Ottobre 2016 at 09:39

    Se la tendenza prima era una preparazione al futuro, adesso è diventata qualcosa che il futuro lo blocca: quello che intendo è che l’uso sbagliato di essa ha fatto in modo che non si può più vedere oltre, farsi un’idea per un futuro imminente e, sostanzialmente, sognare, ma ci fa ristagnare, trasformando la nostra dinamicità in staticità, aspettando sempre che qualcosa arrivi, mai tentando di crearla.

    Come ogni medaglia ha due facce, anche la tendenza le ha: quella che abbiamo scelto noi è sicuramente quella più negativa, poiché, invece di sperimentare qualcosa per il futuro, sentendoci creatori di qualcosa, preferiamo essere creati da qualcosa a tempo determinato che ci modella a suo piacimento.

    Rispondi
  57. Carla   17 Ottobre 2016 at 16:12

    Ho visto che siamo tutti d’accordo nel sostenere che la tendenza oggi è una storytelling. Essendo le storie moltiplicabili all’infinito anche le tendenze sono infinite. Ma che valore può avere qualcosa di infinito e quindi indeterminabile?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Ottobre 2016 at 16:49

      Vai troppo veloce Carla e dai per scontate realtà composite (come ho cercato di mostrare nel mio articolo). Storytelling è oggi una parola sottoposta ad abuso almeno quanto “tendenza”. Non è vero che basta raccontare qualcosa per sincronizzarsi con le aspettative del nostro tempo. Occorrono investimenti, mezzi e idee vincenti. Quando vai al cinema, differenzi un bel film da un’altro che non ti convince? Io scommetto di si. Quindi è “come” raccontiamo una storia a fare la differenza. Aggiungerei un altro pensiero. Io credo che tu sottovaluti il valore delle non-storie. Ovvero i tentativi che molti marchi fanno per enunciare i propri valori in altri modi alternativi all’idea che la vita sia sempre o solo come un romanzo. Tentativi, per esempio, che puntano a connettere il “mondo possibile” di una azienda con il mondo reale dei consumatori. Pensa alla differenza che tutti noi siamo in grado di percepire tra un film commedia è un documentario. Documentare un po’ più di reale, nel contesto del proprio mondo simbolico, potrebbe essere una tattica efficace per uscire dallo stordimento da storytelling banali.

      Rispondi
  58. Ausilia PP   18 Ottobre 2016 at 08:35

    La “tendenza” mantiene vivo il sistema moda, sia che ci si riferisca ad una creata dall’inventiva del designer, sia nel caso di qualcuno che riesce a leggerla e a trasformarla in prodotto moda, è il motivo per il quale la gente continua a comprare. Se riflettiamo un attimo, siamo in un momento in cui si vuole lasciare da parte il consumismo e si cerca di pensare ai veri bisogni. Essendo tutti parte integrante di una società che tende a giudicare e discriminare è logico dover ben guardarsi da ciò che è di tendenza e fa gruppo rispetto a ciò che non lo è. Quindi seppure utilizzata in modo inappropriato e con significati diversi, ognuno, nella propria mente ha un’idea di cosa voglia dire la parola “tendenza” e sa bene che la propria vita, che si voglia o meno, gira in torno a questa. Una tendenza non riguarda semplicemente il settore moda ma l’intero contesto sociale nel quale si è immersi. Utilizziamo questa parola associandola a oggetti, tipi di viaggi, cucina, sport, e proprio quando si vuole andare contro corrente ecco che si inizia a dar vita a qualcosa che chi riesce a interpretare trasforma nella successiva tendenza. E’ un fenomeno che noi stessi alimentiamo. D’altra parte sono dell’idea che nello stesso momento non c’è mai una sola tendenza, ma ve ne sono diverse ambivalenti che permettono cosi a tutti di aderire ad una piuttosto che a un’altra, rendendoci difficile il compito di andare per una strada diversa senza seguire le masse.

    Rispondi
  59. Valentina PP   23 Ottobre 2016 at 20:58

    Secondo il mio pensiero e il modo di esprimermi, la moda è creata e crea delle tendenze, queste tendenze a loro volta sono un mezzo di comunicazione, trasmettono un messaggio visivo, e a volte nato dalla strada.
    Se non ci fossero le tendenze la moda sarebbe una noia e smetteremo tutti di seguirla.
    La parola tendenza ha perso il suo originario significato, perchè non è più la tendenza che fa la moda ma sono le stesse case produttrici che impongono la tendenza.
    Rimane comunque il fatto che ognuno di noi è libero di scegliere il proprio modo di essere e di apparire.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   24 Ottobre 2016 at 13:56

      Libertà è una parola grossa. Siamo veramente più liberi dalle tendenze o la loro moltiplicazione crea l’illusione della libertà?

      Rispondi
  60. Lucia   26 Ottobre 2016 at 08:05

    L’autore verso la fine dell’articolo contrappone l’inattualità delle T con l’anacronismo e fa intendere che la prima è ok mentre la seconda no. Però io vedo tanto anacronismo nella moda di oggi. Come mai?

    Rispondi
    • Martina   27 Ottobre 2016 at 15:23

      Lucia perché non fai degli esempio di anacronismo? Come si differenza dal citazionismo?

      Rispondi
      • Lucia   27 Ottobre 2016 at 16:00

        Per quello che capisco io tutti i grandi creativi cercano di essere anacronistici. Galliano era famoso per associare stili di epoche diverse. È solo un esempio tra i tanti.

        Rispondi
        • Marco p   27 Ottobre 2016 at 16:10

          La prima è stata Vivienne Westwood negli anni ottanta quando si ispirava ai sarti del 700

          Rispondi
          • Simone   27 Ottobre 2016 at 16:18

            No! Il primo è stato Yves Saint Laurent con le sue famose collezioni dedicate agli zar negli anni settanta.

  61. Lucia   27 Ottobre 2016 at 16:27

    Vedo confermate le mie idee. Forse l’anacronismo è il citazionismo sono la stessa cosa.

    Rispondi
    • Martina   27 Ottobre 2016 at 16:37

      A me non sembrano cose positive

      Rispondi
  62. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   28 Ottobre 2016 at 10:53

    Recentemente sono stato a Prato per vedere la mostra “La fine del mondo”. La prima opera esposta era la replica al naturale di due Autralophitechi, ovvero di ominidi che risalgono ad alcuni milioni di anni fa. A poche decine di metri, uno squarcio nel soffitto e bavosi residui materici in caduta libera verso il basso, volevano raccontarmi qualcosa di terribile collocabile in un futuro prossimo o lontano: l’artista, iettatore o divinatore o profeta, scegliete pure voi, si è guardato bene dallo specificare il senso della sua istallazione. Ma non è questo il punto. La prima domanda che mi sono posto è: cosa cazzo c’entrano gli ominidi presentati come fossimo al museo delle cere di Madame Tussauds con i residui di edifici post atomici? La scontata risposta potrebbe suonare così: il curator della mostra ha marcato un inizio paleo/antropologico di ciò che diventerà la cultura dell’uomo e ha disseminato nel resto dell’esposizione i segni (artistici) della sua probabile fine. Può sembrare legittimo, persino scontato. Ma provate ad interrogare la correlazione da questo punto di vista: come potremmo definire la scelta di narrare una storia facendoci credere che esista una relazione di reciprocità tra attanti lontanissimi nelle spazio e nel tempo? Perché questa scelta? Bene, ora mi collego alla pestifera domanda di Silvia, e rispondo che il curator della mostra si è ispirato a ciò che Didi-Hubermann definisce Anacronismo, cioè un recente e nuovo punto di vista sulla storia, basato sul collegamento apparentemente arbitrario tra momenti molto lontani tra loro per temporalità e generi (le repliche degli ominidi sembrebbero più appropriate in un museo di antropologia e non in una galleria di arte contemporanea). Perché l’Anacronismo sta diventando una moda? I collegamenti stranianti sembra che abbiano la proprietà di enfatizzare la creatività (e farci scoprire cose nuove, non necessariamente vere, ovviamente). La percezione di un effetto di senso che diventa evento, è esattamente ciò che ci permette di sfuggire al noioso e lineare buon senso dello storicismo. Allora, per farla breve, anche la moda che consideriamo d’avanguardia sfrutta l’Anacronismo (del resto: chi studia più seriamente la storia del costume o della moda? Nelle scuole dedicate sono rari i docenti competenti. Di solito i docenti improvvisati propongono storicismi cioè focalizzazioni su fatti e personaggi che sembrano avere una connessione con ciò che attrae il loro interesse. Futuri stilisti e manager escono dalla formazione conoscendo frammenti di storia scollegati e quindi facilmente riannodabili a qualsiasi fantasia che prometta attenzioni e stupore ) e, dicevo, non ho dubbi che l’Anacronismo, dal punto di vista di ciò che chiamiamo frettolosamente creatività, possa apparire rivitalizzante. Tuttavia nel mio script sulle tendenze, esattamente nel passaggio testuale che la rompipalle Silvia ha crudelmente sottolineato, io cercavo confusamente, lo ammetto, di differenziare l’Anacronismo dall’anacronistico. Del primo preferivo la versione nicciana (l’inattualità), mentre del secondo intendevo riferirmi alle significazioni lineari in uso nel nostro linguaggio (anacronistico significa passato di moda, vecchio, polveroso etc). Insomma, volevo dire che per essere inattuali quindi di tendenza dobbiamo fare attenzione alle sottili regolazioni simboliche e alle gradation che se sottovalutate o scalibrate ci fanno precipitare nel puro non senso vestimentario (trasformandoci o in una reliquia del passato oppure in sembianze ridicole).

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   20 Novembre 2016 at 09:54

      Silvia chi?

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   20 Novembre 2016 at 09:57

        Chiedo scusa. In realtà stavo rispondendo a Lucia.

        Rispondi
        • Silvia   20 Novembre 2016 at 10:10

          Avevo capito prof, ho capito anche la risposta: anacronismo non è anacronistico, l’Anacronismo è un modo per sviluppare la creatività in presenza di una crisi della Storia.

          Rispondi
          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   20 Novembre 2016 at 10:18

            Più o meno è così

  63. Vincenzo   29 Ottobre 2016 at 09:42

    Diciamo la verità, la tendenze sono delle scommesse sul futuro. A volte ci prendono altre no.

    Rispondi
  64. Graziella   18 Novembre 2016 at 11:26

    Prof. cosa pensa di questa citazione che ho tratto da una vecchia intervista a Yamamoto:
    “Non ho mai seguito le regole della moda. Ho sempre scelto strade alternative, strade che mi sono creato da solo. Volevo oppormi al sistema delle tendenze e proporre qualcosa di nuovo. Di solito, quando tutti dicono che una cosa è bella, a me quella cosa non piace”.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Novembre 2016 at 12:05

      Grazie grazie. Citazione preziosa che utilizzerò.

      Rispondi
  65. Sara PP   20 Novembre 2016 at 15:31

    La parola tendenza che possiamo spiegare come “influenzare la moda” oppure “influenzare il gusto” sta alla base della moda perché crea una continua novità in questo settore in grado di creare nuove collezioni. Le tendenza possono nascere ovunque e da chiunque, si ottengono raccogliendo idee o informazioni presenti nella nostra quotidianità, possono essere delle novità ideate da persone che indossano oggetti e accessori particolari, facendo abbinamenti nuovi e scegliendo colori anche insoliti, creando appunto tendenza. Oppure possono anche essere delle idee già usate ma rimodernizzate. Le tendenza sono essenziali per il ciclo della moda perché influenzano il consumatore ad averne bisogno e lo indirizzano verso un particolare prodotto che anche se non presenta nessuna novità può essere scambiato come un capo estremamente unico.

    Rispondi
  66. Ivanna P   20 Novembre 2016 at 18:14

    per me tendenza significa direzione, la direzione in cui la moda si muove. Ma oggi una tendenza non e solo una direzione, racconta delle storie, ed e per questo che hanno avuto successo, le storie sono le responsabili di rendere speciale un prodotto,li danno desiderio e da li nasce la tendenza.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 Novembre 2016 at 19:17

      Allora Ivanna, ci dici che “tendenza” vuole esprimere il senso di una traiettoria per la moda e al tempo stesso fornirci tramite narrazioni aggregate al prodotto, una visione di “una isola che non c’è (ancora)”.
      È un modo originale per cominciare a lavorarci sopra. Ora il problema diventa: quali caratteri deve avere l’isolachenonc’è per farla divenire “reale” per il desiderio dei consumatori? Quante altre traiettorie sono plausibili (partendo dai nostri problemi)? Esiste l’isola del giorno prima che suggerisca il senso di una direzione piuttosto che altre?
      Guai illudersi che pseudo definizioni possano esaurire l’argomento tendenze.

      Rispondi
  67. Branchetti Annalisa   14 Gennaio 2022 at 08:52

    Partendo dal presupposto che la parola tendenza a mio parere è errato usarla all’interno della modo così model del design e dell’architettura, tema che affronterò più avanti, penso che ad oggi in un mercato saturo come quello in cui ci troviamo si debba usare il termine imitazione. Prendendo in esempio proprio il mondo della moda vorrei esporre la mia riflessione partendo dalla nascita della minigonna avvenuta grazie alla stilista Mary Quant, la stilista ha sicuramente la lode di aver creato questo capo ma si può affermare che l’ idea sia nata dalla richiesta delle donne del momento che si sentivano strette all’interno dei lunghi abiti del passato. Questo capo è riuscito a creare “tendenza” poiché soddisfa un’ esigenza vera, concreta e così come tutte le grandi invenzioni avvenute nel tempo, ma non è forse meglio parlare di contro tendenza? Mary Quant non ha di certo seguito la moda del momento anzi l’ha completamente stravolta. Ad oggi credo che siano veramente pochi i brand che riescono a portare in campo un cambiamento così innovativo, si è arrivati ad un punto in cui ogni nuovo oggetto, capo di abbigliamento o qualunque cosa sia è una copia quasi del tutto fedele a quella precedente se non per piccoli cambiamenti molto spesso anche irrilevanti (piena espressione di ciò lo stiamo avendo soprattutto con gli smartphone), come detto nel testo sono presenti due modi del cambiamento e il primo che rappresenta variazioni di superficie che lasciano intatta la struttura, è molto molto più frequente del secondo. Credo che per i brand al giorno d’oggi sia molto più facile trovare spazio nel mercato rispetto ad un tempo, poiché oggi l’importante non è più avere un oggetto che ci differenzia dalla massa, che abbia buone qualità e funzionalità, anzi oggi la cosa importante è riuscire ad avere l’ultimo modello che tutti hanno per non rimanere indietro rispetto al mondo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Gennaio 2022 at 19:05

      Sì, sono d’accordo, però dobbiamo fare un po’ di manutenzione semantica delle parole che usiamo. Il senso comune oggi interpreta la moda come l’esaltazione della novità. Per il consumatore medio si tratta di scegliere “oggetti” che rinnovino il suo guardaroba, la sua casa etc.etc. col sentimento di essere nel suo tempo.
      Mezzo secolo di doping comunicazionale della grandi marche ha creato una disposizione diffusa a credere che per essere in sintonia estetica con il proprio tempo, si debba cambiare ogni tanto qualcosa. In tal modo i consumi riproducono le condizioni necessarie per mantenere la produzione ai livelli di occupazione raggiunti. L’aspetto divertente del nostro modo di organizzare la circolazione delle merci è che la stragrande maggioranza di noi, non può riconoscere facilmente ciò che è veramente nuovo in senso stretto, differenziandolo dal riciclo di tratti formali che hanno la freccia del tempo rivolta verso in passato. Per non parlare delle semplici variazioni degli elementi di superficie degli “oggetti”! Oppure, come nel caso degli smartphone, di pur importanti incrementi algoritmici o prestazionali delle app.o di più sofisticate calibrature dell’hardware, difficili da valutare in termini di reale funzionalità operativa. Quindi oggi la moda ci spinge ad esperire il nuovo. Tuttavia possiamo facilmente riconoscere ciò che è molto diffuso, al punto da funzionare come uno standard estetico, da ciò che non è altrettanto diffuso ma che proprio per questo genera più clamore o interesse. In questo secondo caso sembra spesa bene la parola tendenza.
      Ora, immagina di essere una marca del design. Per la collezione che devi progettare useresti la lente della moda conclamata o il cannocchiale della tendenza? Differenzieresti le due parole oppure continueresti ad usarle come se fossero un unico concetto?
      Prendo spunto dal tuo esempio. La minigonna, nella prima cinquina dei ‘60 è stata di tendenza e come tale ha generato conflitti. Quando si è trasformata in moda ha cominciato a funzionare come una sorta di standard estetico creando un vuoto subito colmato dalle maxi gonne e dalla progressiva invadenza dei calzoni e dei jeans. Tendenza e moda, anche se oggi sembrano confuse una nell’altra, sono generate da narrazioni molto diverse. Come queste narrazioni possano retroagire sulla nostra percezione sulla valenza di un oggetto é una questione eccitante quanto complicata da spiegare. In questa sede posso solo aggiungere che facendo attenzione possiamo facilmente accorgerci del potere delle narrazioni, capaci di farce esperire l’innovazione anche quando non c’è.

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  68. Alice Montanari   15 Gennaio 2022 at 12:33

    La parola tendenza sta alla base della moda e serve per dare una continua evoluzione a questo mondo, così anche parole come glamour, creatività, cura ecc.. credo che le tendenze siano necessarie per la vita della moda poiché servono ad influenzare il consumatore.
    Le tendenze possono essere create da chiunque mettendo a frutto le idee e le esperienze vissute oppure semplicemente modificando tendenze del passato.
    Forse è vero che la tendenza è un qualcosa di non troppo preciso e determinato, ma credo che non si potrebbe parlare di moda.

    Se ci riflettiamo, stiamo vivendo un momento storico in cui si vuole lasciare da parte il consumismo e si cerca di pensare ai veri bisogni; essendo noi tutti parte di una società che tende ad emarginare e giudicare il “diverso”, colui che non segue le tendenze, è logico e naturale seguire le tendenze per fare gruppo; anche se, a parer mio ciò è molto triste perché poi nessuno si sente “libero” di esprime ciò che veramente è, ma si sente obbligato a vestirsi in un determinato modo solo perché sente il bisogno di essere accettato dalla società, anche se così facendo non è lui ad essere accettato ma bensì una versione non vera di lui. Quindi siamo noi i primi ad alimentare il fenomeno tendenza.

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  69. Gaia Candeli   16 Gennaio 2022 at 20:20

    Sono d’accordo sul fatto che si dovrebbe fare un po’ di manutenzione semantica in quanto l’utilizzare in modo spropositato una parola ne causa inevitabilmente la perdita di significato ma se guardiamo strettamente l’ambito della moda, queste parole: ‘trend’ ‘tendenza’ sono diventate quasi un marchio, nel senso che se si parla di moda è inevitabile enunciare o scrivere questo termine, perché ormai strettamente collegato e diventa un punto di riferimento per i lettori; è diventato ormai parte del vocabolario comune, il che potrebbe risultare un vantaggio dal punto di vista comunicativo, e uno svantaggio dal punto di vista del lessico. Ognuno affibbia alla parola tendenza oltre a un significato generale anche una propria personale opinione:
    Un esempio è il fatto di rivalutare i capi di seconda mano oggi, che è diventata una vera e propria moda, cercare tra i vari mercatini vere e proprie perle del passato per dargli una seconda vita, quando anche solo poco tempo fa non toccava in modo cosi impattante il pensiero comune come sta accadendo ora; ciò non toglie che ci siano comunque ancora persone che attendono con molta ansia la nuova collezione primavera-estate di un qualche marchio importante. Si tratta sostanzialmente di guardarsi intorno e scegliere tra le varie ‘tendenze’ la propria.

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  70. Matilde Gasponi   17 Gennaio 2022 at 14:05

    Mi trovo pienamente d’accordo con quanto da lei espresso nel secondo punto dell’analisi.
    La moda ha bisogno di parole che creino sogni ma anche riferimenti oggettivi e concreti, per poter esistere. Non bastano le immagini, e i racconti dietro agli abiti. Servono dei concetti che diventino “punti fermi”, delle certezze pronte a sostenere un mondo tanto versatile e in continua evoluzione come quello del Fashion.

    Come per le religioni, i costumi della società e tutto ciò che ne conviene, la tendenza non è altro che un’ennesima immaginaria linea guida che l’uomo si crea da sé, o che meglio, lascia venga creata da una personalità che innalza a figura di guru, ispiratore e guida. Se ci fermiamo un attimo e proviamo a pensarci, non è solo nella moda che l’essere umano denota il bisogno di una figura a cui affidarsi, qualcuno che rappresenti l’autorità e che segnali la via da seguire.

    L’abuso del termine tendenza fatto dagli operatori di moda ne ha portato ad una totale snaturazione. La tendenza non può essere creata, è bensì il frutto di un agire rispetto a cose, fatti e situazioni. Sono proprio le persone a determinare la tendenza con le loro reazioni ad effetti che governano la vita di tutti i giorni.
    Non è il brand a creare la tendenza. Questo la può seguire e proporla a gran voce al suo pubblico ma non può sicuramente assumersene il merito.
    Un brand per creare realmente una tendenza dovrebbe fare qualcosa di realmente innovativo e che non proviene da indagini su presunti comportamenti che i consumatori esercitano in un dato momento del loro percorso di vita.

    Però io non riesco a capire coloro che seguono ciecamente tutte le istruzioni dettate da designer, image-makers, redattori di moda. Un conto è quando si prende qualcosa di unico, davvero prezioso e attraente e si aggiunge alla propria guardaroba, diluendola con qualcosa di nuovo e fresco. L’altro fatto è un cambiamento completo di tutto l’armadio con ogni nuovo stagione buttando via tutta la roba che sembra vecchia e “fuori moda”, spendendo di nuovo i soldi per trends che a volte sembrano profondamente assurdo e assolutamente incomprensibili.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Gennaio 2022 at 16:13

      Ottimo intervento. Tuttavia andrei cauto nell’ asserire che i brand non creano tendenze. In linea di massima hai ragione, ma dipende dai rischi che una marca decide di prendersi. Quando Kartell scommise che arredi di plastica potevano essere veduti come un mobilio del lusso, rischiò tantissimo ma indovinò la mossa. Steven Job all’inizio degli ottanta investì tutto quello che aveva e altro, immaginando che un PC portatile sarebbe entrato in ogni casa, in ogni ufficio, in ogni scuola. Non è sbagliato sostenere che abbia creato una tendenza. Dopo un quarto di secolo fece la stessa cosa inventando uno smartphone dal design impeccabile. Prada verso la fine degli ottanta propose lo zainetto minimalista (ma costoso) al posto delle borse. Miuccia creò una tendenza talmente esplosiva da far nascere il suo pret à porter di lusso.
      Evidentemente un brand non può fare tutto da solo. Occorre la disposizione al cambiamento di un cluster di consumatori interessati a mutamenti che la gente ordinaria percepisce in prima istanza come follie. Aggiungerei anche il ruolo di specifiche narrazioni capaci di eccitare per poi deviare la percezione del pubblico. Se volevi dire questo, siamo d’accordo. Ma una azienda che rischia molto sul fronte dell’innovazione, ci mette la faccia e ci costringe a rimodulare la nostra percezione su ciò che ha valore è tanta roba. A questo punto, mi ripeto, non è sbagliato affibbiargli il concetto di brand creatore di una tendenza. Impreciso forse, incompleto nella descrizione del processo, ma sembra una accettabile notazione. Altrimenti come differenziare i brand che rischiano tanto da quelli che non si prendono mai nessun rischio?

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  71. michele malerba   17 Gennaio 2022 at 16:19

    La tendenza è l’inclinazione verso qualcosa che può essere determinata in modo naturale o spontanea ovvero la disposizione di una cosa a modificarsi in un dato modo nella direzione in cui evolve un fenomeno, come il tempo piovoso che tende a migliorare o un oggetto che tende a usurarsi con l’uso.
    Tuttavia se la tendenza è l’orientamento verso un certo indirizzo essa può essere indotta da qualcosa o qualcuno come un cartello pavimenti bagnati ci induce a passare a lato o sentire freddo ci induce a coprirci indi per cui la nostra volontà è una tendenza a fare qualcosa.
    Quando la molteplicità di volontà delle persone tende e quindi è indirizzata verso una direzione comune risulta difficile non associarla alla parola moda perché se conosciamo il termine matematico della parola sappiamo che essa non è altro che un valore che si presenta con maggiore frequenza. Quindi se una casa di abbigliamento non vuole fallire deve promuovere i propri abiti ed indurre le persone ad acquistare con qualsiasi mezzo. Se pensiamo solo che basta una storia della Ferragni per mandare in soldout ogni prodotto sponsorizzato potete capire che le tendenze possono essere influenzate.

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  72. Corinne Balelli   17 Gennaio 2022 at 18:00

    La tendenza è semplicemente una linea guida che l’uomo crea e/o segue nella moda, nella quotidianità e nelle scelte di vita. Solitamente esiste un flusso di tendenza maggiore, affiancato da altre minori per quelli che si definiscono “controcorrente” ma che sempre di tendenze si tratta. Quindi noi scegliamo una tendenza in base a quale più si avvicina alla nostra personalità, o in quale ci sentiamo meno giudicati, sentendoci così al sicuro e sollevati dall’approvazione che ha avuto da altri.
    Le tendenze sono anche strumenti per spronare le persone ad acquistare capi che presentano piccolissime modifiche rispetto agli stessi acquistati qualche tempo prima e la comunicazione è la principale responsabile di questo fenomeno di “manipolazione” che fa percepire un determinato marchio o prodotto necessario per sentirsi meglio e membri della società.

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  73. Anna Mei   17 Gennaio 2022 at 22:24

    Se, forse, una volta, “tendenza” voleva dire un capo alla moda, oggi cos’é tendenza o cosa non l’ho è? Mi viene da pensare che tutto oggi fa tendenza, quel pantalone, quel tipo di giacca, borsa, scarpa, ecc. Lo potremmo applicare su altri campi, che non si occupano di fashion moda, come: informatica, musica, film, serie tv, colori…..
    È più uno stile di vita quello che porta la maggior parte dei “Bipedi parlanti” a seguire quel modello o quel brand\marca. Credo sia questo che da l’incertezza del prevedere il futuro del mercato.
    Anche le idee e i pensieri seguono questa “tendenza”: tutto è il contrario di tutto, o peggio ancora ognuno è autoproclamatore del sapere senza avere neppure cercato una fonte autoritaria di cultura.
    Così anche la moda diventa qualcosa che ognuno può interpretare a suo piacimento e lo stilista, che un tempo dettava uno stile e quindi una tendenza, oggi non trova più quei fautori che facevano di lui un mito da seguire ed esaltare.
    E non dimentichiamo tutta quella parte di mondo che “copia” creando tendenza a basso prezzo.

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  74. Diego Cavalieri   17 Gennaio 2022 at 22:56

    La moda è creatività, ma anche strategia. E queste due componenti, apparentemente contrastanti, devono convivere e coincidere per assicurare il successo di un’idea imprenditoriale. Fondamentalmente i brand hanno bisogno di qualcosa di concreto o pseudo-concreto, per sviluppare delle collezioni che siano apprezzate e acquistate. Con delle azioni mirate di marketing, i brand di moda cercano di introdurre delle tendenze nel grande mondo dei consumatori di moda.
    Tendenza vuol dire “direzione di un processo; evoluzione di un fenomeno”. É questo quello di cui hanno bisogno e quello in cui credono i Brad. Ma la tendenza è sempre qualcosa di effimero, qualcosa destinato a finire, ovvero niente di concreto.

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  75. Melisa Sarajlic   18 Gennaio 2022 at 18:29

    Credo che le tendenze nascano dai bisogni che ha la società in un determinato periodo storico, possono riflettere ciò che è o ciò che ha necessità di comunicare. Questo passa anche attraverso la moda, così come accade per tutte le forme d’arte.
    Attualmente si hanno repentini cambi di tendenza che lasciano la struttura invariata, dando l’illusione del nuovo, modificando solamente ciò che è la superficie. Grazie al potere dello storytelling le aziende di marchi fast-fashion inducono bisogni inesistenti nei consumatori, vendendo loro capi che non sanno di desiderare, per rispondere ad una necessità inconscia, cioè quella di sentirsi accettati dal resto della massa. Penso che in questo caso si possa parlare anche di una sorta di democratizzazione del lusso da parte dei colossi cinesi che propongono capi ispirati alle haute couture in forme, tessuti e finiture.
    Poi la riscoperta di capi vintage nasce forse da una volontà di distaccarsi dalle tendenze e dall’omologazione dei grandi marchi, che però ha portato essa stessa a diventare tendenza.
    In ultima istanza credo che ogni marchio ed azienda sia capace di fare tendenza condizionando le scelte del pubblico ma soltanto ciò che verrà accettato dai più potrà diventare di tendenza.

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  76. Gaia   24 Gennaio 2023 at 16:55

    Riflettiamo sulle vere definizioni
    La parola è Complesso di suoni organizzato sotto l’azione più o meno accentratrice di un accento.
    Il concetto è Pensiero definito e idealmente configurato, formulabile e utilizzabile sul piano intuitivo, logico e pratico.
    Comunicare significa mettere insieme, scambiare informazioni, conoscenze, bisogni, atteggiamenti, emozioni, percezioni tra soggetti coinvolti in un determinato contesto spazio-temporale su tematiche comuni.
    Come dice all’interno dell’articolo bisognerebbe esporsi ad un confronto serrato con parole suggestive dov’è possano essere feconde.
    Grazie all’uso giusto e corretto di parole e concetti dal contesto operativo possiamo attraverso competenza e professionalità costruire la nostra persona e persona lavorativa.
    Una nuovo modo di comunicazione chiaro ed esaustivo sono i mass media che amplificano questo fenomeno creando contenuti tramite immagini unendo il rapporto velato tra venditore al consumatore.
    Nel sistema moda si tende al giorno d’oggi ideare un qualcosa che per notorietà e sistema economico sia in tendenza e poi riprodotto ed imitato quasi scomparendo il valore del passato come nella creazione di capi unici che siano in grado di vendere per far parlare il prodotto di se e legando con il cliente che sul fatturato.
    Tendenza significa prendere i bisogni della società e saperli creare e ricreare sempre di nuovi concependo che i veri protagonisti sono gli stessi.
    La moda è nell’insieme creatività,cultura generale,saper fare e dare agli altri,competenze e professione che devono unirsi in un idea che abbia modo di creare un impero imprenditoriale.
    Ormai il termine tendenza interessa per i numeri sul libretto contabile che più a piacere far successo al consumatore e nell’archivio dei ricordi nella storia della moda.
    La moda fa passi da gigante ogni giorno,in continuo mutamento come la terminologia usata in continuo aggiornamento per una comunicazione più facile e e veloce con l’intento di creare quelle che sono le basi.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Gennaio 2023 at 09:54

      Più che bisogni io parlerei di desideri. Noi non abbiamo bisogno di mode (come abbiamo bisogno di acqua o di cibo); abbiamo però imparato benissimo a desiderarle. Come funzionano le macchine desideranti delle mode? Da questa domanda discende il corretto posizionamento concettuale della “tendenza”.

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  77. elisa   25 Gennaio 2023 at 12:33

    Per me è tendenza ciò che, essendo stato sponsorizzato bene, influenza la massa per un periodo, anche se magari il capo o lo stile in questione inizialmente non appare bello, se mostrato con una buona pubblicità sarà comprato da tutti, e usato come ispirazione.
    A mio parere è impossibile ormai non seguire o non essere un minimo influenzato dalle tendenze.
    Ognuno ha il suo stile chi più e chi meno originale, ma ognuno di noi ha preso spunto anche senza rendersi conto da altri, con questo intendo dire che ognuno segue le tendenze del proprio stile personale, che magari non sono quelle più comuni, ma comunque sono tendenze di uno stile, e per questo nessuno è veramente originale.
    Ciò penso sia la conseguenza della nuova società, siamo circondati da continue ispirazioni che ci influenzano a nostra insaputa.

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  78. Gloria2405 Laba   25 Gennaio 2023 at 18:16

    Tendenza come disposizione, inclinazione, orientamento, tendenza come previsione e probabilità o intesa come fenomeno in grado di influenzare e condizionare i gusti o le mode di un certo periodo e di un certo pubblico; come dir si voglia il sostantivo tendenza è diventato il “buco nel vaso” del vocabolario moda.
    Svuotato del suo significato, viene impiegato per denominare una novità ampiamente apprezzata e poi diffusa.
    Come leggiamo nelle due citazioni dei couturier all’interno dell’articolo la bravura di un creativo è proprio quella di captare la tendenza attraverso il sottile cambio di gusto nel proprio pubblico.
    Ecco perché figure come il cool hunter furono ingaggiate dalle maison per dare la caccia alle previsioni / tendenze di cui parlavamo prima.
    Nel nostro tempo la novità assoluta è però estremamente rara, in un mercato della moda ormai saturo, dove è già stato tutto inventato come si crea o si trova tendenza?
    Ciò che rimane alle aziende è puntare sull’aspetto emozionale del prodotto moda più che sulla componente materiale e il relativo utilizzo.
    Abbiamo sicuramente sentito parlare di marketing esperienziale che ci offre l’opportunità di incuriosire e coinvolgere il consumatore in modo diretto, facendo appello alla sua esperienza sensoriale e alla sfera emotiva.
    L’acquisto diventa irrazionale, l’azienda crea non prodotti ma bisogni di cui il consumatore non è ancora a conoscenza e che l’azienda stessa dimostra di poter soddisfare.
    Non a caso nell’articolo si parla di narrazioni volte a influenzare la gente.
    Di esempi ce ne sono tanti, dallo champagne in calice offerto in negozio agli avatar in completo gucci nei videogames per presentare le nuove collezioni, brand che curano l’esposizione del prodotto, l’arredamento del punto vendita, punti caldi e freddi, il personale e così via: tutto volto a garantire un’esperienza d’acquisto più dell’acquisto stesso.
    In questo modo le case di moda possono facilmente rifilare al cliente lo stesso identico prodotto della stagione scorsa con qualche piccola variazione esperienziale.
    Noi consumatori permettiamo (detto volgarmente) questa presa per i fondelli per una mancanza di atteggiamento critico e (dobbiamo riconoscerlo) una grande efficacia persuasiva dei dispositivi della moda basati sul contesto emozionale.
    Ai clienti modaioli più incalliti, ingoiati dall’ossessione per le tendenze, stereotipi e status symbol si contrappongono gli anacronismi di chi riporta in auge tendenze inattuali anche esagerando, a volte, rischiando di sembrare dei cosiddetti “quadretti antichi”.

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  79. Giada Giannotti   28 Gennaio 2023 at 10:49

    Il concetto di tendenza, negli ultimi decenni, sta perdendo valore in maniera sostanziale. Si pensi alle strategie di Christian Dior, il quale ogni anno lanciò sul mercato nuove idee, che decretarono superate le linee precedenti creando un’attesa spasmodica tra le donne, col mutamento repentino dell’orlo della gonna, per adeguarsi agli ultimi dettami della moda. Così facendo ogni anno veniva creata una nuova tendenza, la quale ostinava un continuo rinnovamento del guardaroba (da parte di una sola maison), in modo tale che ciò che apparteneva all’anno precedente era già visto come “fuori tendenza”. Attualmente è impossibile modificare in maniera sostanziale le linee guida di una nuova collezione, in quanto il concetto di novità ormai è andato perso.
    Nulla è scritto, ma sicuramente un brand prima di essere riconosciuto come “artefice di tendenze” ci mette pienamente la faccia, dunque è un rischio che si assume, ma ciò sicuramente non dipende solo dal rapporto venditore/compratore.
    Il concetto di tendenza potrebbe plasmarsi all’interno di ulteriori ambiti, oltre alle neuroscience le quali riportano dati non del tutto assoluti. Si pensi alla politica, a come la moda si adatta seguendo quest’ultima, o a elementi improvvisi come il covid, il quale si sostiene che abbia accelerato numerose tendenze in atto, come la conversione di tanti settori verso la sostenibilità.
    Non da meno gli studi compiuti da Oxford sul fenomeno del goblin mode, il piacere di essere impresentabili, il quale si pensa che avrà ripercussioni sul mondo futuro della moda. Ma questa tendenza è davvero così certa per sostenere che tutta la popolazione ha avuto ricadute durante il covid per lanciarsi verso questo nuovo stile di vita?
    Da Dior si è notato come fosse una strategia di marketing, ma in questo caso è in contrasto con il far girare l’economia.

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  80. Sebastiano Zanon   28 Gennaio 2023 at 12:38

    In questo articolo possiamo notare come ci viene messa in risalto l’importanza di sapere il vero significato di tendenza per poter sviluppare competenza e professionalità.
    Nel dizionario Treccani abbiamo la seguente definizione: ‘Nella locuz. di tendenza, alla moda, in grado di condizionare le scelte e i gusti del pubblico’, ma come viene analizzato nel testo, possiamo andare ad approfondire questa definizione.
    Innanzitutto nel mondo basato sul capitalismo le aziende non solo vendono ciò che la gente vuole, ma cercano di vendere ciò che la gente non sa di desiderare, utilizzando narrazioni basate sul tempo (futuro anteriore) che influenzano il comportamento dei consumatori. Infatti il concetto di tendenza ha più a che fare con il simbolico (narrazioni) che con la realtà materiale di un oggetto.
    Paul Poiret e Christian Dior sostengono che la tendenza in moda non è un’idea originale o innovativa del designer, ma una risposta alle attese del pubblico e alle conseguenze psicologiche del successo di una moda conclamata. L’abilità del creativo consiste quindi nell’essere in grado di soddisfare un desiderio già esistente.
    La parola tendenza è diventata un concetto operativo nella moda a partire dagli anni ’80. In questo contesto, la tendenza è stata vista come una combinazione di novità, cambiamenti radicali dell’estetica, previsioni sul futuro e scelte di gruppi che annunciano fenomeni di grande diffusione. Tuttavia, con il passare del tempo, l’uso del concetto di tendenza è cambiato, passando dall’essere un’imposizione da parte dei creativi a una sintesi di segnali deboli collegati al sociale e alla tendenza spontanea e ribelle. Al giorno d’oggi, la tendenza è diventata un insieme di indizi che possono essere utilizzati dalle aziende o dai creativi per anticipare le dinamiche di mercato e reagire alle effervescenze dell’arte e agli insight estetici di gruppi marginali al mainstream. Il concetto di tendenza nella moda si basa su un insieme di segni eterogenei che vengono immaginati come potenziali modelli suscettibili di essere trasformati in moda.
    Il concetto di tendenza in moda sta diventando sempre più complesso e paradossale, la società pretende sempre qualcosa di innovativo, ma così facendo si scioglie il concetto di futuro portando le aziende ad agire solamente sulla comunicazione e la manipolazione del mercato dei media. Questo è un concetto che nell’ultimo periodo sta prendendo il sopravvento su tutte le basi di ricerca fondate fino ad oggi, i social media stanno avendo un ruolo primario per le case di moda, portare ad un pubblico sempre più ampio i propri prodotti ed ideali. Questo però può portare a sviare i concetti su cui è basato il brand soltanto per guadagnare visibilità, creando una gara a chi ha più followers invece che cercare di portare dei prodotti e degli ideali che cercano di soddisfare una nicchia di persone, portando il brand ad uno stato confusionario e portandolo nella maggior parte dei casi al fallimento.
    Nonostante questi paradossi, le ricerche delle tendenze sono sempre uno dei must delle case di moda, ma bisogna essere consapevoli che il futuro non è scritto e ci può sempre essere un margine di errore. Il metodo più applicabile in questo campo è il metodo di falsificazione del filosofo Karl Popper che può valutare la pertinenza delle tendenze.
    Ma come ci sono le tendenze, esistono pure le controtendenze che scelgono di andare controcorrente al fine di creare un futuro nuovo, ma questo può anche comportare il rischio di omologazione o eccentricità inefficace, ma ovviamente è un rischio che bisogna essere consapevoli di prendere. È importante quindi essere aperti a forme estetiche non convenzionali e rifiutarsi di interpretare semplicemente ruoli già stabiliti, poiché questo è ciò che permette alla moda di evolversi e rinnovarsi.

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  81. Elisabetta Ferrucci (LABA)   28 Gennaio 2023 at 17:59

    Christian Dior sosteneva: La saturazione porta la moda a buttare alle ortiche quello che fino a poco tempo prima adorava. Poiché la sua ragione profonda è il desiderio di piacere e di attirare, la sua attrattiva non può certo venire dall’uniformità, che è la madre della noia. A mio parare l’avvento dei social ha reso tutto ancora più rapido, accelerando il ciclo di vita di quello che è considerato di tendenza in un determinato momento. nell’istante in cui compare una novità (anche se in realtà è difficile trovare qualcosa di veramente innovativo) cerchiamo tutti di accaparrarcela, omologandoci a quello che è lo stile del momento. Inizialmente, magari, quel capo di tendenza nemmeno ci piace (ancora non sappiamo di volerlo) ma, tramite il bombardamento di immagini e video social di persone che lo indossano e lo sponsorizzano, in men che non si dica ci autoconvinciamo di necessitarne a tutti i costi. Veniamo influenzati senza nemmeno rendercene conto, ci convinciamo di non poter fare a meno di quell’oggetto “in” ma poi, nell’arco di qualche settimana, compare una nuova tendenza e il processo si ripete, di continuo. Tutto ciò è alimentato dal fast fashion (settore della vendita al dettaglio di abbigliamento che realizza abiti di bassa qualità a prezzi molto ridotti), infatti i brand appartenenti a questo settore sono pronti ad imitare chi indovina le scelte giuste proponendo quei pezzi ad un prezzo più abbordabile, permettendoci di restare al passo con le ultime tendenze moda senza dover spendere un patrimonio. Mentre in passato si tendeva ad acquistare pochi capi ma di qualità, nel mondo contemporaneo è la quantità che conta. Credo, come sostiene Christian Dior, che la vera moda sia fatta da chi va controcorrente, da chi non segue le tendenze; la stessa Coco Chanel sosteneva che “la moda è fatta per andare fuori moda”. Infatti, molto spesso ciò che nasce come controtendenza, che nasce per non piacere, finisce poi per diventare moda; si pensi ad esempio al punk. In conclusione, è bene conoscere le tendenze del momento e mantenersi aggiornati ma è fondamentale trovare un proprio stile ed una propria identità per non seguire come delle pecore quello che i grandi brand ci convincono sia più giusto per noi.

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  82. Silvia   28 Gennaio 2023 at 18:12

    La parola “tendenza” si riferisce a ciò che è popolare in un determinato momento, può riferirsi al mondo della moda, del cinema, della musica, ecc.
    Le tendenze, da una parte, sono uno strumento di marketing e dall’altra uno strumento attraverso il quale il consumatore cerca, per sentirsi parte di qualcosa.
    Negli ultimi anni son tornati di tendenza, ad esempio, gli indumenti vintage e, secondo il mio punto di vista, i marchi cercano oggetti, abiti, accessori di tendenza del passato, per essere maggiormente sicuri della loro riuscita e le ripropongono o come era un tempo o rivisitandoli ai giorni d’oggi.
    La tendenza è come una scommessa sul futuro, non puoi saper se hai vinto o perso finché eventualmente non si realizza.
    La ricerca delle tendenze non ha fine, perché appena se ne trova una nuova si ha l’esigenza di scoprirne altre.

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  83. Emilia Gregori (Laba)   28 Gennaio 2023 at 19:03

    L’articolo evidenzia l’importanza di un buon uso delle parole nel contesto della moda e del design. Tuttavia viene sottolineato anche come spesso alcune parole vengano utilizzate in modo improprio, generando confusione e svuotandole del loro significato operativo. Trovo che l’articolo sottolinei l’importanza di una comunicazione efficace e l’uso appropriato delle parole nei contesti professionali. È un monito a non prendere le parole per scontate e a prestare attenzione al loro significato e alla loro influenza nella comunicazione.
    L’articolo esplora anche la natura della novità nella moda e come essa viene percepita dal pubblico. Viene sottolineato come spesso l’effettiva novità sia scarsa a livello di prodotto-mercato a causa della maturazione del sistema moda, in cui molto è già stato sperimentato e gli stilisti tendono ad imitare ciò che funziona.
    Personalmente, concordo con questa analisi della moda come sistema basato sull’apparenza e sull’effetto novità piuttosto che sull’effettiva innovazione del prodotto. A volte sembra che la moda sia meno interessata a creare qualcosa di veramente nuovo e originale, e più concentrata su come presentarlo e venderlo come tale. Tuttavia, riconosco che ci sono anche molti designer e stilisti che cercano di sperimentare e innovare veramente con i loro lavori, e che la moda può anche essere un mezzo per esprimere la creatività e l’individualità.
    Viene inoltre sottolineato come la parola tendenza sia diventata un concetto operativo per i manager della moda e per chi opera nella comunicazione a partire dagli anni ’80 del secolo scorso.
    In effetti la parola tendenza è diventata un termine molto utilizzato nell’ambito della moda e della comunicazione, e spesso viene utilizzato per descrivere una varietà di fenomeni diversi; l’idea che la tendenza sia legata alle scelte di consumo imprevedibili di un determinato gruppo di consumatori e che queste scelte possono indicare una direzione “altra” per il cambiamento è molto interessante, come anche la prospettiva sulla tendenza e su come essa è stata utilizzata nel contesto della moda e della comunicazione.
    Secondo me questo articolo ci fa capire come il mondo della moda sia in continua evoluzione e come le narrazioni giocano un ruolo importante nella formazione delle tendenze.
    Personalmente, credo che abbia ragione nel sottolineare che le tendenze devono essere considerate come una costruzione umana e non come qualcosa di naturale. Tuttavia, ritengo che sia importante distinguere tra tendenze che presentificano i prodotti della marca e quelle che allargano lo spessore del tempo e dello spazio della moda. Le prime sono utili per distinguere i prodotti dal loro recente passato, mentre le seconde sono più interessanti perché permettono di guardare al futuro con nuove prospettive.
    Inoltre, trovo interessante l’idea di distinguere tra la fase di ricerca e la fase di attivazione delle tendenze. La prima consiste nel trovare gli artisti e le idee innovative, mentre la seconda consiste nell’operativizzare ciò che è pertinente ai problemi e ai valori dell’azienda.
    Infine, concordo sull’importanza di non limitarsi alle pratiche di legittimazione mediatica per attivare le tendenze, ma di impegnarsi in un progresso continuo.

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  84. Francesco Casadei   28 Gennaio 2023 at 20:52

    Sono diversi anni che noto con particolare dispiacere, che la “sfera” moda in termini di innovazioni e se vogliamo di “new concepts” , sia arrivata ad un livello quasi monotono di saturazione, elemento che sfavorisce la minima possibilità di poter creare una vera e propria tendenza. Personalmente un brand in particolare che si può salvare da questo morbo era OFF-WHITE quando ancora (ripeto personalmente) il re dei creativi, Virgil Abloh, ne tirava le redini, Off-White e le linee che proponeva Abloh legate anche all’arredamento e non solo.
    Un altro brand che, riflettendo, ho sempre idolatrato e tutt’ora mio preferito, che si può salvare e considero all’avangurdia, che potrebbe essere considerato “Trend Setter” è Rick Owens. Marchio che nonostante questo abuso della parola tendenza, ha sempre proposto un’idea di stile a se e che per quanto ne sappia, le sue idee non sono state riproposte da nessun’altro o comunque non prese in modo repentino e girate e rigirate, per poi riproporle ogni anno.
    Non concordo pienamente riguardo a quello che pensano gli osservatori che ha citato sopra “…le tendenze non esistono più…”, le tendenze secondo me esistono ancora, ma più passa il tempo più noto che queste tendenze, mutano talmente velocemnte che non si riconosce più il periodo esatto nelle quali sorgono ed il periodo nelle quali si considerano attuate e di conseguenza di fondono con altre più recenti o passate, quindi probabilemente nel futuro la parola tendenza perderà di significato e forse verrà rimpiazzata con un altro termine.
    Leggendo le parole di Paul Poiret, mi domando: se ogni eccesso, quando si tratta di moda, segnala la fine… Siamo dunque dinnanzi alla chiusura/alla conclusione del capitolo moda??
    L’ultimo passaggio che ci tengo a sottolineare è che entrando sempre più a conoscenza di questi aspetti, se riuscissi a realizzare il mio sogno, ovvero entrare nel mondo della moda, ho potuto percepire che fondamentalmente per ottenere il successo sostanzialmente bisogna affidarsi ad uno schema di incertezze, e la cosa appunto non mi incoraggia molto, come ha detto, è un pò come lanciare dei dadi, però confido che tutto ciò sviluppi al meglio le nostre capacità di creativi e di percezione nella giusta direzione.

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  85. Noemi   29 Gennaio 2023 at 13:10

    Con la comparsa dei social media i trend hanno riscontrato il coinvolgimento del grande pubblico. Se un tempo i trend si spiavano dalle sfilate ad oggi è molto più semplice ripescarli dai social network anche perché le sfilate sono diventate eventi mondani digitali.
    Il grande contributo dei Creator e degli Influencer non ha fatto altro che avvicinare il grande pubblico alla moda e non il contrario. Qualcuno ha anche accusato questo fenomeno, ritenendolo fagocitante. I Trend non fanno in tempo ad uscire che sono già, di fatto, passati di moda, la verità è che tutto è diventato più veloce, non solo con i social media, ma anche con la comparsa della tecnologia. Stare dietro a un mondo in continua crescita ed evoluzione non è semplice. Ma abbiamo sempre noi il potere di scegliere e di gestire qualsiasi strumento anche solo uno smartphone, come meglio crediamo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Gennaio 2023 at 11:00

      Certo i social sono divenuti un riferimento importante. Credo però che oggi sia più interessante interrogarsi sui loro limiti.

      Rispondi
  86. Desire Graffiedi LABA   29 Gennaio 2023 at 17:21

    Il vocabolario della moda e ampissimo tra cui troviamo la parola tendenza cioè la capacità di condizionare le scelte e i gusti del pubblico.
    A stabilire cosa va di moda e cosa viene rinnovato a ogni stagione sono ricerche molto articolate, che nascono da un attento lavoro di squadra svolto in tutto il mondo.
    Lo scopo delle tendenze e prevedere il futuro dei consumi anticipando colori, materiali, texture e tutti gli elementi di stile che ritroveremo sulle passerelle
    Studiare un trend e nello specifico quelli legati alla moda è un compito che viene affidato agli esperti del settore, insieme a psicologi e sociologi, attraverso le agenzie di  “trend forecasting”, che analizzano le tendenze del mercato con previsioni e analisi.

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  87. asia laba   29 Gennaio 2023 at 17:26

    io credo che la parola “tendenza” è alla base del mondo della moda. Senza le tendenze sarebbe tutto monotono e uguale.

    Rispondi
  88. Chiara   29 Gennaio 2023 at 18:16

    Trend, L’Istituto Treccani lo definisce:
    “orientamento, indirizzo ideologico, corrente che si determina all’interno di un movimento […] politico, sociale, artistico, culturale”. 
    Quando si decide di dare un nome, si è di fronte a qualcosa che è di importanza fondamentale più per quello che racchiude l’atto stesso di nominarla, che per il significato che include.
    Questo perché come afferma in uno scritto Zygmut Bauman, dare il nome a qualcosa descrive un vero e proprio processo culturale e allo stesso tempo intellettuale di importanza assolutamente primaria.
    Trend è una parola inglese ormai entrata nel nostro vocabolario da decenni. Fare tendenza significa, in qualche modo, condizionare le scelte del pubblico.
    La moda vive di tendenze che siano nuove o vecchie e verte tutto il suo meccanismo sul creare un bisogno che, fino a quel momento, non esisteva.
    Parlare di tendenza quindi vuol dire fare riferimento a un fenomeno che è popolare in un determinato momento.
Nel campo della moda, per esempio, le tendenze possono essere determinate e influenzate da numerosi fattori: sociale, economico, ambientale, tecnologico.
    Quando nasce una tendenza, noi vediamo solo la fine di un processo molto più lungo che parte dalla nascita, all’espansione fino alla sedimentazione nella cultura di massa.
    Più che solo di trend potremmo parlare di veri argomenti di conversazione.
    Tutto ciò che crea movimento, argomentazione, conversazione potremmo definirlo un trend che va all’infuori della moda, ma tocca altri aspetti di una società: la politica, la cultura, la storia, l’arte. Tutto questo potremmo definirlo un trend, una tendenza. E ci coinvolge tutti in prima persona.
    Nel campo del fashion, quindi, un trend è un fenomeno socialmente accettato caratterizzato da una popolarità tale da influenzare i comportamenti di acquisto dei consumatori.
    Ciò avviene principalmente per due ragioni.
    Per primo, L’offerta dei negozi di abbigliamento è limitata agli articoli di tendenza, prendiamo per esempio in esame i pantaloni a vita bassa; sono spariti dal mercato per diversi anni e trovarli era impossibile se non recandosi presso negozi vintage o affidandosi alla vendita online.
    Il secondo caso è che la moda è un veicolo di comunicazione e di influenza sociale che si potrebbe facilmente comparare ad un codice linguistico con una propria continuità e stabilità temporale.
    anni di studi e ricerche da parte di cool Hunter e forecaster fanno si che ci sia già una risposta a come sarà il mondo tra qualche tempo, cosa indosseremo, quali colori prediligeremo…
    Sono esperti di moda, di tessuti, di colori, di marketing, nonché sociologi, psicologi, giornalisti, designer, artisti che girano il pianeta e lo tengono d’occhio.
    Partecipano ad eventi, si informano su riviste specializzate, studiano e vivono i fenomeni sociali, scoprono e seguono i nuovi influencer di domani.
    E magari, quando si riuniscono e analizzano le tendenze che hanno scovato, scoprono che città lontane migliaia di chilometri sono accomunate dallo stesso fenomeno emergente.
    Gli uffici stile delle case di moda (dall’haute couture al prêt-à-porter), quindi, si confrontano con cool hunter e agenzie di forecasting per scoprire tutte le potenziali tendenze del futuro, anticipandone colori, tessuti, materiali, stampe, accessori, nonché valori e movimenti sociali globali. 
    WGSN è il colosso mondiale del forecasting, il quale, tramite ricerca e monitoraggio costanti fornisce report a circa 6000 case di moda al fine di procurare accurati insight stilistici e sociali di successo provenienti da tutto il mondo.
    Visitare il loro sito web è come fare un salto nel futuro: che si parli di moda, tecnologia, food & beverage, beauty, design
    il fashion e i suoi trend sono un vero e proprio processo di influenza sociale, un fenomeno di comunicazione e identità di massa in cui si intrecciano le relazioni tra individui.
    Ricapitolando: in giro per il mondo ci sono cool hunter e forecaster, osservatori attenti che analizzano i fenomeni individuali puntando su quelli che, un domani, diventeranno (forse) globali.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Gennaio 2023 at 10:55

      Non conoscevo WGSN. Grazie per la dritta.

      Rispondi
    • Mbappe Fossi (LABA)   30 Gennaio 2023 at 19:46

      Io, credo che sia fondamentale sapere che per tendenza, non si intende esclusivamente un qualcosa di bello da vedere e poco pratico da indossare, ma un qualcosa che possiamo sfruttare per arricchire e rinfrescare il nostro look.
      È importante sapere che tutte queste tendenze, sono già state viste nel passato… quindi, possiamo dire che non sono vere e proprie tendenze bensì un ritornare…o meglio, un rilanciare qualcosa che è già esistito.
      Ad esempio: proviamo a pensare ai colori fluo / neon che sbocciano negli anni 80, nel periodo della pop music e ai giorni nostri utilizzati da tanti stilisti in maniera molto futuristica, ad esempio: Robert Dodd insieme al suo intero team (BasicNet fondato da Marco Bogliane) nella sfilata di k-way autunno inverno 2023-24 , in cui apre l’evento con una collezione fluo (arancione) e lo termina con la modella ricoperta dalle famose prime giacche anti vento in nylon variopinte da colorazioni fluorescenti. Concludo nel dire che una tendenza non n’è nulla di nuovo , ma un qualcosa che viene da se grazie anche alla nascita e allo sviluppo della tecnologia di preciso i social.

      Rispondi
  89. Alice   29 Gennaio 2023 at 23:28

    La moda è in gran parte strategia e le tendenze nascono dal bisogno che ha la società in quel determinato periodo.
    secondo me un oggetto per diventare di tendenza deve essere anche sponsorizzato e venduto adeguamente ad un determinato tipo di pubblico.
    Le tendenze vivono grazie a noi, ai compratori di massa, a coloro che sono sempre alla ricerca del capo all’ultima moda che poi probabilmente alla fine non indosseranno mai.

    Rispondi
  90. Ilenia D'Anna   30 Gennaio 2023 at 09:18

    Secondo la mia opinione la moda/design e già schiacciato per il semplice fatto che ogni tot anni abbiamo il revival dei must degli anni 80/90.
    I “ponti” che possono dare un certo “ordine” sicuramente l’identità della marca, anche il modo è legato al tipo di emozione che ci suscita quel capo quando lo vediamo e lo indossiamo.

    Rispondi
  91. martina de luca (LABA)   30 Gennaio 2023 at 12:39

    Se cerchiamo nel vocabolario il significato di parola tendenza troviamo scritto:”Disposizione e inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire. Nella locuz. di tendenza, alla moda, in grado di condizionare le scelte e i gusti del pubblico.”

    Parlare di tendenza quindi vuol dire fare riferimento a un fenomeno che è popolare in un determinato momento.
Nel campo della moda, per esempio, le tendenze possono essere determinate e influenzate da numerosi fattori: sociale, economico, ambientale, tecnologico.
    Vediamo ora il rapporto esistente tra moda e tend, il trend è qualcosa che è popolare in un determinato momento e fa riferimento alla direzione generale in cui qualcosa sta evolvendo o cambiando e come ho detto precedentemente questo trend può essere applicato non solo al settore moda ma anche al settore del design,economico,medico e tanti altri ancora.
    La tendenza è quindi uno dei principali di mezzi di guadagno del mondo del fashion infatti veniamo completamente influenzati “dagli oggetti di tendenza” e finiamo per comprali senza neanche rendercene conto. Nel giro di poco tempo siamo dunque completamente assoggettati dall’oggetto o dal capo di tendenza e sarà così per tutti i trend successivi . Inoltre tutto ciò è alimentato dal fast fashion che consente di replicare le tendenze più esclusive, che solo una cerchia ristretta di persone può permettersi, ad un prezzo limitato ed abbordabile d’altronde è tendenza solo se è acquistata da un grande
    numero di persone altrimenti non esisterebbe e non avrebbe ragion d’essere.

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  92. Andrea Marcaccini   30 Gennaio 2023 at 18:06

    Il trend
    Con questo termine si fa riferimento a un andamento, ovvero all’osservazione ed analisi nel tempo di un determinato fenomeno o di una variabile o serie di variabili.
    Il termine trend inoltre viene utilizzato associato a diversi ambiti.
    Un sinonimo molto spesso usato quando si parla di trend è la parola tendenza.
    Parlare di tendenza quindi vuol dire fare riferimento a un fenomeno che è popolare in un determinato momento.
    Nel campo della moda, per esempio, le tendenze possono essere determinate e influenzate da numerosi fattori: sociale, economico, ambientale, tecnologico.
    Si parte da una distinzione fondamentale, quella tra tendenze macro e micro. Le prime hanno un’impronta culturale e sociologica, analizzano uno scenario più ampio che può estendersi fino a cinque anni in avanti. Le seconde riguardano l’abbigliamento in senso più stretto, dalla scelta dei materiali e dei colori fino alle forme e alle costruzioni dei capi.
    I brand dovranno ripensare le loro strategie di marketing per costruire e coinvolgere attivamente le community, pensando ai potenziali clienti in modo più umano, concentrandosi su valori, interessi, mentalità e non solo su dati demografici. Dati questi presupposti, quali saranno le tendenze prevalenti nella moda secondo i social network leader nella ricerca di ispirazioni? Pinterest Predicts per esempio è il risultato di mesi di analisi condotte da esperti che seguono le tendenze in un periodo di oltre due anni, registrando le ricerche in lingua inglese effettuate in tutto il mondo. Secondo quanto dichiara la società, le ricerche che soddisfano i requisiti per essere incluse nel report sono circa 500.000. Team di diversi reparti e trendspotter, che seguono cosa accade nel mondo per capire perché si sviluppa una certa tendenza, si riuniscono tra loro durante l’Insights Making Week per selezionare circa 30 tendenze che avranno successo nell’anno a venire, basandosi su attente valutazioni e monitoraggi di performance durante l’anno in diverse categorie.
    Per quanto riguarda la moda, Pinterest ha individuato cinque tendenze: Silhouette di luce (tulle e riflessi per una moda che vuole leggerezza e luminosità), Cuori d’arancio (per i matrimoni), Look futuristici (una cyber estetica ispirata dai fantasy cinematografici dark), La Moda che torna (ispirata alle commedie romantiche degli anni 2000), Cascata di frange (un dettaglio a metà strada tra lo stile anni 20 e quello hippie). La moda, come sappiamo, riflette lo spirito dei tempi e della società. Ecco perché queste tendenze non sono assolutamente casuali.
    Per il suo Trend Report 2023, Instagram ha collaborato con WGSN, società leader nella previsione di tendenze, per uno studio sugli utenti della Generazione Z attivi su Instagram negli Stati Uniti. Riciclare, Riutilizzare, Ricostruire sono le parole chiave del futuro: la sostenibilità è un valore fondamentale per la generazione Z e questo si riflette nella ricerca di alternative al fast-fashion. Più della metà degli intervistati risponde che ha intenzione di darsi al fai da te o acquistare nei mercatini dell’usato.
    Non si hanno certezze quindi che una tendenza possa emergere rispetto un’altra per cui va seguita e regolata con continui innesti di creatività cosi da fare emergere il proprio punto di vista (come dice il prof.)
    Per gli appassionati di moda sono due gli appuntamenti fondamentali nel calendario, a febbraio e ad agosto, quando le nuove collezioni arrivano nei negozi e le riviste presentano le tendenze della stagione. Stampa check, tacco medio, borsa a spalla: il guardaroba si evolve con la creatività degli stilisti – che è la lettura della realtà che li circonda – e niente è più eccitante di sapere in quali modi l’abbigliamento rifletta i cambiamenti.

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  93. Carlotta   30 Gennaio 2023 at 18:59

    Fare tendenza, nel mondo della moda, significa condizionare le scelte e i gusti del pubblico. Le persone che si occupano di influenzare il resto del mondo fanno ricerca in giro per il pianeta facendo caso a tutti i cambiamenti che avvengono su di esso, fanno interviste e partecipano a tantissimi eventi e due volte all’anno si riuniscono durante la Trend’s Week dove ognuno presenta i risultati prodotti dalle proprie ricerche. Di conseguenza i periodi duranti i quali vengono presentate le tendenze di stagione sono proprio due: febbraio e agosto; difatti anche nei negozi arrivano le nuove collezioni. Non sempre pero quando si parla di tendenze ci si riferisce a cose mai viste prima, molto spesso invece, soprattutto in questo ultimo periodo, vediamo come la moda del passato torna ad essere sempre più in voga creando cosi un grande loop all’interno del mondo della moda.

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  94. Pamela Ferri LABA   30 Gennaio 2023 at 19:39

    “La tendenza si riferisce a ciò che è popolare in un determinato momento. Il termine tendenza è spesso usato in relazione alla moda. Nel settore della moda, la tendenza si riferisce alle mode che sono popolari in un dato momento.” Questa è la definizione di tendenza, sia generale sia nel campo della moda. Vorrei aggiungere che le tendenze, se pur di breve tempo rendono un capo eterno, perché ogni tendenza viene ricordata anche per alcuni capi d’abbigliamento che mi hanno, in qualche modo, segnato.
    Paul Poiret ci dice che l’inizio di una nuova tendenza nasce dal successo di iella precedente, infatti quando le forme o le stampe sono troppo imitate finiamo per stancarci. Da qui nasce l’idea del direttore artistico di cambiare rotta e buttarsi in cose nuove o rivisitando vecchie tendenze, creando una nuova moda e nuovi capi must have.
    Tutto questo rende la moda e le tendenze non lineari, che, con l’aggiunta di creatività formano nuove linee guida per lo sviluppo di nuove creazioni.
    Le tendenze non comprendono solo il mondo della moda ma anche tutto il resto, design, cinema, colori e cosi via.

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  95. Cecilia LABA   30 Gennaio 2023 at 20:01

    Nella nostra quotidianità siamo circondati da tendenze, e talvolta siamo influenzati da quest’ultime anche senza rendercene conto. Nell’ambito della moda una tendenza nasce, cresce e se si vede che ha un seguito può essere inserita nelle passerelle; la moda, secondo me, non avrebbe il grande seguito che possiede se non variasse costantemente, é quindi succube delle tendenze.

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  96. Elisa LABA   30 Gennaio 2023 at 21:00

    Secondo me piccoli segni di una nuova tendenza sono già presenti all’interno della tendenza già conclamata(magari agli angoli più remoti e in piccole quantità), in forma di potenziale. Sta nel creativo coglierli, magari per fortuna, magari grazie alla loro “sensibilità”. Esaminiamo la tendenza Y2K(anni duemila). Nicola Brognano, direttore creativo di Blumarine dalla fine del 2019, è riuscito a captare la nuova tendenza ispirata agli anni 2000. Forse per caso, forse in contrapposizione alla tendenza già presente che comprendeva l’uso dei pantaloni a vita alta (che sono di tendenza da un bel po’ di tempo) e crop top, sempre per enfatizzare la vita. Basta osservare la SS23 di Blumarine, colma di pantaloni e gonne a vita bassa, con al di sopra micro vestiti e cinture larghe, tutto ciò per enfatizzare la vita che si abbassa. O forse ha notato questa nuova tendenza dai social, dalle persone che hanno iniziato a sperimentare di nuovo lo stile anni duemila, e che ora anche a noi ripensandoci ci viene da dire “ah è vero stava già nascendo prima”, ma è facile dirlo ora che la tendenza è conclamata. La difficoltà sta nell’identificare la nuova tendenza nel nascere.

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  97. Margherita Ciarnese   30 Gennaio 2023 at 21:21

    Si dice che le tendenze siano il risultato di uno studio psicologico della massa, in cui si intuisce il loro cambiamento, in realtà tirano più ad “indovinare” sfruttando il fatto che nel campo della moda una tendenza viene immediatamente e facilmente imitata dalla massa, la quale arriverà ad un certo punto a stufarsi, e sarà pronta per una nuova tendenza, che simboleggia la novità. Infatti esiste un’ossessione per la novità data dal consumismo e dal sempre maggior affermarsi dei mass media.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   31 Gennaio 2023 at 09:14

      Sì hai ragione “sull’indovinare”. Però attenzione a non svilire troppo ciò che appare come una intuizione più o meno fortunata. Indovinare significa che la complessità dei fattori in gioco non permette una soluzione lineare (sequenze di ragionamenti logici). Indovinare significa procedere con modalità Fuzzy ovvero considerare il campo della moda alla stregua di un “insieme sfuocato” tale per cui il grado di verità non è affrontabile in termini di (0) o (1) cioè falso o vero, bensì con approssimazioni del tipo “parzialmente vero” o “parzialmente falso”.

      Rispondi
  98. Queen Bedini   30 Gennaio 2023 at 21:42

    La parola tendenza da lei analizzata nell’articolo a mio avviso rappresenta a pieno l’essenza della moda intesa come contraddizione si se stessa, in quanto la moda non è seguire la corrente ma ribaltare e stravolgere ciò che già esiste ma che esistendo è ormai superato.
    Che crea moda ha l’obbligo analizzare le tendenze per realizzarne delle nuove.
    Che crea moda deve avere un occhio puntato verso il futuro in quanto in quanto in quest’ambito molte sono le idee che sono venute fuori ed è quindi difficile riuscire a creare qualcosa di completamente nuovo, ma la capacità di designer stilisti o manager sta proprio nella conoscenza di ciò che già esiste che gli permette di creare nuove tendenze
    Le parole che possono essere associate alla moda sono infinite dalle più semplici alle più dense di significato, in quanto ciò che rende efficace una parola è il concetto che gli viene affiancato.

    Rispondi
  99. Eleonora Marchetti   31 Gennaio 2023 at 10:51

    Con il termine trend si fa riferimento a un andamento, ovvero all’osservazione ed analisi nel tempo di un determinato fenomeno o di una variabile o serie di variabili.
    Il termine trend inoltre viene utilizzato associato a diversi ambiti.
    Un sinonimo molto spesso usato quando si parla di trend è la parola tendenza.
    Parlare di tendenza quindi vuol dire fare riferimento a un fenomeno che è popolare in un determinato momento.
    Nel campo della moda, per esempio, le tendenze possono essere determinate e influenzate da numerosi fattori: sociale, economico, ambientale, tecnologico.

    Rispondi
  100. Luigi Lupini   31 Gennaio 2023 at 12:45

    Le tendenze vanno e vengono, sono difficili da seguire e ognuno segue la propria tendenza che lo rispecchia: dal muratore al operaio al astronauta: nella moda però come sappiamo è già stato inventato tutto ed è qui che sta a noi decidere come affrontare e vivere una tendenza già vissuta

    Rispondi
  101. Irene G   31 Gennaio 2023 at 18:27

    Tendenza significa condizionare il gusto del pubblico, la moda (in particolare i brand) cercano di influenzare il gusto dei compratori per indirizzarli a comprare un determinato prodotto.
    Nel mondo della moda si fa tendenza, si crea una tendenza non si segue.
    Il grande successo della moda sicuramente è dovuto anche a questo superamento di tendenze, creare sempre qualcosa di nuovo che sia appunto “alla moda” e quindi di tendenza.

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  102. Serena Gentilini   1 Febbraio 2023 at 09:14

    Credo che l’intelligenza artificiale, così come il resto della gamma tecnologica, abbiano già da tempo imposto irreversibilmente la loro presenza ed influenza sui meccanismi della moda e dei campi artistici come il design, il grafic design, la musica, il teatro…
    Cybernetica, data analisi, automazione e Artificial Intelligence si infiltrano nella moderna determinazione dello stile, anche attraverso particolari apparizioni in passerella, come nella sfilata di Philipp Plein febbraio 2018, nella quale Irina Shayk camminò affiancata da un Robot gigante. Altro caso simile fu quello delle cyber modelle della collezione Chanel PE 2017.
    C’è anche chi sostiene che la creatività possa essere resa in formula e in quanto tale può essere replicata e gestita da una macchina. Io personalmente non sono di questa idea, ritengo che sarebbe semmai la morte della creatività. La creatività è umana.
    L’intero fashion system dovrà confrontarsi con questa nuova realtà e credo che debba riflettere con cura.
    Se solo pochi anni fa l’uso vasto dell’intelligenza artificiale sembrava ancora uno scenario di lenta concretizzazione, oggi l’incredibile quantità di dati digitali generati ogni giorno e pronti per essere analizzati sta causando una velocissima impennata. Anche per il mondo della moda. 
    Sophia il robot, in front row alla sfilata di Alexander Wang (2018), proposta come nuova influencer è stato un fenomeno reale, che però a me ha dato i brividi.
    Ogni gesto umano in questo momento può trasformarsi in un byte da analizzare e scandagliare. Lo vediamo nel nostro quotidiano accendendo il computer, dando un’occhiata a Facebook o scrollando il feed Instagram e  veniamo prontamente “intercettati” da finestre pop up e da banner pubblicitari, da contenuti sponsorizzati e da forme sempre più interattive e avanzate (assistenti virtuali e tecnologia smart) che ci propongono esattamente quell’abito che il giorno prima avevamo cercato.
    Intanto, mentre noi lasciamo tracce digitali, la raccolta dati continua incessantemente.  Secondo Ninja Marketing, in un articolo con data febbraio 2018, “il 90% di tutti i dati mondiali sono stati prodotti negli ultimi 24 mesi”. Secondo Forbes più di 2,5 miliardi di miliardi di byte di dati digitali vengono generati ogni giorno.
    Una mole quasi illimitata, che viene filtrata e analizzata per diventare un preziosissima fonte di informazione per le aziende che saranno così in grado di conoscere in maniera talmente tanto approfondita i gusti dei propri clienti/fruitori da poter offrire loro esattamente quello che stavano cercando. Ma siamo sicuri che queste “previsioni” siano sempre azzeccate? Dopotutto siamo umani prevedibili, ma così tanto prevedibili? Secondo me no.
    Gli ultimi anni hanno visto un vero e proprio boom di aziende, progetti e start up che hanno creato specifici algoritmi per raccogliere e analizzare dati su specifici segmenti di mercato legati al mondo della moda, del lusso e della bellezza.
    Ma non solo. Entra in campo anche l’utilizzo della neuroscienza  per rispondere in maniera sempre più efficace alle domande che i brand si fanno sui propri consumatori, soprattutto nel segmento del lusso. La società americana di bioinformatica Emotiv, leader mondiale nei sistemi di registrazione delle attività cerebrali, ha già all’attivo molte collaborazioni nel mercato del lusso.
    Ma la parte inaspettata del lusso è davvero compatibile con l’intelligenza artificiale? Siamo sicuri che tutto questo basti?
    E soprattutto forse vale la pena ricordarsi che in fondo il lusso ha ancora a che fare con l’immateriale, il sogno, la sorpresa. L’intelligenza artificiale ancora non è riuscita a riprodurre la creatività casuale senza l’intervento umano, e per quanto io sia aperta alle infinite possibilità, faccio fatica ad immaginare che essa possa mai eguagliare l’umano.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 Febbraio 2023 at 16:29

      Ottimo intervento, con citazioni, dati ed esperienze.
      La domanda finale sugli attriti tra lusso e IA è ben posta. C’è ben poco di “naturale” nell’intelligenza dei dispositivi che certamente rendono la nostra vita più efficiente e forse più confortevole. Anche se gli ingegneri informatici che hanno creato IA dicono spesso d’ispirarsi agli organismi viventi di fatto non affrontano mai il problema chiave: è vero, i nostri movimenti sono efficienti, con il nostro pensiero riusciamo a risolvere i problemi…nulla di sbagliato se gli inventori di nuove tecnologie prendono come punto di riferimento il come funziona la nostra mente e come si muove con rapidità il nostro corpo; è senz’altro encomiabile che essi cerchino di migliorare le prestazioni del nostro sistema mente/corpo. Ma emulare solo ciò che appare ai loro occhi economico e utile, di fatto limita il campo dell’intelligenza sulla quale operano. Per esempio rimuovono completamente tutto il versante dei sentimenti, degli affetti, delle emozioni, privilegiando macchine, robot efficientissimi come possono essere degli idioti afflitti da un’insopprimibile coazione a ripetere.
      Forse un giorno daremo un corpo che sente e matura segnali dall’interno, ai robot o alle IA. Ma quel giorno non è ancora arrivato e sino ad allora rimaniamo noi implumi bipedi parlanti ad essere responsabili di tutto ciò che succede di creativo e di terrificante sul pianeta.

      Rispondi
  103. Giacomo Lorenzetti (LABA)   7 Febbraio 2023 at 14:01

    In un biennio in cui sempre più ci siamo interrogati sul rapporto tra quantità e qualità dei nostri capi acquistati, il termine “tendenza” ha assunto in molti casi un’accezione negativa, di spreco, moda passeggera e non necessaria, spesso condizionata da fattori superficiali e assolutamente inconciliabile con il concetto di sostenibilità.
    Il trend è un ciclo, è il nostro passato ristrutturato in chiave forte e nuova, è un concetto, come lo è ogni parola. È un’idea. Nasce da frammenti della nostra intelligenza, diligenza e sensibilità nel porre attenzione a ciò che accade intorno a noi.
    Se quindi ogni volta che si parla di trend viene naturale arricciare il naso, dall’altro capo a far specchio alle cattive tendenze troviamo invece i capi “everlasting”, i guardaroba capsule fatti di pochi pezzi combinabili tra loro e la rivalutazione del vintage e second-hand che, soprattutto grazie ai social, stanno vivendo un vero momento di gloria.
    Come sempre la verità sta nel mezzo. Da un certo punto di vista è vero che a causa dei social media che hanno portato a una sovraesposizione di look, abbinamenti e oggetti, e del fast fashion, con i continui drop di nuovi items, la durata delle tendenze come le conoscevamo e venivano concepite dai brand sembra essere sempre più breve, d’altra parte però nella moda come nella vita in generale non è possibile prescindere dal concetto di tendenza, inteso come mutazione, evoluzione, direzione che il mondo, la società e quindi anche la moda. 
    La Fast Fashion innesca un circolo vizioso estremamente dannoso per l’uomo,essere vivente e consumatore allo stesso tempo ,ed il pianeta.
    Il basso costo di un capo di abbigliamento è il frutto di diverse scelte poco sostenibili e molto impattanti come la scelta di appaltare la mano d’opera solo ad aziende presenti in Paesi in via di sviluppo in cui non vengono riconosciuti i diritti minimi dei lavoratori e non esistono norme che disciplinino la tutela dell’ambiente da parte delle industrie. Il basso costo di un capo di abbigliamento nasconde sempre un alto costo sociale e ambientale.
    Il modello di business della Fast Fashion incoraggia un sovraconsumo di abiti e genera una quantità di rifiuti costante talmente eccessiva che non si è quasi più in grado di smaltirli.
    Tuttavia come spiega diletta Huskies il 12 marzo 2019 nella testata online “THE VISION” nel passato e anche nel presente in modo indiretto ci ritroviamo a far parte di una società dove gli individui sono diventati dei dividuali, dei campioni statistici di dati per i mercati, risultato di un processo di individualizzazione.
    Lei descrive la società di oggi come una società controllata dove non esiste più il tempo libero e la vita dell’uomo è costantemente monitorata dal potere paragonabile a un grande fratello dove vengono raccolte informazioni che vengono trasformate in algoritmi; In generale, qualsiasi cosa facciamo è tracciata e può essere in qualche modo utilizzata con o senza il nostro consenso: siamo persuasi ad accettare questa situazione come qualcosa di normale e naturale. Fondamentale per le società del controllo è mantenere un’illusione di libertà nell’uomo, che lo spinga ad agire normalmente: se una volta il luogo della sorveglianza era ben visibile e generava timore, oggi veniamo incoraggiati a non preoccuparci di essere controllati.
    Ciò che è importante sottolineare è come un organo del potere possa esercitare controllo su di noi lasciandoci fare esattamente ciò che vogliamo. 

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  104. Madalina Stefan   7 Febbraio 2023 at 14:08

    Nel 1937, l’autore, critico e fashion historian James Laver elaborò una linea temporale rudimentale di come si evolvono le tendenze. Secondo la “legge” di Laver, quando un trend è di moda, viene definito ‘intelligente’. Un anno prima di questo, è ‘audace’. Vent’anni dopo, diventa ‘ridicolo’. Laver disse che, cinquanta anni è il tempo che ci impiega un trend ad iniziare a ritornare di moda.
    Per anni, questa “legge” aveva senso, ma, “oggi, l’idea di un mucchio di persone sedute in una stanza a decidere quali colori saranno di tendenza tra due anni o quali materiali si useranno tra tre anni è completamente insensato”, dice Marc Worth. Nel 1997, Worth e suo fratello Julian fondarono ‘“Roth Global Style Network’ (WGSN), il servizio di trend forecasting, i cui clienti includono Coach, Kate Spade, H&M e Victoria’s Secret.

    Certamente, James Laver non poté prevedere che l’industria della moda si sarebbe staccata dal tradizione ciclo bi-annuale, spostandosi verso qualcosa che assomiglia più ad una costante ed incessante produzione di prodotti. Guidato dall’internet, media, influencers, questo ciclo si è drasticamente velocizzato, servendo un flusso continuo di tendenze tutto il giorno, ogni giorno.

    Tuttavia, cambiare i vestiti “per capriccio” sembra essersi evoluto nel XIV secolo come una sorta di consumo cospicuo (termine coniato da Thorstein Veblen nel 1899). È quella che viene chiamata la teoria “a cascata” delle tendenze della moda: che le persone volevano apparire più ricche e più potenti di quanto non fossero in realtà. Le tendenze della moda erano fondamentalmente progettate per mostrare quanti soldi extra e tempo libero avevi e per emulare le persone ai vertici della società, di solito la corte reale. Una persona che poteva scartare un intero costume per qualcos’altro dopo solo poche settimane – o giorni – aveva chiaramente sia fondi che ore da bruciare. E, ovviamente, la famiglia reale e le loro celebrità erano le celebrità del giorno, quindi la gente comune ha seguito l’esempio.

    “La parola ‘trend’ è un po’ come la parola ‘lusso’ — nessuno sa cosa significa per davvero, dove è iniziata, dove è finita”, spiega Pierre-François Le Louët, presidente dell’agenzia parigina di fashion forecasting ‘NellyRodi’. A differenza di altre agenzie, NellyRodi usa il suo network di rappresentanti (presenti in 18 stati diversi) per tracciare le tendenze di diversi market e per aiutare i clienti ad estrarre dalla vasta gamma di cose di ‘tendenza’, il trend specifico che funzionerà per il loro marchio, nei mercati scelti. “Ormai non si vende più il prodotto di stagione” dice Pierre, “La cosa più importante è lavorare sull’identità del tuo brand, chi sei, come ti differenzi dai tuoi competitori”.
    Anne Lise Kjaer, fondatrice di Kjaer Global, una agenzia di consultazione sul trend management, i cui clienti troviamo Gap, Swarovski e La Perla. “Un trend è solo la punta, dal che poche persone lo fanno ad arrivare a tante persone. Più che andare in un negozio e dare uno sguardo, ora si cerca qualcuno su instagram o un blog. Diventa uno stile di vita, non è più solo una tendenza. Stiamo passando dall’essere focalizzati sulle tendenze all’essere focalizzati sullo stile di vita.. Alcuni trend tendono ad avere una breve durata, mentre altri continuano ad evolversi, essendo più uno stile di vita, piuttosto che un consumo cospicuo”.

    Ma a cosa servono le tendenze? Sappiamo che gli essere umani sono creature socievoli, ma è davvero così importante continuare questo flusso di vestiti ‘in’ e ‘out’, soprattutto in una situazione critica come siamo adesso? Per rispondere a queste domande, vi presento ben due teorie sociologiche. Una si collega alla prima menzionata: Lo status sociale, man mano che le tendenze della moda scendono dalle alte sfere della società (case di moda e celebrità), attraverso (da altri paesi) o verso l’alto (dalla moda urbana, “street style” o punk), ci permettono di dimostrare la nostra ricchezza e il nostro stile attraverso l’emulazione. Possiamo farlo molto velocemente ora, grazie ai massicci miglioramenti nella tecnologia tessile, quindi il mondo della moda deve muoversi più velocemente che mai per stare un passo avanti rispetto a noi plebe.

    Un’altra idea si basa sulla teoria del conflitto e pensa che il rapido ciclo della moda (alcune case di moda ora producono otto o più collezioni in un anno) sia in realtà un modo per massimizzare il profitto. L’inizio delle tendenze ci fa comprare per paura di indossare “cose dell’anno scorso”, quindi più soldi vanno all’industria della moda. Inoltre, concentrarsi sulle tendenze apparentemente distoglie le nostre menti dai problemi reali del mondo, come la povertà e la carenza di cioccolato. È un’interpretazione abbastanza oscura. E non è del tutto corretta: è possibile essere un cittadino del mondo responsabile, intensamente coinvolto nelle notizie e negli eventi attuali, e anche preoccuparsi se i pastelli sono in questa stagione. Ma è proprio vero che le tendenze si basano sulla paura e sullo spreco.

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  105. Faezeh Nasiri   7 Febbraio 2023 at 20:57

    la tendenza è quasi sempre il tentativo di creare una sorta di bolla speculativa,Chi decide il “tendenza”?Credo che la moda non possa che nutrirsi di tendenze. Si tratta di un ciclo di flussi e riflussi che vanno, vengono, ritornano. D’altronde senza variazioni di tendenza sarebbe complesso ricreare ciclicamente nei consumatori nuovi bisogni e desideri. Come sosteneva George Simmel “La moda ha il fascino dell’inizio e della fine insieme, il fascino della novità e nello stesso tempo della caducità”.

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  106. Enea Tacchi (LABA)   19 Febbraio 2023 at 11:49

    Personalmente ritengo che la moda, al pari delle dottrine antropologiche e sociali, abbia un grande peso nell’interpretazione di ciò che sono i desideri e le aspettative dell’essere umano.
    Credo che l’umanità sia in continuo movimento (che non necessariamente si traduce in continua evoluzione, e la storia, la cronaca, gli eventi ce lo dimostrano); dove apparentemente si vive in un perpetuo presente: i media ci mostrano l’eterna giovinezza, come qualcosa di possibile, tangibile, alla portata di tutti o quasi. Subiamo la fascinazione di queste promesse, ma nel contempo, sentiamo, percepiamo l’inganno che si cela dietro queste, viviamo sulla nostra pelle lo scorrere del tempo e il venir meno delle certezze. Movimento e mutamento costanti ci costringono ad adattarci e per poter essere protagonisti attivi delle nostre esistenze, dobbiamo stare al passo, spesso senza viverci il lusso dell’ozio.
    Uno dei grandi interrogativi filosofici permea le nostre vite nel costante nostro essere indaffarati senza posa: che cos’è essere? Cosa apparire? C’è possibilità di conciliazione?
    A dire il vero, quando vestiamo, in qualche modo portiamo il nostro essere in superficie, a volte inconsapevolmente, altre invece, volontariamente, con scopi precisi.
    Interpretare la tensione esistenziale dell’individuo, questo è l’arduo compito di chi fa tendenza nella moda. Lavoro ambizioso e rischioso, in un costante pericolo di cadere nella banalità, nel trash, nella esagerazione del voler essere “controcorrente”.
    Come nella filosofia scettica, anche nella tendenza vive il dubbio, e solo con un’attenzione costante dell’essere umano ci si può direzionare ed avvicinare a creazioni vincenti. Questa ricerca va, a mio avviso, molto al di là, delle ricerche di mercato, talvolta spogliate della reale singolarità dell’individuo.
    La storia della moda ci dimostra l’obbedienza, in certo qual modo, ai corsi e ricorsi storici di Vichiana memoria, specchio delle epoche, con la loro contraddizione e bellezze. A definire un periodo storico sono la politica, la sociologia, la religione, la morale e l’etica; la moda è l’espressione concreta di ciò in cui credono gli individui, ciò che sperano, e ciò verso cui quindi, tendono. Colui che fa tendenza nel campo della moda è ciò che possiede una sensibilità ed una curiosità sempre vive, che non mostra ideali e falsi miti a cui aspirare, ma che ha la straordinaria capacità di guardare l’individuo nella complessità del suo tempo e nell’interezza del suo anelito. Come un osservatore muto e silenzioso, posa lo sguardo sul palcoscenico delle esistenze ed empatizza con gli attori a tal punto da visualizzarli abbigliati con ciò che più si avvicina alla materializzazione dei loro desideri anche attraverso una rielaborazione del vecchio, o, con estremo coraggio, una completa rinascita dalle sue ceneri.

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  107. Livia Scandali   21 Febbraio 2023 at 13:02

    Il concetto di tendenza è un qualcosa che è molto difficile da definire, questo probabilmente perché, se ci pensiamo, effettivamente una tendenza non esiste concretamente nel presente, ma è una parola che si riferisce ad un futuro imminente, un qualcosa che andrà in tendenza (probabilmente), non è qualcosa di certo. Definirei tendenza quindi, non le innovazioni che la moda propone, ma ciò che avrà poi un seguito, un interesse da parte di un pubblico. Ciò che viene considerato tendenza non va quindi confuso con la creatività, l’originalità che viene proposta da un artista in un capo. La moda è qualcosa in continua evoluzione, vengono proposti capi che vengono rivoluzionati, stravolti, ma è ormai difficile, per non dire impossibile, creare qualcosa da zero, di completamente nuovo. La tendenza quindi non è qualcosa che è necessariamente innovativo, ma è qualcosa che fa spazio a una certa gamma di prodotti sul mercato, rispetto ad altri. Per questo motivo non bisogna secondo me basarsi esclusivamente su ciò che va in tendenza, logicamente è importante perché riuscire a prevedere i prodotti che un pubblico preferisce è essenziale, soprattutto se parliamo in termini economici, ma la creatività e l’originalità di un artista non deve essere vincolata o limitata da ciò, ma al contrario deve creare qualcosa di talmente nuovo e originale che crea una nuova tendenza.

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  108. Giulia Cantoni   21 Febbraio 2023 at 16:15

    La parola tendenza è un fenomeno che tende a essere sfuggente e difficile da identificare.

    Spesso dietro la nascita di un trend c’è la visibilità e l’attenzione verso individui dal forte impatto mediatico. Persone che con le loro scelte e stili riescono a imporsi agli occhi degli utenti, ma ancor di più a far diventare tali scelte un comportamento da seguire, emulare, fare proprio.
    I trend sono fortemente connessi a una diffusione collettiva. I social diventano quindi un mezzo perfetto per il racconto di tendenze, esprimendole attraverso immagini, testi, video e stories.
    Già all’inizio degli anni 2000 si parlava di “Trendsetter” individui in grado di intuire mode e tendenze prima degli altri e che diventano icone acquisendo fama.
    L’influencer non è solo una figura con migliaia di follower, ma bensì un personaggio in grado di suscitare una reazione nelle persone intorno a lui attraverso i contenuti che crea per il pubblico che lo segue.
    Senza un buon numero di follower non è infatti pensabile che si accenda quella spinta dal basso che porta l’influencer a lanciare un trend.
    Ho parlato di influencer come esempio più attuale ma posso anche tirare in ballo altre figure importanti che attraverso la fama e l’ammirazione smuovono le emozioni del loro pubblico, diventando delle vere icone di moda e calamite di trend: chi non ha mai voluto un capo di abbigliamento che indossava il cantante x al concerto che si è andati a vedere?
    Diciamo quindi che spesso basta anche solo l’ammirazione di un pubblico verso il proprio idolo per far nascere una tendenza.
    L’unica costante su cui le aziende di oggi possono fare affidamento è il cambiamento. La realtà evolve più rapidamente e diventa sempre più difficile identificare le tendenze di mercato. Oggi i brand più affermati hanno successo solo perché riescono ad abbracciare i trend del mercato e, quindi, a plasmare il loro futuro, invece di subirne gli effetti. Perché ciò avvenga bisogna essere informati sulle ultime tendenze, anticipando e portando avanti sviluppi futuri e innovazioni.

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  109. Sinfonia Giornale Scommessa   22 Febbraio 2023 at 23:35

    Al giorno d’oggi (principalmente guardando sui social, ma anche semplicemente sfogliando una rivista), ci imbattiamo in tantissimi post/articoli di moda. Vediamo le ultime tendenze in qualsiasi ambito: dal cibo all’arredamento, dalle acconciature al trucco, fino a giungere a quella che, secondo la mia opinione, spicca più di tutti, ovvero l’abbigliamento… Insomma; ogni campo del nostro mondo ha degli standard di moda da seguire. A me da un lato vien da pensare che sia normale perché noi esseri umani siamo una società di massa e il seguire le mode ci fa sentire più “adeguati” alla società in cui viviamo oggi. Dall’altro lato invece ci sono persone che usano la moda per spiccare, per soddisfare quel desiderio di distinzione. Questo tentativo di sembrare diversi da come la moda impone penso spicchi di più negli adolescenti. Prendendo come esempio la moda, questi ultimi usano la differenziazione “semplicemente” per non farsi condizionare nelle loro scelte d’abbigliamento dagli adulti, creando modi di vestire particolari in cui si riconoscono e con i quali sfuggire ai gusti rigidi “imposti”. Anche se ora che ci rifletto meglio, andare contro la moda sta diventando essa stessa una moda.

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  110. Noemi Midolo   25 Febbraio 2023 at 17:31

    Le parole hanno un valore nell’arte della comunicazione di moda e design. Si può dire che siano il segreto di una buona riuscita. Sono le parole che ci incantano a farci comprare un oggetto legato a uno di questi due mondi d’arte. E sono queste parole il cui peso e quantità deve rimane equilibrata  e legata a una linea di verità. La verità che sa essere ambigue perché spesso incomincia da una bugia. Partendo da questo ogni parola ha due facce. Quella ovvia e quella su chi indagare. Prendiamo per esempio la parola “tendenza”
    Nel mondo moda/Desing la tendenza spesso prende il sopravvento sull’utilità reale dell’oggetto in sé,questo perché viviamo in una società capitalistica in cui il nostro piacere non è mai soddisfatto e si propaga all’infinito. La teoria del piacere di Leolpadi. Ma facciamo un passo indietro. Perché la tendenza si sviluppa? Per via della narrazione dalle stesse aziende che ti vogliono spingere a credere in qualcosa. Questo meccanismo nel mondo della moda lo ripropongono ad ogni inizio stagione/fine stagione e con l’influenza dei social questa narrazione viene ancora di più agevolata e amplificata. Un oggetto o un capo vengono lanciati e narrati, apprezzati come novità, pubblicizzati e sponsorizzati ma come l’effetto di una cometa, vivono questo momento per un determinato tempo che vive solo nel presente “in questo preciso momento” e che non proseguirà nel futuro perché ci si sarà già qualcosa di nuovo, su cui ci si sarà concentrati. Più bella, più interessa, ancora da scoprire e provare. E così all’infinito, uno schema che si ripete portando a una vuotezza e quasi a uno svalore di un prodotto. Non trovo giusto che questo atteggiamento venga particolarmente rilegato a marche o aziende già conosciute, già di lusso che si ripresentano con delle varianti mentre ai nuovi arrivati non si concedano queste uguali opportunità, lasciandoli così sul fondo, in disparte e non permettendo a idee innovative che potrebbero durare nel tempo la possibilità di nascere, ma facendole rimanere in uno stato di stand-by. Forse è proprio questo il punto. Non farli emergere fin che ci sono queste enormi aziende/Marche a cui viene data la possibilità di vendersi. Ma poi cosa vendono veramente? Nuove tendenze? O semplici modifiche emulate da qualche altra parte? Che vengono introdotte come novità ma che non lo sono. Tutto questo concetto necessità di nuove menti che applicano dei cambiamenti. E il cambiamento può nascerebbe dagli insuccessi delle tendenze precedenti è proprio da quello che si crea un miglioramento perché si capisce il bisogno/la necessità di un nuovo styling per il cliente e lo si mette in atto. Questo atto apparentemente “rivoluzionario” potrebbe poi definirsi vera tendenza se funzionasse (un esempio nel passato di atto rivoluzionario è stato quello di togliere la gonna come unica scelta per le donne e dargli anche il pantalone). Analizzando l’uso del concetto di stile che è personale, prendiamo per esempio Kate Moss i cui look sono stati tutti reinventato e così la tendenza assume nuove sfumature, nuovi segni che attendiamo con ansia che vengano eseguiti ed espressi nel futuro. Un futuro che sarà guidato dalle nuove generazioni che avranno uno stile di vita diverse rispetto a quelle precedenti e di conseguenza avranno delle differenti esigenze che sceglieranno. E avranno campo libero. Il lato libero di qualsiasi tendenza è che prima o poi arriva a tutti la possibilità di farla, di crearla e di dargli una voce con un vastissimo linguaggio espressivo. Avere una comunicazione del prodotto che non dev’essere superficiale ma con un certo spessore e attivazione perché deve invigliare ma soprattutto aprire il futuro a questi nuovi prodotti, deve permanere nella memoria del nuovo cliente e non farlo risentire. Non deve ricadere nella trappola del passato ma optare invece verso la singolarità che agisce ai bordi del cambiamento. Ed è proprio questo il punto. Vivere credendo di essere in qualche modo collegati a ciò.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 Marzo 2023 at 09:50

      Hai scritto Leolpaldi. Probabilmente volevi dire Leopardi. Tieni conto però che più che la dimensione del piacere al grande scrittore e poeta, voleva sottolineare la connessione che la moda ha con la morte. Comunque ho trovato il tuo intervento stimolante, e di questo ti ringrazio.

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  111. Tommaso Tognetti   1 Marzo 2023 at 18:09

    Inizio questa mia analisi sostenendo la tesi introduttiva del professore riguardo al mal utilizzo della parola tendenza. Questa, insieme a molte altre parole, viene usata a sproposito in argomenti e tesi, che non centrano direttamente con la definizione e l’etimologia stessa della parola, e adoperata per risolvere approssimativamente e molto sbrigativamente problemi complessi. Ciò causa una lenta ma comprensibile perdita di significato e genera un agglomerato di concetti confusi non perfettamente pertinenti.
    Detto ciò, per spiegare ed evitare incomprensioni, partirei con la definizione da vocabolario di tendenza: tendènza s. f. [der. di tendere]. Disposizione e inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire. Anche orientamento, indirizzo ideologico, corrente che si determina all’interno di un movimento o di un fenomeno politico, sociale, artistico, culturale. Nella locuzione di tendenza, alla moda, in grado di condizionare le scelte e i gusti del pubblico. Con riferimento a cose, fatti, situazioni, disposizione a evolversi o modificarsi in un dato modo.
    Secondo Roland Barthes, saggista e semiologo francese, la moda “è un sistema culturale di significati”. Essa rappresenta e incarna un comportamento collettivo. Scritte disinvolte o dichiarazioni politiche, audaci combinazioni di materiali, il gusto dell’alta qualità, particolari e riconoscibili tagli oltre al buon design è ciò che accomuna l’intero globo. È l’identificarsi in alcune forme, in un nome, in una fantasia o in un colore. Ha la capacità di avvicinare culture lontane tra di loro, portare religioni differenti sullo stesso piano: il tessuto.
    Oramai è quasi impossibile distinguere dove inizia l’abbigliamento e dove finisce il mercato, non vi è più nessun confine tra moda e design, tra il mercato di tendenza e i social media. Influencer e designer di rilievo annullano le distanze provocando reazioni e quindi energica influenza, trasmettendo a loro volta trasporto e passione.
    Storicamente si parlava di tendenze che sorgevano nelle capitali della moda italiana o francese. Recentemente, grazie ad una sempre più vigorosa libertà, i designer, essendo estremamente vicini al cittadino, sfruttano le loro capacità come mezzo di espressione, sperimentando colori, forme e gusti di paesi distanti gli uni dagli altri.
    Tutto questo trova perfetta espressione in una nota della Camera di Commercio Italiana in Giappone in occasione della Amazon Fashion Week del 23 marzo 2017, che indica come le tendenze asiatiche stiano particolarmente influenzando il mercato internazionale.
    Vorrei approfondire anche la grande distinzione in questo ambito, ovvero quello che riguarda il micro-trending e il macro-trending, tendenze entrambe molto diffuse nel mondo della moda. Parlando di micro-trending ci si riferisce a qualcosa di passeggero, che dura una stagione o addirittura qualche mese. Questo è secondo me un esempio di quanto la moda sia diventata un fenomeno che cambia e si modifica in continuazione.
    parlando di macro-trending invece, ci si riferisce a quei capi che fanno da sempre parte dei nostri armadi e che in qualsiasi tempo rimarranno sempre una certezza: esemplificando, se si guarda all’armadio femminile, il “little black dress” di Chanel o la giacca destrutturata di Giorgio Armani.
    Dopo questa breve digressione vorrei esprimermi, riguardo le tendenze presenti e future, dicendo che oggigiorno non esistono tendenze già “programmate” da grandi brand. Questi, proprio per la definizione stessa di tendenza, non potranno mai da soli crearne una. È strettamente necessaria una “collaborazione” con il consumatore che, variando la propria percezione relativa al prodotto, che passa da una prima fase di stupore e tal volta di indignazione, ad un irrefrenabile desiderio di possederlo, lo promuove e lo pubblicizza creando un bisogno che il pubblico non sapeva di avere (un esempio molto semplice è stato Steve Jobs con Apple). Usando due parole per descriverle direi che le tendenze sono imprevedibili e incontrollabili.
    Sostengo che la moda sia incontrollabile e, sembra un paradosso ma, l’unico fattore costante di essa è proprio il cambiamento. Infatti anche tale cambiamento, composto da un’infinità di variabili, date dal comportamento e dalle scelte del consumatore, risulta difficilmente modellizzabile. Ogni consumatore compie le proprie scelte seguendo i propri bisogni, le proprie esigenze ma anche secondo il suo stato d’animo, i propri piaceri e non dimentichiamoci la propria classe sociale, che indubbiamente ha un ruolo. Tutto questo oggi è studiato dal neuro fashion. Esso cerca di sradicare il concetto di moda dalla sua mera essenza estetica e di vederlo in una visione molto più profonda, legata alla personalità e alla psiche di ciascuno.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 Marzo 2023 at 09:39

      Intervento ricco di suggestioni molto interessanti da sviluppare. Grazie Tommaso.

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  112. Federica   2 Marzo 2023 at 19:12

    Fare tendenza significa, in qualche modo, condizionare le scelte del pubblico. La moda vive di tendenze che siano nuove o vecchie e verte tutto il suo meccanismo sul creare un bisogno che, fino a quel momento, non esisteva. È un dato di fatto: con l’avvento dei social media i trend hanno riscontrato il coinvolgimento del grande pubblico, mai avuto fino a quel momento. L’industria del fashion, negli ultimi anni è sempre più influenzata dai cambiamenti che dipendono, non solo dagli investimenti, ma anche dalle fluttuazioni del mercato. Nello specifico, è stata posta maggior attenzione alle esigenze dei consumatori, sempre più giovani e giovanissimi, ai cambiamenti in fatto di stile e sostenibilità. Un altro aspetto essenziale da considerare è l’utilizzo dei social, che hanno abituato i fruitori ad un consumo veloce e ai cambiamenti di preferenze repentine. Questo si riflette senza dubbio anche sulla moda, che necessariamente deve restare al passo con i tempi, mutando velocemente e adattandosi al tempo. L’opposizione al fast fashion, l’attenzione verso il vintage, il second hand e la sostenibilità, in termini di consumo e inquinamento, sono le linee guida che i designer hanno seguito per rispettare le esigenze dei consumatori e rimanere competitivi sul mercato. Da un primo sguardo possiamo notare come una tendenza sia prima di tutto un’inclinazione, una disposizione verso qualcosa, una sorta di “filo rosso” che lega e accomuna cose diverse all’ interno di un contenitore tematico. Per esistere una tendenza deve essere necessariamente riconosciuta da un insieme di persone che la legittimino e se ne facciano in qualche modo promotori, ed ecco entrare in gioco quelli che solitamente vengono chiamati “influencers”. Se un tempo i trend si spiavano dalle sfilate, ad oggi è molto più semplice ripescarli dai social network anche perché le sfilate sono diventate eventi mondani digitali. Il grande contributo dei creator e degli influencer non ha fatto altro che avvicinare il grande pubblico alla moda e non il contrario.i trend non fanno in tempo ad uscire che sono già, di fatto, passati di moda. La verità è che tutto è diventato più veloce, non solo con i social media, ma anche con l’avvento della tecnologia. Stare dietro a un mondo in continua crescita ed evoluzione non è semplice. Ma abbiamo sempre noi il potere di scegliere e di gestire qualsiasi strumento, anche solo uno smartphone, come meglio crediamo. E ci coinvolge tutti in prima persona. La moda e le tendenze oggi sono a km 0. All’inizio, le tendenze sono introdotte da quelli che, da sempre, sono stati riconosciuti come gli innovatori della moda: gli stilisti. Poi, vengono adottate dai cosiddetti “opinion makers”. Queste persone sono in genere molto vicine al mondo della moda come i fashion editor delle grandi testate di moda gli stilyst (da non tradurre erroneamente in stilisti) oppure da altre tipologie di persone che godono di un accesso privilegiato come VIP, artisti, ed infine i bloggers. Ci sono anche piccoli gruppi di consumatori alto spendenti e con ingenti capitali che vogliono differenziarsi e distinguersi per ragioni di classe, prestigio e notorietà. Pur non essendo magari delle vere celebrità in senso stretto, hanno il potere economico per entrare di forza tra gli “early adopters” o di creare loro stessi le loro linee di moda e creare tendenze. La moda è un vero e proprio format nato per creare le tendenze e così dopo la fase dove la tendenza arriva al consumatore questa poi tende progressivamente ad esaurirsi e a venir sostituita dalla successiva. I tempi cambiano e tutto diventa più veloce. Oggigiorno il ciclo di vita di ogni trend tende sempre diminuire tanto che quando si va alle fiere di settore il più delle volte le collezioni sono già state definite e le tendenze esposte non sono più delle vere anteprime. E’ questo il problema generale delle tendenze: quando le vedi esposte da qualche parte sono già nella fase di mainstream. Spostandoci verso un punto di vista più accademico ogni tendenza ha il suo ciclo di vita che è solitamente costituito in tre fasi: introduzione, picco e declino.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 Marzo 2023 at 09:34

      Ottimo intervento. Sono d’accordo quasi su tutto.

      Rispondi
  113. Atena Tomasetti   2 Marzo 2023 at 19:26

    Le tendenze ci ammaliano, ci incantano, le cose nuove ci attraggono, ci fanno sentire vitali, una volta che quella tendenza è ormai abitudine qualcos’altro prende il suo posto, a volte anche riprendendo il passato e rivisitandolo, è un ciclo continuo.

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  114. Martina   7 Marzo 2023 at 09:41

    L’uso della parola “tendenza” nella moda è diventato sempre più comune negli ultimi decenni, si riferisce a ciò che è considerato alla moda in un dato momento, in termini di stile, colore, tessuti e accessori. L’uso della parola “tendenza” può spesso suggerire l’idea che la moda sia qualcosa di effimero e temporaneo, che cambia rapidamente e che non ha una vera e propria sostanza.
    Ci sono alcuni aspetti problematici nell’uso della parola tendenza nella moda. In primo luogo, il concetto di tendenza può portare a una sorta di omologazione, dove tutti cercano di seguire le stesse tendenze, senza alcuna distinzione o originalità. Ciò può portare a un’omogeneizzazione della moda e a una mancanza di diversità.
    In secondo luogo, la parola tendenza suggerisce un carattere transitorio, un’idea di qualcosa che è destinato a durare solo per un breve periodo di tempo. Questo può portare a un consumo eccessivo e irresponsabile di abbigliamento, con conseguenze negative per l’ambiente e per la società in generale.
    L’enfasi sulla tendenza può anche impedire alle persone di sviluppare il proprio stile personale e di esprimere la propria individualità attraverso la moda.
    In sintesi, mentre le tendenze nella moda possono essere interessanti e utili come fonte di ispirazione, è importante considerare anche l’originalità, la diversità e la sostenibilità nella scelta del proprio abbigliamento. La moda dovrebbe essere un modo per esprimere la propria personalità.
    La moda è un fenomeno molto più complesso e articolato di quanto suggerisca la semplice parola “tendenza”.

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  115. Tommaso Morandi   8 Marzo 2023 at 16:53

    Il testo appena letto fa riferimento ed analizza la parola ” tendenza” nei campi della moda e del design.
    La tendenza è un elemento astratto che condiziona, orienta e spinge la massa nella direzione voluta.
    Per esempio, nell’ambito della moda può essere di tendenza un preciso stile o un particolare prodotto; questo può avvenire grazie alla pubblicazione di un certo contenuto nelle riviste del settore, o, ultimamente, nel mondo dei social, in cui chiunque può pubblicare ciò che vuole
    (sia pure entro certi limiti), così da influenzare i gusti delle persone.
    Va detto che nell’ultimo periodo è nata una vera e propria “professione”, quella dell’ influencer;
    si tratta di una persona molto seguita sul web che “sfrutta” i suoi follower per promuovere trend o tendenze.
    Ciò avviene principalmente nel mondo della moda; Chiara Ferragni è una delle più importanti al mondo in questo ambito.
    Gli influencer pubblicano contenuti astrattamente riguardanti i loro gusti, in verità può accadere che le aziende paghino questi soggetti per pubblicizzare di fatto i loro prodotti, così da orientare il pubblico e di conseguenza aumentare la vendita del prodotto (e quindi i guadagni).
    Le aziende in questa maniera non vendono solo ciò che le persone vogliono, ma inducono la clientela ad acquistare ciò che crede di volere o non sa ancora di desiderare.
    L’ossessione per la novità nel mondo della moda contribuisce a creare un senso di anticipazione del futuro; la novità deve tener conto di ciò che i consumatori desidereranno o accetteranno nel futuro.
    La maggior parte delle novità sono variazioni superficiali che non intaccano la struttura dei prodotti, ma che vengono presentate come “rivoluzionarie” attraverso un uso asimmetrico e simbolico della comunicazione.
    L’autore sostiene che questo approccio performativo alla comunicazione della moda è utile per creare una percezione di novità e tendenza nei consumatori, anche se in realtà la struttura dei prodotti moda rimane abbastanza costante nel tempo.
    In sintesi il termine “ tendenza” si riferisce ad un qualcosa di momentaneo e passeggero, che può ritornare in voga con il passare degli anni, come per esempio lo stile degli anni ‘70, ‘80 e ‘90 e quindi penso che ci permetta di incrementare la nostra cultura e la nostra visione delle cose, portandoci magari ad apprezzare ciò che non avremmo mai pensato.

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  116. Elisa B LABA   10 Marzo 2023 at 18:24

    Possiamo interpretare la parola tendenza come «influenzare la moda» ed è la base della moda, siccome crea una costante novità in questo campo che consente la creazione di nuove collezioni. Le tendenze sono fondamentali per il suo ciclo e influenza il desiderio del consumatore, indirizzandolo verso un prodotto particolare, che può essere scambiato per un capo di abbigliamento estremamente unico anche se non presenta nulla di nuovo.
    Una volta che una tendenza diventa abitudine, qualcos’altro interviene e prende il suo posto, a volte anche riprendendo il passato e trasformandolo nel presente e futuro, senza mai arrestarsi.

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  117. Alanis C. LABA   10 Marzo 2023 at 19:35

    Al giorno d’oggi (principalmente guardando sui social, ma anche semplicemente sfogliando una rivista), ci imbattiamo in tantissimi post/articoli di moda. Vediamo le ultime tendenze in qualsiasi ambito: dal cibo all’arredamento, dalle acconciature al trucco, fino a giungere a quella che, secondo la mia opinione, spicca più di tutti, ovvero l’abbigliamento… Insomma; ogni campo del nostro mondo ha degli standard di moda da seguire. A me da un lato vien da pensare che sia normale perché noi esseri umani siamo una società di massa e il seguire le mode ci fa sentire più “adeguati” alla società in cui viviamo oggi. Dall’altro lato invece ci sono persone che usano la moda per spiccare, per soddisfare quel desiderio di distinzione. Questo tentativo di sembrare diversi da come la moda impone penso spicchi di più negli adolescenti. Prendendo come esempio la moda, questi ultimi usano la differenziazione “semplicemente” per non farsi condizionare nelle loro scelte d’abbigliamento dagli adulti, creando modi di vestire particolari in cui si riconoscono e con i quali sfuggire ai gusti rigidi “imposti”. Anche se ora che ci rifletto meglio, andare contro la moda sta diventando essa stessa una moda.

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  118. Cristian Serani LABA   13 Marzo 2023 at 11:11

    L’uso inadeguato della parola “tendenze” nel design e nella moda può essere un problema perché può portare a una mancanza di originalità e creatività. Spesso, quando si seguono ciecamente le tendenze, si finisce per creare qualcosa che è troppo simile ad altre cose già viste e che potrebbe non rispecchiare realmente il proprio stile o la propria personalità.

    Inoltre, l’attenzione eccessiva alle tendenze può portare a un eccesso di produzione e spreco, poiché gli articoli di moda diventano rapidamente obsoleti e finiscono per essere gettati via.

    Ciò non significa che non sia importante essere al passo con le tendenze nel design e nella moda, ma è importante farlo in modo equilibrato. L’uso delle tendenze dovrebbe essere un punto di partenza per la creazione di qualcosa di unico e personale, invece di essere la fine del processo creativo.

    In sintesi, l’uso inadeguato della parola “tendenze” nel design e nella moda può portare a un eccesso di conformismo e a una mancanza di originalità. È importante trovare un equilibrio tra l’essere al passo con le tendenze e la creazione di qualcosa di unico e personale.

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  119. Manila P   13 Marzo 2023 at 15:33

    La parola “tendenza” viene spesso utilizzata nel mondo della moda e del design per indicare i gusti e le preferenze correnti dei consumatori. Si riferisce alle mode, stili e stili di vita che vengono considerati “in” o “di tendenza” in un dato momento.

    Tuttavia, la natura effimera della moda e delle tendenze fa sì che ci sia sempre una nuova tendenza pronta ad emergere e sostituire quella precedente. Ciò rende la moda e il design una forma di espressione che è continuamente in evoluzione e che richiede una costante attenzione per restare al passo con le tendenze del momento.

    L’uso del concetto di tendenza può anche portare a un certo grado di uniformità, con la maggior parte delle persone che aderiscono alle tendenze del momento e che finiscono per indossare abiti e oggetti simili. Tuttavia, ci sono anche coloro che cercano di distinguersi dalle tendenze del momento, creando il loro stile unico e distintivo.

    In sintesi, l’uso del termine “tendenza” nel mondo della moda e del design indica un certo gusto corrente e una moda effimera che cambia spesso. Tuttavia, ci sono anche molte persone che cercano di creare il loro stile unico e distintivo, divergendo dalle tendenze del momento.

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  120. alessandra puggioni   19 Marzo 2023 at 18:42

    “Tendenza”. Parola che condiziona le scelte del pubblico, una rappresentazione interposta tra immaginazione e linguaggio, che si forma osservando i dettagli di ogni persona, appagando e i bisogni.
    Nel campo della moda tale concetto viene visto come una “previsione”, un anticipazione di colori, tessuti, materiali, texture e tanti stili, in mostra sulle passerelle delle sfilate e nei negozi.
    Detto ciò, ci sono vari motivi che “spingono” le persone a seguire la moda, per esempio evidenziando l’appartenenza ad un gruppo sociale, oppure per conformità che, per via di una “carenza” di personalità propria, è più facile seguire la massa.
    Oggi la moda, ci porta a tentare il nuovo, sperimentare l’innovazione. É creatività e strategia, in conflitto fra di loro, per ottenere il successo di un’ideazione dell’impresa/azienda/società stessa.

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  121. Rebecca Ferri   31 Marzo 2023 at 11:51

    La parola “tendenza” in riferimento alla moda e al design, orienta numerevoli persone verso un’unica direzione ed è in grado di condizionare le scelte e i gusti del pubblico. Viene proposto un modello di stile indirizzando in tale direzione le scelte di chi è particolarmente attento alle mode. Diventa di “tendenza” per il semplice fatto che la si crea osservando i dettagli di ogni persona facendo in modo che appartengano a tutti, in breve, intercetti i bisogni delle persone.

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  122. Valentina Spadoni   5 Aprile 2023 at 18:25

    Tendenza. Trovo che questa parola abbia acquisito valore grazie allo sviluppo della società dei consumi, a partire dal secondo dopoguerra, e che, anzi, senza questa non avrebbe probabilmente significato.
    Tendenza indica qualcosa di passeggero, qualcosa che ha un inizio e che è destinata, nel giro di un breve periodo di tempo, ad avere anche una fine. Tutto ciò che è in grado di influenzare la massa, catturando la sua attenzione, oggi fa tendenza. Sono gli articoli meglio pubblicizzati a diventare di tendenza, veri e propri oggetti di desiderio, e questi, a braccetto con il fenomeno del consumo, portano come conseguenza ad un acquisto spropositato ed irrazionale. Le aziende non creano più prodotti, ma desideri e bisogni di cui il consumatore non è ancora a conoscenza e che l’azienda stessa dimostra di poter soddisfare.
    Oggi, con l’utilizzo dei social e la pubblicizzazione attraverso questi, tutto avviene con molta più facilità e naturalezza da essere arrivati a utilizzare il termine Tendenza come vocabolo quotidiano, di qualsiasi cosa si parli, tutto fa tendenza.

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  123. Aurora C. LABA   17 Aprile 2023 at 19:45

    la parola “tendenza” è un inclinazione che può essere naturale e spontanea ma può essere acquisita, verso un determinato modo di agire, comportarsi, pensare…Ma può essere anche un orientamento cioè un indirizzo ideologico che nasce in politica, musica, moda, design… Nella moda la tendenza è in grado di condizionare scelte e gusti, soprattutto al giorno d’oggi con l’arrivo dei social; tantè che il termine tendenza oggi rientra nel nostro vocabolario quotidiano.

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  124. Francesca Policardi   19 Giugno 2023 at 22:01

    Mi piace la definizione di tendenza come una sorta di teoria sul futuro che non puo’ essere dimostrata prima che si realizzi. La moda e le parole subiscono i cambiamenti che noi tutti viviamo nella società. Mi chiedo quanto incide l’incertezza sul futuro di oggi sulla moda e sulla parola tendenza? La parola tendenza oggi viene usata in maniera impropria ed e’ svuotata del suo significato iniziale, in fondo il suo uso e utilizzo fa riferimento alla fine dell’800. La tecnologia ha cambiato completamente la visione del futuro e sono cambiate le nostre vite per cui oggi parlare di Tendenza non è cool ma lo e’ Trends.
    La moda parla di un futuro che crea essa stessa ma che sembra slegato da quello che le persone pensano e vivono, forse piu’ corretto parlare di gusti al presente e non di futuro?

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