Sfilare o non sfilare?

Metalogo sullo stato del rituale più importante della moda nell’era liquida.

1- Kate Moss ologrammizzata discende come un’angelo sul pubblico della sfilata di McQueen A/I 2006
1- Kate Moss ologrammizzata discende come un’angelo sul pubblico della sfilata di McQueen A/I 2006


Da molti anni si discute se abbia ancore senso sfilare nelle forme tradizionali del rituale che ha accompagnato lo sviluppo della moda da F.Worth fino all’era del web. Ma se passiamo dal dibattito critico alle pratiche messe in campo dai brand della moda per annunciare le nuove collezioni scopriamo che le soluzioni sperimentate avviluppano tradizione e innovazione in una ricerca di evenenziabilità che pur non fissandosi in un modello standard, nel nome dell’efficacia simbolica, traghettano il nucleo centrale da sempre costitutivo del fenomeno moda, sul quale possono crescere le passioni che le diffondono tra la gente.  download


 Prologo

 Milano, settimana della moda. Johnny Scorreggia, Minnie e Suzy, con ruoli diversi partecipano per prima volta al grande spettacolo delle sfilate pret à porter. Il primo è stato inviato dall’agenzia di RP con la quale ha un contratto a tempo determinato per relazionare sulle tendenze moda promosse dai brand più rappresentativi; la seconda ha un contratto di consulenza come creativa aggiunta (al lavoro dello stilista ufficiale), e partecipa alle sfilate in previsione di un cambio di marcia dell’azienda per la quale lavora: sbarcare a Milano con un evento all’altezza degli standard di una delle capitali della Moda mondiali; la terza è assistente marketing di un brand interessato a incrementare la propria notorietà partecipando fin dalla prossima stagione al calendario ufficiale della CNMI.

Johnny, Minnie e Suzy sono in città solo da qualche giorno ma un tempo sufficiente per dissolvere l’aura mitica che la settimana della moda aveva assunto ai loro occhi durante gli anni all’accademia, quando con internet, social e una pletora di immagini assorbite da ogni dove, ai tre amici sembrava quasi di conoscere l’essenziale delle tendenze stagionali anche se, senza averne piena coscienza in realtà ne assorbivano l’onda immaginaria che trasformava quelle sfilate in un desiderio, in un destino il cui target non era più la moda bensì la loro vita. 

Primo quadretto: chiacchiere in libertà

Johnny Scorreggia: A proposito, cosa pensate quando guardate una sfilata?

 Minnie: …..

 Suzy: …..

Da quando si erano incontrati nessuno aveva detto una parola. Forse perché frastornati dall’insensato traffico umano in prossimità dell’ingresso alla sfilata nel cortile del Museo nazionale della scienza.

 J.S.: Cioè secondo me nessuno pensa a niente. Troppo casino visivo. Possiamo dare per scontato che senza le quattro righe anoressiche dei comunicati stampa, tutti si perderebbero nello spettacolo cioè nelle proprie fantasie. A me pare che la sfilata sia diventata una delle cose più inutili…

 S: Perché inutili?

 J.S.: Dimmi solo a cosa pensi…Degli abiti, voglio dire. Cosa arriva alla tua testa? Idee, piacere, noia…guardi, percepisci, senti…eppoi? A cosa serve una sfilata se i look non si trasformano in pensieri…

 M: Ma guardare è un po’ come pensare senza parole…

 J.S.: Mah! Il pensiero e sognare a occhi aperti sono forse la stessa cosa? Nel cervello succede la stessa cosa cioè gli stessi neuroni eccitati? Boh!

 M: No sogni. Emozioni. Pensieri che sono emozioni…

 J.S.: Quindi secondo te tutto si risolve in accumuli di cianfrusaglie nervose cioè rumori mentali che può udire solo chi li mette in moto?

 M:  …..

 S: Cianfrusaglie?

 J.S.: Cosa te ne fai di emozioni che non provi tu e che non puoi conoscere? Mettiti nei panni di chi deve valutare l’utilità o meno di una sfilata. Mettiti nei panni dello stilista. Sei sicura che le emozioni giustifichino mesi di lavoro? E quanto costa! Quella che ho visto nel primo pomeriggio, niente di che tra l’altro, un milione vicino a un milione è costata solo la sfilata voglio dire, mi hanno detto. Figuriamoci il resto. E che cazzo! Quanti stracci devo vendere per rientrare delle cianfrusaglie nervose che chiami emozioni!

 M.: Le emozioni mi dicono che sono presente. Grazie ad un look che rimescola il mio mondo interiore posso vedere meglio…

 J.S.: Prima non avevi detto che guardare è come pensare, adesso anche vedere è pensare?

 M.: …la bellezza. Posso vedere meglio la bellezza. Si può guardare e non vedere niente. L’emozione apre lo sguardo e mi trascina verso quel qualcosa che a questo punto posso vedere…

 S: (si sta facendo un selfie con i vecchi amici) E le motivazioni dove le mettete? Le emozioni motivano cioè risvegliano l’interesse…

 J.S.: E tutta questa roba qua la chiamate pensiero? Cioè il rumore dei vostri neuroni che potete sentire solo voi, lo chiamate pensiero?

 M: …..

 S: …..

 M: E va bene. Vaffanculo. Chiamala pure pre-pensiero. Ma sono le emozioni che preparano la valorizzazione della sfilata.

 J.S.: Valori sospesi nel vuoto? O afferrabili con le parole? Fammi capire. Si lavora dei mesi sul concetto di una collezione, si investono tanti tanti money per presentarla, e alla fine ciò che stringiamo con le mani sono impalpabili emozioni? Cazzo e poi ricazzo, io qualche dubbio me lo porrei…

 S: Ehi! Belli! Non cominciate a litigare come a scuola! Guardate, stanno facendo entrare. Andiamo a vedere questa sfilata…tirate fuori i pass. Comunque la faccenda era interessante. Imparo un sacco di cose quando bisticciate eh! eh! eh!

2. Alcune immagini dell’Enrico Toti nello spazio antistante al Museo della Scienza di Milano, location della sfilata immaginaria narrata nel metalogo

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Secondo quadretto: improbabile decostruzione di una sfilata

 

 I tre amici, subito dopo la sfilata (l’ultima della giornata) camminano silenziosi lungo via …. Camminano trafficando con il proprio cellulare. Johnny Scorreggia sta guardando le foto che ha fatto della sfilata; Minnie e Suzy impugnano il cellulare con le due mani e con il movimento incredibilmente veloce dei pollici stanno postando immagini/messaggi. Come riescano a non urtare persone che arrivano in senso opposto, a non inciampare nei marciapiedi sconnessi, evitare il laccio del cagnolino della milanese che avanza come se la bestia che ha in rapidissima successione davanti, di fianco, dietro fosse fatta di atomi aeriformi (non compattati dai loro nuclei), come riescano, dicevo, a fermarsi al rosso, ad evitare le merde dei cani arricciolate come la parte superiore dei coni gelato sistemate verso la parte delle mura del caseggiato, come riescano con disinvoltura a rimanere connessi in strade arredate dagli ostacoli più imprevedibili, è un mistero. Due persone anziane, vestite come se la temperatura fosse quasi invernale e non intorno ai 22 gradi del momento, quasi si fermano al loro passaggio, e scuotono all’unisono la testa. Johnny Scorreggia è vestito come Sherlock Holmes interpretato da Jonny Lee Miller nel serial della CBS: giacca grigio topo troppo stretta e corta, sempre con il bottone di mezzo allacciato per ottenere gli sbuffi laterali, camicia con il colletto bianco arrotondato alla francese e il corpo azzurro decorato con minuscoli quadrifogli sbiancati, calzoni di fustagno marron chiaro senza risvolto e studiatamente accorciati per far risaltare lo scarponcino a due colori allacciato lateralmente con bottoni nero luccicante alto fino alla caviglia. Forse l’effetto straniante del look è dato dal berretto da aviatore che non si toglie praticamente mai e dagli occhialoni da pilota di sidecar anni trenta (come il berretto, comprati dopo lunghe ricerche in un negozio di cose andate). Minnie ha una gonna di tulle voluminosa a più strati di color viola scuro, un bustino correttivo da ospedale color pelle malsana che rinchiude una camicia di seta rosa pallido, dalle maniche voluminose; al collo e ai polsi un trionfo di bigiotterie di qualità, ai piedi stivali color testa di moro da cavallerizza. Ma ad attirare l’attenzione è sicuramente lo Schott tipo quello indossato da Marlond Brando nel film “Il Selvaggio” dalla taglia adatta a un giocatore di basket. Minnie è una fanatica di borse e cappelli. Oggi indossa una bombetta alla Charlie Chaplin e al posto della borsa ha scelto un piccolo coloratissimo zainetto a sacco in stile peruviano. Il viso è parzialmente nascosto da occhiali simili a quelli indossati da Uma Thurman nel film “Kill Bill” (rettangolari con gli angoli arrotondati e la bordatura gialla). Suzy invece sembra una via di mezzo tra una aggressiva manager in carriera e una delle tante pierrre che presidiano le sfilate. Calzoni larghi, neri lunghi fino a nascondere il tacco 10 delle sue scarpe a punta, rigorosamente nere. Camicia bianca di seta, molto stretta, con i bottoni slacciati fino all’imboccatura dei seni. L’unica stravaganza è la cravatta bordot corta e molto larga con un nodo grande come una pera sistemato per nascondere il perturbante canalino lasciato scoperto dai bottoni slacciati della camicia (Suzy, pur sentendosi coinvolta da sempre in una specie di guerra mai dichiarata con l’altro sesso, è stranamente sempre andata fiera del potenziale incantatorio delle sue tette tra il pubblico maschile). Sopra la cravatta trionfa una preziosa, voluminosa spilla del vecchio Bulgari, fonte di eccitanti gridolini e domande spesso cretine tra il pubblico femminile. Ovviamente una giacca a bolero corta e stretta con i revers in seta nera provvista di un minuscolo aderentissimo corpetto (ovviamente nero e da lasciare sempre aperto) completano il look. Bisogna aggiungere che per l’occasione Suzy si è lasciata convincere da Johnny ad indossare un vecchio Borsalino reso avventuroso dall’amico con l’aggiunta di un foulard lungo e stretto coloratissimo che copre la fasciatura centrale esterna originaria.

Arrivati a un bar con tavolini e sedie fuori, decidono di improvvisare un breve Happy Hours prima di rientrare in albergo per prepararsi a partecipare alla festa post sfilata di un famoso brand, del quale non avevano potuto entrare alla sfilata ma che grazie all’intraprendenza di Suzy e alla sua abilità di spacciarsi per blogiornalista erano in possesso dei biglietti invito per l’evento notturno e Johnny a questo punto dice spegniamo per mezz’ora il cellulare nemmeno per sogno risponde Minnie meglio morta aggiunge Suzy e allora si siedono con i tre smartphone sul tavolino come fossero il loro terzo occhio che li fa essere sempre connessi con il mondo pensano mentre in realtà la sua necessaria presenza forse dipende più dal fatto che come una protesi del corpo è disceso in loro più in profondità di quella che possono raggiungere gli organi naturali della visione a contatto con il mondo…

 J.S. (dopo aver bevuto in un sorso mezzo bicchiere di birra allungata con gin da quattro soldi, una disgustosa invenzione della quale va fiero): Alla festa di stasera ci sarà qualcosa da mettere sotto i denti?

 M. (Sta guardando con sospetto il calice di formicolante prosecco davanti a lei): Io non ci conterei troppo. Ho sentito commenti vari. Per niente positivi…

 S. (Ha scelto un bicchiere di vino rosso, perché contiene meno solfiti le hanno declamato una volta, un Pinot nero molto buono si fidi di me ha detto il barista, e lei pur non fidandosi ha risposto sì va bene): Dipende da che ora entriamo. Un po’ di roba ci sarà senz’altro…roba da catering per eventi con centinaia di invitati…nell’invito c’è scritto che sono a pagamento solo le consumazioni di superalcolici. Niente di che ma saremo a 10 Corso Como, uno del luoghi cult se sei a Milano ma anche una buona occasione per incontrare gente del settore e di annusare ciò che sta succedendo…

 M. (reagisce al primo sorso di prosecco infilandosi subito in bocca arachidi salatissime): Tutto vero. Alla sfilata di questa mattina, la fashion blogger che avevo di fianco mi ha detto che secondo lei le sfilate non contano più nulla. Internet ha cambiato tutto. Le feste invece servono alle pierre dei brand per intercettare l’umore di ragazze e ragazzi come lei cioè blogger per sapere se hanno postato le immagini sui social, quanti like hanno avuto (si interrompe per bere un sorso di prosecco seguito da altre arachidi), di solito io non dico niente alle sfilate, mi ha detto, ma nelle feste sai mi sento più a mio agio e mi apro…

 J.S: Aveva ragione. Avete visto quanti blogger c’erano stasera? Molti più dei fotografi. Tutti quei cellulari sempre puntati sui modelli! Internet ha cambiato tutto…

 M.: Si certamente! Ma in meglio o peggio? Non sono mica sicura. Lo so, indietro non si torna ma se io presentassi una mia collezione preferirei conoscere le critiche di giornaliste vere. Forse nelle sfilate dei big sono ancora trattate con rispetto e reverenza. Non lo so. Non mi hanno fatto entrare. Però alle sfilate che ho potuto vedere mi hanno fatto quasi tenerezza con il loro blocchettino di appunti in mano circondate da ragazzi e ragazzi che potevano essere i lori figliocci arroganti inespressivi eretti come se fossero loro lo spettacolo mentre in realtà il fatto che non aprano mai bocca significa solo l’impossibilità di dire cose sensazionali e paura di esternare stronzate …

All’improvviso un extracomunitario di colore si avvicina ai conversanti con le mani raccolte davanti a sé nel gesto della preghiera emettendo suoni oscuri che vorrebbero comunicare qualcosa che nessuno comprende fino a quando non distende la mano con il palmo rivolto verso l’alto… Johnny Scorreggia volta la faccia verso il traffico e conta le macchine che passano, Minnie mette le mani nella tasca dello Schott e pone un euro sul palmo che ondeggia davanti ai suoi occhi, Suzy fa un sorriso e allarga le braccia per significare che non ha nulla e il nero invece che ringraziare andarsene rimane immobile di fianco ai conversanti che non conversano più e guarda fisso Johnny Scoreggia che conta le macchine mentre con la mano sembra proteggere il cellulare sul tavolino Suzy allarga ancora le braccia Minnie si infila in bocca arachidi e guarda il cellulare mentre il nero resta immobile…poi di scatto se ne va accompagnando i sui passi con suoni gutturali che i tre non comprendono ma il cui senso vagamente intuiscono…

 M.: Prima o poi la moda dovrà riscoprire il valore delle parole…

 J.S.: Seh! La guerra con le immagini le parole l’hanno persa da sempre. Nella moda voglio dire. Ma scusa non eri tu prima che teorizzavi il primato delle emozioni? Le parole di solito annoiano, le immagini ci danno piacere…E poi anche tu hai sempre lo smartphone in mano…

 M.: Mi riferivo alla sfilata e non all’analisi dei look! La sfilata deve emozionare. Ma a me stilista serve anche l’approvazione di chi conosce la moda e può comunicarne i valori alla gente in modo che li capiscano. Io non ho mai conosciuto fashion blogger amanti della critica. Loro amano solo se stessi, amano esibirsi e quello che ci offrono sono autoscatti con addosso i nostri vestiti interpretati come vogliono loro. Per una Chiara Ferragni sicuramente geniale anche se mi sta sulle palle, ci sono migliaia di fashion blogger che inquinano il sistema inondandolo di foto insulse…La rivoluzione digitale sta avvenendo all’insegna del Vieni avanti cretino!…È vero, non mi separo mai dal cellulare, ma non lo utilizzo per dire o postare stronzate…Cerco di essere responsabile…

 S.: Sarà come dici tu però sui social comandano loro. I brand non amano la critica. Cercano solo scorciatoie per arrivare al loro obiettivo. I fashion bloggers con i loro selfie sono una scorciatoia per arrivare prima degli altri ai millennials. Il loro linguaggio preferito sono fotografie e video improvvisati. L’unico significato per loro importante sono i like. Con molti like diventano influencers… E poi a me non mi pare che il resto della società abbia aspettato la moda per ubriacarsi con un mare di immagini…La prevalenza del cretino ha una storia profonda…

 Un’altro nero è arrivato silenzioso al tavolo dei tre e li fissa immobile non dicendo una parola Johnny Scorreggia torna a contare le macchine infilandosi in tasca il cellulare, Minnie meno convinta di prima fa lo stesso gesto di prima per cercare monete che non trova, Suzy ne approfitta per terminare il vino raccomandato dal barista e fa finta di aver ricevuto un sms il nero resta fermo e immobile secondi che sembrano non finire mai e allora Suzy dice che li ha interrotti e che non hanno monete e che è il secondo poi si alza con il cellulare in mano per andare a ordinare un altro bicchiere di vino Minnie passata ad esplorare lo zainetto estrae una timidissima moneta da 50 centesimi e la porge al nero immobile che la prende con una smorfia e resta immobile a fissarli Suzy torna e per sedere deve chiedere al nero permesso ma lui rimane immobile e allora gli gira intorno siede e chiede a Johnny se ha una sigaretta il nero si allontana e a tutti e tre pare di udire stronzi …

 S.: E allora cosa ne pensate della sfilata che abbiamo visto? Adesso è il momento di concettualizzare vero Johnny? Prima le emozioni poi il pensiero ah! ah! ah!

 J.S.: Divertitevi pure ma io rimango della mia opinione…Comunque a me è piaciuta. Quasi quasi mi sono emozionato…Peccato per le musiche zingaresche…

 M.: Scusa tanto ma quali emozioni? A me quell’enorme suppostolone d’acciaio dall’aria truculenta mi ha dato l’ansia…E poi era Dvorak le musiche voglio dire, l’unica cosa che salvo…

 J.S.: Ohcazzo! Allora non hai capito niente. Il sommergibile Enrico Toti è una gran figata. Cinquanta metri di tecnologia, di avventura, di mistero. Gli effetti luminosi sono stati fantastici…Lo spirito della collezione è venuto fuori bene…Un set indovinatissimo…

 M.: Seh! Indovinatissimo. Ma fammi il piacere! Quella luce azzurrognola dominante aveva qualcosa di sinistro. E tutti quei giacconi e giacche lunghe ma chi li compra! Per l’estate poi? Lo stile marinaretto/marinaretta a me sembra per ritardati mentali. Dimmi cosa c’entra con la contemporaneità? E quei dettagli decorativi da film di costume dei tempi di mia nonna li avete visti? Irritanti. Guarda, voglio essere buona salvo anche alcuni abiti femminili che però non mi sembravano c’entrare nulla con la collezione…

 S.: No! Sbagli. Sei prevenuta perché a te non piace lo stile marina. Cerca di ragionare senza mettere davanti a tutto ciò che piace a te. Ha ragione Johnny, per un brand che si chiama “Corto Maltese” il set non era male. L’azzurro di cui parli poteva essere il mare all’imbrunire. L’aria di mistero e di avventura c’entra con il personaggio, con le sue storie…Credo.

 M.: Va bene va bene faccio ammenda. Mi ero scordata che il brand riprende il nome proprio di un eroe dei fumetti. Sì adesso capisco la scelta del set…Una specie di rinforzo simbolico per far sì che la collezione raccontasse una storia. Okay, okay la gente ama le storie perché emozionano…Non ci sono arrivata subito perché da bambina non ho mai letto un fumetto di quel tipo e il suppostolone mi ha depistata…

 J.S.: Fumetto? Ma stiamo parlando di grapich novel…roba che leggono soprattutto adulti. Da adolescente mi sono emancipato da mio padre che leggeva Tex Willer scoprendo Hugo Pratt mentre i miei amici erano tutti per gli eroi Marvel. Un giorno mentre a tavola stavo sfogliando un corto appena comprato, lui mio padre, strizzando l’occhio a mia madre cominciò a rompermi le palle chiedendomi se mai stavo diventando una checca. Io allora ero timido ma gli risposi che Corto Maltese invece che farsela con Kit Carson o con Tiger o con entrambi, quindi notate bene gli rimandavo l’accusa, trombava donne bellissime che con il suo Tex non avrebbero nemmeno preso un caffè tipo Pandora, Ipazia, Shanghai Lin, Madame Java, Bocca d’Orata…Eh sì! Forse ho cominciato ad uscire da quella specie di ingorgo che è l’adolescenza grazie a episodi come quello che vi ho raccontato…

 S.: E chi era la tua preferita?

 J.S.: Bocca d’Orata, naturalmente…

 S.: Tutto un programma…Come dicevano gli antichi, nomen omen..

 M.: Che stronzo che sei…Meno male che i miei mi hanno fatto innamorare dei libri illustrati e non di fumetti…o scusami di graphic novel…A essere precisa quello che ricordo con più affetto è un vecchio libro illustrato regalatomi dalla mia nonnina, Tea Patata…

 J.S.: …..

 S.: …..

 J.S.: …Patata nel senso di fica?

 S.(piegandosi in due): …Ah!ahah!…Uh!uh…Ah!ah!ah!….

 M.: Quanto sei cretino, c-r-e-t-i-n-o, Tea Patata è una bellissima storia scritta da una tale Zillotta, secondo me ancora attuale. Ricordo che i disegni erano in bianco e nero evocavano gli anni sessanta, uno sballo quel decennio, e io li colorai e poi li disegnai più belli cioè con abitini più conformi alla Tea che mi immaginavo, hippy ma anche chic. Forse il mio destino professionale è cominciato con quel libro…

 J.S.: Vabbè, vabbè…Comunque non avete capito niente. Corto Maltese era un dandy affascinante che non aveva bisogno di darsi da fare. Magnetizzava le donne tutte le donne che incontrava …E poi mica gliela davano sempre, anzi il più delle volte cercavano di farlo fuori, un po’ come fate voi due con i malcapitati che vi capitano a tiro…

 M.: ….

 S.: ….. Si vede che se lo meritano…

 M.: Magnetizzava… A me pare che abbia magnetizzato il tuo cervello da gorillino che se la tira. Ma che cazzo c’entrano le tue paturnie con la sfilata?

 J.S.: C’entrano, c’entrano, come le tue del resto. Gli abiti che ti sono piaciuti non fanno parte della collezione. Sono abiti creati per rendere suggestiva la storia raccontata dalla collezione. Le modelle interpretavano le donne di Corto. Raccontare storie, ragazze, questo è il segreto, raccontarle bene. Non è quello che avete detto prima?

 S.: Abiti che non si vendono quindi. Mmmm..non so se li farei passare…

 J.S.: Sei la solita markettara. Se sono le storie raccontate bene a scatenare tumulti passionali tu che fai? Presenti semplicemente abiti in un mondo dove ce ne sono tanti e troppi pretendendo che la gente si emozioni solo perché c’è il tuo marchio? E poi chi ti dice che una blogger con 100 000 follower, una attrice non ancora superstar, una escort da copertina di riviste per donne frustrate, non vedano nella mise di Bocca d’Orata il loro look del momento…Pensa alla comunicazione integrata, al potenziale virale. E poi sono pezzi unici che riverberano sul resto della collezione di abiti seriali l’aura dell’artigianalità…

 S.: Uuuh! Hai ragione. Fateli produrre subito, li voglio anche nelle vetrine del mio flag..

 J.S.: Ipocrita!

 S.: No! Flessibile. Grazie per il suggerimento. Ora sei licenziato ah!ah!ah!

 M.: Suzy non dargli corda. Non vedi che cerca in ogni modo di convincerci. Per me basta quel suppostolone da incubo per riverberare come dice lui un’aura di grigiume su tutto, abiti compresi…

 J.S.: Ehi! Se hai problemi con i grossi simboli fallici è difficile farti capire che…

 M. Che cazzo c’entrano i simboli fallici? Ma che c-a-z-z-o c’entrano i simboli fallici… Guarda che non siamo più a scuola e sono stufa delle tue provocazioni sessiste…

 J.S. (con un sorriso preoccupato): Sessismo? Ma sei fuori? Hai letto troppi articoli su #Metoo e soprattutto li hai interpretati male, io volevo solo dire…

 M. (alterata): Cerca di usare un linguaggio meno molesto. Le tue metafore maschiliste sono moleste. Cazzo, arriverà un bel scandalo sessista anche nel mondo della moda per fare un po’ di pulizia…

 J.S: Polizia, un po’ di polizia vuoi dire…

 Avete delle monetine, dice una voce rauca dietro le spalle di Minnie che si volta e si trova la faccia di un nero chinato come uno che vuole confidarti un segreto e dice di scatto Nooo non ce l’ho la monetina non vedi che stiamo conversando! e si volge di nuovo verso gli amici ma il nero rimane lì immobile Johnny si alza per dirgli che le monetine se le può mettere in quel posto Suzy dice solo Johnny sta calmo ottenendo l’immediata trasformazione dell’amico in una isterica caricatura di uno spietato leghista della bassa veneta e allora cerca di attirare l’attenzione del barista che invece si concentra a ripulire il bancone come se fosse stato improvvisamente lordato da pensionati con il Parkinson che bevono un cappuccino senza schiuma pieno fino all’orlo mentre nel bar non c’è nessuno il nero è grosso anzi imponente immobile e resiliente alle minacce fino a quando Johnny prende il cellulare per telefonare ai vigili e allora con un respiro che purifica 2 metri cubi di O2 inquinata si gira di lato allontanandosi lungo il marciapiede poi si volta guarda fisso i tre muovendo leggermente le labbra e se Johnny sapesse leggere come Jonny Lee Miller alias Sherlock Holmes i movimenti della bocca saprebbe con certezza che li sta mandando affanculo …

 M.: Mi spiace tanto è colpa mia dovevo stare zitta…

 J.S.: Se l’è cercata. Quanto mi fanno incazzare quando se ne stanno lì immobili come ebeti…

 S.: Proprio una bella tattica Marketing, restando immobili e facendo finta di non ascoltare quello che dici ti sfidano a prendere a calci la tua educazione. In questo modo, dopo, ti senti una merda e forse quando ti ricapita davanti invece di un euro gliene dai due…

 J.S.: Beh! Io non mi sento di sicuro una merda…

 M: Io sì, e mi piacerebbe che anche voi condivideste questo sentimento…

 S.: Dai terminiamo i discorsi sulla sfilata, tanto tra 10 minuti ne passerà un’altro così potrai purificarti ah!ah!ah!

 M.: Come sei cinica. Non mi era mai capitato…è come scoprire che c’è un’altra Minnie dentro di me…

 J.S.: Approfitto della situazione down di Minnie per dire quello che penso del suppostolone. Il sommergibile, la sua stazza mi ha fatto riflettere sul gigantesco. Voglio dire che se il contesto generale della sfilata fa di un oggetto enorme qualcosa che si connette con la storia che raccontiamo allora il fatto che sia fuori misura diviene un catalizzatore evenemenziale…

 S.: E questo cosa significa?

 J.S.: … significa che aumenta la percezione di esserci e il sentimento di vivere un’esperienza. È come se il carattere gigantesco dell’oggetto lo trasformasse per un po’ in una via di mezzo tra un enorme totem e una rappresentazione simbolica che certifica il valore della storia che vogliamo raccontare…

 M. (Guardando Suzy): Io non ho capito un cazzo e tu?

 S.: Come te. Scusa Johnny ma perché allora non lo fanno tutti i brand?

 J.S.: E chi ha mai detto che non lo fanno? Secondo te perché tutti cercano location strane?

 S.: che domanda! Per sorprendere, per non annoiare…

 J.S.: Ammetto che è una ottima risposta. La noia per chi tutte le stagioni deve sorbirsi un centinaio di sfilate è un problema. Vi sarete accorte anche voi del calo di concentrazione che subiamo nelle sfilate ripetitive. Non basta cambiare decorazioni in una sala dove hanno sfilato altri per mantenere alta l’attenzione…Allora, una location indovinata trasforma la sfilata in evento. E se la location si compenetra con il tema, la storia che racconta la collezione allora diventa tremendamente efficace…

 M.: …Sta storia che come creativa devo perdere tempo con queste strambe teorie sullo spazio che accoglie le mie creazioni mi fa incazzare. Ma perché non basta più fare abiti onesti leali belli. Insomma sono nuovi, indossati da modelle e modelli scelti tra i ragazzi più interessanti della loro generazione, ho delle brave vestieriste, truccatrici…Ti dò anche della buona musica. What else?

 J.S.: Beh! Con solo quella roba lì puoi fare, come dici tu, una onesta leale sfilata commerciale. Peccato che non serva più a un cazzo…

 S.: Questo lo dici tu! Armani detesta le delocalizzazioni e le messe in scena stravaganti e non mi pare che faccia sfilate banalmente commerciali. Io ho provato ad entrare ma non c’è stato niente da fare, ma quanta gente c’era!

 J.S.: Ma l’hai mai visto il teatro che gli ha fatto Ando? Hai mai visto l’enorme schermo che fa da sfondo alle sfilate? E la passerella che si illumina quando ci camminano sopra le modelle? Spettacolo puro spettacolo anzi cinema…

 M.: Quello che mi deprime in tutti questi discorsi è non capire più qual’è il ruolo della creatività. Intendo quella degli stilisti…gli abiti, i look…

 S.: Se c’è è meglio no! Ma non basta più fare abiti belli, nuovi…Daiii l’abbiamo sempre saputo fin dai tempi della scuola. Ma tu hai sempre disprezzato il marketing, non a caso mi chiamate markettara. Oh! Bisognerà che vi adattiate al mondo in cui viviamo. Le lezioni di Storia della moda che avrete seguito anche voi le consideravo inutili e deludenti. Ma chi se ne fregaaa delle leggi suntuarie del Medioevo e tutte quelle cazzate sugli stilisti raccontati come se fossero figurine dell’albo Panini. Ma io credo di aver capito una cosa, malgrado tutte le cretinate che ho dovuto ascoltare: la moda che vince è quella che si adatta al tempo in cui opera. Beh! Io penso che con le sfilate succeda la stessa cosa, gli stilisti o chi per loro sanno che devono parlare al loro tempo e se ci riescono vincono cioè vendono…

M. (Alzandosi): Mi sento svuotata scusatemi, te faccio finta di non averti sentito. A parte il fatto che Storia della Moda era la mia materia preferita non so proprio cosa significhi adattarsi al proprio tempo. Come faccio ad essere creativa e adattarmi…a chi e a cosa? E tutti gli stilisti visionari che dovresti conoscere ma non conosci perché per te tutto quello che risale a più di dieci anni fa non esiste, dove li metti? Tra i disadattati di successo? Il tuo ragionamento sembra logico ma nei desideri della gente non c’è nulla di logico. È il desiderio che ci fa essere creativi e il desiderio rompe gli schemi ma questo significa però che da qualche parte gli schemi devono esserci e bisogna conoscerli altrimenti il desiderio cosa rompe?

 J.S. ( Alzandosi di scatto): Allora, cioè volevo solo dire una cosa. Internet sta cambiando tutto no! Siamo tutti d’accordo no! E che cazzo sta succedendo ora? Si perché chi paga la nostra settimana milanese prima o poi ce lo chiederà. Che cazzo succede ora? Ha ragione Minnie cioè appaiono gli schemi cioè l’ossatura del passato che non vuole scomparire cioè la vecchia sfilata tradizionale, quante ne abbiamo viste no! Noiose malgrado i decibel, ripetitive malgrado gli abitini si fa per dire nuovi, cadaveriche malgrado gli applausi finali, sfilate per vecchie trombone del giornalistese cartaceo e per buyer in via di estinzione, ma è anche un rituale che rassicura e costa il giusto…

 S.( Alzandosi lentamente): E allora? Cosa dobbiamo fare secondo te? Cosa dovrei dire alla mia capa? Sentiamo…

 J.S.: Adesso viene il bello! Cosa bisogna fare? Sfilate che reagiscono alla viscosità del web, che non si fanno vampirizzare facilmente dal quel mostro assetato di immagini che è il web, sfilate che se anche le vedi in internet capisci che ti sei perso l’essenziale, che il corpo è importante…Ragazze l’idea me l’avete data voi con le chiacchiere prima della sfilata…Il corpo sono le emozioni, vabbè questo lo sanno tutti, ma cosa ti rende consapevole della emozione che sentì? Possiamo amplificare questo effetto e puntare a sfruttare la consapevolezza di essere consapevoli di provare questo o quest’altro? l’evento presentifica il corpo, quando è veramente evento e non pseudo evento consapevolizza le emozioni, cazzo questa è l’idea!

 M.: Una specie di anfetamina dello spazio, cioè droghiamo lo spazio alterandone l’espressività per esponenziare l’emotività… sembra fantamoda…Fammi dei nomi!

 J.S.: McQueen.., per esempio McQueen…Vi ricordate i video che faceva vedere quel prof, l’avete avuto anche voi no!, che usava paroloni strani che ci facevano incazzare e che a lezione ci faceva vedere immagini con il contagocce per costringerci a pensare diceva facendoci incazzare ancora di più…Vi ricordate cosa diceva? Non guardate solo le cose della moda imparate a mettere a fuoco i processi, il come la moda agisce, la modazione ragazze, lo stronzo diceva così “ragazze” come se noi maschi non esistessimo. Ma aveva ragione, ora lo posso dire…Beh! Vi dico che ho visto e rivisto le sfilate di McQueen su YouTube e ogni volta nasceva in me lo struggente desiderio di poter tornare indietro nel tempo e trovare il modo di vederle live, tra il pubblico. Ero grato a Internet perché potevo averne un assaggio ma mai e poi mai mi ha sfiorato l’idea che il web potesse liquidare l’autonomia dell’evento. Quelle sfilate facevano ritornare il web un semplice strumento di comunicazione e non un mondo a parte con la pretesa di rimuovere quello vero, ruvido a volte ma l’unico che riesca a coinvolgere tutto il nostro corpo…

 S.: …E io che volevo terminare il mio report proponendo di fare la sfilata solo on Line. Mi dai da pensare…

 M.: Io invece voglio proporre alla mia azienda di sbarazzarsi di tutto, solo modelle e abiti come un tempo…Togliere anche la musica…Basta drogare gli spazi della moda. La vostra consapevolezza della consapevolezza emotiva sembra produrre qualcosa che assomiglia a un’allucinazione e non a esperienze di immaginazione creativa applicate all’oggetto della moda…

 J.S.: Alt! Fermi tutti…Io non volevo proporre un modello dogmatico. Però se tu mi trasmetti solo on Line una sfilata normale, ripresa frontalmente con qualche sventagliata laterale e gli immancabili primi piani, mi dici come ti distingui? Ti chiami Chanel? Fai sfilare il cast del Trono di Spade nano compreso? Mi dici chi ti caga? Chiedi a Chiara Ferragni di passarti i suoi 10 milioni di followers? Quanto ti costa? Che messaggio dai?

E tu Minnie chi inviti alla tua monacale sfilata? Sei sicura di avere una creatività così potente da reggere il silenzio scenografico e tecnologico? Gli abiti da soli non vanno da nessuna parte…

 M.: Questo lo dici tu!

 S.: Ma allora tu che faresti al mio posto?

 J.S.: Se reputassi che è Internet il luogo nel quale voglio ritagliarmi un ruolo importante farei un film pensato per il web e non semplici video che fanno tutti…

 S.: Un film?

 M.: A questo punto perché non ci suggerisci di andare a Hollywood!

 J.S.: I video stanno spopolando sul web. Diventeranno il linguaggio standard della rete. Per film intendo qualcosa di creato ad hoc per il web e non qualcosa che si muove da infilare nel web. Una storia non una specie di documentario…Cercati nel web Showtime di Nick Knight…

 S.: Chi? Il fotografo che fa foto strambe?

 J.S.: È riduttivo chiamarlo fotografo. Sono anni che sbandiera in giro che il futuro della moda sono i video. Potete cominciare col guardare i film per Gareth Pugh utilizzati al posto della sfilata…

 M.: Ma allora tutta l’enfasi sul corpo, sulle emozioni di prima, che fine ha fatto?

 J.S.: Guardatevi i film anzi i webfashionfilm e poi capirete…

 S.: Visto che fai l’esoterico e che si sta avvicinando un’altro nero, proporrei di andarcene subito in albergo a meditare…Non ho voglia di essere importunata nuovamente.

 M.: Andate voi, io rimango ancora un po’…

 J.S.: Nooo non ci credo!…Vuoi espiare…Non ci credo.

 M.: No! Voglio essere solo me stessa….Andate!

 S.:…..

 J.S.: ……

 M.: Andate! Ci vediamo stasera alla festa…

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3. Il momento per me più emozionante di un’indimenticabile sfilata di Alexander McQueen (1999)

 downloadTerzo quadretto: festa e dintorni

 

 10 Corso Como, il concept store inventato da Carla Sozzani, quella sera era tirato al lucido come nelle grandi occasioni. Reinbiancato di recente, esibiva fin dall’ingresso e soprattutto al suo interno un tessuto organico floreale fluido, vitale, pulsante per via delle luci sapientemente distribuite come se le piante partecipassero alle chiacchiere, ai gesti, ai movimenti degli invitati. Con molta più grazia devo dire. In realtà quella sera c’erano due feste. La prima nello spazio a sinistra del vecchio cortiletto. La seconda sotto l’ampia tettoia che copriva lo spazio di mezzo tra il bazaar e il ristorante.Nella prima dominavano giovanissimi blogger, alcuni vestiti in modo strambo, molti asiatici, tutti con il cellulare in una mano e il bicchiere nell’altra. Quasi nessuno parla, in attesa che qualcuno si accorga di loro e che l’alcol faccia effetto. Nella seconda, il pubblico dominante erano giornaliste e buyer della vecchia guardia, già in conversazione e con i borsoni pieni di cartelle stampa parcheggiati sulle poche sedie a disposizione degli invitati. Minnie è la prima ad arrivare. Si è cambiata la gonna, ora infatti indossa un tulle rotondeggiante nero con sopra un vecchia camicia di Ferrè, quello vero, bianca ovviamente e con ampie maniche sbuffanti. Al posto della giacca ha scelto di mettersi un giubbotto di jeans Moschino vintage al quale ha tolto le maniche sovrapponendo intorno alle quattro taschine lungo le cuciture una stoffa in rilievo di raso nero. I bottoni d’orati completano il restyling del Moschino scovato nel suo guardaroba postadolescenziale. Al collo porta un voluminoso collier di false perle nere tenute insieme da una sottile struttura di metallo annerito. La gonna di tulle è un po’ più corta di quella che ha indossato durante il giorno. Ai piedi emergono minacciosi degli anfibi neri, alti quasi fino al polpaccio legati da cordonetti dello stesso raso nero che decora i contorni delle taschine dell’ex giubbottino di jeans. Non porta calze e prevedendo che circa 10 cm di tibia rimangano sempre scoperti, per non parlare di quando seduta accavallerà le gambe, confida nel residuo di abbronzatura rimastale dall’esposizione solare prolungata delle vacanze. Mentre attraversa il cortiletto un blogger, subito imitato da un collega, scambiandola per chissà chi le fa una foto. Johnny Scorreggia arriva qualche minuto dopo e non se lo caga nessuno. Del suo look di giornata è cambiata solo la camicia. Per la serata ha messo l’ultima rimasta pulita, azzurra con il colletto così piccolo e rigido da non sopportare una normale cravatta che tra l’altro non indossa mai. Appena arrivato a malincuore si toglie il berretto di aviatore e lo infila nella borsa quadrangolare da caccia o da pesca legata di traverso, dalla spalla sinistra al suo fianco destro, per poter estrarre con il minimo sforzo il contenuto che per quella sera si riduce al cellulare quando la prevista ressa sconsiglierà l’utilizzo delle minute tasche della giacca che tra l’altro non ha mai liberato dalle cuciture che ne proteggevano l’aderenza prima di essere venduta. Usando la testa come un periscopio cerca con lo sguardo le amiche. Vede Minnie già seduta ad un tavolo, sbracciarsi guardando nella sua direzione ma indugia nel rispondere allo stesso modo, poco consono al contesto, pensa. In realtà Minnie sta cercando di attirare l’attenzione di Suzy che arriva da dietro, supera Johnny senza accorgersene e raggiunge l’amica con la quale dopo i bacetti intreccia immediatamente una conversazione che a una persona normale apparirebbe quasi un avvenimento, come quella tra due amiche che non si vedono da un pezzo, mentre si tratta semplicemente di routine fonetiche e cinestetiche per esibire una disinvoltura che non provano, ma che gli altri devono riconoscere.

Where is the exibition? Dice una voce dietro di lui probabilmente rivolta a qualcun altro, I am seeking the exibition of Sarah Moon chiede una ragazza a una blogger che la guarda fissa ma non risponde e allora Johnny sfiorandole con delicatezza la spalla attira su di se l’attenzione e con il braccio e l’indice in posizione deittica indica la scala che porta alla Galleria ma la ressa dei presenti è tale che la decina di metri che separano i due dai piani alti sembrano un problema allora Johnny rischiando di farsi rovesciare addosso i bicchieri che tutti tengono nell’unica mano libera dal momento che nell’altra vi è come innestato il cellulare, senza chiedere permesso a nessuno si apre uno stretto sentiero fino ai primi gradini con la ragazza attaccata al suo corpo mentre con la coda dell’occhio può vedere le facce sorprese di Minnie e Suzy che lo guardano e la musica ambient in quel momento gli sembra stranamente conforme a ciò che sente dentro. Johnny Scorreggia non può sapere che le amiche stanno guardando intensamente esclusivamente la ragazza che appare ai loro occhi allo stesso tempo diversa da tutti e straordinariamente inelegante per via del giubbotto da fotografa reso sgraziato dalle tasche rigonfie di tecnologia indossato sopra un abito da sera con il collo rialzato che per via della ressa non possono vedere integralmente, però anche in quel caso non sarebbe sopravvissuta alla negatività dello sguardo delle due amiche dal quale prendono origine i loro commenti che dopo un lungo peregrinare aggiusteranno a livello della coscienza l’effettiva valenza del look messo a fuoco ribaltando in molti casi il giudizio iniziale. Così come Johnny Scoreggia non può aver colto il senso della situazione createsi con la misteriosa fotografa. Il rumore e la ressa avevano narcotizzato l’efficienza delle mappe neuronali della sua corteccia prefrontale impedendo che avvenisse la trascrizione verbale delle mappe più profonde collocate dai neuroscienziati nel tronco encefalico superiore, ovvero non era apparsa in superficie della sua autocoscienza un’espressione muta tipo urka che gnocca! o qualcosa del genere che pur nascondendosi all’altro avrebbe generato routine comportamentali a rischio di una reazione prudente se non difensiva nella ragazza. Il dominio provvisorio delle mappe neuronali più profonde interamente emozionali aveva generato invece empatia e disinvoltura interpretate dalla ragazza come un sincero piacevole aiuto per raggiungere la sua meta cioè la mostra, mentre per Johnny era quell’aderenza che sentiva dietro di sé a renderlo così efficiente tra la ressa mentre la meta di tutto ciò gli restava sconosciuta…

 

…Sono passate più di tre ore. Molti blogger attratti da altre feste se ne sono andati da un pezzo. Le giornaliste ferite da una giornata faticosa hanno raggiunto i loro alberghi. Rimane un numeroso pubblico tra i quali si distinguono per l’accuratezza del look ragazzi e ragazze asiatici all’inizio respinti all’ingresso per mancanza di inviti o pass ma poi, dopo ore, alla spicciolata, fatti entrare in piccoli gruppi.

Minnie e Suzy, un po’ ubriache, hanno raggiunto l’enorme terrazza giardino dalla quale osservano il possente abbraccio del grattacielo UniCredit che domina lo skyline di quel lato del panorama. Suzy continua a guardarlo a lungo cercando nella propria memoria il ricordo dell’altezza della torre. Minnie distoglie quasi subito lo sguardo dai 231 m di cemento, acciaio e vetro per dedicarsi a piani sequenza interrotti e continuamente ripresi del giardino, cercando di seguire la logica decorativa degli organismi artistici creati da Kris Rush che ai suoi occhi trasforma la pletora di piante in un disegno unico…

 S.: Allora ti sei divertita?

 M.: Sai benissimo che per me 10 Corso Como è un luogo magico. Carla Sozzani è un genio e a suo modo un’artista come Kris…

 S.: Mah! Pare che ora non abbia più il controllo che aveva in passato…

 M.: Non mi interessano le questioni finanziarie. La sua impronta c’è ancora ed è questo che conta.

 S.: Faresti la tua sfilata qua?

 M.: Di corsa! Ma solo se Carla Sozzani assumesse l’onore della direzione creativa. Chi meglio di lei potrebbe interfacciarsi con il genius loci….

 S.: Sempre del parere di prima?

M.: Si, mi attira la visione di una moda che torna alla semplicità delle origini. Basta con il doping spettacolare…Ne ho parlato con una vecchia giornalista e mi ha fatto piacere osservare che mi ascoltava con attenzione…

 S.: Quella signora elegante vestita Armani?

 M.: Si, abbiamo visto la mostra di Sarah Moon in galleria insieme. È una che ne sa tanto di moda. L’avevo urtata mentre cercavo di prendere un bicchiere di vino quando tu sei andata tra i blogger e mi ha detto ci vada piano signorina siamo solo all’inizio e io ho risposto che era solo il terzo e lei allora mi ha chiesto se scrivevo e io ho risposto che preferivo disegnare una buona illustrazione vale più di tante parole ha aggiunto e a questo punto ho dovuto chiarire che sono una stilista. Allora abbiamo parlato delle sfilate anzi parlava solo lei che aveva visto tutte le più importanti e io no e mi ha detto che tutti stavano scopiazzando Gucci male. E poi ha aggiunto che tutto questo clamore generato da Alessandro Michele proprio non le va giù. Secondo lei Anna Piaggi di cui non so nulla a parte le doppie pagine su Vogue aveva già anticipato tutto da un pezzo. Mi ha detto che quando Anna Piaggi arrivava alle sfilate molti la prendevano come una esibizionista all’ultimo stadio, mentre i suoi look erano molto più creativi di quelli in passerella….Cosa volevo dire…scusa mi sono persa…ah! Si, mi ha detto che le mie idea sulla sfilata sono interessanti e che c’è bisogno di una reazione contro la moda anfetaminica…Beh! Non ha usato proprio queste parole però il senso andava a parare proprio lì. Poi siamo andate a vedere la mostra…

 S.: A me Sarah Moon non fa impazzire. Ha uno stile troppo riconoscibile e ripetitivo…

 M.: Io adoro il suo stile…Comunque dovresti vedere la mostra. Sono immagini molto diverse da quelle che pensi tu rifacendoti al suo lavoro per la moda..

 Avete una monetina, una monetina prego dice qualcuno dietro di loro con una voce roca, facendole voltare di scatto e così incontrare la faccia sorridente di Johnny Scorreggia con la mano in avanti con il palmo all’insù…

 M.: Sei il solito cretino! Dove eri finito?

 S.: Sei sparito con quella ragazza…

 J.S.: Quale ragazza?

 S.: Quanto sei stupido…

M. ( rivolgendosi all’amica): Dai tempi della scuola sembra persino peggiorato…

 J.S.: Siete gelose…Vi capisco! Era bellissima…

 M.: Dovevo sentire anche questa…

 S.: Macché gelose, curiose piuttosto. Dove l’hai nascosta…

 J.S.: Abbiamo visto la mostra…

 S.: Epoi?

 J.S.: Alla terza telefonata del suo fidanzato le ho detto che Sarah Moon mi deprimeva e me ne sono andato…

 S.: Non ci credo! Però sei talmente fuori che potrebbe essere vero…

 M.: Cosa aveva fatto di male? Non è mica una colpa avere un fidanzato?

 J.S.: Non ha fatto proprio niente, è questo il problema…Comunque questa è la versione ufficiale e smentisco con la fermezza di chi fa della verità la stella polare della propria esistenza, qualsiasi altra informazione che non la confermi…

 M.: Ma sentilo…Smentisci questa: sei-un-cretino…

 S.: Ah!ah!ah!…Devi aver fatto proprio una figura di merda. Te lo meriti, così impari a trascurare le amiche…Potevi presentarcela e ci pensavamo noi a sistemarti ah!ah!ah!

 J.S.: Dai basta con gli scherzi. Domani rientro in ufficio e nel pomeriggio ho la riunione con colleghi che si aspettano da me…Ecco, il problema è proprio questo cioè non riesco a immaginare cosa cazzo vogliano sapere…

 M.: Perché secondo te me e Suzy ci hanno spedito a Milano per fare shopping? È naturale che si aspettino delle idee. Se invece di fare il cascamorto tu avessi aperto le orecchie forse ora qualche idea ti frullerebbe per il capo…per quanto mi riguarda so già cosa dire: basta sfilate tossiche, basta collezioni che imitano quello che fanno i pochi sulla bocca di tutti, guardiamo chi ci ha dato fiducia cioè i nostri clienti e chiediamoci cosa possiamo creare per farli vivere meglio… Comunque che cosa faremo per la prossima collezione mi compete fino a un certo punto. La mia capa vuole idee per la sfilata…Beh! Io sono decisa a difendere la mia idea. C’è bisogno di riscoprire il vero spirito  della sfilata cioè dare un’anima ad un look e non trasformarlo in una specie di luna park pieno di effetti speciali…

 J.S.: …..

 S.: Io credo invece che svilupperò il ragionamento sulla tecnologia che abbiamo fatto nel pomeriggio. La mia azienda tiene molto ai giovani. E i blogger con i quali ho parlato stasera me lo hanno confermato: il video saranno sempre più strategici. Quindi il mio problema è decidere come valorizzare la sfilata sparandola nel web…Oppure dedicarla solo alla rete come se fosse un film…Cosa ne pensi Johnny?

 J.S.: Penso che dovresti essere cosciente che tutto questo è già stato fatto. E quindi è il come farai cose che non solo più una novità a fare la differenza?

 S.: Cazzo se volevi smontarmi ci sei riuscito.

 J.S.: Ma no, ma no…sono un po’ ubriaco ma parlo seriamente. Io non sono uno di quelli che si illudono che si possa agire e pensare come se ogni sei mesi si potesse fare una rivoluzione. Lasciamo la retorica della moda rivoluzionaria alle giornaliste. Per me le deviazioni da un modello bastano e avanzano. Ecco perché mi sono permesso di dirti che è il come a essere interessante. Le cose che hai detto hanno senso, ma chi è nel settore seppur vagamente le sa. Però sono convinto che verranno ascoltate con più interesse se per esempio aggiungerai che hai parlato con molti blogger e questi ti hanno detto che per loro è più importante quello che pensano e fanno i loro pari piuttosto…che ne so…butto lì, testimonial solo famosi, esperti del cazzo eccetera eccetera. Quindi, prova a immaginare, la sfilata dovrebbe coinvolgere loro…Come? Per esempio rendendoli protagonisti..

 S.: Come se fosse facile! Scusa, vediamo se ho capito. Tu proponi di fare la sfilata in collaborazione con i blogger. Ma ai giornalisti veri interesserà? Oppure devo attendermi la loro reazione, cioè nessun ritorno stampa…E poi si fa presto a dire blogger, quali? E sei sicuro che sappiano gestire una sfilata?

 J.S.: Non mi sono spiegato bene. La sfilata la fai organizzare a chi la sa fare. Il concept invece può benissimo avere come tema il bloggerismo…

 S.: Cioè?

 J.S.: Libere interpretazioni checazzo! Oh! Ma a voi l’alcol fa male… Libere interpretazioni che poi mandi in orbita con il web…E qui viene il bello perché dovrai studiartelo bene il web con i suoi social e non pensarlo solo come un’estensione del tuo smartphone e delle tue personali vibrazioni emotive…Non penserai mica di cavartela con il documentarietto stile National Geographic per pensionati pronti per l’aldilà da postare su YouTube… Pensi forse che usare Istagram in modo strategico sia una cosa spontanea?

 S.: Povera me! O verrò licenziata subito dopo la riunione oppure dopo la fantasfilata dei blogger. In che guaio mi vuoi cacciare? Quasi quasi do ragione a Minnie, abbiamo un problema? Torniamo alle origini. C’è sempre qualcuno che ci casca e ci crede. Io però alla musica non rinuncio…e nemmeno a una location da brividi…

 J.S.: Ecco la solita markettara! Ti agiti tanto poi finisci col fare esattamente quello che fanno con successo quelli arrivati prima di te…

 S.:  E allora? Chiamami scema…

 M.: Tranquilla, non sei scema. È che tu pensi alla moda a partire dalla fine cioè dai fatturati. Io la guardo dalla parte opposta, dall’inizio, dalla creatività…

 S.: La sfilata dove sta? All’inizio o alla fine?

 J.S.: E perché non nel mezzo?

 M.: La sfilata sta dove decidiamo debba stare. È una scelta che ci deve rendere responsabili. Per me farne un fine, anche se funziona, è sbagliato. Significa dopare la moda. Non si può rinunciare alla fede che ci possa essere un inizio…infinito certo…Ogni stagione la moda ricomincia la sua avventura. Lo so che è una illusione, ma senza di essa potrà esistere ancora la moda? O dovremo inventarci un’altra parola? E prima di tutto ci sono gli abiti, e la sfilata dovrebbe mostrare questo inizio…

 S.: Quindi per te la sfilata è una specie di rito di iniziazione…

 M.: Uh! La parola mi piace. Ci clicco sopra tre volte like. Difendere la ritualità è l’unico modo per resistere al dominio dello spettacolo che riduce la moda a una farsa. Ritualità significa reverenza, rispetto, responsabilità…

 J.S.: È proprio vero che le stramberie dopo mezzanotte piovono a valanga. Ma perché poi trovi così attraente una ritualità che sacralizza la moda lo capisco fino a un certo punto. Ma non funzionava proprio così ai tempi di Balenciaga? Questa moda per nevrasteniche privilegiate mi pare pura archeologia. Quel tipo umano si è estinto e i sopravvissuti vanno soppressi subito. Se proprio devo usare la ritualità io penserei piuttosto al carnevale…

 M.: E perché a non al ballo in maschera? Possibile che quando parliamo seriamente tu te ne esci con solenni stronzate…

 J.S.: Cosa vuoi farci, quando sento cazzate mi viene da rispondere con cazzate più grosse. Tu vuoi ritualità? Okay, io invece propongo l’anti-rito cioè il carnevale…Tu vuoi il dramma, io dico che la moda è una commedia. Siamo più liberi con la tua moda che sprofonda nel mistico ma è di una noia mortale oppure quando giochiamo a liberarci dell’ossessione di una identità rigida, divertendoci?

 S.: Però, mica male l’idea dell’anti-rito carnevalesco! È divertente e quando la gente si diverte consuma di più…oh! Lo dicono le statistiche: divertimento uguale a più emozioni, risultato: più business…

 M.: Questa te la potevi risparmiare! Comunque sono contro alla moda vista come una mascherata. Per me è come una pelle divenuta necessaria per noi, per la gente…

 S.: Tipo seconda pelle e discorsi del genere?

 M.: No no no, è la pelle più importante, la prima, quella che ci fa essere, tanto per dirla con i filosofi…Ecco perché credo in una moda rigorosa e responsabile che deve essere celebrata da una sfilata che oggi deve disintossicarsi dal virus dello spettacolo indiscriminato… Dobbiamo ritornare al Fashion code che ci distingueva da un concerto rock o da una esibizione da cabaret. Dobbiamo ispirarci piuttosto all’arte, alle performance artistiche create con gli elementi base del nostro mestiere, abiti, colori, gesti,  espressioni…Il resto è un di più che alla lunga ci danneggia.

 J.S.: Boh! Per me la pelle come la pensi tu non c’è più. È caduta come quando tanto tempo fa abbiamo perso il pelo trasformandoci da scimmie in homo sapiens. In piena rivoluzione digitale esistono solo superfici sottoposte a continue trasformazioni. E devo dire che è un mondo che mi attira anche se di certo non lo amo…Forse perché è il mio mondo e non ne esiste un’altro…

 S.: Guardate! ci fanno facendo gesti per dirci che dobbiamo andarcene…Proviamo a sintetizzare le nostre idee etiliche…

 M.: Chissenefrega, qui si sta benissimo…Io sto con la sfilata che difende i valori della moda, quindi sono per semplificare la macchinosità degli effetti speciali e la celebrazione di atti creativi…

 J.S.: Guarda che fanno sul serio, sono stanchi e vogliono chiudere…Comunque ti rispondo dicendoti che invece io accetto la sfida della complessità. Detesto il romanticismo e la perdita di tempo nell’accanirsi su valori che alla fine risultano non ben definiti. Il valore è una costruzione della nostra mente e quindi cambia come cambiano le attese e le mentalità della gente, cambiano insieme alle tecnologie di cui non possiamo fare a meno…Ecco forse ci sono: io lavorerò per la sfilata integrata…

 M.: Allora stai con chi la pensa come uno spettacolo!

 J.S.: E chi lo dice? La sfilata integrata potrebbe benissimo non essere una sfilata come la pensate voi. Ma poi dove sta chi scritto che si debba necessariamente sfilare? Si può benissimo evitare questo rituale e fare qualcosa d’altro….un film, una performance come suggerisci tu, o addirittura niente…

 S.: Sono troppo stanca per seguirvi…la sfilata integrata proprio non ho voglia di sapere cos’è. Diciamo che io aspetterò di vedere chi tra voi due funziona meglio e poi deciderò come investire ah!ah ah!… Su andiamocene, 10 Corso Como chiude. Non vorrete dormire sotto le stelle!…Facciamoci un ultimo selfie tutti e tre per ricordarci di una settimana di sfilate. Non è mica detto che tra sei mesi ci rispediscano a fare gli osservatori di eventi che tutti continuano a fare senza in fondo crederci troppo. Forse ha ragione Minnie, la sfilata, quando funziona, è veramente un rito e riti non tollerano domande del tipo perché? Che senso ha? A cosa serve?

 M.: Brava, ben detto. Basterebbe rispettare il cerimoniale e aggiungervi un po’ d’amore per la moda autentica…

 J.S.: Macché amore! Tu ti appelli alla fede e alla creduloneria… A me la tua visione sembra un po’ oscurantista, però vista la prevalenza dei creduloni chissà potrebbe funzionare…

 M.: La bella sfilata non sarà mai oscurantista! Un abito creativo non c’entra nulla con i creduloni. Col fascino, piuttosto, con il piacere di sentirsi giusto, forse…

 S. (Indicando l’uscita): Su muovete il culo, vi porto in un locale dove non c’è problema di orari. È l’ultima notte no! Godiamocela. Comunque sono d’accordo con Minnie la bella sfilata non è oscurantista… soprattutto se mi fare un bel business ah!ah!ah

 

                          10-corso-como-terrazzo4                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    4- 5. Due immagini di 10 Corso Como, il set della festa alla quale partecipano i protagonisti del metalogo.

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ADDENDA

 

  1. Un testo, sia che l’autore ne abbia piena consapevolezza oppure no, esibisce sempre un “lettore modello” a cui preferibilmente sembra rivolgersi (chi desidera saperne di più su questo costrutto semiotico, può leggere il libro che Umberto Eco pubblicò quando da studente seguivo i suoi corsi, intitolato “Lector in fabula”, Bompiani, 1979). Naturalmente, l’assunzione teorica dalle quale sono partito, non esclude affatto l’uso di un testo da parte di soggetti eterogenei interessati a confrontarsi con esperienze di scrittura che per qualche ragione li hanno incuriositi, ai quali sta stretto il tipo di lettore implicito in un determinato testo. Vi faccio solo un esempio: compro e leggo con regolarità la rivista Le Science (edizione italiana di Scientific American), anche se non capisco praticamente nulla del 60-70% degli articoli: come definireste la mia lettura? E ciò che ne discende, l’interpretazione, voglio dire, secondo voi cosa rischia? Di essere aberrante, pura poesia visiva, surrealismo concettuale. Ma comunque la mettiate, siamo in presenza di una “lettura”, anche se per gli autori degli articoli risulta praticamente impossibile far coincidere il loro lettore modello con il lettore empirico, cioè me, salvo andare in deroga ai protocolli di scrittura degli articoli di divulgazione scientifica di alto livello, trasformandoli in informazioni giornalistiche. Ma a questo punto, probabilmente, non comprerei più la rivista. Ora, per nostra fortuna i fatti di moda che interessano la gente sono molto più comprensibili di quelli sottoposti al rigoroso vaglio delle lenti della scienza. Per i miei metaloghi la mia intenzione era rivolta alla costruzione di un lettore modello tra 20 e i 30 anni informato sui fatti di moda come può esserlo chi la studia per farne la propria professione. Tuttavia, il loro contenuto credo sia fruibile da chiunque abbia a cuore il senso della sfilata, interpretata come uno degli spettacoli divenuti tipici del nostro tempo, ovvero in un contesto storico nel quale la sua forma originaria sembra definitivamente smarrita.
  2. Lo stile conversazionale del metalogo deriva da un ragionamento che si è imposto alla mia attenzione da almeno una decina di anni. Mi accorsi infatti che la conversazione didattica con i miei allievi stava sparendo, sovrastata dalla presenza di computer e smartphone. Voglio dire che, da un certo punto in poi, cominciava a essere visibile la differenza in termini cognitivi tra le generazioni che avevano quotidiani, libri e quaderno degli appunti sul tavolo e quelle che si nascondevano dietro lo schermo del computer con un occhio sempre rivolto al cellulare. Definirei gli effetti di questa differenza che più mi inquietavano, crisi d’empatia con le parole del professore. Il bel libro di Sherry Turkle, “La conversazione necessaria” (Einaudi, 2016), spiega bene le conseguenze della rivoluzione digitale e i problemi degli studenti millennials. Sono d’accordo con l’autrice nel ritenere che la conversazione a ogni livello si stia trasformando in un lusso per pochi, ma anche che non la possiamo perdere. So benissimo che per i nemici della tecnologia, la soluzione di questo problema risulta estremamente semplice: proibiamo ai ragazzi l’uso del cellulare in aula; facciamogli aprire il computer solo quando lo decidiamo noi professori. Non credo che funzioni. E poi bisogna distinguere tra scuole dell’obbligo e la formazione di livello universitario o para universitaria dove i “ragazzi” dovrebbero essere considerati adulti a tutti gli effetti e quindi in parte responsabili della propria crescita culturale. Insomma, per farla breve, non volendo o potendo proibire nulla, decisi di utilizzare le armi del nemico Ecco perché mi sono convinto a creare i metaloghi pubblicati su MyWhere, chiedendo agli studenti di farne oggetto di un commento libero dopo la lettura. In questo modo mi rendevo disponibile a far entrare dalla porta principale della didattica il mezzo da loro privilegiato, a patto che si confrontassero con modi discorsivi/narrativi, molto diversi dall’internetese. Prima di tutto dovevano leggere un testo che nell’insieme di certo non assomigliava né a un noioso resoconto didattico né ai cinguettii di Twitter; poi dovevano capirlo cioè passare da una lettura empirica a una di secondo livello tale da consentirgli di scrivere un commento e non semplici impressioni/reazioni; infine dovendo scrivere enunciati più o meno articolati, calcolavo che avrebbero provato sulla propria pelle la differenza che c’è tra esprimere le proprie idee con la voce e metterle per iscritto (routine di lavoro non banale nelle scuole di moda, deplorevolmente arretrate su queste problematiche umanistiche). Se siete curiosi di sapere com’è andata, potete leggervi i commenti ai metaloghi che hanno preceduto quello sulla sfilata, postati dai miei recaltricianti studenti.
  3. Un metalogo presuppone l’invenzione di personaggi fittizi. All’inizio mi ero illuso di poter ricostruire un effettivo dialogo tra la tipologia di giovani menti con le quali ho interagito per almeno trent’anni. Ma ho capito subito che mi occorreva un compromesso. Da un lato, con un eccesso di realismo, il testo sarebbe divenuto troppo banale e forse offensivo: non piace a nessun guardarsi in una specie di specchio pubblico senza prima essersi truccato un po’. Dall’altro lato, la stupefacente superficialità dei discorsi a ruota libera dei miei studenti, intercettati dentro e fuori dall’aula, non escludeva affatto che su molte questioni indovinassero punti di vista per niente banali. Ci voleva tempo, capacità di ascoltarli e pochi pregiudizi del tipo di quelli che animano i professori troppo arroccati dietro il loro apparente ordine concettuale. Quindi mi occorrevano continue interferenze tra il linguaggio di soggetti che giustamente sentivo distanti dalla mia cultura e qualcosa che assomigliasse a capacitazioni teorico critiche, espresse in modo anticonvenzionale, ma pregnanti. Non pensavo affatto a intuizioni bensì a una sorta di ritorno del rimosso di lezioni disturbate da salti continui dell’attenzione, che in modo inatteso riemerge nei loro discorsi. Mi spiego meglio. Sono convinto che chi critica gli effetti della rivoluzione digitale sulle menti dei giovani abbia ragione nel segnalare la catastrofe dell’attenzione, l’incapacità di cogliere le contestualizzazioni giuste, la perdita di interesse per la storia profonda, la dipendenza da un presente sempre più vuoto di contenuto quanto gravido di eccitamento. Tutto vero, a patto però di riconoscere che mediamente ci troviamo di fronte a soggetti più veloci nell’apprendimento, multitasking ovvero solo per fare un esempio, abili nel guardare social e contemporaneamente ascoltare ciò che sta raccontando il prof.; hanno una messa a fuoco più rapida (proprio perché disinvestono il contesto), sono imprecisi e approssimativi con le sequenze concettuali ma sono più creativi nel loro uso (segnato dall’imperfezione, sempre a rischio di stronzate ma spesso paradossalmente catapultato nel campo dell’efficacia). Sanno riconoscere ciò che può loro servire anche se non capiscono il perché e il come. Evidentemente i personaggi del metalogo dovevano, per così dire, portarsi addosso queste caratteristiche. Solo così, pensavo, potevano risultare convincenti e nello stesso metacomunicare i valori che intendevo marcare: sono le conversazioni reali che cambiano la vita e incrementano il nostro sapere (ovviamente colloco tra esse anche le conversazioni didattiche come ultima linea di resistenza della vecchia lezione frontale, aggredita da ogni lato dal praticismo e dalla rivoluzione digitale).
  4. Nel metalogo in oggetto i protagonisti parlano sostanzialmente di 4 forme di sfilata: commerciale, rituale, spettacolo, evento. Esistono pochi saggi che esplorano in profondità questo tema. Quasi tutte le pubblicazioni che conosco, magnificano la sfilata con bellissime immagini, dedicando poche parole all’approfondimento teorico. Ho dedicato un saggio specifico all’impatto culturale ed emotivo delle sfilate intitolato “La sfilata da rito di passaggio (tra vecchie e nuove mode) a eventi del post-moderno” contenuto nel libro “Mode e modi” a cura di Simona Bulgari, edito da Clueb (Bologna, 2007). Nel metalogo in oggetto, Minnie, la creativa dei tre personaggi, sembra oscillare tra un nostalgico ritorno alle origini rappresentato dalla sfilata rituale, a fughe in avanti verso modi della sfilata che sconfinano nella performance artistica. Il lettore informato sa benissimo che queste diverse configurazioni appartengono da tempo alle pratiche e alla cultura della moda. Occorre tuttavia mettersi nei panni della protagonista: è alla sua prima partecipazione a una fashion week, gli è stato richiesto di trarre spunti per decidere quale forma di presentazione si adatti alla collezione che sta progettando l’azienda in cui lavora, e le informazioni che ha memorizzato durante le fasi di apprendimento si scontrano con il caos del reale (vivere dall’interno di una fashion week le emozioni e gli stress indotti dai numerosi eventi e dall’interazione con soggetti,in quella sede, a empatia ridotta, alle fashion week se la tirano tutti in modo ridicolo, non è una esperienza prima facie piacevole e appagante, soprattutto per giovani inesperti). Non dovrebbe sorprendere troppo scoprire che Minnie, sconcertata dall’ostentazione spettacolare della collezioni in sfilate strombazzate al popolo come la discesa degli dei, rivelatesi quasi sempre come noiosi pseudo eventi, subisca una sorta di alienazione del sé, alla quale reagisce cercando autenticità e purezza in ciò che crede sia la forma rituale delle origini e come unica alternativa alla tradizione, si rifugi nell’arte. Senza tirare in ballo Guy Debord e le sue note critiche contenute in “La società dello spettacolo”, libro che Minnie non ha letto ma può aver assorbito da uno dei tanti creativi sapientoni intercettati nelle nottate bohémienne da studentessa, senza perdersi in discorsi complicati dicevo, l’atteggiamento della protagonista possiamo considerarlo una reazione generazionale ben conosciuta da quando modernità, novità, moda hanno cominciato a demolire sistematicamente i codici della tradizione. In realtà Minnie pensa e agisce come se la sfilata rituale così come venne codificata dalla generazione di Coco Chanel e Balenciaga, trascini con sé qualcosa delle origini del patto non scritto tra creativo e committente (cliente). Questo anelito all’autenticità, alla purezza, senza che lei ne abbia coscienza, è un’arma puntata contro chi in quel momento occupa ogni spazio. Vale la pena di ricordare che la questione delle origini (della sfilata) è più intricata. Per farvene una idea potete leggere il saggio che ho postato in MyWhere qualche anno fa, intitolato “Origini della sfilata”.
  5. Se avete avuto l’interesse e la pazienza di leggere il metalogo e ci pensate un po’ su, concorderete sul fatto che i tre protagonisti ci parlano delle sfilate secondo un registro soggettivo dal quale emerge interesse per collezioni che diventano storie, ma alludono anche alla noiosità di sfilate che sembrano deja vu, spazi perturbanti, irritazioni per il caos e le fastidiose file eccetera eccetera. La loro inesperienza impedisce l’emersione alla coscienza del valore euristico e passionale di una fashion week di primo livello (New York, Londra, Milano, Parigi, tanto per intenderci). Posso dire di aver impiegato alcuni anni per capire che la settimana milanese, ad esempio, non è la somma di 50 e più sfilate, alle quali impegnandomi in estenuanti spostamenti posso partecipare. Insomma non è una questione aritmetica. Quando arriviamo a concepire la fiera come un tutto, comprendiamo facilmente i suoi effetti olistici sulle varie tipologie di pubblico, dagli addetti ai lavori alla gente, dai creativi ai buyer, dai comunicatori ai manager. Infatti a questa prospettiva una Fashion Week si presenta come un potente centro simbolico che, tra le altre cose, ha la proprietà di aumentare il valore di ogni singola percezione. I nostri tre amici, ma questo è un tratto che forse accomuna tutti i giovani in carriera, hanno difficoltà nel mettere a fuoco il contesto olistico, nel senso che non parlandone abduco in essi una sostanziale mancanza di consapevolezza nel cogliere un aspetto in verità sottovalutato spesso anche da chi ha dietro alle spalle una maggiore esperienza ovvero, il fatto che per avere successo non basta la creatività o il talento dello stilista, servono contatti e opportunità di relazioni non prevedibili (se preferite, potremmo anche chiamarli “colpi di fortuna”). Se ho ben capito quello che dice Minnie, non sorprendetevi se i personaggi di un testo a volte sembrano volare via dal loro autore e vivere autonomamente in un loro mondo possibile, penso di poter dire che ha ben chiara la via che porta alla soluzione del suo problema: per scoprire cose nuove bisogna pensare in modo diverso ( Minnie sa che non può tornare in azienda con le idee ordinarie che chiunque potrebbe inferire dalle informazioni che come un torrente in piena, durante la Fashion Week, debordano da tutte le parti). L’accesso privilegiato a esperienze prestigiose, non totalmente ri-traducibili  dai media le dà un vantaggio che sente di dover sfruttare. Minnie sa che i luoghi, gli spazi, gli eventi che riuscirà ad esplorare non rimarranno indifferenti nei confronti della tempesta di idee che le pioveranno addosso. Probabilmente all’inizio non sospettava che il valore percepito dopo una incessante, faticosa e stressante esposizione alla moda, potesse mettere in crisi la qualità di evento che le sembrava  appropriato e al tempo stesso generare ansia, nervosismo, persino panico. Le conversazioni ossessive e agonistiche con i colleghi ne sono il sintomo. Probabilmente è per mettere ordine al guazzabuglio interiore generato dal network di sfilate, che matura la decisione culminata nell’elogio della sfilata rituale. Una fashion week dunque, anche nel pieno della cosiddetta rivoluzione digitale, garantisce quantità e qualità di connessioni ad ogni livello come nessun altra strategia può sulla carta garantire. Questi link con i migliori addetti ai lavori, con gli intermediari della comunicazione moda, con esperti di tendenze, con eventi che irradiano ciascuno una luce diversa dall’altro, possono attivare il circuito della notorietà crescente e allargare l’orizzonte delle opportunità/possibilità delle aziende. Diciamo che i player accreditati della moda, anche se non perdono troppo tempo a concettualizzare i determinanti della fashion week come sto facendo, agiscono in questa direzione. Di fatto si può dire che i grandi brand della moda presidiano le fashion week alle quali partecipano innalzando il livello degli eventi configurando così uno scenario competitivo il cui fine è il rinforzo dei network che rinnovano i flussi di notorietà che in scala diversa ecciteranno le connessioni con vasti pubblici della moda. Naturalmente il potenziale delle fashion week più importanti che ho brevemente descritto è ben conosciuto dai protagonisti principali. Tuttavia non dovrebbe passare inosservato il fatto che oggi, aldilà dell’efficacia delle pratiche, esistono corrispondenze con le teorie scientifiche accreditate. Come esempio posso citare l’articolo pubblicato nel novembre 2018 da Science, intitolato “Quantifying reputation and success in art”, scritto da Samuel P. Freiberger, Roberta Sinatra, Magnus Resch, Christof Riedl e Albert Lazlo Barbasi. Gli studiosi hanno applicato la teoria dei Link di Barbasi a un campione formato dai dati di 16000 gallerie d’arte, 7500 musei, 1200 case d’aste (136 Paesi, 36 anni di dati), per studiare i percorsi professionali di circa mezzo milione di artisti. Dai calcoli effettuati emerge che il successo dipende meno dal talento che dai luoghi in cui essi hanno agito. In breve, le regolarità riscontrate ci dicono che il prestigio delle istituzioni (musei, gallerie) e la geografia in cui hanno compiuto i primi passi sono decisivi. Più che la qualità delle opere è il network di curatori e direttori che promuovono un artista piuttosto che un’altro ad essere il fattore che scatena le quotazioni e quindi il valore percepito delle sue opere. È interessante anche sottolineare la precocità del successo ovvero tutto succede molto in fretta. Infine, da non dimenticare l’impatto dell’evento clamoroso come moltiplicatore degli effetti. Naturalmente possiamo obiettare a Barbasi & Co, che la loro ricerca non ci dice nulla sulla qualità intrinseca di un’opera o di un artista. Ma sarebbe da sciocchi sottovalutare l’importante trasformazione del contesto allargato che chiamiamo mondo dell’arte, in traiettorie che manifestano un ordine sottostante il caos. Ora, a mio avviso, teoria dei Link e suoi algoritmi applicati all’arte presentano uno scenario avvicinabile a quello della moda. Suggeriscono che chi partecipa a una Fashion week di primaria importanza (cioè collocata nel geografia giusta dei flussi di moda) ha maggiori probabilità di successo per le connessioni che emergono, le relazioni intenzionali e inintenzionali che si attivano, per la dimensione che può assumere l’evento sfilata o simile. È dai tardi ottanta del novecento che un coro via via sempre più numeroso predice la morte della sfilata. Eppure Milano e le altre fashion week di primo livello, tra alti e bassi, sono sempre lì, semestre dopo semestre, ad attenderci. Grazie a Barbasi & Co ora abbiamo qualche certezza in più per rispondere alla domanda: Perché un rituale così banale sopravvive alle crisi i valori della società liquida, alla dominate spettacolarizzazione, alla rivoluzione digitale?
  6. In alcuni passaggi del metalogo, Johnny Scorreggia e il narratore, sparano fuori alcuni paroloni da neuroscienziati e/o psicologi della mente. Come ho già detto sopra, i personaggi di una fiction, è possibile che abbiano una vita propria sconosciuta all’autore, e quindi dicano cose non previste, persino sorprendenti. Avanzo l’ipotesi che Johnny Scorreggia abbia orecchiato qualcosa che assomiglia alle neuroscienze, trovando in esse una nuova prospettiva per indagare il rapporto tra emozioni e pensiero cosciente, un tema che stranamente lo attira. Vuoi perché stanco degli sproloqui continui e ossessivi che chiunque studi o lavori della moda profferisce evocando le emozioni a ogni piè spinto, come se l’abuso della parola fosse in sé la soluzione. Vuoi perché, Johnny Scorreggia non si è mai fidato ciecamente della scuola di moda che ha frequentato, troppo inquieto e curioso per i molti pseudo docenti spesso gettati nella mischia in quanto professionisti della moda ovvero uomini o donne del fare, dal sapere ossificato in schematizzazioni grossolane, finendo quindi per orientare le antenne della sua mente verso altre fonti declinate però secondo il registro anti intellettuale e anti umanistico che la scuola di cui non si fida fatalmente gli ha trasmesso: pochissime letture di libri seri, quindi noiosi, passeggiate veloci in labirinti di seducenti immagini analizzate come un driver guarda il paesaggio mentre guida la macchina sull’autostrada, troppe lezioni in powerpoint. Da come affronta il rapporto tra emozione e pensiero, escludo quindi che possa aver letto i libri di Antonio Damasio, uno dei neuroscienziati più preparati e brillanti in circolazione, autore per esempio di “Emozione e coscienza” (Adelphi,2000), “Il sé viene alla mente” (Adelphi, 2012) e “Lo strano ordine delle cose” (Adelphi, 2028). Tuttavia va detto che il suo maldestro tentativo di indagare l’interazione tra moduli emotivi e fenomeni di coscienza o auto-coscienza, va senz’altro nella direzione del paradigma di ricerca di neuroscienziati come il già citato Damasio, per non parlare di Jean-Pierre Changeux, del quale chiunque lavori in contesti come la moda, anche senza saper nulla della base biologica della mente, potrebbe leggere con profitto il suo ultimo “Neuroscienze della bellezza”. Nel metalogo la provocazione scientista di Johnny Scorreggia non viene raccolta dalle colleghe. Ma mentre per Minnie, la creativa del gruppetto, ogni riferimento a ciò che considera rozzo materialismo, e non c’è dubbio che la massa gelatinosa del cervello sia anche qualcosa di dannatamente fisico, le produce una reazione paragonabile a un attacco di emorroidi, e quindi il suo silenzio deriva da un disagio di fondo che prova da sempre per l’ordine scientifico delle cose, un sentimento ovviamente rinforzato dalla scuola per stilisti nella quale si è formata, mentre per Minnie, dicevo, i paroloni che evocano l’approccio della scienza sono vissuti come ospiti inattesi e perturbanti nelle stanze della creatività, per Suzy, fanatica del marketing, sembrava lecito aspettarsi maggiore partecipazione o interesse. In definitiva, per chi si sente proiettato a dominare strategicamente i processi che impongono un certo ordine ai fatti produttivi, lo statuto scientifico di essi dovrebbe rappresentare un bordo da tenere sempre in considerazione ogni volta che i suddetti fatti diventino un problema. Ma per Suzy il ricordo scolastico dell’immagine in powerpoint nella quale si leggeva [Più divertimento=più emozioni= più consumi], declamata a voce alta dal professore in una delle tante lezioni marketing, aveva assunto i contorni di una verità trasparente a se stessa che rendeva superfluo e a rischio di sterile intellettualismo ogni ulteriore approfondimento. La gente odia annoiarsi e quindi preferibilmente si concentra nei luoghi dove ci sono le situazioni che promettono dosi massiccie d’entertaiment, pensava, e che cos’è l’entertainment se non un concentrato di emozioni? Non è dimostrato che in queste situazioni la gente consuma di più? Cos’altro c’è da sapere? Avendo interiorizzato queste rozze semplificazioni come verità dimostrate, Suzy, rimane estranea agli sviluppi della ricerca di settore. Voglio dire che sono abbastanza sicuro che non conosce, solo per fare un esempio, i test che Steven Quartz e Annette Asp hanno progettato per capire come funziona il cervello di fronte a ciò che vorremmo o non vorremmo possedere. Il libro che riporta i loro esperimenti si intitola “Cool: How the Brain’s Hidden Quest for Cool Drives Our Economy and Shape our World” (Copyrighted Material, 2016). Seguendo le procedure delle ricerche neuroscientifiche Steven Quartz (il neurologo) ha indagato le reazioni delle reti neuronali in soggetti esposti a immagini di oggetti di moda. L’obiettivo era quantificare l’attività dei neuroni in gioco per trarne implicazioni utili (e a questo punto penso sia entrata in azione Annette Asp dal momento che di mestiere fa l’esperta di tendenze) per la comprensione più profonda del processo. D’altra parte, in difesa di Suzy, qualche lettore potrebbe pensare che l’informazione quantificata che ci indica con i criteri di certezza attribuiti alla scienza il fatto che quando siamo di fronte a un oggetto Cool si attivano le reti neuronali della corteccia prefrontale mediale, non sia poi cosi decisiva. Anche considerando che l’attivazione in rete delle citate posse neuronali significhi che quando vediamo l’oggetto dei desideri vengono implicate sia le attività con le quali riflettiamo su noi stessi o sogniamo a occhi aperti e sia quelle che ci consentono di fare delle ipotesi su ciò che frulla nella mente di chi ci sta di fronte, ebbene non è del tutto evidente quando queste implicazioni possano risultare utili ai fini della moda. Ciononostante, una manager in carriera come Suzy non dovrebbe sottovalutare il fatto che le ricerche dei neuroscienziati sono quelle che da un po’ di tempo a questa parte vanno per la maggiore e così come si parla di neuroeconomia, forse non è lontano il giorno in cui anche la neuromoda diverrà fonte di attenzioni e protocolli operativi. Ritornando al tema del metalogo bypassando le parole dei protagonisti, qualche volta frammentarie e confuse come lo sono quelle di una normale conversazione, se non ci credete provate ad ascoltarvi meglio mentre parlate in pubblico, relativamente alla sfilata dicevo, come possono essere utili le divagazioni scientiste alla Johnny Scorreggia? Io la metterei giù così: provate a immaginare la sfilata come un dispositivo di induzione passionale, uno dei più potenti a disposizione della moda; se è vero che è l’istanza emozionale a risultare efficace, allora, tutto ciò che di pregnante possiamo sapere su come funziona non è tempo sprecato. La gente di solito pensa di provare una sola emozione per volta. In realtà non si accorge di osservarla dal punto di vista dei ricordi. Non è così che funziona la nostra mente. Possono convivere nello stesso momento più di una emozione, una può sfumare velocemente nell’altra e in un’altra ancora. In realtà, quando siamo esposti a fenomeni di testualità sincretica come lo sono sfilate che raccontano storie, ci troviamo sottoposti a reazioni rapide e frammentarie di ogni genere. So benissimo che poi ci sbarazziamo dell’impatto emozionale mettendo al suo posto parole che, nel caso di intermediari della moda autorevoli, alla fine contano più delle emozioni. Ma rimane sempre il fatto che l’impatto e la contaminazione, dimensioni del senso tipico di una sfilata, hanno la natura dell’emozione. Quindi, un bravo configuratore di dispositivi passionali una qualche idea su come funzionino le emozioni quando devono supportare il racconto di storie, la deve per forza avere. Allora, tanto vale, aggiungo, fare uno sforzo per conoscere quello che ci dicono di esse chi le studia con rigore. Così la penso. Più o meno! Perdinci e poi perbacco! O se preferite dirlo in stile Johnny Scorreggia, cazzo e poi ricazzo!
  7. Rileggendo il metalogo prima della pubblicazione, ho pensato che la questione della guerra tra parole e immagini avrebbe meritato maggiore interesse. Tuttavia ciò che i tre protagonisti hanno trascurato, posso aggiungerlo ora, dal momento che un testo può essere utile non solo per quello che dice ma anche per quello che sottintende o che lascia aperto agli insight di pensiero di chi lo legge. Per comprendere il punto di vista di Minnie, la creativa del gruppetto, dobbiamo partire dall’assunto che l’abito come oggetto non è completamente descrivibile. In altre parole, il linguaggio non è programmato per catturarlo una vota per tutte. Un oggetto-per-il-corpo, nel contesto nel quale l’ho inserito, la sfilata, è in prima battuta visto, guardato e osservato. Ovvero è percepito, implica una certa dinamica dello sguardo, infine se ci metto dell’attenzione, imprimo qualcosa di esso nella memoria dai contorni più precisi. Che ruolo svolgono le parole? Se assegno a un oggetto una parola (una categoria per un concetto, una frase…) e questa parola è condivisa, di conseguenza ripetuta in un numero crescente di occorrenze, allora, l’oggetto può acquisire un’aura mitica. Era più o meno quello che sosteneva Roland Barthes all’inizio dei sessanta quando stava scrivendo “Il sistema della moda”, dopo aver dedicato anni di riflessioni a svariate mitologie della società dei consumi. Rimane il fatto che la situazione zero ci presenta l’oggetto sottoposto alla presa di mezzi espressivi non sovrapponibili uno all’altro: per il senso comune si riducono a immagini V/S parole. Sembra di capire che secondo Minnie le parole non possano aderire in modo esaustivo con l’esperienza concreta dell’oggetto. Il costo della mitizzazione è infatti la scomparsa dell’oggetto concreto, delle emozioni che lo hanno trasformato in una esperienza interiore prima che fosse una parola, uno stile, un discorso, una storia. Come creativa dunque, Minnie difende un territorio della mente nel quale oggetti, forme e colori sono come in sospeso tra configurazioni instabili e i rumori di una coscienza verbale ancora in stato nebuloso come il brusio delle parole udite da lontano. Per difendere ciò che chiama lavoro dell’immaginazione, Minnie, assume una posizione ostile nei confronti delle parole preposte a mettere ordine nel guazzabuglio dei pensieri. Così diviene complice inconsapevole del regno dell’immagine che sorregge la società dello spettacolo che lei pur detesta. Rendendo autonomo dal discorso critico l’eccitamento di un oggetto trasformandolo in spettacolo, le agenzie per la massimizzazione del consumo, mettono in moto la triangolazione circolare tra desiderio, piacere e godimento che fa e disfa le soggettività della nostra forma di vita. La creatività (senza critica) è integrata al meccanismo. Se un tempo i visionari, salvo rare eccezioni, venivano richiusi o erano destinati a una vita di merda, oggi, spesso, sono giubilati dagli imprenditori e dal pubblico, nel doppio senso della parola: esaltati come eroi, espulsi e/o esautorati dal processo creativo. Cosa dire delle parole quando non recitano la parte del mito emergente? Le persone giovani, pensate al millennials e ai social, sembrano aver dimenticato che con le parole possiamo costruire enunciati sulle cose, che possono essere veri o falsi. Raccontare storie è certamente parte integrante della natura umana ma certamente è una gran cosa scoprire che con le stesse parole, organizzate diversamente, possiamo avvicinarci alla verità (qualsiasi sia l’idea che avete di essa). Inoltre con le parole possiamo effettuare un lavoro mentale precluso alle immagini. Per esempio possiamo dire: “Tra 6 mesi la nostra sfilata simulerà una giornata piovosa”. Oppure che in quella della scorsa stagione le modelle non erano all’altezza. Provate a dirlo con le immagini? Non so voi, io lo trovo improbabile. Non possiamo raffigurare frasi del tipo: “Non voglio sfilare come tutti gli altri”. La negazione non fa parte della cassetta degli strumenti con sopra l’etichetta con riportata la dicitura “immagini”. Possiamo facilmente produrre una serie infinita di enunciati su questa o quella collezione, sul loro significato, ma non potremo mai far coincidere in modo esauriente una descrizione con l’oggetto; non potremo mai con solo le parole far sorgere una collezione identica a quella che abbiamo davanti agli occhi. Possiamo dire che una collezione o una sfilata ci hanno colpito; possiamo descrivere i tratti che consideriamo pertinenti ai nostri interessi. Ma non possiamo dire, a meno che non siamo pazzi, che un abito e la parola che abbiamo scelto per classificarlo siano la stessa cosa. Come abbiamo visto per le immagini anche il linguaggio ha dei limiti. Tutti, nei momenti più significativi della nostra vita, abbiamo fatto esperienza del fatto che non ci è dato esprimere a parole la maggior parte delle cose che sentiamo. La lingua è fatta di universali cioè di concetti generali. Nella realtà ci scontriamo continuamente con singolarità. Gli uni fanno la guerra agli altri, cercano di ucciderli. Il campo di tensioni tra immagini e parole segnalato da Minnie e Johnny è nella moda fin troppo evidente. Esiste una alternativa alla loro guerra? Si esiste. La citata Anna Piaggi, nelle sue famose Doppie Pagine ha proposto soluzioni ingegnose. Il risultato sono state operazioni costruttive di scenari moda che senza alcun riferimento a tendenze, sono risultate più predittive delle ricerche di mercato del momento. Più che previsioni Anna Piaggi faceva estrapolazioni confidando nella sua non comune empatia con il livello molecolare della moda, corroborata dalla sua enorme cultura della moda. Insomma, voglio dire che le visioni grafiche che proponeva avevano le innervazioni immerse nel mondo nel quale viveva, le superfici nervose degli oggetti erano lì a disposizione di tutti, ma solo lei le vedeva. Come mai? Io credo che la risposta in qualche modo sia legate all’uso creativo di parole e immagini con le quali operava per trasfigurare oggetti. 
                                                                                                                                                                                                                       IMG_0494d-p-anna-piaggi-photography-alfa-castaldi-vogue-italia-december-1995-1011_o                                                                                                                                                                                                                6-7. Due esempi di Doppie pagine create da Anna Piaggi per Vogue

     

  8. Perché Minnie e Suzy non colgono al volo la pregnanza del riferimento al “gigantesco” di Johnny? Le congetture che propone, basate sul l’idea di una potente forza simbolica generata dalle dimensioni fuori dall’ordinario dell’oggetto innestato nel contesto della storia narrata dalla messa in scena della collezione, hanno una loro veridicità. Possiamo prendere come esempio la storia dell’arte. Il Mosè di Michelangelo che ho ammirato a più riprese nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, è alto 2,47 m (o 2,35, se togliamo il basamento) e normalmente guarda verso sinistra da seduto. Se uno di questi giorni gli girasse di alzarsi proprio quando avete deciso di andare ad ammirare uno dei massimi capolavori scultorei del nostro rinascimento, vi trovereste di fronte a un gigante di quasi 3m ipermuscolato, dall’espressione incazzata e sono convinto che intimiditi non gli chiedereste mai se le corna gli pesano. Il David a Firenze è alto 4,10 m. Non incute paura ma pura ammirazione per una solida simmetrica bellezza. Provate ad immaginarli di una grandezza umana. Avrebbero lo stesso impatto? Sappiamo tutti che la risposta è no! Il Mosè non indurrebbe quel senso di reverenza per la forza inflessibile del profeta che intimidisce chiunque l’avvicini. Il David non ci trasmetterebbe con tanta forza l’ideale dell’uomo rinascimentale, il suo coraggio, la determinazione, la possente armonia delle proporzioni. In breve, la grandezza di un oggetto cambia il suo significato. I bambini quando disegnano alterano le proporzioni naturali degli oggetti raddoppiando l’altezza o i volumi di quelli che reputano più importanti. La loro mente crea attraverso contrasti accentuati e semplificazioni, un ordine di valori quindi di significati che possiamo monitorare facilmente osservando le loro attività grafiche. La coppia grande-piccolo gioca un ruolo importante nelle loro rappresentazioni. Questo tratto infantile si può dire che non venga più dimenticato anche quando, nell’età della ragione l’assiologia dei valori, compresi quelli dominati dalle percezioni visive, dovrebbe aver subito la pressione evolutiva prodotta dal pieno funzionamento delle reti neuronali che producono il linguaggio e la coscienza evoluta. Dal punto di vista della reazione, sono ben poche le persone che rimangono indifferenti al gigantesco. Questo mi fa pensare che a livello di primarie emozioni la dimensione fuori dall’ordinario provochi asimmetrie percettive che amplificano la nostra reazione passionale. Gli effetti emotivi evocati valgono per le Piramidi, per la torre Eiffel (soprattutto per il pubblico parigino che la vide completata nel 1889: le reazioni furono di una ambivalenza sconcertante; tantissimi impauriti dalla sua mostruosità, era di gran lunga la struttura più alta al mondo, erano ostili fino al vilipendio vagheggiando disastri rovinosi per la città), per la statua della libertà e i grattacieli di New York…e funzionano benissimo anche nella moda. Per limitarci alle sfilate, basta osservare gli incredibili entusiasmi che Karl Lagerfeld è riuscito a catalizzare anche grazie alla maestosità delle sue memorabili presentazioni. Se guardate le immagini 3;4;5 potete senz’altro farvi un’idea di quanto sia stato eccitante essere presenti a una sfilata sovrastata da uno Shuttle pronto a far arrivare Chanel nell’iperspazio; o soggiogati dal ruggito di un immenso Leone; o sbalorditi ma anche rassicurati da un immenso tailleur alto quanto un palazzo di 5/6 piani che riproduce la forma che gli diede Coco Chanel facendolo divenire uno degli oggetti d’abbigliamento più venduti e celebri della storia della moda. Non sono mancate certamente le voci che dissentivano dal gigantismo in stile Karl Lagerfeld, nel nome del minimalismo, della sobrietà, dell’arte fatta di concetti e non di coup de theatre. Ma se ci doveva essere una risposta da parte di chi opera con forme e configurazioni visivo spaziali alla provocazione di Roland Barthes là dove sosteneva che la dimensione mitica è essenzialmente un affaire di linguaggio, ebbene questa risposta non poteva avere una “voce” più autorevole di quella di Karl Lagerfeld e dei suoi show: avete dei dubbi sul dispositivo mitizzante delle sue sfilate? Se in guisa di risposta, mi rivolgo alle disposizioni del suo pubblico, direi che non ci sono dubbi sul fatto che i sintomi della mitizzazione ci sono tutti. Chanel a quasi mezzo secolo dalla scomparsa di Coco, continua a rimanere un mito malgrado siano oramai più di trent’anni che Karl Lagerfeld disegna collezioni molto lontane dalla cifra creativa della leggendaria fondatrice. Vorrei far notare che Coco non avrebbe mai autorizzato il gigantismo per eventi di Karl Lagerfeld. Infatti quando Minnie parla di sfilata rituale, illudendosi di conoscere la storia della moda non accorgendosi di avere la mente impregnata di storicismi perché è così che viene di solito insegnata nelle scuole dominate dai praticoni, intende riferirsi proprio ai modi imposti dalla couturiere, subito imitato da molti colleghi, al punto da erigersi a vero e proprio rituale. Domanda probabile: come mai allora Karl ha avuto tanto successo rovesciando il Vangelo moda di Coco? Ma i tempi cambiano, la gente cambia, il pubblico della moda anche….Lo so, lo so, avete ragione. Ma c’è un aspetto da considerare. Il mito di Chanel era essenzialmente Coco, l’avventura della sua vita, le sue scelte, i suoi amori, i suoi errori, il suo carattere. Quando Karl Lagerfeld diventò direttore creativo della maison, Coco non c’era più da oltre un decennio, il brand era in sofferenza. La sua missione aveva l’obiettivo di riportare il brand lassù in alto, in orbite raggiungibili solo da pochissimi altri protagonisti della modazione. Il restauro di un brand richiede strumenti molto diversi da quelli necessari per farlo nascere. A tal riguardo, Karl Lagerfeld è stato encomiabile, anche se fatalmente in più di una occasione, immagino, abbia dovuto lottare col fantasma di Coco. Azzardo una ipotesi audace: il successo del restauro richiedeva un sacrificio doloroso, ovvero il sacrificio dell’atto creativo che s’inscriveva nel suo brand, nel brand “Karl Lagerfeld” voglio dire, mai arrivato alle altezze vertiginose che il suo talento, la sua cultura, la sua maestria sembravano permettere e meritare. Per onorarlo e al tempo stesso scusarmi per averlo chiamato in causa, vi presento un’altra istantanea che raffigura una delle sue ultime sfilate. Io ci ho trovato atmosfere felliniane, una grandiosità ironica, divertente che ci riconcilia con un lusso troppo spesso arrogante e pieno di sè.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  download                                                                                                                                                                                                                                           c7450636a6a3dff80fb91dd6ec9fba8a
                                                               gallery-1499072207-gettyimages-649017366                                                                                                                                                                                        IMG_0478download                                                 France Fashion Chanel                                                                                                                                                                                                             8-9-10-11      Le stupefacenti messe in scena di Karl Lagerfeld per Chanel                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      9. Facciamo un gioco. Provate a dare un voto all’idea di sfilata che trasuda dalle parole dei protagonisti. Naturalmente, il primo a giocare sarà il sottoscritto. Se ho ben capito i personaggi che credevo di aver creato, prima di rendermi conto che stavano scappando dal bianco dello schermo del computer, costringendomi a ricorrerli, posso senz’altro cominciare col dire che Johnny Scorreggia mi sembra orientato a preferire la sfilata multimediale in stile Nick Knight e Gareth Pugh. Lo vedo interessato forse affascinato da fenomeni estetici come le sinestesie che implicano l’orchestrazione di percezioni eterogenee e dalle ineffabili relazioni che questi stati del corpo debbono avere con il linguaggio, il pensiero. L’immagine che ho scelto, può aiutarvi a indovinare il tipo di effetto a cui mi riferisco (ovviamente l’immagine non può trasmetterci i suoni dell’evento raffigurato, ma, non so voi, guardando la foto a me pare di sentirla la musica). Il fatto che Johnny non riesca a esprimere chiaramente ciò che lo interessa, dipende dalle troppe ore passate a surfare nel web guardando video e leggendo qui e là sintetiche frasi che lo colpiscono. La dabbenaggine dei programmi della scuola di moda frequentata, non lo ha aiutato né ad addestrarsi per organizzare ciò che vuole esprimere seguendo la logica lineare del discorso né a innalzare le sue cognizioni per dare a esse un formato teorico aperto a confronti, correzioni, perfezionamenti. Johnny si ciba troppo di rapide incursioni di immagini e pensieri, del Fashion implicato in parole alla moda assimilate come un/a fanatica dei look potrebbero desiderare un abito tagliato di sghembo e anomalo per proporzioni, solo per l’originalità bizzarra che promette.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               IMG_9367                       

                                                               12. Sfilata Gareth Pugh

                                                                                                                                                                                   

     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        download                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Suzy, per controla vedo ingravidata di quel gommoso buon senso che personalmente ascrivo agli imbecilli. Non è tutta colpa sua. Nella scuola che ha frequentato il marketing che lei adora veniva insegnato a blocchi di schede incapsulate nel software Power Point, rendendo la trasmissione del sapere a-critica e dogmatica. In alternativa, c’erano le fotocopie che riproducevano le stesse schede soporifere viste sullo schermo e ripetute pedissequamente dal docente come il prete in chiesa legge il Vangelo. Poi c’erano le prove pratiche, dove gli studenti appena un po’ svegli si rendevano subito conto che praticamente risultava impossibile cavarsela appellandosi al marketing anoressico trasmesso da Pawer Point. Ma Suzy non è mai arrivata a tanta “profondità”. Per lei tutto quello che non rientrava nel modello andava eliminato. Tanto che problema c’era? Le commissioni dei docenti, durante l’esposizione dei lavori, organizzate come un X Factor improvvisato alla meno peggio, era fatta di prof tristi e annoiati che guardavano come ebeti i contenuti raffigurati con lo stesso Power Point che le era stato imposto a lezione, e anche se avevano da eccepire qualcosa, non potevano certo mettere in discussione la sua dedizione, il metodo che proprio da alcuni di loro aveva appreso. Di conseguenza Suzy se l’era sempre cavata. Per farla breve, Suzy aveva introiettato il marketing come se fosse una specie di algoritmo da prendere e applicare senza porsi troppi problemi. Il tipo di soluzione che la scuola gli aveva trasmesso era di ordine proiettivo: dato un problema gli sparo contro il mio modello e lo forzo ad entrarci. Il problema mi resiste? Semplice, cambio modello mantenendo lo stesso tipo di azione proiettiva. Per Suzy i fattori portanti del marketing non erano di tipo intellettuale bensì caratteriali: determinazione, volontà nell’approccio e propensione a prendersi meno rischi possibile di fronte all’ignoto (alla complessità, che per lei era tutto ciò che stava fuori dalle modellizzazioni). Queste considerazioni, unitamente alle parole del metalogo mi portano a congetturare che la sua scelta si orienterà nell’imitazione dei modelli più sbandierati (che al suo sguardo ingenuo sembreranno quelli che hanno avuto più successo, e se l’ingenuità si sposasse alla cretineria allora questi modelli potrebbero evocargli persino qualcosa del futuro, cioè darle la sensazione della tendenza). Quindi applicando la media statistica, Suzy opterà per la forma di sfilata entertainment più gettonata, evitando a destra gli eccessi spettacolari e a sinistra gli, per lei, incomprensibili scivolamenti nell’arte. Non vi propongo nessuna immagine come sopra, dal momento che sarebbero del tipo di quelle che avrete visto stampate chissà quante volte e perché non voglio irritare il brand in essa rappresentato. Anche se non siete dei falchi avrete capito che apprezzo questo tipo di sfilate con la stesse emozioni che provo quando aspetto un treno in ritardo che non arriva mai. Perché le sfilate “nella media” sono dominanti? Costano il giusto, è più facile organizzarle, non si hanno le persone adatte a far altro, non presentano complicazioni e rischi. in genere lasciano tutti soddisfatti e felici perché dopo un paio di minuti nessuno ricorda più niente. Ho lasciato per ultima Minnie perché la sua semplificazione degli effetti percettivi è quanto di più improbabile possiamo incontrare oggi in una fashion week. In questo caso vi presento subito una immagine di riferimento.                                                                                                                                                                                                                   

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    13. Un esempio di sfilata in stile Christian Dior in pieno New Look                                        

                                          download                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La foto presenta un momento di una delle tante sfilate che contribuirono alla celebrità di Christian Dior nella prima meta degli anni cinquanta del novecento. Guardandola attentamente è facile abdurre la serena e reverente compostezza del pubblico, il silenzio punteggiato dai fruscii degli abiti che accompagnava la promenade delle modelle, i picchi dell’attenzione rivolta alle imago fluens per così trasformare la percezione dell’abito in motion nel flusso di emozioni pregnanti cioè utili a coglierne il concetto. Sono convinto che Minnie ha guardato a lungo foto del genere, facendo un sospiro. In realtà, l’immagine che avrei voluto presentarvi non era questa. Si perché il grande protagonista della ritualizzazione della sfilata in quel periodo non fu Dior ma Balenciaga secondo il quale, addirittura penserete, il collega era colpevole di aver volgarizzato le presentazioni, concentrando su di esse troppo clamore. Purtroppo l’ostilità di Balenciaga per la stampa e la sua anacronistica riservatezza, non hanno permesso il depositarsi di un repertorio di foto di sfilate ricco come quello di Dior. Mi correggo. È più corretto dire che su questo tema le immagini sono pochissime. L’unica che ho recuperato non trasmette a sufficienza l’atmosfera di sacra reverenza che doveva provare chi era introdotto in una delle Maison più inaccessibili di Parigi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

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                              14. Una rara immagine delle sfilate di Cristobal Belenciaga                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

    Comunque entrambe le immagini aiutano a capire cosa sta cercando Minnie. In un mondo nel quale sono saltate tutte le regole, intende scommettere sulla ricreazione di valori che per le nuove generazioni di intermediari non evocano sentimenti come la nostalgia bensì una severa compostezza emotiva tutta concentrata a generare empatia con l’oggetto-per-il-corpo messo in motion con armoniosa naturalezza (e non estasiato dalla musica). Minnie potrà sembrare una romanticona, ma non è scema. Ha percepito benissimo che una fashion week è una sorta di gara agonistica tra brand. Sa benissimo, anche se disprezza il marketing strategico alla Suzy, tutto scatoline contenenti parole e buoni propositi introiettate ed elevate a Vangelo, rinforzate da atteggiamenti del tipo “ora vediamo chi ha le palle più grosse”, Minnie sa benissimo dicevo, che nel tempo in cui tutte le regole sono saltate conviene rompere con le pseudo prescrizioni imposte da chi, rispetto ad altri, ha del margine (notorietà, fatturato, relazioni..). Giocare sul terreno dominato dall’avversario – pensa Minnie- significa quando va bene condannarsi alla sudditanza, all’anonimato. Conviene dunque percorrere strade diverse, Tuttavia, bisogna riconoscerlo, Minnie rischia grosso, ma ci mette la faccia. E proprio perché la sua scelta  può apparire temeraria, a farmi pensare che, tra i tre amici, è quella che concettualmente si muove nella direzione giusta nel contesto di una moda divenuta caotica; caotica come tutto nel mondo sociale, economico, politico al quale in definitiva appartiene. Prendersi dei rischi, a me pare un buon antidoto ( o se volete, una scelta adeguata al dilemma della decisione) in una forma di vita avvelenata dalla liquidità dei processi. Metterci la faccia significa non nascondersi dietro algli altri, prendersi delle responsabilità, agire per crescere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lamberto Cantoni

83 Responses to "Sfilare o non sfilare?"

  1. ann   7 Dicembre 2018 at 14:23

    dialogo divertente. il resto non l’ho letto ancora. Minnie mi piace. sei esagerato con gli extracomunitari. pero capisco cosa vuoi dire. Per i risvolti didattici devo leggermi gli addenda.

    Rispondi
  2. Mauro   7 Dicembre 2018 at 15:56

    Jonny Scorreggia è un mito!

    Rispondi
  3. Antonio Bramclet
    antonio   13 Dicembre 2018 at 17:53

    Il personaggio di Suzy, per me ne esce troppo male. In definitiva lei rappresenta il marketing. Può la moda fare a meno del marketing?

    Rispondi
  4. james   14 Dicembre 2018 at 18:14

    per me la sfilata deve essere la presentazione di abiti a dei compratori. L’unico spettacolo dovrebbero essere i vestiti indossati con eleganza. Sono contro l’eccesso di spettacolo.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 Dicembre 2018 at 10:35

      È una visione superata. Da tempo nelle sfilate i compratori o buyer hanno un ruolo secondario. Perché? Il punto di vista di una mentalità commerciale di solito finisce col privilegiare ciò che si è venduto bene le passate stagioni. Ovviamente la loro argomentazione non fa una piega: la gente quando mette mani al portafoglio è molto più conservatrice di quanto ciascun individuo abbia il piacere di riconoscere. Quindi scegliere ciò che si è venduto bene significherebbe prendersi meno rischi.
      Tuttavia se le aziende sposassero pedissequamente questo punto di vista, tutti farebbero le stesse cose. È chiaro che è proprio questo l’ostacolo da evitare affinché l’idea generale di moda possa avere le valenze che consentono ai creativi di rinnovarne il mito. Per gli opinion leader o giornalisti vale il ragionamento inverso: più è nuovo persino stravagante quello che appare in passerella, meglio si comunica. È chiaro che da questa prospettiva riaffiora come problema la questione della vendibilità di ciò che si vede sfilare. Le tattiche dei brand della moda cercano di orchestrare queste due polarità correlandole alla situazione del momento: se il paradigma della collezione funziona allora ci saranno variazioni sul tema; in caso contrario, rottura del paradigma e ricominciamento.
      Comunque va considerato che oggi il pubblico delle sfilate è eterogeneo e scalare. Cosa significa? Intorno alla passerella c’è di tutto; e ancora, la sfilata attraverso i media in meno di 24 ore arrivava in tutto il mondo.

      Rispondi
  5. Ann   3 Gennaio 2019 at 11:38

    Letti gli addenda comprendo i risvolti didattici dei “metaloghi”. Non sono di facile comprensione. Anzi sembrano difficili per chi studia moda, che di certo non ha amore per pensieri complessi. Altrimenti avrebbe scelto altri percorsi formativi. Anche se la moda riscuote notevoli successi culturali chi ci lavora non brilla certo per profondità e ricchezza di pensieri. Dubito che le esortazioni a saperne di più sulle neuroscienze dell’autore riceva riscontri positivi sia da studenti e sia dai responsabili della didattica. Io non vedo questo grande interesse per la cultura di ricerca, in un settore inflazionato di gossip, mitologie e da questioni finanziarie. Il metalogo è certamente interessante perché in modo anticonvenzionale fa scoprire tematiche non facilmente intuibili. Ma gli approfondimenti per me sono fuori dalla effettiva consistenza dei giovani che scelgono la moda come futura professione ai quali interessa solo la moda che si vede e si compra.

    Rispondi
    • lucio   3 Gennaio 2019 at 14:59

      sono d’accordo. la cultura della moda è effimera. probabilmente anche gli studenti lo sono e di certo non si può paragonare la loro formazione a quella di altri percorsi universitari.

      Rispondi
      • genny   20 Gennaio 2020 at 09:56

        Nella moda attuale c’è molta ricerca a tutti i livelli. Ann e Lucio hanno una vision obsoleta. Non dico che chi ci lavora debba essere uno scienziato. Ma per far funzionare una moderna azienda moda ci vuole uno spessore culturale enorme. La moda non è la pagina di pubblicità che vediamo sui giornali e nemmeno il capo che compriamo. La moda è organizzazione, ricerca, comunicazione, creatività ai massimi livelli. A mio avviso questo implica che i giovani che ambiscono a trovare lavoro in questo settore devono saperne di più di tante cose rispetto al passato. Nell’articolo con altre parole si dice questo.

        Rispondi
        • luc97   20 Gennaio 2020 at 10:01

          Chi sostiene che la moda è effimera dovrebbe provare personalmente a fondare un brand, a creare una collezione e a venderla. Secondo me capisce subito di aver detto una cazzata!

          Rispondi
  6. james   5 Gennaio 2019 at 10:37

    Chi studia moda oggi deve sentirsi un artista. Nel metalogo i personaggi sono ben differenziati. Non li ho percepiti come effimeri. Suzy è la più spensierata ma risulta anche quella con i piedi per terra. Per me l’autore premia troppo, vedi parte finale degli addenda, chi si prende dei rischi.

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  7. Mario   9 Gennaio 2019 at 19:18

    l’approccio socratico mi sta bene. Risulta persino divertente. Non sono molto d’accordo su come viene presentato il marketing. Il marketing oggi è una scienza. Può essere vero che spesso venga insegnato in modo dogmatico. Ma è pensabile oggi una moda senza marketing? Non è nemmeno possibile confinarlo solo nella pubblicità o nelle promozioni. Nel mercato globale il marketing deve decidere il prodotto e se i creativi si lamentano dovrebbero prima ragionare su dove vengono i soldi per pagargli lo stipendio.

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  8. Marco   6 Febbraio 2019 at 08:27

    Il Marketing e la comunicazione fanno la differenza. Però nel metalogo si dice il contrario. La storia è bella ma i contenuti sono il rovescio delle cose che succedono nella realtà.

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  9. ChiaraL   19 Gennaio 2020 at 16:47

    Oramai la sfilata è diventata parte integrante del mondo della moda e credo che fino a quanto un’azienda si possa permettere i grandi costi che ne derivano, sia sempre un grande valore aggiunto a tutto il contorno. È l’evento più cool e desiderato dal pubblico fashion, forse più degli stessi abiti e perché questo fa sorgere critiche? Perché non è vero che aspettiamo un film solo per vedere quell’attore famoso? E se poi fa cagare? Chissenefrega.
    Lo stesso può succedere con gli abiti. Capita che a volte lo stilista toppi, però può sempre farli sfilare dentro uno spazio così assurdo che fa dimenticare quanto siano poco interessanti.
    Gli stilisti al giorno d’oggi devono parlare al loro tempo, al pubblico moderno, che vive di immagini, video, performance, musica. La sfilata non fa solo da vetrina, ma diventa un modo per comunicare quello che il designer ha realizzato nei 6 mesi precedenti. Vuole emozionare, colpire. Perciò ribadisco che oggi non vince solo chi crea gli abiti più belli, ma chi è capace di creare maggior scandalo, stupore.
    Si pensi all’ultima sfilata primavera/estate di Galliano per Maison Margiela, l’apparizione del modello Leon Dame e la sua falcata ha stravolto l’opinione, strappando perfino un sorriso alla Wintour. È come se fossimo ritornati indietro nel tempo, a quando le sfilate erano più delle comparse teatrali, mentre invece oggi si punta tutto sulla tecnologia e si dà poco spazio espressività. Ovviamente c’è sempre chi sa distinguersi, le passerelle della Westwood? Wow, mancano solo i popcorn!
    Partecipare alle sfilate rappresenta il sogno di qualsiasi studente di moda. Mi piace immaginare di essere lì, percepirne la musica, le vibrazioni, toccare i tessuti con gli occhi. L’assurdità dell’evento genera nello spettatore l’ansia di volerne ancora e ancora e ancora. Fino a quando? Probabilmente fino a quando gli abiti saranno materiali e i modelli in carne e ossa.
    Analizzando il metalogo non mi sono ritrovata nel pensiero di Jonny S., sicuramente le performance di Pugh sono uniche nel loro genere, ma anche troppo lontane dalla realtà. Nonostante la convivenza con la tecnologia sia ormai per molti indispensabile, per altri, fortunatamente, il contatto fisico rimane ancora fondamentale. Sicuramente è un piacevole intrattenimento, come può esserlo un film, ma che poi non lascia ricordi fissi nella mente. Mi piace pensare che Minnie sia ancora legata alle origini, anche se purtroppo dovrebbe accettare la nuova realtà dei fatti. È impossibile immaginare una sfilata alla Cristobal Balenciaga oggi, innanzi tutto per il pubblico, nettamente maggiore rispetto a quello degli anni ’50, anche l’intimità non è più la stessa. Oggi tutto deve essere pubblicato in diretta, limitarsi a guardare è un lusso di pochi. Inoltre con la capacità di attenzione, come ha spiegato anche l’autore, sarebbe impensabile intrattenere per ore lo spettatore, perciò è anche da capire la sua riduzione a poche decine di minuti. Pochi, ma intensi. Susy parla poco di moda e molto di numeri. Preferisce rimanere all’interno del suo mondo fatto di statistiche e nozioni economiche, e dove la sfilata è il risultato del boom mediatico che ne deriva.
    Per concludere, nonostante le avversità, i cambiamenti negativi e positivi che la sfilata ha dovuto affrontare nel tempo rimane ancora l’evento per eccellenza che meglio celebra lo spirito della moda.

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    • Ludovica LABA   5 Febbraio 2020 at 09:57

      Secondo me la sfilata non è solo veder passare le modelle con degli abiti ma è solo la tappa finale di un’immenso lavoro che va oltre al singolo abito. Si tratta di ricerche, della voglia di comunicare qualcosa e di trovare il modo migliore per comunicare e far arrivare al pubblico i concetti che uno stilista vuole esprimere. Le sfilate posso anche mandare messaggi alle persone, impressionarle, emozionarle e arricchirle.
      A me viene in mente la sfilata di Elisabetta Franchi della collezione Autunno/Inverno 2016/17 nella quale ha voluto fare la sua “denuncia” contro il maltrattamento degli animali nel mondo della moda e non solo. Collezione nella quale come nelle altre ha eliminato ogni materiale di origine animale e la sfilata alla fine è come la prima di un film, la presentazione e la dimostrazione al grande pubblico di un immenso lavoro.

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  10. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   20 Gennaio 2020 at 11:22

    Chiara, il riferimento alla “falcata” di Leon Dame per Margiela, nel tuo bell’intervento mi ha fatto pensare alla “Teoria dell’andatura” di Honorè Balzac. Senza dubbio la percezione del movimento di chi sfila ha una grande importanza per la valenza del valore del look. Secondo Balzac dall’andatura delle persone si poteva intuirne la fisionomia del carattere, il modo di essere, lo stile di vita. Tutto ciò che si muove ha una posizione particolare nel substrato biologico che alimenta la nostra vita psichica. Ecco perché l’abito indossato “live”, nel processo di modazione, rimane un punto di svolta (nella trasformazione dell’abito in valore) difficilmente rimuovibile.
    Anche se, dobbiamo ammetterlo, video sempre più accurati, possono certo avvicinarsi e emularne l’energia o la pregnanza. Con le tecnologie della Realtà Aumentata, potremmo avere il sorpasso del virtuale sul naturale, ovvero, per restare al nostro tema, abiti indossati proposti alla visione in modo tale da risultare percettivamente più “pregnanti ” se paragonati alla loro fruizione normale.

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  11. Luca.M LABA   20 Gennaio 2020 at 14:18

    Per poter comprendere se realmente la sfilata possa ancora sopravvivere in quella che oggi viene definita, “l’era digitale” e soprattutto se effettivamente possa ancora servire a qualcosa, occorre a mio parere fare un salto indietro partendo da inizio 800. Inizialmente i migliori stilisti si limitavano a presentare, nel proprio atelier, i loro capi su manichino spiegando i concetti fondamentali, utili per la loro comprensione.
    Fino a quando, verso metà del secolo, Charles Frederick Worth, designer dell’haute couture parigina, portò un cambiamento sostanziale decidendo di presentare l’intera collezione su donne di bello aspetto, quelle che oggi noi definiamo modelle.
    Accompagnate da performance e spettacoli di piccole dimensioni, sfilavano davanti al pubblico, lasciandolo senza parole. Questa nuova concezione di presentazione, divenne sempre più diffusa riuscendo a sbarcare oltre oceano arrivando fino in America nei primi del 900. Questi momenti erano basati su un unico tema che veniva accompagnato da un commento narrativo, ed erano sostanzialmente molto teatrali.
    La sfilata e l’utilizzo delle modelle per presentare le proprie collezioni divennero con il tempo un vero è proprio business tanto da trovare spazio anche nella televisione, invogliando le donne ad acquistare i capi ed aumentando notevolmente la visibilità.
    Iniziarono quindi a parteciparvi non solo i potenziali acquirenti, ma anche critici di testate giornalistiche come Vogue, a cui veniva riservata la prima fila, assumendo così un ruolo fondamentale tanto da dettare legge. Un solo commento negativo poteva mandare all’aria l’intera collezione, facendo cadere la maison nel baratro.
    Abbiamo quindi visto come inizialmente le sfilate fossero fondate sulla semplicità, non si puntava tanto sul contenitore (location) piuttosto sul contenuto (i capi stessi) una musica in sottofondo affiancata a una descrizione minimale racchiudeva l’essenza della sfilata.
    Oggi tutto ciò, è stato completamente stravolto, il luogo della sfilata assume un ruolo fondamentale tanto quanto i capi stessi, dj e cantanti internazionali , giochi di luce , location sensazionali adornate da opere monumentali da migliaia e miglia di euro, sfarzo e lusso sono alla base delle sfilate di oggi. I posti in prima fila vengono riservati alle solite, noiose e omologate influencer che con i loro telefoni postano nelle varie piattaforme i look che più le colpiscono, la maggior parte delle volte non capendo nulla di ciò che stanno guardando. Seguono personaggi dello spettacolo, amici e celebrità dello stilista… Al contrario i giornalisti , esperti del settore, indietreggiano finendo nel dimenticatoio delle ultime file, proprio perché il media inteso come giornale ha ormai lasciato spazio ai sociali media, che con la loro rapidità trasmettono in meno che non si dica video e foto dei vari outfit in tutto il mondo, aumentando notevolmente la visibilità.
    Detto questo, penso che il ruolo della sfilata sia fondamentale solo nel momento in cui riesca ad immergere e a coinvolgere lo spettatore nel mood che si vuole realmente trasmettere attraverso ad essa. Spesso delle volte credo che ci si focalizzi più sul contenitore piuttosto che sul contenuto, con questo non sto dicendo che la location e tutto quello che vi sta dietro non sia importante, anzi, dico solo che non c’è bisogno di stravolgere in chissà quale modo il senso originario della sfilata, bensì concentrarsi di più sul concetto e sul messaggio che si vuole trasmettere. Eliminare il concetto di sfilata o peggio limitarla ad una semplice trasmissione online penso che porti soltanto ad accentuare ciò che stiamo vivendo oggi inseguito all’evento dei social media, ovvero alla perdita della relazioni umane, allo scambio di pareri ed opinioni.
    Trovo stimolante una sfilata intesa come semplice performance dove arte, musica e tecnologia si fondono insieme. Ne è un esempio la sfilata del 2011 fatta da Burberry in uno studio televisivo in Cina , sotto il controllo del direttore creativo Christopher Bailey per trasmettere l’essenza “British” stilistica e musicale.
    Modelle vere sfilano davanti ad uno schermo, con sequenze animate, proiezioni e ologrammi realistici con unico scopo: condurre gli spettatori attraverso le 4 stagioni meteorologiche inglesi, tramite un’esperienza coreografa sensoriale, visiva e sonora che ha creato un collegamento fra il mondo fisico e quello digitale. Le modelle sono state così accompagnate attraverso una sfilata visivamente spettacolare da ologrammi in dimensioni reali di se stesse, arrivando a dissolversi trasformandosi in neve, per poi riapparire indossando outfit differenti.
    Interessante anche la disposizione degli invitati, tutti in piedi senza distinzione di nessun tipo.
    La visibilità è stata enorme: oltre al maxischermo installato sul negozio, nella Sparkle Roll Plaza a Pechino, lo streaming in diretta è stato trasmesso anche nei negozi Burberry di tutto il mondo. Sono queste le tipologie di sfilate che dovrebbero continuare ad aumentare, che riescono a coniugare la semplicità della sfilata con l’elaborata tecnologia per riuscire a trasmettere in maniera chiara il contenuto attraverso la stimolazione di tutti i sensi percettivi.
    Lascio in allegato il link della sfilata:
    https://m.youtube.com/watch?feature=emb_title&time_continue=4&v=Yln0ArGaGlY

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 Gennaio 2020 at 15:23

      Hai ragione. La sfilata Burberry che citi fu ragguardevole. Un vero e proprio evento. C.Bailey rilanciò il brand non solo con le collezioni ma anche orchestrando magistralmente le sfilate. Molto interessante la sintesi storica che proponi.

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  12. Chiara B. LABA   21 Gennaio 2020 at 18:16

    Inizio subito col dire che uno dei miei sogni più grandi è quello di partecipare ad una sfilata di moda.
    Penso che partecipare ad una sfilata non sia inutile, anzi, secondo il mio punto di vista, è un evento ormai desiderato dal mondo della moda, sia per l’artista ma anche per il pubblico che vive a contatto con il mondo dello stilista e riesce a percepire cosa vuole esprimere attraverso le sue creazioni; è un momento unico e indimenticabile.
    L’idea di introdurre la tecnologia e gli effetti speciali all’interno delle sfilate negli ultimi tempi, secondo me, non è stata una cattiva idea, perchè inanzitutto lo spettatore viene attirato notevolmente e poi trovo stimolante il fatto di fondere insieme musica, tecnologia, arte e i giochi di luci in queste “performance” di moda, non togliendo nulla alle sfilate che non contengono tutto ciò.
    Recentemente mi sono fermata a guardare il video della sfilata di Haute Couture della stilista Iris Van Herpen, dell’inverno 2019/2020 ( https://www.youtube.com/watch?v=5l1N_9ZsOxA ) la quale adoro e ammiro tutte le sue creazioni. Questa sfilata è una collaborazione con Anthony Howe, artista americano, il quale ha creato al centro dello spazio della sfilata una scultura cinetica che domina la scena, chiamata “Omniverse”. Questa scultura evolve in un’estasi di attenzione attraverso la simbiosi di tutti gli elementi naturali. Avrei piacere di citare le parole dell’artista stessa per far capire al meglio di cosa si tratti questa sfilata: “La collezione ‘Hypnosis’ è una visualizzazione ipnotica dell’arazzo naturale, e dei cicli simbiotici della nostra biosfera che si interconnettono con l’aria, la terra e gli oceani. E’ una rappresentazione della continua analisi dei ritmi di vita che echeggia la fragilità presente all’interno di questi universi intrecciati tra loro”.
    E’ affascinante quest’idea di ipnosi che vuole trasmettere: lo spettatore viene ipnotizzato da queste modelle che avanzano lente, con questi abiti creati da strati sovrapposti di seta morié che creano illusioni ottiche. Abiti come ologrammi, fluttuanti, quasi dei miraggi pronti a dissolversi da un momento all’altro. Secondo me lo spettatore ha bisogno di tutto ciò, deve essere coinvolto nel migliore dei modi in queste sfilate per far si che rimangano nella storia. L’abito che mi ha veramente colpito è l’abito finale “Infinity” costruito da una struttura tecnica costituita da uno scheletro di alluminio, acciaio e cuscinetti ricamato con uno strato di piume che ruotano intorno al proprio centro. Nessuno può competere con la Haute Couture di Iris Van Herpen, perchè nessuno intende l’Haute Couture come la intende lei, non esiste altro designer al mondo capace di unire moda e tecnologia con la sua assoluta, totale, eterea maestria.

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  13. Luca R. Laba   21 Gennaio 2020 at 19:06

    Analizzando il testo è stato inevitabile ragionare sui grandi cambiamenti che la sfilata ha avuto nel corso degli anni.
    Mi sono soffermato sulle parole di Minnie quando afferma di voler proporre alla propria azienda di sbarazzarsi di tutto, mettendo in scena solo modelle ed abiti come un tempo, abolendo musica, strutture monumentali ecc.
    A parer mio bisogna tener presente che dalla metà dell’ 800, quando il couturier parigino Frederick Worth, fece sfilare per la prima volta i suoi capi, i tempi sono cambiati, le aspettative del pubblico sono cresciute, il mondo della moda è stato stravolto decennio dopo decennio e inevitabilmente le passerelle hanno risentito di tutto ciò. Come afferma la figura di Johnny Scorreggia nel testo, così facendo si andrebbe verso una sfilata perfetta solo per il mondo del WEB.
    Ma davvero ciò può funzionare? Io non credo!
    Oggi le sfilate sono accessibili sul web a chiunque ed è possibile guardare 10 sfilate stando comodi sul divano di casa, senza l’impegno di doversi preparare per un evento così cool, ma di certo il messaggio non arriva in maniera chiara. Il concept di una collezione a parer mio deve essere contestualizzato in una location, quindi ritengo difendibile lo sfarzo delle grandi case di moda, quando questo non cade nell’ eccesso.
    Mi piace paragonare una sfilata ad un caso di Marketing sensoriale. Gli odori, i rumori, l’ambientazione, l’eccitazione delle persone, il passo delle modelle, gli applausi, i flash, sono tutte cose che inconsciamente lasciano delle emozioni allo spettatore il quale viene proiettato in un mondo onirico.
    Per provare emozioni il nostro corpo deve impregnarsi di stimoli percettivi e questo il web non lo permette. Sarebbe come mettere a confronto il nuovo singolo del nostro cantante preferito ascoltato su youtube, invece che a un suo concerto live. Sono favorevole allo sviluppo delle sfilate, essendo un mezzo di comunicazione forte devono seguire il progresso, ma come ogni cosa, tutto deve avere un limite e spesso vedendo la velocità con cui questo accade finisco con il chiedermi:” Cosa ancora dobbiamo aspettarci? Verso che mondo stiamo andando?”
    A questa domanda ho trovato risposta proprio sulle passerelle della Fashion Week di Milano, dove Prada ha presentato la FW 2020-21 uomo. La piazza è il nucleo della sua sfilata, una piazza vuota che crea inquietudine, che piano piano si popola di persone che sembrano essere anestetizzate nei confronti di tutto ciò che li circonda, marcati da forme pulite e geometriche dei loro capi. Tutto lo scenario sembra ruotare intorno ad un basamento, simbolo di potere, la cui statua però è di cartone, bidimensionale, fragile.
    Rivedendo la sfilata dopo la lettura dell’articolo, ho trovato una risposta alla scena descritta nel testo, dove i personaggi camminano guardando il telefono riuscendo comunque a schivare ogni ostacolo, è ciò che Prada sta cercando di dirci, non credete?
    Per quanto mi riguarda con questa sfilata sta invitando il pubblico a riflettere su come le nuove tecnologie stanno impadronendosi della quotidianità, delle emozioni, dei sentimenti delle persone, andando così verso un mondo piatto, privo di forza espressiva ed affettiva.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio Bramclet   22 Gennaio 2020 at 22:33

      Luca dici cose interessanti. Su Prada hai visto giusto. Solo che io non capisco cosa realmente voglia comunicare. Una critica ai comportamenti indotti dal digitale o una arresa al loro potere incantatorio?

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  14. Matilde L   21 Gennaio 2020 at 21:12

    Imparare, osservare, vedere, immaginare, pensare, credere, desiderare, riflettere, scegliere, ispirazione…

    “Sfilata” ogni volta che sento questa parola sono mille i pensieri che mi passano per la testa, questi sono solo alcuni.

    La ritengo una parte molto importante e non superata del mondo della moda. Desiderata e aspettata con ansia sia dallo stilista che da tutto il mondo esterno. Un momento dal quale è solo possibile imparare.

    Quando penso ad una sfilata non penso solo al movimento di un gruppo di modelle che avanzano ordinatamente in fila una dopo l’altra, quando penso ad una sfilata, penso a tanto altro, all’atmosfera che si crea in tutta la città, paese in cui viene svolta.

    Ai commenti che senti per strada, a quelli che leggi sul web, persone di tutto il mondo riunite per un’unica passione, interesse, desiderio, chiamatelo come volete!

    Sentire, leggere articoli di giornaliste/i, opinioni esterne, anche negativi.
    Poter trasmettere un pensiero, attualità, comunicare.

    “Sfilata” per me è l’insieme di tutto quello che si crea per un occasione.
    Proprio come Maria Grazia Chiuri per la collezione prêt-à-porter primavera 2020, che desidera creare un “giardino inclusivo” dove coltivare la coesistenza e la differenza e dove rendere ogni gesto importante.

    https://www.youtube.com/watch?v=rr7eYGJik48

    Questa sfilata è stata pensata come un momento sospeso, in cui temporaneamente sono riunite piante provenienti da luoghi diversi e che in seguito continueranno il loro itinerario e approderanno in diversi progetti permanenti, per rendere immortale questo giardino poliedrico. Più che una scenografia, questo paesaggio effimero annuncia la creazione e il miglioramento di boschi ed aree verdi, ricchi di specie vegetali variegate, a dimostrazioni che tutti possono costruire e preservare il futuro e la bellezza della natura.

    La donna giardiniera, immaginata da Maria Grazia Chiuri, osserva il progetto infinito e incompiuto che è quel pezzo di terra piccolo o immenso, che diventa spazio infinito del gesto responsabile, delicato e insieme deciso che è espressione del prendersi cura, del curare, del progettare consapevolmente.

    Una sfilata non è solo una sfilata.

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  15. GIADA (L)   21 Gennaio 2020 at 21:41

    “Sfilare o non sfilare?” Una così semplice domanda ma che, allo stesso tempo, nasconde mille diramazioni, insidie a cui noi, giovani aspiranti stilisti, neanche osiamo immaginare.
    La tragicomica avventura dei nostri protagonisti del meta-dialogo ci pone di fronte l’attuale enigma che sta dietro alle sfilate del 21esimo secolo: Cosa effettivamente ci lega al rito delle sfilate? e perché ancora non è stato completamente sostituito con qualcosa di più all’avanguardia?
    Credo di essere arrivata alla conclusione che sia un processo che derivi dalle leggi della natura: o ci si evolve oppure ci si estingue.
    Le sfilate di moda hanno mantenuto una sorta di convenzione costituita da piccole regole, che una volta infrante shoccano lo spettatore. Allo stesso tempo per queste trasgressioni anticonformiste iniziano a fare parte del gioco.
    Ormai infrangere le regole non è forse ciò che nutre il desiderio dello spettatore?
    Il cambiamento rispetto a ciò che già si è visto (e per così dire “accettato”), infatti, deriva dalla necessità del marchio di suscitare curiosità, desiderio, dipendenza, quindi vendita del prodotto, notorietà e seguaci. Questo si ottiene tramite una spaccatura con l’ordinario che attira l’attenzione percettiva, ma non vi sono regole prestabilite su come creare questo, c’è chi riesce nelle sue intenzioni e chi viene frainteso, tutto è veloce e così spietato, che sì, penso sia una paura comune quella di sbagliare.
    Vorrei inoltre approfondire che l’importanza visiva del il rito della sfilata può avercelo altresì anche un video, poiché una collezione per funzionare, ha bisogno di una corretta divulgazione di immagini. Ne approfitto così per parlare di Iris Van Herpen una delle figure più interessanti e innovative della moda internazionale degli ultimi anni, che proprio questo 20 gennaio ha presentato un breve défilé multimediale primavera/estate 2020: Osservando la sua sfilata, caratterizzata da un profondo senso artistico ed estetico, sono presenti dei dettagli coerenti con il suo stile: La musica tecno (volutamente distorta), il luogo spoglio, caratterizzato da luci fredde, ci immerge immediatamente nella sua dimensione aliena, in cui gli abiti parlano attraverso il movimento imprescindibile. Nel video infatti si percepisce il duello tra lo spazio e il tempo: ci sono frame in cui tutto rallenta poi riprende veloce, facendo si che lo spettatore non si abitui ad un unico tempismo e mantenga così un’attenzione alta.
    https://www.youtube.com/watch?v=SwGxuaqxBME

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  16. Angelica L   21 Gennaio 2020 at 21:58

    Ho trovato estremamente interessante e stimolante l’articolo, la visione differente dei tre protagonisti del dialogo mi ha portato a riflettere soprattutto sul fatto che oggi circondati da migliaia di fashion blogger spesso ci sentiamo più vicini ed affascinati a questo mondo, per sentirci più vicino a tutto ciò utilizziamo i social, è come se avessimo tutto lì, si può dire che per molti la moda è tradotta dietro ad un telefono, qualsiasi cosa vogliamo vedere la troviamo a portata di click, trascurando l’idea di ciò che ci potrebbe trasmettere viverla in prima persona. Da quello che è emerso nel metalogo, Jhonny ha una visione di sfilata fiabesca arricchita da effetti speciali e oggetti tridimensionali, con tanto di luce e musiche ad arricchire il tutto. Minnie, preferisce una sfilata dove si evitano eccessi teatrali si trova inoltre contraria all’utilizzo della musica all’interno delle sfilate quasi a dire che plasma le emozioni che una sfilata ci dovrebbe portare a provare. Dunque l’emozione secondo lei va ricercata nelle creazioni stesse e non nella scenografia e nell’atmosfera creata appositamente per stupire. Suzy, proiettata in una visione sempre rivolta al marketing, la troviamo coinvolta quasi in una visione classica non uscendo dagli schemi di quello che è ciò che potrebbe portare più profitto, si incentra dunque su quello che ha avuto sempre successo senza portare eccessi spettacolari. “La moda che vince è quella che si adatta al tempo in cui opera.” Questa frase trovata all’interno dell’articolo ha catturato la mia attenzione in quanto nonostante si voglia portare innovazione e creatività bisogna sempre tenere bene a mente l’epoca in cui si opera e le esigenze della società in cui dobbiamo operare, detto ciò mi trovo ad appoggiare ciò che ad oggi troviamo maggiormente nelle sfilate, ovvero collezioni arricchita di location mozzafiato, effetti speciali, musiche e scenografie teatrali.
    https://www.youtube.com/watch?v=FW0DSGxs8WA
    Penso che questa sfilata di DOLCE&GABBANA Luglio2019 Valle dei templi, rappresenti appieno ciò che significa indossare non solo un vestito, ma una storia raccontata attraverso creazioni, in grado di emozionare. Appoggio dunque la visione portata avanti da Jhonny, nonostante ritengo molto interessante anche il pensiero di Minnie, anche se penso che essendo catapultati in questa società spesso dominata da eccesso, lo stravolgere così tanto l’idea di sfilata, quasi ritornando al passato non so come potrebbe essere presa e vista. “Prima o poi la moda dovrà riscoprire il valore delle parole. La guerra con le immagini le parole l’hanno persa da sempre.” Un altra osservazione che mi ha portato a riflettere, la ritengo giusta e veritiera, penso che sia una conseguenza diretta di ciò su cui siamo costantemente catapultati. Evidentemente trasmettere e raccontare la moda con le immagini risulta più semplice oggi, infatti è la strada su cui si sono indirizzati molti brand di moda, tutto si traduce a delle foto che spesso dopo qualche secondo dimentichiamo, perdendo così l’uso delle parole spesso accantonate quasi per pigrizia. Ritengo inoltre che le sfilate siano un mezzo di rilevante importanza per tutti coloro che si sentono vicini al mondo della moda ed è un mezzo per arrivare ad un fine comune, quello di farci emozionare.

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  17. Dalila L.   21 Gennaio 2020 at 23:58

    Sfilate: se non ci fossero sarebbe come fare un lavoro non completo, non ha senso portarlo avanti.

    Le sfilate hanno la capacità e la forza di racchiudere un mondo, una moltitudine di emozioni provenienti da più punti di vista. Vengono trasmesse dallo stilista attraverso gli abiti, sì anche se possiamo percepirle in maniera differente, anche grazie agli scenari che fanno da cornice alle opere. La parte scenografica che racchiude ed ingloba perfettamente, penso che sia una decisione,che prende lo stilista molto intelligentemente. Le persone basta che osservino la sala,la location, gli addobbi, i video e sentano la musica per aver chiara la collezione che vedranno dopo pochissimi secondi. Hanno una grande impronta.
    Eventi è un sinonimo di sfilate,come si può non percepirlo dopo tutto ciò.
    Prendo in analisi la sfilata di Dolce Gabbana https://youtu.be/FW0DSGxs8WA dove tutto è così emozionante. Scenario da favola in perfettamente armonia con la meravigliosità e preziosità di ogni singola parte dell’abito che sfilava nella passerella. La musica anch’essa in grado di enfatizzare quella forza, raffinatezza e maestosità. Tutto combaciava, tutto parlava alla stesso modo. Il momento della giornata con le sue luci, la replica dei guerrieri con le guerriere tra le colonne, l’uno esaltava l’altro.
    Nella realizzazione della sfilata immagino e presumo ci sia una moltitudine di lavoro ma non solo per essa anche nel prima e nel dopo, è un continuo. Ti fai vedere durante le sfilate e durante l’hanno se non il giorno dopo progetti la prossima. Penso sia anche questo il bello di essere stilista, sei sempre stimolato a continuare nel vedere realizzato il proprio capolavoro, le proprie idee che girano tutto il mondo grazie a video, immagini, dirette, storie di fashion blogger. Alla fine nella società di oggi se vuoi stare al pari devi fare i conti e vedere con chi s’interfacciano le nuove generazioni, ed ora i fashion blogger sono una modalità pubblicitaria o meglio di visibilità per i brand di moda.

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  18. MartaB LABA   22 Gennaio 2020 at 00:00

    Leggendo il testo ho iniziato a pensare alle varie caratteristiche che comprendono una sfilata dei nostri tempi e io stessa mi son messa molto spesso a concordare sia con uno che con l’altro personaggio. Penso che una sfilata abbia molto più impatto se gli abiti vengano mostrati al pubblico con una scenografia particolare, certo, alcuni direbbero “se volevo vedere effetti del genere andavo direttamente in un parco divertimenti” ma al contempo stesso c’è da pensare che oltre ad essere un evento unico e irripetibile, la scenografia delle sfilate si intreccia con gli abiti che sfilano, grazie a ciò ci si può immergere nel mondo che si è creato lo stilista per disegnare gli abiti e farne parte anche solo per pochi minuti, per capire o almeno provare, ciò che l’autore ha immaginato e elaborato per la collezione che ci ha proposto. Penso che la tecnologia che abbiamo oggi sia essenziale per vendere e pubblicizzare al meglio il marchio e il fatto che alcuni preferirebbero tornare a quando le sfilate erano semplicemente camminate di modelle vestite con abiti della nuova collezione proposta, c’è da dire che ormai l’evoluzione tecnologica sta veramente accelerando nel corso di pochi anni ed è giusto che anche la moda ne stia al passo, senza poi considerare che in fin dei conti, ognuno ha i suoi gusti. Una domanda che ha iniziato, quindi, a farsi spazio nella mia mente in seguito a “modernità: si o no” è stato dunque questo: meglio esprimere la propria creatività seguendo i propri gusti (quelli dello stilista ovviamente) e volerli condividere con gli altri ricevendo reazioni positive o negative dal pubblico o è meglio compiacere gli altri? Nel mondo di oggi non si sa più se sia meglio creare seguendo il “ciò che piace” o il “ciò che MI piace”.
    Tornando all’argomento “sfilate scenografiche” la sfilata menswear che più mi è piaciuta tra quelle proposte recentemente è stata quella di Louis Vuitton, sarà perché ho sempre il naso all’insù e adoro le nuvole che mi ha fatto tremendamente piacere come Abloh Virgil abbia usato una semplice quanto inaspettata texture di un cielo pieno di nuvole sia per la scenografia della sfilata che per il tessuto dei completi finali. Parlando di questi ultimi, la fantasia della stoffa come le maschere a specchio che indossavano i modelli mi ricordavano Cloud Gate, le maschere erano l’opera stessa mentre la fantasia dei completi richiamava ciò che si riflette nel “fagiolo” di Chicago, ovvero il cielo ricoperto di nuvole. Parlando adesso degli abiti ho apprezzato come la sfilata sia iniziata da completi classici e dettagliati a più elaborati, come giacche destrutturate e “a pezzi” fino ad arrivare allo stadio finale ricoperti di un cielo azzurro alternato a nuvole bianche, senza poi considerare dell’aggiunta pacata ma d’effetto della tonalità fucsia, cosa che trovo a dir poco splendida.

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  19. Alice C (L)   22 Gennaio 2020 at 02:09

    Credo che la forza delle sfilate sia quella della creazione di uno scenario, della realizzazione di un concetto che ci porta in un’altra realtà e che ha la forza di lanciare messaggi proprio come un film o una canzone. È un fenomeno percettivo completo che ci risucchia come può fare solo un buon film o una storia ben riuscita, trascinandoci con sensazioni surreali in nuovi scenari.
    Ciò che rende unica la sfilata non sono i look in se per se ma la somma di essi alla musica, alle luci, alla location e sopratutto al movimento, ecco perché la sfilata fisica per adesso non può essere rimpiazzata da un semplice video online, nonostante sia un mezzo di comunicazione molto forte. Il potere della sfilata risiede nella tridimensionalità, nell’essere immersi nel suo scenario e nella forza di riuscire a raccontare una storia ( su questo concordo con Johnny), una storia che deve essere raccontata attraverso gli abiti, le forme, i colori, i suoni.
    “Saper raccontare le storie è la religione di questa nostra epoca. Una storia è il modo in cui puoi raggiungere il cuore di qualcuno in qualunque parte del mondo” parole di Oprah Winfrey su cui sono completamente d’accordo e che; secondo me, rendono chiaro il motivo per cui in una sfilata non basta solo saper creare bellezza estetica ma avere la capacità di raccontare qualcosa. Ne è un’esempio la sfilata di Dior Haute Couture SS 2020 che manda un messaggio forte che racconta la visione della stilista (https://www.youtube.com/watch?v=bQp-lQuqF0w) o anche la sfilata di Jacquemus FW 2020 ” L’ANNEE 97 ” che ci riporta indietro nel tempo ma che in realtà lo fa attraverso gli occhi dello stilista e che perciò crea una nuova percezione di quel periodo che è la somma di ciò che noi possiamo ricordare e ciò che la sfilata ci comunica( https://www.youtube.com/watch?v=GxuxI2OvJU0 ).
    Credo che Gareth Pugh abbia intuito quello che potrebbe essere un’alternativa alla sfilata fisica ma che per adesso questo mezzo non possa avere lo stesso impatto percettivo di quello creato dalla somma degli elementi che caratterizzano una sfilata.
    Penso che la soluzione nel creare nuovi tipi di sfilate possa essere nell’innovazione che si potrebbe creare nell’unione delle nuove tecnologie alla sfilata come evento, come aggiunta non come rimpiazzo di essa.

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  20. AlessiaL   22 Gennaio 2020 at 08:09

    “Non basta cambiare decorazioni in una sala dove hanno sfilato altri per mantenere alta l’attenzione…Allora, una location indovinata trasforma la sfilata in evento. E se la location si compenetra con il tema, la storia che racconta la collezione allora diventa tremendamente efficace…” 
    Citazione di Johnny Scorreggia, personaggio del metalogo ”Sfilare o non sfilare?”

    È proprio da questa affermazione che vorrei partire nel commentare il metalogo recentemente letto.
    Nell’ambito della moda parlare di sfilate penso sia fondamentale e imprescindibile.

    Personalmente ritengo che la sfilata sia da sempre, il punto di partenza, la testimonianza del susseguirsi, e di conseguenza, del cambiamento della società, basti pensare ai look rivoluzionari di Coco Chanel e Christian Dior.
    La sfilata, in origine, era totalmente differente da come la fruiamo noi al giorno d’oggi: le creazioni venivano presentate al pubblico, l’élite, senza l’accompagnamento musicale e tantomeno la presenza di una location a tema.
    Con il passare degli anni e con il cambiamento della società, con l’entrata nell’ambito della moda dei millenials, il mondo della moda si è trasformato, probabilmente in base alle esigenze di questa nuova generazione.
    La sfilata si è tramutata in un evento, dove la cura minuziosa dei dettagli: l’allestimento della sfilata, la location, il suono, il tema della collezione, è le chiave vincente per la riuscita della sfilata.

    Quindi, ricapitolando, per rispondere alla domada del mealogo “ Sfilare o non sfilare?”, io rispondo che si, sfilare sia tutt’oggi un punto cardine, fondamentale, per poter captare le trasformazioni, la metamorfosi della società.
    Quando uno stilista prepara una collezione, non è semplicemente la creazione di abiti , ma è soprattutto, a mio parere, un’occasione per poter presentare un pensiero o una riflessione rivolta a tutta la società, trattando tematiche contemporanee.
    Un esempio è la stilista della Maison Dior, Maria Grazia Chiuri che attraverso la sfilata Haute Couture Sprign Summer 2020, ha tradotto in abiti, una riflessione femminista: “What if Women Ruled the World?” ( E se le donne iniziassero a governare il mondo?). La stilista approfondisce il complesso legame tra femminismo e femminilità, rielaborando la visone femminile, paragonando la donna a dea, come lo si può notare dai capi creati fatti sfilare in un’installazione di Judy Chicago al Musée Rodin di Parigi, scultura che, attraverso la sua grandezza e monumentalità, vuole sottolineare l’immenso potere della donna.

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  21. Ilaria L   22 Gennaio 2020 at 10:08

    Sono convinta che la sfilata di moda, da quando ha iniziato ad esistere fino ai giorni nostri rimane sempre e comunque un oggetto del desiderio.
    È nato come un evento d’élite e privato dove solo pochi potevano veramente assistere ed è diventato un evento pubblico, documentabile sui social, dove chiunque ha la possibilità di vedere ciò che sfila in passerella anche senza essere lì fisicamente.
    Sebbene ad oggi, grazie alla cultura digitale e agli influencer, le sfilate siano create appositamente per adattarsi anche al filtro social, credo che l’esperienza fisica della sfilata sia tutta un’altra cosa.
    Ricordo due anni fa, quando per la Fashion Week io e alcune mie compagne andammo ad un evento gratuito organizzato dalla Camera Nazionale della moda e nell’edificio accanto a noi si stava svolgendo una sfilata. Sarà perché questo mondo è la mia passione, ma l’emozione e il brivido di essere così vicino a un evento del genere non lo scorderò mai. Mi bastava sentire la musica che rimbombava nelle pareti per entrare in uno stato di adrenalina e di coinvolgimento. Per questo credo che la sfilata ancora oggi sia fondamentale, anche se sono convinta che gli influencer centrino poco e niente. Se dobbiamo ragionare da un punto di vista del marketing forse si, gli influencer sono fondamentali poiché rispecchiano l’adattamento della casa di moda al contesto social e culturale di oggi, da cui non si possono sottrarre. Ma per il resto credo che, ad eccezione di pochi, gli influencer servano a poco, forse nemmeno la guardano troppo la sfilata o forse si perdono dei pezzi poiché troppo impegnati a caricare storie su Instagram; credo che un evento come una sfilata, soprattutto per la capacità che hanno oggi di aumentare le nostre sfere sensoriali, vadano vissute a 360 gradi senza il disturbo di altri dispositivi. Anche se si sa, la voglia di postare di essere lì è irrefrenabile, in quel momento è uno status symbol.

    Personalmente, io credo ancora nelle sfilate, soprattutto nelle sfilate di oggi che sfruttano tecnologie come la realtà virtuale, che sanno non tanto emozionare ma farti sentire coinvolto. Penso che la sfilata sia innanzitutto il veicolo tramite il quale il brand si apre al mondo e soprattutto si prenda i meriti di un lavoro durato mesi ma penso anche che il desiderio di molti di partecipare alla sfilata si basi su un processo mentale umano comune quasi a tutti. Il sentirsi parte di qualcosa di speciale, di unico, che accade solo una volta nella vita, il desiderio di dire “io c’ero e tu no perché io faccio parte di questa élite”.
    Credo che la sfilata avrà ragione di esistere anche per questo motivo, la FW è un evento a cui le celebrities non vogliono rinunciare. E non si può di certo biasimarli, partecipare a una sfilata come quella di Fendi del 2007 sulla Muraglia cinese ad esempio deve essere stata un’esperienza indimenticabile, ci si sente parte di qualcosa che ha fatto la storia e credo che sia proprio questa la chiave del successo.
    Ideare sfilate come ad esempio quelle di Lagerfeld per Chanel esprime il suo genio creativo e rende il pubblico parte di qualcosa di grande. Credo sia follia pensare di sostituire la sfilata con l’idea di un film o di un video che, a parere mio, non è neanche paragonabile ad un evento dove il pubblico è presente fisicamente. Si può provare emozione e stupore anche tramite un video ma non rimarrà nella memoria per molto tempo come qualcosa provato sulla propria pelle. E sono sincera, secondo me anche semplicemente una scelta azzeccata della musica vissuta dal vivo può essere un successo.
    Non sono per un ritorno alle origini della sfilata anzi, sfruttare le tecnologie che oggi si hanno a disposizione è fondamentale per stare al passo e invitare gli influencer ci sta. Ma credo ci sia una sottile differenza tra tenere il passo e riuscire a rapportarsi con la società odierna e il sconfinare in qualcosa di troppo “futuristico” come video o film che andrebbero a togliere l’essenza stessa della sfilata: il coinvolgimento. O forse potrebbe essere un successo, chissà.. ma ad oggi non siamo ancora pronti.

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  22. Michela (L.)   22 Gennaio 2020 at 21:59

    Trovo che questo metalogo racchiuda e sintetizzi perfettamente tutte le possibili visioni ed opinioni sul tema della sfilata di moda. Innanzitutto oserei dire che si può attribuire alla sfilata più di un significato, ovvero non vedo la necessità di dover scegliere tra una visione commerciale, piuttosto che di rituale o di spettacolo, bensì ritengo che essa sia tutte queste cose insieme. Mi spiego meglio:
    non mi intendo di storia della moda, ma penso che la sfilata sia sempre stata un rito di passaggio per rendere un brand qualsiasi noto, cioè sulla bocca di tutti, perciò identifico il significato della sfilata come “rituale” in una distinzione tra la vera e propria moda ed il semplice brand commerciale (es: le catene);
    per quello che riguarda la parte dello spettacolo, sostengo che sia inevitabile e fondamentale. In vari passaggi del metalogo si accenna al valore dell’emozione data dalla presenza fisica alla sfilata e mi trovo d’accordo in quanto penso che l’amplificazione delle emozioni può essere data solo dall’esserci, poiché gli effetti presenti nella realtà non potranno mai essere ricreati da un video su uno schermo, che rimane comunque una realtà bidimensionale. Con questo intendo che, per esempio, le musiche ed i suoni, studiati nel minimo dettaglio, avranno un impatto particolare nel luogo della sfilata, creando effetti sonori che solo l’orecchio umano in un hic et nunc può percepire. Lo stesso vale per le luci, la scenografia e tutto ciò che rende la sfilata uno spettacolo;
    infine arriva la questione commerciale. Personalmente credo che non siano gli abiti i protagonisti della sfilata, infatti spesso essi non sono presenti nei negozi dei brand, bensì l’insieme che costituisce la sfilata stessa fa da protagonista. Quest’ultima, sia tramite i tradizionali commenti giornalistici, sia tramite post pubblicati dai blogger, è l’argomento di discussione sul valore di quel determinato brand. In che senso? Nel senso che non sono più gli abiti ad essere giudicati, ma tutto il contesto, ed è quindi grazie alla spettacolarità della sfilata che verrà determinata la popolarità o meno del brand e di conseguenza essa determinerà l’afflusso di clienti nei negozi (non per i vestiti della sfilata, ma esclusivamente per il valore che assume il brand in generale.)

    Ecco perché trovo troppo utopistica la visione della ricerca del ritorno alle origini, della purezza di significato. Il mondo di oggi necessita di una forte comunicazione, proprio perché, come già ripetuto, i millennials si ritrovano catapultati in un mondo del tutto virtuale fatto di social media e facili giudizi. Per quanto banale, l’utilizzo dei social media, per arrivare ad una nuova generazione che ha cambiato il modo di vedere le cose, è imprescindibile, soprattutto perché non sono più gli articoli sui giornali a spostare le tendenze, e non si può essere così moralisti da pensare che la moda sia fine a sé stessa.

    Ritornando alla questione della spettacolarità, mi rifaccio anche all’ambito del design. La design week con il salone del mobile funziona all’incirca allo stesso modo della fashion week, e penso che addirittura superi il senso di spettacolarità che ha la sfilata coi suoi abiti: infatti oramai ciò che attira maggiormente i millennials, e non solo, è il fuori salone costituito da brand che propongono location caratterizzate da effetti speciali, dove il prodotto spesso non viene nemmeno messo in mostra. La mia personale interpretazione della strada che questi eventi hanno preso, è che la nuova generazione abbia bisogno di una narrazione più esaustiva ed esplicita di quella che può essere trasmessa tramite un abito o un prodotto, ed ecco perché le sfilate si basano sul racconto di una storia, utilizzando gli effetti scenografici per renderla più diretta e gli abiti non più come protagonisti di una collezione da vendere, ma come protagonisti di quel racconto in cui la gente possa ritrovare qualcosa di sé.

    Ho guardato un video della sfilata “Givenchy – Haute Couture Spring Summer 2020” (https://www.youtube.com/watch?v=36Irkr5KODQ) ed ho riscontrato esattamente tutto ciò che ho esposto in questo commento. L’impatto che si riceve dalla visione multimediale è senz’altro differente da quello che avranno ricevuto i presenti: per esempio la musica ci risulta omogenea, ma nel luogo i suoni dei diversi strumenti in punti diversi della stanza, sicuramente erano fruiti in maniera eterogenea. La scenografia e la musica stessa probabilmente permettevano di immedesimarsi in un contesto particolare, facendo un salto nel tempo ed entrando in una villa di una famiglia nobile che ospitava un ballo, mentre tramite il video si rimane in un certo senso estranei ed esterni a quel mondo.

    Sintetizzando, secondo me le sfilate non possono essere sostituite da alcun che di multimediale, e se venissero sostituite sicuramente non si tratterebbe di una sostituzione, ma di qualcosa di completamente altro che evocherà sensazioni ed emozioni totalmente differenti dalla sfilata.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 Gennaio 2020 at 23:07

      È molto perspicace quello che scrivi sul Salone del mobile. Ma tutto quello che hai scritto è intelligente e mi fa pensare.

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  23. Lorenzo LABA   26 Gennaio 2020 at 23:57

    Per decenni il mondo della moda ha orbitato attorno alle Settimane della moda, organizzate tra febbraio e inizio marzo e tra settembre e inizio ottobre nelle quattro capitali del settore: prima a New York, poi a Londra e Milano e infine a Parigi. È in questi due momenti dell’anno che le aziende più importanti fanno sfilare le collezioni donna prêt-à-porter per le stagioni successive, rispettivamente l’autunno-inverno e la primavera-estate. Negli ultimi anni questo sistema è entrato in crisi, in conseguenza dei profondi cambiamenti in cui si incrociano molti fattori: la rapidità della produzione e la possibilità di acquistare online; l’avvento e l’importanza crescente dei blogger, di Instagram e degli influencer; Le sfilate oggi come oggi hanno perso quel valore iniziale poiché il mondo dominante attuale è quello dei social, degli influencer. l’ascesa degli influencer e la condivisione fulminea delle immagini su Instagram stanno sgretolando il funzionamento delle sfilate di tutto il mondo. Giusta o sbagliata, la figura dell’influencer è oramai una tra le più importanti del mondo della moda, che lo vogliamo o meno, bisogna accettare tale figura anche se, per coloro che dedicano studi e sforzi per questo mondo, può risultare come una figura assolutamente incompetente e probabilmente che si trova li per caso vedendoli ad una sfilata. Continuando a parlare di figure nella moda, dell’apparenza che oramai è punto centrale della società odierna, vorrei citare l’ultima collezione di Balenciaga P/E 2020, dove l’ingaggio di modelli professionisti e non, ha contribuito a creare un concetto del tutto nuovo, creando così un concetto dove il potere del vestito può cambiare la figura di noi stessi, con una celebrazione del potere e di chi lo detiene. Al posto di situare i capi nel regno degli alternativi e degli esteti, ha messo al centro della coscienza di massa. Li ha inseriti nel posto di lavoro, durante una giornata lavorativa e nella conversazione globale su cosa significhi oggi essere un lavoratore, incentrando l’intero tema sul “power dressing”, della capacità dell’abito che, indossato in un certo modo e portato in una certa maniera, libera ognuno di noi dalla figura convenzionale che ci viene attribuita nella nostra quotidianità, nonché punto cardine iniziale dello stilista della Maison: Cristobal Balenciaga.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 Gennaio 2020 at 00:21

      Sì forse qualche problema di riconfigurazione le Fashion Weeks di primo livello lo stanno affrontando. Tutto vero quello che scrivi sui social e sul ruolo degli influencers. Ma a me pare che i grand brand abbiano già preso le misure del fenomeno e in qualche modo lo stanno sfruttando cambiando la regolazione della sfilata (sempre più evento globale grazie al web).
      Non ho capito il tuo finale. Cristobal Balenciaga è morto nel 1972. Aveva chiuso la sua Maison nel 1968, rifiutando ogni compromesso con il pret à porter oramai dominante.
      Il brand ora si chiama Balenciaga e lo stilista è Gvasalia, considerato fino a poco tempo fa uno dei nuovi visionari del terzo millennio, oggi per la verità, un po’ addomesticato dalle logiche dei grandi brand.

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  24. Alex B. Laba   28 Gennaio 2020 at 11:14

    Credo che la sfilata sia il momento più importante per una casa di moda, il momento in cui, attraverso uno ‘show’, va a comunicare non solamente l’ennesima collezione creata, bensì l’identità estetica che lo caratterizza.
    Dunque ridurre quest’occasione al solo atto di ‘sfilata’ da parte dei modelli, lo trovo piuttosto riduttivo. Il medium della sfilata credo stia diventando ormai sempre più obsoleto, se non integrato con altre idee di presentazione, che ruotino intorno al concetto di performance (vedi McQueen).
    Ho avuto la fortuna di osservare via internet nuove proposte interessanti, ovviamente la maggior parte provenienti da designer emergenti; abiti che si ‘disintegrano’ al contatto con l’acqua, o che si trasformano dopo una determinata azione del modello.
    Penso che qualsiasi gesto sia mezzo di comunicazione, se coerente con l’estetica del brand e con ciò che esso propone in ‘passerella’.

    Rispondi
    • Alex B. Laba   30 Gennaio 2020 at 14:52

      alcuni shows che mi hanno particolarmente colpito:
      Balenciaga ss19 (https://www.youtube.com/watch?v=9xquwik2K5k)
      show in cui i capi si fondono perfettamente con la video-installazione creata da Jon Rafman, la quale gioca un ruolo fondamentale sul mood digitale-psichedelico della collezione; il tutto ovviamente accompagnato da un sound estremamente coerente. Penso che senza un lavoro del genere sulla location e sulla musica, l’impatto della collezione sarebbe stato sicuramente minore.
      Gosha Rubchinkiy ss09 (https://www.youtube.com/watch?v=3LqZADqxpvs&t=82s)
      in occasione del suo primo show in assoluto, il designer più che far ‘sfilare’ i suoi modelli (teenagers) crea una sorta di performance sportiva, in cui essi si muovono rapidamente nella pista d’atletico dello stadio di Mosca; sia la scelta della location, sia la scelta dei giovani modelli e del loro passo spedito nel camminare, vanno a sottolineare l’estetica streetwear, dinamica del brand.
      Hussein Chalayan aw00, ss16 ecc.. (https://www.youtube.com/watch?v=UxOuOMcNvSU, https://www.youtube.com/watch?v=6o3jP1rfY7Y)
      Chalayan è diventato famoso per le sue sfilate ‘multimediali’, attraverso le quali ci avviciniamo più al concetto di performance art che a quello di fashion show.
      Da abiti che si trasformano in pezzi di interior design (e viceversa) ad altri che si ‘sciolgono’ al contatto con le gocce d’acqua.
      E’ evidente come ogni singolo dettaglio dello show, dalla location, alla musica, all’installazione, al movimento dei modelli, se curato in maniera adeguata e coerente con ciò che la collezione vuole comunicare, diventa un potente mezzo espressivo.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   4 Febbraio 2020 at 13:19

        Grazie per le dritte. Mi guarderò le sfilate. Hai ragione su Chayalan. I suoi eventi meritano un approfondimento.

        Rispondi
  25. Amani Laba   28 Gennaio 2020 at 17:21

    Sostengo che sia giusto sfilare perché la sfilata ti permette di avere una visione reale e più concreta di un capo, rispetto a una visione tramite schermo di uno smartphone o di un televisore.
    Penso anche, che al giorno d’oggi di sfilate originali, come ad esempio quelle di Mcqueen, ce ne siano ben poche. Si sta tendendo a curare meno l’aspetto delle ambientazioni e delle scenografie, cosa che ritengo fondamentale. Le ambientazioni, secondo me, permettono un impatto più diretto con il pubblico, e testimoniano che moda non è solo un concetto di abito, ma anche di arte.
    Una delle ultime sfilate che mi ha colpita Louis Vuitton Men’s Fall- Winter 2020:
    https://www.youtube.com/watch?v=fGuv4d4CePI in quanto rappresenta ciò che ho sostenuto precedentemente.

    Rispondi
  26. Lorenzo (L)   30 Gennaio 2020 at 11:47

    Mi immagino seduto ad assistere ad una sfilata di moda, curata, progettata, ideata da qualche stilista famoso.
    Le sfere sensoriali coinvolte sono molteplici.
    Le emozioni che provo sono molteplici.
    Non è un evento solo per gli amanti della moda. Per gli osservatori più acuti è un ricettacolo di input che provengono da campi diversi.
    Abiti emozionanti.
    Luci pirotecniche.
    Musica che incanta.
    Arredo curato alla perfezione.
    Colori coinvolgenti.
    Ogni minimo particolare viene progettato alla perfezione. Nulla è lasciato al caso. Ogni esperto che lavora nel settore del design (dall’ interior design alla moda, dalla grafica al prodotto) è in grado di trovare dei punti di collegamento con il proprio ambito di lavoro.
    Una sfilata di moda è un evento che unisce tutti.
    Sfilare o non sfilare? La risposta è decisamente: si, dobbiamo sfilare. Anche in un periodo in cui la tecnologia ha stravolto il nostro modo di vivere. Questa deve essere in grado di migliore ed ampliare il raggio d’azione della sfilata stessa: coinvolgere discipline e mondi diversi.
    La tecnologia deve aiutarci non sovrastarci.

    Rispondi
  27. Giuliana LABA   30 Gennaio 2020 at 17:24

    Leggere questo articolo e arrivare fino alla fine, trattenendo la voglia di avere qualcosa da ridire, devo ammettere che è stata dura. Però, in fondo, fa parte dei giochi. Quello che il dialogo e i successivi commenti mi hanno trasmesso, è stata soprattutto la diversa visione dei personaggi, e dunque i differenti punti di vista, rispetto ad un argomento ad oggi tanto commentato, quale la sfilata.

    Secondo me, la chiave di tutto, è proprio “diversa visione”.

    Mi spiego meglio.
    Così come nel dialogo, anche nella vita ognuno ha una sua visione della sfilata, della moda, dell’arte, e di tutto il resto. E non per questo c’è qualcuno più o meno artista rispetto ad un altro, o qualcuno più o meno razionale. Perché tanto, chi è che definisce cos’è artista e cosa razionale? Siamo noi stessi. È l’uomo. Quindi, se vista da questo piano, mi viene da dire che, “sfilare o non sfilare”, è un dilemma esistente ma allo stesso tempo inesistente.

    Uscire dagli schemi, dalla zona di confort, o attuare pensieri e azioni innovative per evolversi, crescere, migliorarsi, avere successo, insomma andare avanti, è una mentalità che funziona nella moda, così come nel business, nel marketing, e in ogni altra sfera della vita.
    Ma non per questo bisogna eliminare le fondamenta.

    So che sembra fuori dal discorso, ma in realtà il punto è che anche fare marketing ha bisogno di gente brillante, fuori di testa, pronta a rischiare, che si differenzia etc etc. Se la gente facesse marketing oggi, nello stesso modo in cui lo si faceva ieri, sarebbe fuori di testa, e non funzionerebbe. Ma non per questo si eliminano le basi del marketing; certe cose saranno un evergreen, come le buyer personas o i prodotti etc.
    E per la moda, così come nell’arte, beh funziona uguale.
    C’è forse un modo un po’ più astratto di vederla, ma i loop e il ciclo che si ripete ha le stesse fondamenta. C’è il prodotto, l’immagine, il cliente, etc. etc. etc.

    E io credo proprio che sfilare sia una delle basi, ma non perché si tratta della sfilata in sé, ma più per il fatto che è un trampolino di lancio e ognuno è libero di lanciarsi come vuole.
    Vero, la sfilata la si potrebbe anche evitare; ci sono performance, film, video alla Gareth Pugh, però sono scelte personali. Sfilare è solo un mezzo. Non è eliminando la sfilata che si va fuori dagli schemi secondo me. Ognuno si espone facendo in modo di potersi esprimere al meglio. Ed eliminare la sfilata vorrebbe dire privarsi di un mezzo, privarsi di quella possibilità in più. E se uno sceglie di privarsene, fatti suoi. Ma se lo fa per sentirsi contro corrente o ribelle, ha sbagliato strada. Non sfilare non equivale ad uscire dagli schemi.
    D’altronde, ciò che ritengo sia fondamentale, è trovare la nostra massima libertà di espressione, di noi e dei nostri concetti. Amare la moda ed essere stilisti può diventare un’ossessione per la ricerca di un’identità libera e di divertimento. Quindi è qui che entrano in gioco tutte le vene creative e le sfide bizzarre degli artisti. Si può uscire dagli schemi anche facendo una sfilata come da “tradizione”. Ognuno si esprime come vuole, nel modo più assurdo che vuole, e più fuori dagli schemi che vuole. Ma, pur sempre, si esprime.
    Potremmo dire che, chi se ne priva, della sfilata, è perché ha già raggiunto quel lusso arrogante di poter sfidare un modo nuovo. Ma non sarà uscito dagli schemi. Si sarà solo privato di qualcosa, per apparire ribelle. E per far parlare di sé. Quindi più che altro si parlerebbe di strategia di marketing, piuttosto che di forma di espressione. Ma, anche lì, sono scelte e ognuno fa come gli pare.

    Un’altra accortezza sull’articolo, invece, volevo farla quando si parla di Suzy e del suo modo di percepire. Dall’articolo trapela un certo pregiudizio nei confronti di chi fa marketing. Come se Suzy, con i suoi Power Point e la sua visione del mondo, fosse limitata. Come se non riuscisse a “percepire bene”. Ma la percezione per definizione è qualcosa legata all’individuo. Non esiste dunque percezione giusta o sbagliata. Quale sarebbe la percezione giusta? Quella folle dell’artista?
    Io stessa mi definisco un’artista, adoro l’arte da quando sono nata, frequento l’accademia di belle arti e mi piace la moda. Ma non per questo non mi piò piacere anche il marketing. E di fatti mi piace. E, dal mio punto di vista, l’artista è qualcuno che dovrebbe avere una mentalità aperta, la mentalità più aperta di tutte forse. Dunque io che sono un’artista a cui piace il marketing come percepisco? Ho una percezione che passa per una via di mezzo? A questo punto mi verrebbe da pensare che gli artisti si differenziano in due tipi: quelli un po’ presuntuosi e saputelli, e quelli, invece, che sono veramente aperti mentalmente. Aperti alle opinioni degli altri, ai vari punti di vista, alla nuova arte, ma anche alla vecchia, e che sono liberi dai giudizi. Artisti liberi. Che sono artisti per sé stessi, prima che per gli altri. Aperti mentalmente per davvero, non che sono solo bravi a dirlo.

    Non mi dilungherò ancora sul cosa è per me la sfilata, perché oltre che un mezzo, la si può interpretare, e sfruttare, in modo diverso a seconda dell’evento e a seconda del tipo stesso di sfilata. Commerciale, rituale, spettacolo o evento. E le differenti interpretazioni sarebbero davvero infinite, perciò non scenderò nel dettaglio. L’unica cosa che mi sento di dire è che, in fondo, per non nascondersi dietro gli schemi, o dietro gli altri, o dietro chi dice di non nascondersi dietro gli schemi, bisogna semplicemente essere sé stessi, senza critiche, senza giudizio. Facendo innanzi tutto arte, e moda, per sé stessi. E poi per gli altri. Perché tanto ognuno di noi è unico, biologicamente, emotivamente e mentalmente. Quindi essendo sé stessi ne conseguirà necessariamente essere usciti dagli schemi. È quando invece si da corda all’esterno che vi restiamo intrappolati, in quelli schemi. Perché stiamo dando conto al resto, alle critiche, ai giudizi, al comune, o al ribelle, alla tradizione o all’innovazione. Stiamo semplicemente dando conto. Dunque, per non nasconderci, e sentirci liberi di esprimere, appunto, la nostra libertà, dobbiamo agire, assumerci le nostre responsabilità e ancora agire, crescere, formarci e migliorarci. Sempre. Non sentirci mai arrivati. E chiederci sempre di più.

    E così, agli albori del 2020, abbiamo potuto assistere già a diverse sfilate. E alcune sono state, secondo me, davvero illuminanti. Tra i vari stilisti, c’è chi, in misure differenti, ha voluto migliorarsi e mettersi ancora una volta in gioco, o, chi, ha semplicemente voluto esibire qualcosa di nuovo ed innovativo. Ognuno aveva un suo obiettivo, e la sfilata, ne è stata un mezzo di espressione.
    Il punto, sta proprio nel come la si decide di utilizzare.
    C’è chi l’ha usata come spettacolo, chi come performance, chi come rito o chi come trampolino di lancio. O chi, addirittura, come “goodbye” della sua carriera. Ecco il caso di Jean Paul Gaultier, che ha messo in scena circa 1h di show, raccontandosi e facendoci rivivere la sua storia, dallo streetwear, al mix con l’haute couture.
    Il genio è stato nel saper usufruire della sfilata come un farewell party. Il genio è stato nel come ha saputo usare la sfilata! La sequenza di abiti, di musiche, il modo in cui le modelle camminavano. Era tutto un contenitore in cui nulla era al caso. Un evento di moda, ma allo stesso tempo mooolto di più. Con essa si concludono 50 lunghi ed intensi anni di carriera, di impegno, di dedizione e di passione, che sono stati, direi, in questo modo onorati e valorizzati. Questa sfilata è stata sia un evento, sia un vero è proprio throw-back, dove, in qualche modo, abbiamo vissuto, e rivissuto, il Jean Paul Gaultier di 50 anni. È stata perciò anche, e soprattutto, uno spettacolo, dove ci è stata raccontata una storia, per trasmetterci e lasciarci delle emozioni. Nostalgia, amore, stupore.

    Mi sento di concludere, quindi, che è palese come il punto stia più nel come si usufruisce di una sfilata, e nel come si sceglie di valorizzarsi, che in altro. Direi di lasciare al singolo stilista, ed artista, la valutazione del perché, del come e del quando. Di chiederci meno se “sfilare, o non sfilare” sia giusto oppure no, perché appunto, a mio avviso, non è lì il problema!

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto   31 Gennaio 2020 at 11:21

      Credo che nessuno abbia mai preso in seria considerazione l’idea di togliere la libertà di sfilare come vogliono a stilisti o brand.
      In tempi passati c’erano delle pseudo regole tacitamente accettate che mettevano ordine tra i possibili modi espressivi di sfilare. Ma poi abbiamo capito che queste convenzioni servivano più che altro a misurare l’allontanamento dalla norma utile per differenziarsi dagli altri player e per esplorare il rischioso territorio emotivo e passionale della trasgressione.
      Quindi la libertà di sfilare in senso lato non è il problema dei giovani protagonisti del metalogo.
      Semmai il problema è l’effetto che produce l’eccesso di libertà espressiva. Quando tutto diventa possibile la scelta diviene più difficile è rischiosa.
      Perché? La sfilata costa tanto e ha un timing che non ammette errori. Se toppo il fashion show in una delle capitali della moda, non posso cavarmela dicendo: scusate signori, datemi una settimana e vi ripresenterò la collezione.
      La sfilata, tra le altre cose, deve essere efficace. Ovvero deve trasmettere una forte impressione di congruità con il momentum della modazione, in un contesto nel quale le aspettative dei primi referenti (opinion leader, critici, giornalisti, influencers, blogger, buyer, clienti strategici…) sono come minimo esasperate.
      E i criteri dell’efficacia sono gli stessi implicati nel tuo generico appello alla libertà espressiva? Direi proprio di no! L’efficacia assomiglia molto alla regolazione di un dispositivo. Non c’entra nulla con l’azione libera (autoreferenziale e di concezione romantica) e nemmeno con la proiezione di uno schema.
      Il concetto di efficacia mi permette inoltre di chiosare le tue parole in difesa di Suzy.
      Forse sarò sfortunato o semplicemente fatto a mio modo, ma nella mia vita lavorativa ho assistito a centinaia di presentazioni in Power Point, ma a mia memoria nessuna di esse risultava realmente persuasiva. Essendomi abituato a dubitare in primo luogo di me stesso, in quelle circostanze, rivolgevo l’attenzione al pubblico. Non senza sorpresa la maggior parte delle persone mi sembrava reagissero più o meno allo stesso mio modo cioè leggevo sulle loro facce l’impossibilita di cogliere un ragionamento come diocomanda, scivolando velocemente nei propri pensieri privati.
      Ovviamente so benissimo che il problema non è Power Point ma è l’uso che di solito ne facciamo. Uno degli errori più sorprendenti è la pretesa che il sapere funzioni come l’elenco del telefono o che le immagini (figure) siano in sè evidenti e quindi frettolose nella loro preparazione e sempre portatrici di evidenze. Mi spiace tanto ma la nostra mente non funziona in questo modo. Comunque, per farla breve, ho sperimentato che con l’abuso di questa modalità di presentazione, il relatore tende a nascondersi, ovvero non utilizza con criterio la risorsa che ci sta più a cuore ovvero il suo corpo (voce, faccia, occhi, gesti, movimenti) e tende a ossificare o cosificare qualcosa che dovrebbe assomigliare al gioco fluido dei suoni di una musica. Personalmente differenzio con rigore le tecniche di indottrinamento dogmatico da ciò che definiamo analisi, spiegazioni attraverso ipotesi, congetture più o meno audaci etc.etc.
      A me pare che l’abuso o l’uso spensierato di Power Poit abbia più a che fare con le prime piuttosto che con le seconde.
      E veniamo infine al marketing della nostra Suzy. Era mia intenzione mettere in ridicolo le pretese proiettive di un certo marketing fatto di scatolette inventate per semplificare i processi (di apprendimento e della realtà problematica affrontata). Ad essere gentili possiamo dire che questo marketing mappa una certa situazione, ma non produce automaticamente azioni efficaci. Ma io non sono gentile e quindi aggiungo che non risolve problemi e fa danni.
      Questi significa che sono contro il marketing come Minnie?
      Non credo proprio. Penso semplicemente che il marketing (quello in Power Point) non esista fuori dalle lezioni vissute con spirito burocratico, bensì esistano “i marketing” ovvero teorie o visioni strettamente legate alla situazione in oggetto. Sono due cose diverse e chi agisce con efficacia lo sa benissimo.

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  28. MelitaL   4 Febbraio 2020 at 11:13

    Quattro ragazze sono sedute in uno di quei “soliti” bar in centro. Quelli che solo New York ha: particolare, unico e piano di stile. Per noi però, che viviamo in questa città da sempre ormai, questo genere di luoghi d’incontro, sono diventati quasi ordinari.
    Diciamo però che questa volta il momento di questo incontro è reso ancora più speciale, dal fatto che, è la settimana più attesa e acclamata dell’anno. Per delle ragazze come noi, che nel mondo della moda ci lavorano, che hanno sudato e hanno fatto sacrifici, per raggiungere tutti i risultati, la settimana della moda è la possibilità di salire al prossimo step. Questo cosa vuol dire? Ti da la possibilità di stare a contatto con personaggi e icone, molteplici e diversi ambiti, che comprende questo mondo vastissimo e in continua evoluzione.

    Nadine, come si suol dire una “markettara” (chiamata così, da quelli che purtroppo non riusciranno mai a comprendere e a raggiungere il livello di intelletto e genialità, del suo lavoro), si occupa di ricercare creazioni innovative e uniche, frutto di stilisti e creativi all’avanguardia e unici. Andava a tutte le sfilate, correva e non si fermava un attimo (a volte neanche per mangiare), pur di captare quella cosa. Così la chiamava lei: quella cosa. L’emozione e lo stupore che solo determinate creazioni, riescono a incendiare in una persona che si mostrava sempre così dura. Ed erano proprio quelle, che lei finanziava e promuoveva durante l’anno. Sosteneva che se un capo, uno stilista o una sfilata, riusciva ad emozionare e stupire lei, voleva dire che sarebbe riuscito a fare la stessa cosa con i futuri fan e compratori.

    Ivana, una ragazza sensibile e all’apparenza ingenua, si occupava di relazioni pubbliche e comunicazione. Aveva una famosa agenzia, che a New York, chiunque si volesse presentare al pubblico, ai compratori, in maniera impeccabile e ottima, chiamava lei. Lei che aveva messo su uno staff di collaboratori, provenienti da diversi paesi, per esprimere e rappresentare il cosmopolitismo del suo pensiero. Soltanto lei conosceva più di sei lingue, e aveva vissuto in varie parti del mondo, già dal periodo dell’università. Sensibile e dolce, ma con una tenacia e professionalità, che le facevano percepire le sfilate e le creazioni presentate, in modo distante rispetto a quello che provava. Dal suo punto di vista, quindi la percezione della sfilata e cosa le aveva trasmesso, dipendeva sia dall’emotività, che dalla razionalità: così le valutava. In questo modo riusciva a decidere quale tra questi brand era il più contemporaneo e adatto alla società contemporanea, cosmopolita e senza confini.

    Poi c’era Sharon, una sognatrice nata, che quasi sembrava non facesse parte di questa realtà. Questa sua caratteristica l’ha fatta diventare il suo lavoro: aveva aperto un sito internet che portava la moda in tutti gli ambiti, che prima venivano considerati, di valore inferiore. Era una ragazza che adorava i film, la fotografia, le epoche passate, la società, le icone contemporanee e non. Così, con i suoi collaboratori ad ogni settimana della moda o evento legato ad essa (come dello spettacolo, del beauty), realizzavano set fotografici e riprese, che poi montavano e sistemavano sul loro portale. La i ricercatori di tendenze, per le loro ricerche, celebrità, per la loro immagine e designer, per rivedere le proprie sfilate, trovavano tutti particolari racchiusi in media visivi. Rendevano tutto digitale e raggiungibile da tutti.

    Infine, c’ero io seduta a quel tavolo. Una giornalista che non aveva ancora le idee chiare, ma che la sua curiosità e ricerca, l’avevano portata a racchiudere tutte le sue passioni e interessi, nella scrittura. Ero una di quelle che entrano agli eventi sociali e alle sfilate, con gli inseparabili blocknotes, computer portatile e smartphone. Scrivo articoli che spaziano dalla scienza alla moda, dalle questioni sociali alle tematiche legate alla sfera dell’individuo, ecc. I miei lavori vengono pubblicati su varie riviste: per la settimana della moda mi preparo mesi prima, scegliendo tutti gli outfit e cercando di essere presente a più eventi possibili. Scrivo di designer, di visionari che come me ritengono che il mondo della moda e dell’arte non sono limitati e confinati, ma anzi spaziano ovunque, negli ambiti inaspettati e convenzionalmente più distanti. Sono una ragazza che ha fatto del proprio caos e della propria irrefrenabile curiosità il proprio lavoro.

    Quindi, dov’ero rimasta… ah si!

    Tra i vari eventi e show, ci incontravamo (se non eravamo già insieme) nei bar newyorkesi di tendenza e anche in quelli meno conosciuti, se avevamo voglia di tranquillità.

    Ivana: “Ma quanti tipi di sfilate ci sono al giorno d’oggi?! Ogni giorno lo stupore, dei vari allestimenti, creazioni o semplicemente, scelte musicali, mi fanno emozionare quasi fino alle lacrime!”

    Nadine: “Siamo in due! Anche davanti ad una sfilata vecchio stile, dove le modelle semplicemente sfilano in mezzo agli spettatori, riescono a trasmettermi quel qualcosa che mi fa dire: questo è quello che i miei compratori vogliono!”

    Sharon: “Anche se viviamo in un’era digitale, fatta di esagerazioni e una grande ricerca dell’innovazione, a volte già di per sé le creazioni che sfilano, sono al di fuori dal comune e futuristiche. La sfilata è soltanto un modo per presentare al mondo i capi e farlo colpendo il cuore e gli occhi delle persone.”

    Melita: “Attenzione, e lo dice Sharon che più legata alle immagini e al mondo digitale non ce ne sono! Io credo che la forma della sfilata sia legata al concept, pensiero o stile del brand.”

    Ivana: “Hmm… Dopo che mi dici questo mi viene in mente McQueen! Come non nominarlo! Quanto avrei voluto curare le sue conferenze o relazioni, anche con gli altri paesi! Mi sarei letteralmente uccisa… non dai fatta in quattro! Comunque tornando al discorso, secondo me la sfilata è l’ultima fase, del percorso che lo stilista percorre dall’idea, attraverso la realizzazione e la presentazione dell’abito. Fa parte della comunicazione dell’idea, dello stile che il brand e il designer vogliono trasmettere: vogliono che arrivi agli spettatori.”

    Sharon: “Se non arriva a tutti, ci penso io. Hahaha… mi ricordo come con difficoltà tra un sito, o un social, cercavo tutte le foto o i video di sfilate o eventi. Invece attraverso il mio sito, la comunicazione avviene anche a tutti i non presenti. Ammetto però che nella contemporaneità è efficace anche una sfilata tutta virtuale… senza niente togliere a quella tradizionale o reale. Però alcuni designer, orientati verso questo tipo di idea, sfruttano al meglio il web e la tecnologia, creando appunto sfilate o presentazioni di collezioni, interamente digitali.”

    Melita: “Si infatti secondo me fa parte del DNA del designer o del brand, come le cromie o le linee, anche il tipo di sfilata. Come dicevi prima tu Ivana, scusa se riprendo il tuo discorso…se prendiamo McQueen vediamo come cambiavano le sfilate da quelle per le presentazioni delle collezioni del suo brand, e quelle per le creazioni che realizzava come direttore creativo per Givenchy.”
    Nadine: “Beh quello è per arrivare ai futuri compratori, che da Givenchy ad Alexander McQueen cambiano radicalmente. Ovviamente le emozioni e le sensazioni dei clienti di Givenchy davanti ad un evento come quello del 2001, della collezione Voss, sarebbero orientate negativamente: scioccati a tal punto, che gli abiti non li avrebbero neanche visiti e fruiti correttamente. Ci sarebbe stato un grande crollo di vendite per la Givenchy.”

    Nel frattempo passa un tipico newyorkese, sicuramente proprietario di qualche multinazionale o un agente di borsa… Interrompiamo ovviamente la nostra conversazione, per osservare se è il solito tipo, che si prepara apposta per passare davanti ai bar e che aspetta che qualche donna lo fermi. Completo da uomo, con la giacca un po’ over, come stanno tornando di moda ultimamente; pantaloni però a sigaretta con sneakers alte da basket. Camicia ovviamente stretta e nei pantaloni, per mostrare che oltre ad essere ricco e ad avere un lavoro importante, va anche in palestra. Come se tutto questo non lo facesse per sé stesso ma per le donne: come se pensasse che noi donne aspettassimo lui.

    Melita: “Vabbè dai, carino. Ma il solito… Comunque torniamo a noi… A questo punto mi viene da dire, che allora al giorno d’oggi qualsiasi cosa è permessa, anche nel mondo delle sfilate. Sono dell’idea che la sfilata non debba per forza essere un evento o show per essere apprezzata o contemporanea. E assolutamente non serve toglierle, per dare spazio solo a quelle digitali. Sono convinta che la percezione dell’individuo, influenzata dalla sua memoria, esperienza e apprendimento, è diversa e unica.”

    Il discorso si è esteso anche ad altre tematiche in seguito e ognuna di noi ha espresso la propria opinione, il proprio punto di vista.

    Ivana: “Riguardo alle sfilate, ho notato che sempre più gli allestimenti sono caratterizzati da installazioni gigantesche! Credete che lo facciano per attirare ancora di più l’attenzione dello spettatore? Oppure solo per mostrare la grandezza e l’iconicità del marchio?”

    Nadine: “Penso che sia dettato dal fatto che i futuri compratori, si aspettano sempre di più dalle loro case di moda preferite. Il senso di stupore può essere caratterizzato dalla grandezza, intesa come un oggetto o una location fisicamente presente, di enormi e monumentali dimensioni. Com’era anche la particolarità delle sfilate di Coco Chanel, quando c’era ancora Karl Lagerfeld, nel ruolo di direttore creativo. Che riposi in pace!”

    Ivana: “Sono convinta che quello oltre ad attirare i compratori, ribadiva anche il concetto: Si questa è Coco Chanel, la sola e unica, non dimenticatevela!”

    Sharon: “Penso siano delle scelte, portate da ricerca e sperimentazioni. Le sfilate si sono sviluppate nell’altro secolo, la curiosità delle persone, porta a una loro continua evoluzione e a vari cambiamenti. Come anche le sfilate solo digitali, che le persone possono ammirare dal proprio computer oppure sui grandi schermi di qualche evento. Però secondo me tutte queste sperimentazioni non toglieranno mai quella tradizionale. Anche se non ha nessun oggetto o location monumentali, la grandezza è data dalle sue creazioni e dal suo marchio.”

    Melita: “Basta vedere Vivienne Westwood, dove le sue sfilate con qualche colpo di scena, non hanno location o elementi di design monumentali o che potrebbero vivere da soli come opere. Le sue creazioni sono già da sole esagerate e opere d’arte con dietro un pensiero storico e profondo. Come possiamo vedere nella sfilata a Parigi della primavera 2020.”
    Sharon: “Come esempio possiamo prendere anche Iris Van Herpen, che grazie alle sue innovazioni e il concetto futuristico di moda, ha comunque mantenuto una tipologia di sfilate, cosiddette tradizionali. I suoi abiti vanno ad unire alla moda, tutti quegli ambiti che convenzionalmente vengono definiti opposti.”

    Nadine: “Qua vediamo come l’allestimento della sfilata è in linea con il pensiero dello stilista, come d’altronde deve essere. Solo così i brand riescono a trasmettere integralmente, l’estetica della loro arte. Solo così anche le loro vendite, porteranno profitto. Nella sfilata della collezione couture 2019 di Iris Van Herpen… mamma mia! Ditemi voi cosa serve annullarla e crearne solo una digitale per stare in linea con i tempi, oppure organizzare una location o allestimento grandiosi?!? Quando già gli abiti trasmettono tutto questo!”

    Melita: “Come giornalista invece posso dire che al giorno d’oggi, anche se siamo in un’epoca di potere dittatoriale da parte del mondo delle immagini, credetemi senza la parola scritta ¾ del mondo visivo smetterebbe di esistere e di avere significato. Basta vedere l’ultima sfilata di Dior, dove tutto era completato da parole e frasi. In questo modo il concetto e la creazione della stilista veniva presentato appieno. Anche se da alcune persone considerato un metodo obsoleto e non futuristico, posso invece dire che in un mondo e società così frenetici, un metodo di comunicazione tradizionale abbia il potere di fermare il tempo, di far emergere la nostra esperienza e la nostra visione del futuro.”

    Ivana: “Credo tu abbia ragione! Il digitale, lo stupore, la tradizione, le immagini, le parole… tutti modi e caratteristiche che un creativo sceglie, oppure loro scelgono il creativo, per la migliore comunicazione delle proprie idee. In modo universale, come la nostra società, quasi senza confini.”

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  29. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   4 Febbraio 2020 at 13:02

    Brava Melita, mi sono molto divertito. Le protagoniste mi sono piaciute. Peccato dicano solo cose deplorevolmente giuste, corrette. Si sente un po’ la mancanza di un Johnny Scorreggia. E poi Nadine non mi sembra la tipica manager. Troppo intelligente e sensibile, quindi con dei limiti come markettara. Comunque hai scritto una interessante sceneggiatura e fai capire, divertendo, aspetti strutturali oggi importanti per chi lavora nella moda.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   4 Febbraio 2020 at 13:27

      Ehi prof! Guarda che Melita voleva prenderti in giro. La sua fiction è chiaramente una critica alle tue metacazzate 😁🤣😜

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   4 Febbraio 2020 at 21:27

        Acc..Non ci ero arrivato. Comunque non cambia nulla. La sua messa in scena è un eccellente lavoro.

        Rispondi
        • MelitaL   4 Febbraio 2020 at 22:57

          Ho commentato il suo articolo e criticato alcuni concetti con i quali non sono d’accordo, utilizzando il metodo del dialogo, come ha fatto anche lei. Apprezzo le sue critiche e i suoi complimenti.

          Rispondi
      • AlbertoL   5 Febbraio 2020 at 17:18

        Il concetto di sfilata è probabilmente qualcosa che, sia a livello empirico ma anche concettuale, non mi è mai appartenuto. Mi piace vederlo come una lingua (e in quanto tale parla di cose non per forza necessariamente attinenti al mondo moda/costume) a me sconosciuta e per la quale però non nego un certo interesse/curiosità. Trovo per questo il pensiero di Johnny forse a tratti eccessivo anche se mi sembra abbia comunque delle basi solide su cui si poggia e credo anche abbia il compito un po’ di stuzzicare intellettualmente le sue compagne. Mi avvicino molto al pensiero di Minnie, che ha capito le intenzioni di Johnny e che sa cosa dice quando parla e soprattutto mi trovo d’accordo sull’idea del tripudio di situazioni che vengono a crearsi, un po’ per competizione un po’ per egomania da parte dei brand. Credo a tratti che un po’ di quella che è la consapevolezza della sfilata si sia persa nei meandri della vendita e dell’effetto social media. A mio parere la sfilata più bella forse deve ancora arrivare anche se vedo l’unica via d’uscita da questa megalomania nella semplicità e nell’innovazione. Vedrei bene il binomio con l’arte sempre di più stringersi, sarebbe bello inserirlo anche in un contesto di sfilata con happening e tutto quello che potrebbe crearsi intorno a una performance situazionista (qualcosa del genere l’ha fatta quest’anno Paura o Diesel non ricordo francamente in cui i modelli sfilavano seguendo percorsi non canonici per i quali si incrociavano durante la passerella). Forse dovrebbe perdersi un po’ l’aria mitica della sfilata che si sta alcune volte trasformando in kitch per andarsi a riprendere un po’ di semplicità. Che appartiene alle storie più belle anche se in lingue (nel mio caso) alcune volte astruse.

        Rispondi
  30. Giulia Laba   4 Febbraio 2020 at 21:57

    ‘’Sfilare o non sfilare?’’
    Credo che le sfilate siano una delle forma di comunicazione visiva più forte che esista nell’ambito della moda, penso che se si dovesse interrompere questa forma di comunicazione verrebbero a mancare tutti gli aspetti visivi e verbali, e tutti i significati legati dietro ad una collezione andrebbero via via scemando nell’interesse del pubblico, anche perchè la scenografia di una sfilata rende unico e molto spesso diventa subito immediato far percepire il messaggio che si vuole trasmettere.
    Penso che una delle scelte più difficili per quanto riguarda le sfilate sia la scelta della location, perché estremamente complicato perché al tempo d’oggi non basta più fare ”abiti belli”, ma vanno curati tutti quegli aspetti apparentemente marginali, ma che in verità fanno parte di un quadro di spettacolarità che vanno a rende unico ma che si vanno poi a fissare nella mente delle persone.
    Cito una frase del testo :’’Armani detesta le delocalizzazioni e le messe in scena stravaganti e non mi pare che faccia sfilate banalmente commerciali’’:
    Penso che al tempo d’oggi siano rimasti davvero pochi stilisti in grado di emozionare e di creare una ‘’scenografia’’ solo attraverso l’utilizzo degli abiti, a mio avviso e un vero e proprio ‘’azzardo’’ , penso però che se centrato diventa un vero e proprio successo che si deve solo alla bravura e alla bellezza degli abiti.
    Credo che siano scelte stilistiche molto differenti tra loro, ovvero tra la scelta solo visiva di abiti che fanno scena da soli o insieme a un’aiuto visivo , attraverso questo penso che siano delle sorti di messaggi che gli stilisti stessi voglio trasmettere del proprio marchio e della propria storia.
    cito un’altra frase del testo:’’ mi riferivo alla sfilata ,e non all’analisi dei Look! La sfilata deve emozionare.
    Ma a me stilista serve anche l’approvazione di chi conosce la moda può comunicarne i valori alla gente in modo che capiscano.
    Io non ho mai conosciuto Fashion blogger amanti della critica, loro amano solo se stessi, amano esibirsi è quello che ci offrono sono autoscatti con addosso i nostri vestiti interpretati come vogliono loro’’.
    Credo che all’interno di una sfilata la presenza di giornalisti e di persone che si dedicano al campo della moda siano le figure cardine che devono essere presenti in questo ‘’evento’’, penso che la critica di una persona che si trova all’interno di questo campo sia effettivamente più autocritica e necessaria per quanto riguarda la crescita di uno stilista, ma anche solo più utile e costruttiva piuttosto che il parere di fashion blogger che non conosco o meglio non hanno strumenti, e nemmeno se mai molte volte non conosco neppure la storia che è legata dietro a un brand e si permettono di ‘’giudicare’’ e ‘’analizzare’’ senza nemmeno avere basi solide su cui fondare tali commenti.
    Credo che però a livello di comunicazione visiva sui social siano un vero e proprio ‘’strumento’’ utile su cui l’azienda deve puntare per visibilità, però penso che nella condivisione di questi contenuti/immagini ci deve essere da parte loro un pò più di conoscenza nei riguardi del brand che vedono, in modo da non far trasparire solo questa loro ‘’presenza’’ a questi eventi, ma anche di riuscire a far impressionare chi sta dietro in un social che li segue.

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  31. ILDA   5 Febbraio 2020 at 02:14

    ILDA C
    Oggi si può dire che la nostra società è influenzata da un sistema rivoluzionario digitale diventato sempre più attuale in questa generazione denominata “millennials”. L’era digitale ha avuto il sopravvento su differenti ambiti tra cui quello della moda, e la questione non mi sgomenta.
    Johnny sul prologo è l’esempio perfetto di questa rappresentazione odierna in quanto lui dice: “ in piena rivoluzione digitale esistono solo superfici sottoposte a continue trasformazioni. E devo dire che è un mondo che mi attira anche se di certo non lo amo…Forse perché è il mio mondo e non ne esiste un altro…”
    Le ultime parole citate, mi hanno fatto riflettere tanto perché mettono in dubbio una realtà che non può essere sfuggita, una realtà che ormai fa parte di noi e che ci induce ad un progresso rivolto sempre di più su questa direzione. Basta pensare che, internet oggi è stato in grado di rendere funzionale qualcosa senza che manco ce ne accorgessimo, vediamo ad esempio le influencers, il web, you tube.. assieme alle strategie di marketing che ci sono dietro e che permettono di perfezionare ogni tipo di funzione, hanno condizionato la nostra vita, e proprio per questo credo che farne a meno sia un’po’ difficile in alcuni casi. Sicuramente ogni cosa può arrivarci in un modo, è relativo. Ogni mezzo è in grado di trasferire qualcosa. Credo che nel nostro ideale abbiamo tutt’ora la rappresentazione visiva di com’è una vera sfilata e non siamo ancora disposti ad abbandonarlo perché qualcosa ci lega ancora alle nostre tradizioni. Ma questo per quanto? Con questo non sto giustificando il fatto che internet debba rimuovere le sfilate ma considerare il fatto che tempi, linguaggi, e target cambiano.
    Personalmente credo che la sfilata ed il web siano quasi due cose parallele, la cosa che accomuna entrambi è la visibilità ed ognuna la crea in un modo differente. La sfilata permette di creare intorno al pubblico, oltre alla bella visibilità dei capi indossati da modelle, un certo tipo di aurea che rende speciale l’esibizione, questo grazie agli effetti di luce, ombre, musica e contest di un ambiente, un luogo che però viene maggiormente frequentato da persone dello stesso settore, invece sul web oltre ad essere visibile a tutti, vengono utilizzate tecniche differenti che sicuramente coinvolgono il pubblico con un impatto diverso. Mi viene in mente Gareth Pugh for M.A.C by Ruth Hogben , uno stiliste Inglese che adoro un sacco, lui realizza dei video come questo che ho citato, in cui nella ripresa, vi possiamo notare come la combinazione simultanea di effetti sonori, e visivi grazie alle varie tecniche utilizzate, contribuiscono a migliorare e rendere suggestiva questa produzione che merita sicuramente tanto. https://www.youtube.com/watch?v=XZoWiR7fzUo

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  32. Nora L   5 Febbraio 2020 at 09:58

    Mi trovo in disaccordo con Johnny Scorreggia. Le sfilate sono importanti per la loro rilevanza culturale, artistica, emotiva e mentale. Se dovessimo pensarla tutti come Johnny, allora lo stesso concetto potrebbe essere applicato alle mostre, i musei, ai cinema o ai concerti. Perché spendere soldi per un biglietto di un concerto, se in realtà su YouTube, comodamente da casa potresti ascoltarti gratis tutta la musica che vuoi? Perché spendere soldi per un biglietto del cinema, se potresti benissimo guardarti un film streaming gratis?
    Le sfilate sono mondi fantastici, sogni, che generano esaltazione ed emotività.
    Le sfilate sono cultura, perché potrebbero essere anche opportunità di incontri di persone del settore, scambiarsi idee e informazioni.
    Spesso si associano, le sfilate come eventi che possono offrire opportunità di marketing, ma in realtà, secondo me
    ci sono modi molto più semplici e meno costosi per commercializzare un marchio di moda.
    Le sfilate raccontano storie, storie che per il 50% sono composte dagli abiti, mentre la restante metà è ricavata da stati d’animo, conversazioni con altre persone, sfumature e piccoli dettagli: tutto ciò che una telecamera non è in grado di trasmettere, indipendentemente dalle capacità di quest’ultima. Questi spettacoli hanno ben poco a che fare con gli abiti, ma hanno a che fare con i sogni.
    La fashion runway che più mi ha colpito in questo 2020 è stata quella di Dior men inverno 2020-2021, la quale rappresentava un’omaggio all’artista punk Judy Blame, pur celebrando allo stesso tempo l’eleganza che ha sempre contraddistinto Dior.

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  33. Ylenia L   5 Febbraio 2020 at 11:37

    Il web oggi è il protagonista delle nostre giornate e si sta impadronendo di tutto. A questo cambiamento le sfilate di alta moda sapranno resistere o diventeranno dei semplici video e nessuno potrà più andarle a vedere, diventando senza emozioni e piatte? Io spero con il cuore che questo non accadrà mai. Le sfilate sono un rituale troppo importante ed emozionante per essere viste attraverso uno schermo. Solo partecipando e vedendole dal vivo si può captare il messaggio che stilista vuole trasmettere attraverso gli abiti e la location. La location aumenta l’emozione, ma secondo me non deve sovrastare i veri protagonisti: gli abiti. Ad esempio la sfilata di Gucci P/E 2020 è essenziale forse anche troppo, ma per un messaggio che vuol trasmettere, e i veri protagonisti sono gli abiti. Dove maschile e femminile sono uniti da uno stile vintage anni settanta dove anche gli accessori hanno la loro importanza, il tutto determinato da colori spenti e pallidi in una location clinica.
    Una sfilata così, come tutte le altre, si deve vivere e non guardare da un insulso dispositivo elettronico, se no si vede solo e non si percepisce il vero messaggio che la sfilata e lo stilista vogliono trasmettere.

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  34. Renato L   5 Febbraio 2020 at 11:46

    Sfilare, a mio parere, rimane il mezzo più impattante per presentare le proprie creazioni. Ovviamente grazie ai media e a ciò che comportano, si diffondono rapidamente immagini o video di tali eventi e collezioni, per cui magari si può pensare anche di diffondere i capi senza sfilare e stop. Ma se intendiamo i capi come opere, ecco che la sfilata diventa la presentazione dell’opera e la passerella diventa “museo”. È inevitabile secondo me, creare un evento attorno a del materiale artistico. Il materiale artistico può essere di vario tipo, e ogni tipo ha il proprio metodo di essere presentato… E la sfilata per la moda rappresenta proprio questo. Inoltre, la sfilata, ha una duplice “faccia”: può essere vista come coronamento di un processo creativo o come inizio di un’altra fase che è quella del rapporto col pubblico. E in qualunque modo la si percepisce, rappresenta comunque uno step fondamentale nella fase creativa.

    Rispondi
  35. Lucia C (LABA)   5 Febbraio 2020 at 11:49

    Una volta letto il Metalogo, e volendo fortemente entrare a far parte del mondo della moda, mi trovo in dovere di rispondere alla domanda ‘Sfilare o non sfilare?’.
    Considero la sfilata un evento fondamentale nonostante l’avanzare dei tempi, la ‘’presa di potere’’ dei social e dei blogger e la nuova generazione dei millenials. Guardare un défilé tramite il video di un blogger oppure guardarlo dal vivo sicuramente ha effetti differenti sia per quanto riguarda la percezione che abbiamo di quello che ci sta davanti, sia per quanto riguarda il lato emozionale. Penso che la sfilata non sia semplicemente l’uscita, una dopo l’altra, di venti modelle spesso troppo magre. I défilé sono creati per gli abiti, in modo che questi possano diventare segno di se stessi andando a stimolare i dispositivi percettivi dei loro fruitori (noi spettatori).
    Le sfilate odierne non sono più legate a tutte quelle concezioni e quelle leggi che vigevano nel passato, esse raccontano una storia, mandano un messaggio ben preciso, spesso un messaggio sociale, politico o comunque qualcosa estremamente legato all’epoca che si sta vivendo.
    Prendiamo ad esempio in esame la sfilata da poco organizzata per il noto brand Dior. Si entrava in una struttura estraneamente grande e maestosa la cui forma è ispirata alla dea madre (simbolo di fertilità, prosperità e via dicendo). Su una parte appare poi la scritta ‘’What Of Women Ruled The World?’’. Comprendiamo quindi che non si stratta semplicemente dell’esposizione di venti look da recensire e da acquistare, ma della reale proposta di un messaggio femminista, un messaggio creato per le donne dei nostri giorni.
    Dunque concludo affermando che la sfilata è per me estremamente necessaria non solo per la visione di abiti, ma per la diffusione di un particolare messaggio e di un’esperienza che sul web non sarebbe possibile portare a termine.

    Rispondi
  36. Andrea G. Laba   5 Febbraio 2020 at 14:49

    Credo che la sfilata sia una parte fondamentale della moda.
    In quel preciso momento gli abiti prendono vita è parlano attraverso il movimento del modello/a, i capi vengo travolti da luci e commenti da parte degli spettatori presenti.
    La sfilata è una sorta di “transfert”, i capi rappresentano i pensieri dell’artista e la passerella rappresenta il mezzo di comunicazione per rendere i propri pensieri materiali.
    È una sorta di liberazione la sfilata.
    Oggi sfilare o non sfilare, non farebbe alcuna differenza.
    Siamo costantemente bombardati dai social, dove con un semplice tocco possiamo trovare delle foto riguardanti un certo tipo di stile o brand.
    Sfilare ormai è opportuno solamente per le grandi case di moda, ci sono spese esorbitanti che le piccole/medie aziende di moda non si possono permettere.
    Sfilare è come affermare che un brand è riuscito nel suo obiettivo: creare un messaggio attraverso gli abiti e di portare un cambiamento nel mondo della moda.
    Il mio brand preferito, Stone Island è una delle poche aziende di moda a non far sfilare i propri capi, perché sono abiti funzionali e devono mostrarsi nella loro interezza.
    Stone Island durante le varie fashion week affitta degli spazi espositivi dove espone i loro capi.
    Una delle sfilate migliori che ho visto negli ultimi anni è quella di
    UNDERCOVER di Jun Takashi. https://youtu.be/hcKa7KEZX50

    Rispondi
  37. Asia L   6 Febbraio 2020 at 09:09

    Le sfilate sono senza dubbio il momento più atteso da stilisti e da tutti coloro interessati al mondo della moda. Il modo in cui viene presentata una sfilata è sicuramente cambiato rispetto al passato, ora non vengono solo presentati degli abiti ma viene creata un’atmosfera che catturi lo sguardo di chi la sta guardando fatta di musica , scenografia, luci, suoni , video; quest atmosfera fa suscitare curiosità , interesse e piacere e fa vivere una storia agli spettatori, in questo modo è più semplice afferrare il messaggio che la/lo stilista vuole comunicare . Questo cambiamento lo trovo molto interessante e di successo e ritengo che il cambiamento è stato necessario perché il mondo nel quale viviamo cambia , i piaceri e le aspettative cambiano .
    Alle sfilate vengono invitati i più famosi fashion blogger, testimonial , personaggi famosi che con i loro video e foto in tempo reale riescono a indurre ad acquistare o comunque desiderare ciò che loro postano.

    Rispondi
  38. Anna Chiara (L)   8 Febbraio 2020 at 17:05

    Avendo letto il metalogo sono chiare le differenti posizioni dei protagonisti. Ne considero due particolarmente distintive: una celebra lo “storico” perché ritiene superfluo tutto ciò che sia spettacolo, entertainment, poiché la sfilata è fatta unicamente dagli abiti che sfilano rigorosamente uno dietro l’altro, appellandosi dunque ai primi “defilè” fatti nella storia della moda, diventando dunque un rituale. Mentre l’altro pensiero è più aperto e al passo con i giorni contemporanei, convinto che lo spazio che circonda gli abiti, i suoni le luci, l’ambientazione sia in grado di suggerire una storia che quegli abiti poi andranno a raccontare completando il circolo creativo e rilasciando emozioni all’osservatore. Essendo in un era ovviamente ormai del tutto o quasi digitalizzata ci si pone la domanda se non sia il caso di trasformare questo rito, o performance artistica, in una forma totalmente dedicata al web ovvero online e questa è l’ultima delle tre posizioni assunte dai nostri dialogatori. Tra le tre ipotesi questa è senz’altro quella che escluderei a priori come soluzione finale al nostro dilemma, sfilare o non sfilare? (anche se per come la penso io non è affatto un dilemma, lo illustrerò poi successivamente), ahimè credo che per quanto un video, un frammento di sfilata o un intera ripresa ben fatta sia, non è minimamente paragonabile alle molteplici emozioni che l’evento reale ci rilasci, non riesce ad animare le nostre passioni e stimoli interni come la sfilata in sé per sé fa. Certo è un importante mezzo per riportare e per “scorgere” quello a cui magari non possiamo assistere, per darne un assaggio a tutti oltre che a crearne una documentazione, ma a livello di presa, di far breccia sui nostri “cavilli emozionali” non c’è paragone. Per quanto riguarda l’idea conservatrice di Minnie di tornare all’origine eliminando tutto ciò che è ritenuto vano e superfluo, non sono d’accordo ma in parte potrei sforzarmi di capirlo, in aggiunta al fatto che una cosa che spezza totalmente con tutto ciò che ci circonda richiama sicuramente l’attenzione, ma per quanto? È funzionale? Non ne sono certa.
    Interessante l’idea di J.S di evolverci con i tempi e di andare oltre la solita marcia di indumenti uno dietro l’altro o di performance d’arte come vogliamo definirla, è quella di creare dei fashion film, dei video di moda efficaci, fatti per il web, che realizzati adeguatamente riescano a catturare la nostra attenzione.
    Trovo una frase di questo metalogo estremamente significativa ed esaustiva al tutto.

    “a io credo di aver capito una cosa, malgrado tutte le cretinate che ho dovuto ascoltare: la moda che vince è quella che si adatta al tempo in cui opera. Beh! Io penso che con le sfilate succeda la stessa cosa, gli stilisti o chi per loro sanno che devono parlare al loro tempo e se ci riescono vincono cioè vendono…”

    Ad aver ben capito come funzionano questi sottili meccanismi del gioco di attenzione a mio avviso è stato Jean Paul Gaultier, con la sua ultima sfilata, celebrativa dei suoi 50 anni di carriera non che conclusiva. La sfilata si apre come una sorta di musical, con scene, quasi recitate, modelli che fungono da attori e ballerini, e persino Boy George che ha aperto accompagnando il tutto sulle note di Back to Black (Amy Winehouse). Riesce perfettamente ad attirare l’attenzione del fruitore, non facendolo annoiare neanche per un secondo, una sfilata se così possiamo definirla piena di colpi di scena, ogni singolo momento differente dall’altro; dalla camminata, all’espressione, alle fisicità delle modelle. E non sono modelle standardizzate, ma anche provenienti da mondi dello spettacolo differenti: (Irina Shayk, Karlie Kloss, Gigi e Bella Hadid, Joan Smalls, Coco Rocha, Erin O’Connor) ma anche Paris Jackson, Jasmin Le Bon, l’attrice Farida Khelfa, Rossy de Palma, il calciatore Djibril Cissé, l’ex Miss Francia Iris Mittenaere. Insomma in questo show ha creato un mix perfetto che va oltre la solita sfilata monotona di modelle che camminano una dietro l’altra come soldatini in marcia. La varietà della collezione è stata inestimabile, contenendo tutti i suoi più grandi successi che lo hanno reso ciò che è. Uno dietro l’altro sfilano : il marinière, il maschile-femminile, lo stile da pin up e molto, altro ancora. il tutto creando un’atmosfera carica di effetti, nonostante i numerosi e diversi elementi del suo archivio (oltre 200 look) forma un “armonia disarmonica” se così posso definirla. Credo che, proprio questa sia la chiave, alla risposta del nostro dilemma, sfilata si, sfilata performace, sfilata evento, sfilata show, in grado di coinvolgere e di smuovere le passioni e i sentimenti del fruitore. Avendone avuto un assaggio in internet è stato possibile avere forse un quarto dei brividi che l’esperienza dal vivo avrebbe dato. In conclusione, sfilata storica rito no, internet come unico metodo di divulgazione della moda no, ma come mezzo in più per far arrivare determinati messaggi si.

    Rispondi
    • Anna Chiara (L)   8 Febbraio 2020 at 17:08

      *Avendo letto

      Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 Febbraio 2020 at 22:55

      Complimenti per la scelta di J.P.Gaultier. Considera però che è stata una sfilata che sanciva una fine e non un inizio o ricominciamento.

      Rispondi
      • Anna Chiara (L)   10 Febbraio 2020 at 11:51

        “Ad aver ben capito come funzionano questi sottili meccanismi del gioco di attenzione a mio avviso è stato Jean Paul Gaultier, con la sua ultima sfilata, celebrativa dei suoi 50 anni di carriera non che conclusiva”.
        La ringrazio, forse mi sono espressa male, ma non pensavo di aver affermato che la sfilata sancisse un inizio/ricominciamento.
        cordiali saluti.

        Rispondi
  39. Francesco A Laba   9 Febbraio 2020 at 12:33

    Secondo il mio parere trovo la sfilata come mezzo più importante per un creativo per esprimere i propri pensieri, il proprio messaggio e le proprie sensazioni. Solitamente paragono le sfilate a vere e proprie performance d’arte, certi abiti ad opere d’arte quindi privando uno stilista della sfilata è come privare un pittore della la tela e del pennello. Inoltre trovo che le figure dei buyer siano passate in secondo piano perché la sfilata non è solo una questione di vendita, ma di credibilità e trovo che sia un mezzo d’espressione e un ottima voce per comunicare un messaggio, la questione monetaria viene in secondo piano, secondo il mio punto di vista. Se invece guardiamo la sfilata come mezzo per un designer o un brand di presentare la propria collezione come elemento di vendita di abiti che saranno disponibili nella stagione successiva, quindi anche alimentandone il desiderio, le figure dei fashion blogger stanno scavalcando i giornalisti, spesso i fashion blogger vengono inseriti nelle prime e seconde file mentre i giornalisti nelle successive. I fashion blogger rispetto ai giornalisti condividendo gli abiti tramite i social media riescono a comunicare in maniera più veloce e diretta rispetto a un articolo di moda di una rivista che ha bisogno della sua elaborazione prima di essere stampato e distribuito. Comunque trovo questo discorso su chi viene inserito tra i posti delle sfilate di poca rilevanza perché in ogni casa coesiste nelle prime file buona parte di fashion blogger ma ance di giornalisti, quindi per me si sono solo inseriti delle nuove figure non di vendita ma di pubblicizzazione che meritano di sedere al fianco di giornalisti, cantanti e tutti i creativi presenti a una sfilata. La location e tutti gli elementi che vengono inseriti al fianco degli outfit, sono di grande importanza perché riescono a esprimere e cominciare con più chiarezza il messaggio che il designer ci vuole comunicare, le sue sensazione e le sue ispirazioni. Non dimentichiamo inoltre che la creatività non deve avere limiti e aspettative, quindi trovo fondamentale l’inserimento di elementi e la ri-creazione di location nella maniera più simile all’idea del designer. In questi termini ho trovato estremamente interessante la sfilata di Virgil Abloh per Louis Vuitton Men’s Fall-Winter 2020 (https://www.youtube.com/watch?v=fGuv4d4CePI) dove il designer americano ha affermato che stava considerando il significato del lavoro oggi. Lo spirito della collezione era calmo, con un focus pratico sull’esplorazione delle possibilità del prodotto; l’ambiente surreale con cieli blu e nuvole bianche e una pista popolata da modelli giganteschi di strumenti usati dagli artigiani Louis Vuitton. La location in questo caso riflette uno stato infantile e la raffinata maestria di Louis Vuitton, combinati. Il cielo azzurro e le nuvole bianche fluttuanti ricordano un sogno; come il paradiso in terra, quindi in questo caso la location serve ad amplificare il messaggio e a valorizzare gli outfit. Secondo me è solo un’evoluzione del pensiero dei designer dove niente rimane mai uguale, sopratutto nella moda quindi non possiamo aspettarci di vedere location bianche e spoglie come magari era più facile vedere negli anni precedenti ma con l’avanzare del tempo la sfilata, le location, e anche gli abiti diventeranno sempre più ricchi di elementi. Il designer deve fare in modo quindi di lasciare come tema principale l’outfit che sfila e che tutti gli elementi che lo accompagnano servano per valorizzare il prodotto principale.

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  40. Emanuele L   11 Febbraio 2020 at 11:22

    Lo scopo di una sfilata rimane principalmente mostrare la collezione del brand e fin qui….
    Non essendo un followers delle sfilate di alta moda non posso esprimermi se sia meglio sfilare o non sfilare, scelta loro, trovo però molto interessante la cornice della sfilata.
    Essendo comunque un evento molto seguito in tutto il mondo è importante, come in altri eventi ad esempio il super bowl in america, sensibilizzare le persone sotto alcuni punti di vista e quindi utilizzare certi eventi per trasmettere un messaggio.
    Shakira e Jlo quest’anno attraverso il super bowl hanno voluto sensibilizzare la cultura araba sul maltrattamento delle donne; la bandiera portoricana portata sul palco e il parlare spagnolo è interpretato come risposta alla politica di Trump sull’immigrazione.
    In questo esempio:
    https://www.costasmeraldaportal.com/dior-quando-la-natura-e-regina-della-passerella/

    Dior ha voluto sottolineare importanza della natura, dell’impegno ecologico.

    Sempre Dior ha voluto sottolineare importanza della donna.

    https://www.fashiontimes.it/2020/01/dior-haute-couture-sfilata/

    Ecco quando lo scopo di una sfilata o di qualsiasi altro tipo di evento diventa simbolo di un messaggio che si vuole trasmettere per sensibilizzare il mondo allora sfiliamo; quando una partita di calcio diventa un luogo per incitare il razzismo, meglio non sfilare per niente.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 Febbraio 2020 at 12:21

      Si, dici bene, tutti i brand vogliono trasmettere significazioni positive che trascendono lo specifico della sfilata. Di solito realizzano questo effetto di comunicazione e culturale con materie espressive e simbolizzazioni che non sono spesso coerenti con gli abiti presentati.

      Rispondi
  41. Luca Paolantonio LABA   11 Febbraio 2020 at 13:15

    Credo che la concezione di sfilata sia fortemente mutata (evoluta?) nel corso degli ultimi anni.
    Nel nostro tempo più che mai, la sfilata rappresenta per eccellenza l’evento in cui il designer espone la propria identità estetica al mondo intero.
    A differenza delle prime sfilate di Cristobal Balenciaga, organizzate con il solo scopo di proporre e presentare la propria collezione, è evidente come al giorno d’oggi risalti più lo “spettacolo” rispetto ai capi.
    Considero, infatti, le sfilate contemporanee come delle vere e proprie performance; all’interno di esse, gli spettatori assistono non solo alla presentazione di una nuova collezione ma si immergono letteralmente in un ambiente straordinario, ovvero il mondo personale e intimo dello stilista.
    In relazione a questa questione, mi viene spontaneo citare l’ultima sfilata di Marni FW20 https://www.facebook.com/marni/videos/469061920670176/ , dove lo spettatore è obbligato ad attraversare un lungo corridoio illuminato a led per accedere allo show e, dunque, al mondo di Francesco Risso.
    Trovo molto interessante, inoltre come l’aspetto comunicativo che caratterizza la sfilata contemporanea sia fortemente influenzato da infinite connessioni artistiche, completamente (o quasi) diverse tra loro e spesso estranee al Fashion System.
    All’interno degli show di studenti (raramente italiani, purtroppo) o designer emergenti, infatti è facile imbattersi in delle vere e proprie performance e non in una semplice sfilata.
    Un esempio molto particolare, in merito a questo discorso, è la presentazione FW2020 della giovane Bianca Saunders https://www.instagram.com/p/B68i9YUgZ80/ , che dispone (individualmente o a gruppi di due o tre) i modelli all’interno di piccole “Dance Hall” ovvero piccole sale rivestite da lunghi tendaggi.
    Lo spettatore, in questo caso è invitato ad entrare in queste stanze per godersi un vero e proprio spettacolo: i modelli si muovono, danzando in modo quasi obsoleto, seguendo il ritmo di una pesante musica techno-psichedelica.
    Lo show FW2020 di Bianca Saunders non è soltanto una semplice presentazione di capi, ma un’autentica performance che unisce arte, design, musica e danza all’interno di un contesto fashion.
    Concludo sostenendo che il concetto di sfilata sia in continuo cambiamento e personalmente trovo inevitabile la considerazione di essa come una performance artistica e non una semplice presentazione di una nuova collezione.

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  42. L: finta bionda   26 Febbraio 2020 at 15:38

    Ho letto con simpatia il suo metalogo e noto con estrema piacevolezza il distinguersi dei caratteri appartenenti ai protagonisti. Uno ben saldo alle tradizioni e dal carattere decisionale forte,quasi dandy per certi aspetti, mentre l’altro dall’animo liberatorio e più aperto ai nuovi stili, usi e consumi.
    Premetto che personalmente non dedico troppo tempo ad informarmi sulle sfilate stagionali, in particolar modo ai capi in sé, dai quali posso solo elevarne un commento banale riferito a piacere o non piacere ma pongo sicuramente più interesse alla gestione degli spazi che ne viene fatta della sfilata. Argomento molto più vicino alle mie corde e che senz’altro dialoga enormemente con i portatori dei capi protagonisti.

    Credo che il mondo delle sfilate da anni non si limiti più a far focus sulla collezione d’abbigliamento ma che dietro ad essi ci sia ben più da notare. Alcuni appigli ce li forniscono i suoni, l’allestimento e le luci, in quanto vanno a definire immediatamente il contesto, ancor prima che lo spettatore venga a contatto con i capi in movimento. E’ proprio questo contesto che ci fornisce un’anteprima di ciò verrà in seguito e spesso denuncia argomenti e problematiche alle quali volutamente lo stilista cerca di porci davanti agli occhi .
    Vedo più nelle sfilate contemporanee un atto di protesta, di denuncia sociale e manifestazione legata a temi scomodi, ancor prima del capo in passerella o del corpo che quel capo indossa. Un esempio ne è stata la sfilata di Missoni del 2019 a partire dalla marcia alla quale generazioni di tutto il mondo hanno preso parte per sensibilizzare l’opinione pubblica al salvataggio ecologico del pianeta. Quindi in occasione di tale problematica, per supportare la causa, le modelle e i modelli dello show di Missoni, hanno sfilato con luci solari “Little Sun” del famoso designer Olafur Eliasson, il quale, con le sue opere, è portavoce mondiale di tale problematica legata al consumo di fonti rinnovabili.
    “Unisciti a noi nel tenerci per mano con il sole, siamo a un punto critico per il nostro pianeta e dobbiamo agire”, era l’annotazione di Angela Missoni e del maestro Eliasson, scritta su cartigli legati ad ogni Little Sun, le cui luci hanno aiutato a rendere ben visibile sia la collezione e sia la location. Apprezzo in particolar modo che non siano state scelte altre luci sul mercato a basso consumo, poichè la “Little Sun” che personalmente ho acquistato, risponde sì all’esigenza di emettere luce ricavata dall’esposizione solare ma risponde anche ad un’altra problematica in opposizione, legata all’assenza di luce nelle zone remote di alcuni stati africani ritenuti “off grid”. La casa di moda ha lasciato una lampada sul sedile di ogni ospite con tanto di cuscino firmato e il tentativo, da parte del personale, di impedire agli ospiti di andarsene portando con sé uno o più di questi affascinanti oggetti, sono stati un fallimento. Il mio personale gesto sull’acquisto della “Little Sun”, è esclusivamente riferito all’andare incontro a quelle popolazioni africane e credo che quello di Angela Missoni, anche se si tratta solo di un regalo a mille fashioniste viziate della ricca Milano, mi è sembrato in qualche modo appropriato. A mio parere ciò eleva ad un più alto livello di pensiero il mondo della moda, ponendoci sia in una posizione critica ma anche di coinvolgimento.

    A tal proposito concludo il mio pensiero sulle sfilate che ritengo utili quando oltre a far parlare il prodotto mettono sul piatto argomenti, non solo vicini all’Elite milanese ma connessi a tutti i ceti sociali mondiali .

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 Febbraio 2020 at 13:56

      È vero quello che scrivi. Sono sempre di più i brand che usano la sfilata per raccontarci qualcosa di socialmente pregnante. Probabilmente vogliono rappresentarci in modo espressivo un contenuto che potremmo linearizzare con enunciati del tipo: i vostri problemi sono i nostri problemi, il vostro mondo è il nostro mondo; viviamo tutti sullo stesso pianeta e ne condividiamo responsabilità e criticità.

      Rispondi
  43. Sofia LABA   26 Febbraio 2020 at 22:07

    Se la vista è il senso umano dominante e i creativi basano il loro lavoro sulla forma, che poi provocherà piacere, allora la sfilata dovrebbe essere un rituale visivo obbligatorio.
    Con il termine “rituale” non intendo la tipologia di sfilata tradizionale, descritta nell’articolo; bensì intendo un evento, uno spettacolo.
    Io vedo la sfilata come uno spettacolo teatrale o una mostra d’arte contemporanea.
    Ho ammirato molto infatti che il nuovo direttore creativo di Dior Homme Kim Jones, abbia invitato l’artista contemporaneo Daniel Arsham a contribuire alla sfilata S/S 2020 con alcune della sue opere, progettate appositamente per lo show.
    https://www.youtube.com/watchv=eCTehnQgGfM&list=PLzPXOOq1r2gGCEMnxJ5tEMUaUJe0QeN3R&index=1

    Inoltre, a mio parere, la sfilata non è diventata “una cosa inutile”, come dice Jhonny Scoreggia nel metalogo. La sfilata non è una pura dimostrazione economica e finanziaria del brand (certo, in parte lo è), ma è soprattutto una dimostrazione di emozioni e di pensieri.
    Pensiamo ad un universo della moda senza più sfilate; non penso sia possibile.
    Ad esempio il fatto di attualità più discusso negli ultimi sette giorni è il Coronavirus e anche la Milano Fashion Week ha subito trasformazioni. Giorgio Armani ad esempio ha deciso di sfilare a porte chiuse, quindi senza manager, buyer, senza giornalisti e fashion blogger. Questa soluzione attuata dalla casa di moda ha destabilizzato molte persone che non aspettavano altro che lo show di Armani. Pertanto questo avvenimento mondiale (il virus) ha dimostrato che una sfilata non è “una cosa inutile”, bensì un evento che tante persone aspettano con ansia.

    Sono d’accordo nel dire “basta drogare gli spazi della moda”, ma gli abiti senza sfilata non vanno da nessuna parte.
    Magari il nuovo universo dei fashion blogger ha cambiato l’impostazione della sfilata, ma la magia della musica e delle scenografie rimane sempre la stessa.
    E’ cambiato il canale di comunicazione; prima esistevano i giornalisti che con il proprio taccuino annotavano le novità per la stagione successiva, ora esistono i blogger di moda che non fanno altro che catapultare in modo diretto le immagini sui social.

    Parlando della Milano Fashion Week appena trascorsa, la sfilata che mi è rimasta di più in mente e che ha stravolto i canoni del classico show, che si basa su un rapporto tra orizzontalità e verticalità , è quella di Gucci. Il direttore creativo Alessandro Michele ha voluto invece basare la sfilata su di un elemento circolare roteante, trasformando il noioso andamento delle modelle, in un evento piacevole all’occhio umano.
    https://www.youtube.com/watch?v=fDCcii9l_MQ

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 Febbraio 2020 at 13:50

      Sì, Alessandro Michele è sempre attento nelle sue scelte del format della sfilata. Però l’andamento circolare non l’ha certo inventato lui. McQueen lo ha utilizzato a più riprese. Anche Lagerfelt per Chanel. Solo per fare il nome da due pezzi da novanta che hanno creato sfilate memorabili.

      Rispondi
  44. Rebecca B (L)   28 Febbraio 2020 at 10:46

    Dialogo molto simpatico tra queste tre persone, durante la lettura una frase in particolare mi ha colpita: “La guerra con le immagini le parole l’hanno persa da sempre”, e concordo in pieno.
    Viviamo in un mondo dove sono i “like” di una foto e decretare il tuo fatturato e dove ti portano avanti i numeri sui social più che le tue qualità (sempre che se ne possieda una).
    Durante l’ultima Fashion-week milanese, ho notato solo foto di blogger e influencer, messe li in prima fila con il telefonino in mano, più preoccupate a farsi foto e video invece di godersi la sfilata.
    Detto questo, penso che le sfilate non moriranno mai, però devono fare i conti con l’era in cui vivono e arduo compito degli stilisti sarà quello di stupire continuamente le nuove generazioni, non solo facendo sfilare abiti mozzafiato ma anche toccando temi importanti e di forte impatto, come fece il grande Alexander McQueen.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   28 Febbraio 2020 at 11:18

      Ben detto Rebecca, fa impressione vedere le foto di sfilate con tutti i blogger con la mano alzata per catturare immagini da postare. Anch’io ho dei dubbi sulla qualità della loro ricezione. Però, quando penso alla viralità che possono attribuire a una collezione, capisco che per gli stilisti possono rivelarsi dei “trasmettitori” formidabili. È per questo che probabilmente le sfilate diventeranno sempre più evento mediatico. Nel dialogo di Cantoni sembra prevalere Minnie (lo dice negli addenda). La realtà non dice questo. Sembra più up to date J. Scorreggia.

      Rispondi
  45. Eleonora L   28 Febbraio 2020 at 20:50

    L’articolo proposto dall’autore mi ha portato a soffermarmi e ad eseguire considerazioni, in particolare, su alcuni argomenti a cui prima non avevo dato particolarmente conto.
    “Il movimento di un gruppo numeroso di persone che avanzano ordinatamente in fila una dopo l’altra; presentazione di nuovi modelli fatta da indossatrici o indossatori sfilando davanti al pubblico; serie, ordine di cose omogenee disposte in fila, l’una dietro l’altra o accanto all’altra […]” così la Treccani definisce il termine sfilata.
    La sfilata è considerabile alla stregua di una specie di rito d’iniziazione: il capo, che fino ad allora è solo un’idea proposta sotto l’aspetto di una forma, diviene, con il momento della sfilata, un vero e proprio messaggio che lo stilista lancia al fruitore. Con l’ingresso in passerella, infatti, quest’idea diviene palpabile essendo non solo influenzata dal corpo della modella ma viene inoltre completata grazie all’interazione di musiche, immagini, emozioni, ecc.; solo l’insieme di tutto ciò riesce a rendere al meglio l’idea che sta alla base del lavoro proposto dallo stilista. Difendere la ritualità è l’unico modo per resistere al dominio dello spettacolo che riduce la moda a una farsa. Ritualità significa reverenza, rispetto, responsabilità, ecc. Alcuni però, tra cui uno dei personaggi della storia, identificano la sfilata con il termine anti-rito. L’anti-rito per eccellenza è il carnevale, momento in cui si viene meno della propria identità divertendosi a mascherarsi. È dunque possibile dire che c’è chi sostiene che la moda sia dramma, altri invece dicono che è una commedia. La moda classica, infatti, sprofonda nel mistico mentre la moda che viene proposta oggigiorno sulle passerelle sembra quasi invitarci a giocare, a liberarci dell’ossessione di una identità rigida, divertendoci. Ma quale di queste due tipologie di vedute può rendere più entusiasta e partecipe l’osservatore? Ritengo che ciascuno, in base anche ai propri gusti ed al proprio estro sia in grado di fornire una propria visione della vicenda. Personalmente, essendo d’animo vintage, prediligo un approccio più classico al mondo del fashion; sebbene un tocco di divertimento e di gioco non guasti mai, è possibile dunque fondere i due aspetti creando un giusto equilibrio tra loro senza cadere in esagerazioni.
    È dai tardi ottanta del novecento che un coro via via sempre più numeroso predice la morte della sfilata. La sfilata tuttavia non morirà mai: in un modo o nell’altro questo momento, emblema del mondo del fashion, sopravviverà finché la moda avrà vita. In quanto questo momento è un passaggio che rende quasi “sacro”, nel mondo dell’abbigliamento, tutto ciò che viene indossato dalle modelle e dai modelli nel corso di questa passeggiata. È in tal modo che i lavori proposti dai vari stilisti divengono dei must che detteranno la moda nel periodo seguente la sfilata. Possiamo considerare dunque la sfilata come una sorta di presentazione al mondo di lavori che fino ad allora hanno vissuto solo negli atelier degli stilisti.
    La gente odia annoiarsi e quindi preferibilmente si concentra nei luoghi dove ci sono situazioni che promettono dosi massicce d’entertainment, e che cos’è l’entertainment se non un concentrato di emozioni? Sicuramente un emblema di tale entertainment è la Fashion Week. Nel corso di tale evento infatti si vive un turbinio di emozioni che permettono di ampliare il valore di ogni singola percezione. Oggigiorno infatti le sfilate non solo presentano i capi frutto del lavoro delle varie maison, ma presentano anche delle parti aggiuntive che vanno ad ampliare l’attenzione ed il coinvolgimento degli spettatori. Nel corso della passerella vengono introdotti anche temi musicali, immagini e a volte addirittura delle vere e proprie performance. Questi elementi aggiuntivi sono tuttavia fonte di distrazione per i fruitori nei confronti dei capi che sfilano che dovrebbero essere il soggetto cardine dell’intero evento. Spesso si propone di eliminare questi ampliamenti percettivi e sensoriali così da permettere un ritorno alle sfilate classiche in cui l’intera attenzione sia rivolta solo e soltanto alle nuove proposte fashion. Tuttavia lo stilista di oggi sarebbe in grado di sviluppare e dimostrare una creatività nell’abbigliamento che propone, che vada a sopperire l’assenza di elementi, considerati di distrazione, alla cui costante presenza nella vita quotidiana la società contemporanea è abituata? Anche in questo caso sono presenti differenti fazioni di pensiero, c’è chi sostiene che l’abito da solo nel mondo di oggi non possa andare da nessuna parte senza il sostegno scenografico e tecnologico. Tuttavia in una società altamente caotica come quella attuale un ritorno alle sfilate classiche potrebbe rappresentare per gli spettatori un momento di stacco dall’inquinamento acustico e visivo che ci circonda, permettendo ai fruitori in questa bolla di silenzio di staccarsi dall’abitudine e divenire partecipi di un confronto con i propri pensieri che altrimenti verrebbero offuscati e messi in secondo piano. La gente, infatti, di solito pensa di provare una sola emozione per volta. In realtà non si accorge di osservarla dal punto di vista dei ricordi. Non è così che funziona la nostra mente. Possono convivere nello stesso momento più di una emozione, una può sfumare velocemente nell’altra e in un’altra ancora. In realtà, quando siamo esposti a fenomeni di testualità sincretica come lo sono sfilate che raccontano storie, ci troviamo sottoposti a reazioni rapide e frammentarie di ogni genere. Ma rimane sempre il fatto che l’impatto e la contaminazione, dimensioni del senso tipico di una sfilata, hanno la natura dell’emozione.
    Subire delle emozioni ci porta a volerle rappresentare in qualche modo, ed ecco dunque che cerchiamo di individuare termini lessicali che possano far al caso nostro per poter categorizzare e descrivere così da poterlo trasmettere e far comprendere anche ad altri, che magari non hanno vissuto la nostra stessa situazione emozionale.
    “Se assegno a un oggetto una parola (una categoria per un concetto, una frase…) e questa parola è condivisa, di conseguenza ripetuta in un numero crescente di occorrenze, allora, l’oggetto può acquisire un’aura mitica.” Concetto sostenuto negli anni sessanta da Roland Barthes autore de “Il sistema della moda”, egli infatti ci presenta l’oggetto come sottoposto alla presa di mezzi espressivi non sovrapponibili uno all’altro: per il senso comune dunque anche la moda si riduce a una guerra tra immagini e parole. La moda non può venir considerata, a parer mio, come caratterizzata soltanto da immagini, e che da tal fatto ne consegua che la descrizione che ne deriva sia intesa solo come parole atte a descrivere ciò che le immagini viste in passerella, così come nei social e sulle pagine patinate delle riviste trasmettono e/o cercano di rappresentare. Il più delle volte tali strutturalizzazioni rendono la moda parte di una continua lotta tra immagini e parole, in quanto si cerca di capire quale delle due forme sia in grado di rappresentare e fornire allo spettatore la versione migliore di quel capo moda che gli stilisti vogliono proporre. Il prodotto moda è un continuo alternarsi delle forme visive e letterarie nel corso del processo che ne permette la realizzazione; esso infatti nasce da un’idea spesso espressa per mezzo di frasi, seguita poi da una ricerca immagini che vada a rappresentare con l’utilizzo dei colori tale pensiero; queste immagini verranno successivamente selezionate e riorganizzate in base ad una serie di principi stilistici, strutturali, ecc.; solo allora, quando sarà presente una tavola visiva in grado di rappresentare al meglio l’idea che lo stilista ha concepito in principio, si creerà un capo che verrà proposto nell’ambiente della moda come rappresentazione perfetta del pensiero che esso permette agli spettatori di percepire. I fruitori, però, dinnanzi a questo prodotto sono bombardati di emozioni e non solo dall’idea cardine utilizzata per sviluppare il capo stesso. Tale tempesta di emozioni sarà ciò che permetterà allo spettatore di ricordare la propria posizione nei confronti dell’oggetto moda, ma altresì comporterà una dimenticanza, nell’osservatore, il più delle volte successiva al momento sfilata per quel che riguarda i particolari ed i dettagli che caratterizzano i vari capi osservati. Ecco dunque che diviene necessaria un’analisi scritta particolareggiata da una sequenza dettagliata di termini che vadano ad evocare le stesse emozioni che suscita il prodotto moda stesso. In tal modo il prodotto moda diviene, grazie all’insieme del linguaggio sensoriale e di quello lessicale, un oggetto condiviso.
    Così come cambia il modo di proporla, allo stesso modo si sta evolvendo anche lo stile che caratterizza i nuovi capi che vengono proposti come prodotto moda. Si invoca dunque, come nel discorso proposto all’interno dell’articolo dall’autore, un ritorno al trarre ispirazione da fonti classiche quali l’arte. Bisogna però evidenziare che anche il mondo dell’arte ha subito delle mutazioni nel corso degli ultimi decenni. È sempre possibile continuare ad ispirarci all’arte ed alle performance artistiche; basti però tenere ben presente che oggigiorno, così come la moda si è modificata in base alle necessità ed ai gusti della società che nel corso degli anni si è venuta trasformando, anche l’arte, allo stesso modo, pur rimanendo utilizzabile come forma d’ispirazione è mutata nella modalità di svolgimento e presentazione al pubblico. Ne può essere un esempio la produzione artistica di Bansky: graffiti, opere che si autodistruggono, ecc. Ciò è dovuto al fatto che ad inizio del XX secolo l’arte ha subito un cambiamento che l’ha portata da essere classica a divenir definibile sotto la terminologia di “arte contemporanea”. Nel 1914 infatti Marcel Duchamp ha immesso nella concezione tradizionale di arte il principio di Ready Made, l’opera chiave che ci rappresenta questo elemento è lo “Scolabottiglie” che egli non ha né realizzato né tanto meno modificato in alcuna parte, l’unica influenza che l’artista esegue su questo oggetto è una selezione ed una successiva decisione di commissionare lo spostamento dello stesso in uno spazio dedicato all’arte. È a seguito di questo avvenimento storico che tutta l’arte contemporanea lavora su cardini e modalità differenti; in tal modo anche se il prodotto moda continui, come nei secoli precedenti, a trarre ispirazione da forme d’arte, i capi visibili sulle passerelle oggigiorno saranno per forza differenti da quelli caratterizzanti ad esempio i primi anni del ‘900, pur mantenendo come sfera da osservare [per captarne stile, colori, ecc.] sempre lo stesso mondo dell’arte.
    Un ulteriore dilemma che viene proposto nell’articolo riguarda una visione del prodotto moda come seconda pelle o addirittura se sia possibile considerarlo come una prima ed unica pelle. I capi proposti dalla moda sulle passerelle delle sfilate sono sempre stati considerati come una seconda pelle di chi li indossava, atti a rappresentare l’estro della persona e non a sostituirne l’identità. Nella società contemporanea tale seconda pelle però è possibile, a parer mio, considerarla addirittura come una prima ed unica pelle. Oggigiorno infatti viene considerato “giusto” solo chi indossa i capi della moda del momento, ma diviene scandalistico appena si lascia scoperta anche solo una piccola parte di pelle nuda se in particolari punti del fisico. Riteniamo di essere culturalmente evoluti rispetto ad altri popoli in cui invece vengono obbligate certe tipologie di abiti e copricapi, talvolta però anche in quello che possiamo considerare come modo di vivere tipicamente occidentale vengono svolti praticamente tutti i giorni discriminazioni dettate dal modo di vestire. Ne può essere un esempio l’infelice frase espressa da Oliviero Toscani, fotografo, che per mezzo di dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos ha espresso il suo parere per quel che riguarda l’elemento purtroppo sempre più presente nella quotidianità delle violenze sulle donne. “Volete evitare stupratori e assassini? Via i tacchi e il trucco[…]Le donne devono essere più sobrie, dare più importanza all’essere più che al sembrare, solo così si possono evitare altri casi di femminicidio[…] Le donne non si devono truccare, mettersi il rossetto, devono volersi bene per quello che sono. Serve un ruolo più serio delle donne. La smettano di dover sempre sedurre, altrimenti finiranno per sedurre solo i maniaci ed i violenti. Ormai i tacchi sono inversamente proporzionali all’intelligenza, è un vero disastro. Sono tutte rifatte, con labbra che sembrano canotti e nasini tutti uguali. Se avessi una moglie come quelle donne lì sarei molto in crisi.[…]”. Ed ecco dunque che avviene all’interno del pensiero del fotografo un ulteriore discriminazione diretta al mondo femminile, secondo cui una certa tipologia d’abbigliamento renderebbe attaccabile ma soprattutto categorizzabile, sotto determinati aspetti, la donna che l’indossa. Secondo questa tipologia di pensiero, il capo d’abbigliamento diviene dunque segnale, non dei gusti e dell’estro che ciascuno di noi possiede, bensì invito per il resto della popolazione a vedere la persona che l’indossa come se provocasse volontariamente ciò che potrebbe succedere. Bisogna però ricordare il detto “non è l’abito che fa il monaco”, nettamente in disaccordo con il pensiero espresso da Toscani, la colpa di determinate azioni, infatti, non è assolutamente riconducibile ad una particolare tipologia di vestire e allo stesso modo, di certo, non perché si indossi un po’ di trucco, dei tacchi o si lasci più scoperta la carne del solito, allora certi eventuali atteggiamenti si possano considerare giustificati.
    A seguito di tale analisi è possibile concludere che la moda oggigiorno si propone sotto una visione maggiormente artistica, a volte non presentando più l’influenza data dal design, ovvero non soltanto dall’aspetto estetico ma anche dal bisogno di funzionalità dettato dalle movenze del corpo che il capo d’abbigliamento deve assecondare. Questa nuova visione del fashion porta anche ad un aumento dell’interesse che il pubblico dimostra nei confronti dei lavori proposti; facendo scalpore, infatti, lo stilista è sicuro che i prodotti moda proposti in passerella saranno di sicuro argomento di conversazione nella società. Non solo se ne parlerà di più ma saranno anche in molti di più a prestare attenzione a quello che prima, invece, era un discorso solo per pochi; ovvero l’élite che poteva permettersi i viaggi verso le grandi città della moda e di acquistare i capi delle grandi maison. Oggigiorno al contrario sebbene i prezzi non siano sempre alla portata di tutti, anche chi non può permettersi i prodotti proposti è interessato a conoscere quali siano le nuove tendenze e tenta di emularle il più possibile, imitandone le parvenze. È inoltre possibile evidenziare che nella società contemporanea il momento della passerella riesce a raggiungere un maggior numero di spettatori anche, soprattutto, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione che sono i social. Queste piattaforme tecnologiche permettono infatti a chiunque e dovunque di “partecipare” al rito che è rappresentato dalle sfilate, ovvero la presentazione al mondo di ciò che è nuovo e sarà sulla bocca di tutti nei mesi a venire. I social sono, infatti, potenti mezzi di comunicazione che permettono a chiunque dotato di un accesso ad internet di osservare e poter quindi sviluppare una propria idea a riguardo. Se grazie ai social i nuovi prodotti moda riescono a raggiungere un più ampio spettro di fruitori, ciò non indica però che in futuro sia proprio questo mezzo a poter soppiantare il momento delle sfilate, essi infatti presentano due funzionalità ben diverse e distinte.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 Febbraio 2020 at 09:38

      Direi che a questo punto potresti scrivere un saggio teorico sulla sfilata. Ti suggerirei in un altra occasione, l’introduzione o la citazione di sfilate che hai visionato, congruenti all’idea che stai esponendo. Le teorie sono importanti solo se produciamo uno sforzo per farle corrispondere a fatti,

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  46. Federica L   4 Marzo 2020 at 10:59

    Una sfilata un tempo era una più disorganizzata, interminabile e ridotta presentazione di abiti a piccoli gruppi di facoltosi clienti. Fino agli ultimi tempi, a promuovere la moda erano i giornalisti.
    A parer mio, oggi non ha senso presentare una sfilata nelle forme tradizionali, quindi mi trovo d’accordo con l’espressione “la moda che vince si adatta al tempo in cui opera” e cioè una sfilata che parla ai millennials deve compenetrarsi con il loro linguaggio, sempre ricercando ammirazione stupita, come pubblicizzato fenomeno mediatico globale.
    La sfilata come l’evento che tradizionalmente meglio celebra la moda, oggi trasporta il pubblico in un mondo fantastico con il coinvolgimento di tutta la sua sensorialità.
    La teatralità del fashion show nasce poiché la sola bellezza di una collezione, “leale”, senza “condimenti”, oggi non basta per essere efficace; i bei vestiti sono solo la punta dell’iceberg. Invece lo spettacolo, la cornice di essi, in linea con lo spirito della collezione o vetrina di messaggi sociali, viene pensato per essere visto e condiviso attraverso lo schermo dei nostri smartphone, attraverso la creazione di contenuti interessanti e quindi facilmente condivisibili.
    Seppur la scena di una sfilata sia progettata appositamente per essere “instagrammabile”, sostengo che, come anche letto nell’articolo, quelle sorprendenti sfilate, in un set indovinato, magari legato al tema della collezione, sono esperienze da vivere in prima persona e non attraverso le immagini postate online.
    L’immersione in contenuti multimediali, piuttosto che i profumi, la musica o l’illuminazione, permettono di sperimentare ogni lato della collezione. Non sempre, però, consentono di far comprendere la storia che essa racconta.
    Gli eccentrici influencer che oggi siedono in prima fila alle sfilate sono efficaci veicoli pubblicitari, ma a scapito di una comunicazione utile alla comprensione di una sfilata, dettata dai conoscitori e amanti di moda e cultura.
    Dunque, in un momento in cui è scemata la critica, se al pubblico manca la conoscenza, rimane tagliato fuori. La restante emozione non coincide con il pensiero corretto. Penso che le emozioni che una sfilata suscita siano legate all’esperienza dei singoli individui, quindi che ognuna di queste risulti soggettiva, pertanto non condivisibile. Per questo, un’emozione non può determinare il codice di comprensione di una sfilata.
    Il pubblico ha bisogno di essere guidato, e ritengo che l’immagine debba sempre essere sostenuta dalla parola, per una lettura premiante.
    Tra le immagini presenti nell’articolo, ho piacevolmente notato quella raffigurante la conclusione della sfilata di McQueen del ’99. Assistere alla performance avrebbe potuto emozionare chiunque, grazie alla straordinaria messa in scena, ma assisterle consapevolmente avrebbe consentito un’interpretazione corretta e maggiormente appagante, secondo me.
    Infatti, da parte mia non sarebbe stato così piacevole notare l’immagine, se non avessi avuto un punto di vista, fondato sul rapporto organico/inorganico duchampiano.
    Durante l’esibizione, la modella assumeva movenze che ricordano quelle di un robot, mentre intorno a lei, le macchine assumevano movimenti aggraziati, a tempo di musica. Alle macchine era anche stato dato il compito di dipingere il bianco abito, concluso infine con gli inchini, tutte azioni umane riprodotte da automi.

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  47. Caterina (L.)   6 Marzo 2020 at 11:18

    Questo metalogo racchiude tutte le visioni sul mondo della moda.
    La moda non è proprio il mio ambito, però penso che per un brand la sfilata sia fondamentale.
    Secondo me le sfilate sono pure business, al giorno d’oggi ancora di più.
    Siamo nell’era delle imprenditrici digitali, degli influencers e dei blogger dove i mi piace, le visualizzazioni fanno da padrone.
    Da sempre siamo legati alle storie, sono quelle che ci fanno emozionare e suscitare interesse, per questo oggi non si sfila più, ma si cerca di raccontare e trasmettere, perché sono le location, le luci, la musica, le animazioni, le performance a fare i capi e a rendere le collezioni famose.
    Un esempio è la sfilata di Alexander McQueen del 1999, pura arte!
    Siamo sinceri, le collezioni possono essere originali, belle, stravaganti, sofisticate e di qualsiasi tipo di brand, ma se la location, le luci, ect, non sono sensazionali verranno dimenticate o definite noiose.
    Oggi si ricerca la maestosità del tutto, si certo, molte volte less is more, ma siamo catapultati in una società fatta di internet e di social, in cui la narrazione è il fulcro di essi, e quindi si ha la necessità di farsi raccontare e raccontare sé stessi (esempio gli influencer).

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Marzo 2020 at 08:42

      Cara Caterina, dovresti però spiegarmi che tipo di narrazione sono i like (dal momento che, come dici, sono il marchio del presunto dominio dei social),

      Rispondi
      • maite   9 Marzo 2020 at 13:48

        I like non sono narrazione. sono i veri e proprio feedback di cui si serve il band per sapere se effettivamente ha avuto successo o meno la sfilata.

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  48. maite L   9 Marzo 2020 at 15:26

    condivido pienamente il commento di Caterina.
    oggi giorno la sfilata è una vera e propria ”prova di appariscenza”, in cui i vari brand sono portati a cercare l’eccessivo, l’effetto ”wow”, il vero e proprio spettacolo teatrale.

    Questo è l’unico modo, per restare impresso nella mente dello spettatore e ovviamente avere successo.
    A livello di strategia di marketing funziona al 100%, ma la concorrenza tra i vari brand odierni inducono le grandi marche ad esagerare sempre più.

    La sfilata dei giorni nostri è un vero e proprio sogno, o incubo ( dipende dalle persone ).
    Molto spesso le location sono veri ambienti surreali in cui l’unico punto di riferimento sono le passerelle in cui la gente non vi può accedere e le modelle che sfilano.

    Presupponendo che non conosco nulla della moda odierna, mi affascina questo mondo e la ritengo molto simile all’arte, in quanto non vi è limite alla creatività e al design.
    Tutto è accettato, non esiste il bello e il brutto, esiste la moda e l’arte.

    Oltretutto, se non si conosce cosa ci vuole veramente trasmettere la sfilata è difficile da comprendere.

    Proprio per questo motivo molto spesso le sfilate sono criticate, per pura e semplice ignoranza.

    In conclusione, rispondendo al titolo dell’articolo ‘’sfilare o non sfilare ?’’, bisogna esaltare le sfilate, dando la possibilità ed un istruzione al pubblico per far si che riescano ad immergersi maggiormente nel contesto.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 Marzo 2020 at 23:38

      Ci sono fondamentalmente due modi di osservare cosa succede con le sfilate:
      1. Si può credere che sia essenzialmente la presentazione ritualizzato di una una nuova collezione di look;
      2. Oppure la si può vedere come un dispositivo di induzione passionale che aldilà delle significazioni linguistiche e di concetto, punta a tramettere un forte impatto emozionale.
      A cosa serve l’appello emozionale? Credo che serva a rinnovare la disposizione del “soggetto della moda” a credere al rinnovamento dello specifico sentimento di bellezza implicato dai giochi estetici competitivi o semplicemente narcisistici presupposti da apparenze cariche di valori. Quindi il “soggetto della moda” è un effetto del dispositivo. Cioè non siamo tanto noi come individui, ma lo diventiamo nella misura in cui siamo presi nel meccanismo.
      Perché la moda da un certo punto in poi ha avuto bisogno di enfatizzare il rituale con tecniche spettacolari e tecnologie d’avanguardia? Potremmo metterla giù così: la moda intesa come abbigliamento e rivestimento estetico dell’essere ha da tempo perduto di senso; i suoi codici storici sono evaporati. La soluzione trovata nel contesto della società capitalistica, attraverso la sua trasformazione in dispositivo, è la creazione di un essere fasullo, in costante mutamento, utile per i giochi di identificazione che certamente non puntano a costruire per noi identità stabili, ma a moltiplicare le opportunità di piacere e di consumo.

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      • luciano   13 Marzo 2020 at 11:53

        Domanda all’autore: cosa ci guadagniamo nel definire la moda un dispositivo? Non è più semplice dire che la moda è un modo di diffondere delle forme?

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto   14 Marzo 2020 at 15:13

          Cerco di evitare le definizioni che ci predispongono a pensare la Moda come se fosse una cosa tutto sommato banale. L’idea del dispositivo mi serve per ragionare sui processi di modazione. In altre parole è come funziona la moda ad attirare il mio interesse.

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  49. Chiara C. LABA   12 Marzo 2020 at 16:46

    Sfilare o non sfilare?
    Beh… cos’è la moda? Le prime cose che ci vengono in mente sono… i vestiti? Le scarpe? Le borse? Gli outfit? I look? Le sfilate? La moda e-commerce? I siti online di moda? Le catene commerciali? Le boutique? Il lusso? Il marketing? La pubblicità? Il business? Beh sicuramente se chiedete ad un personaggio del primo ottocento, gli vengono in mente la metà delle cose citate da me poco fa… perché? La moda è cambiata? Beh certo… non si tratta più solo di vestire le persone in base a richieste personali, a criteri personali, non si tratta più solo di “vestirsi”, non si tratta più solo di distinguersi socialmente. Allora di cosa si tratta? Beh certamente c’è un concetto mastodontico dietro al termine “moda”, nulla a che vedere col concetto di moda agli arbori della nascita del concetto stesso. La moda non veste più solo la gente, non si tratta solo di look, di emozioni trasmesse attraverso i vestiti, certo questi sono i principi alla base del funzionamento del processo evolutivo, la scintilla da cui parte tutto il meccanismo. Delle persone intelligenti hanno intuito ed hanno effettivamente attuato un pensiero alla base del quale la moda diventa un prodotto, una merce, una fonte di guadagno non indifferente, diventando un punto chiave nell’economia globale. Ed ecco che entrano in gioco le sfilate… un’ intuizione fatale per quanto riguarda gli incrementi del business, non credete anche voi? Per fare un esempio, Valeria Gerli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, ha dichiarato: “La Fashion Week è un’occasione per i turisti business per apprezzare Milano anche come città d’arte, cultura e divertimento. Bisogna invitare a tornare e soggiornare più a lungo a Milano e in Lombardia per approfondire e sperimentare le diverse proposte di visita ed esperienza di svago”. Ed è effettivamente così. Avete idea dell’enorme giro di affari che c’è dietro alle sfilate milanesi? Ma così come in altre città importanti come Parigi, Londra, New York. Parliamo di cifre incontenibili, miliardi di euro. SOLO per le sfilate, imaginate dietro a tutto il sistema moda (negozi, aziende, eventi..). Tuttavia le sfilate sono anche degli eventi culturali, d’intrattenimento, del tempo libero. Degli eventi che attraggono migliaia, o milioni, di persone e di turisti che finite le sfilate, si dedicano ad altre attività che comunque sono fonti di guadagno. Oltre a rappresentare un settore strategico nell’economia, cioè (parlo dell’Italia), il sistema moda in Italia registra circa 82mila imprese attive con un fatturato di 78 miliardi di euro: è una filiera che abbraccia svariate attività economiche manifatturiere e che dà lavoro ad oltre mezzo milione di persone; la moda è anche arte, cultura… allora per quale motivo le opere d’arte meritano di essere esposte in gallerie, musei, teatri, cinema, e la moda non meriterebbe di essere celebrata da un evento importante come una sfilata, che la eleva ad una posizione meritevole per quella che rappresenta? Io penso che la moda sia degna di sfilare, di essere considerata arte, di essere considerata cultura a tutti gli effetti, di essere considerata bellezza e piacere, così come tutte le altre forme d’arte. Le sfilate sono degli eventi spettacolari, emozionanti, unici nel loro genere. Mi viene da pensare alla sfilata di Dolce & Gabbana 2019, “Valley of the Temples” che si ispira alla mitologia greca e che è ambientata in Sicilia, che sappiamo essere la terra natia di Domenico Dolce, nel Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento. Questa sfilata mi ha particolarmente emozionata, sembra proprio di essere in un film ambientato nell’antica Grecia, e gli abiti sono come poesia che racconta ciò che stiamo vedendo; poi la musica, che dava al tutto un tocco aureo… sono rimasta senza parole, se mi fossi trovata faccia a faccia con gli stilisti e mi avessero spiegato il significato della sfilata, l’avrei capito meno rispetto a quanto i miei occhi abbiano visto ed abbiano elaborato. Questa magia di esprimere sentimenti ed emozioni attraverso i vestiti, assieme a tutta l’ambientazione e alla musica, con un concetto forte e profondo che tiene uniti tutti questi aspetti, è qualcosa che mi affascina da morire… va oltre ogni concetto esprimibile verbalmente. Io credo inoltre che le sfilate siano inevitabili, credo che siano una delle innovazioni ed una delle idee più belle, geniali ed importanti nel mondo della moda; se non ci fossero, il concetto di moda sarebbe molto più povero, misero, banale. La sfilata è un evento che oltre a portare profitti notevoli, dà intrattenimento, dà piacere, emozioni agli appassionati, ma secondo me anche ai non appassionati, perché ha un potere e degli effetti che pochi eventi hanno sulle persone.
    E’ un peccato che siano accessibili a pochi fortunati, raccomandati, ricconi, gente che lavora nel settore, e stupidi influencer… spero in un domani più giusto in cui siano, eventualmente, accessibili ad un pubblico più ampio, essendo per me degli eventi importanti paragonabili a mostre e a spettacoli teatrali, insomma perché non mettono a disposizione dei biglietti acquistabili da chiunque? Poi se i posti finiscono, finiscono, e ovviamente la precedenza è data a gente che lavora nel settore e a conoscenze importanti, ma devo poter essere accessibili a tutti… ecco questa è l’unica modifica che farei, ma credo che piano piano ci arriveremo… (spero).

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  50. ELENA S. LABA   12 Marzo 2020 at 20:07

    La sfilata è sicuramente il rituale simbolo del mondo della moda. Bisogna dire che la storia della sfilata è relativamente breve, in quanto le prime sfilate risalgono alla fine dell’ottocento. Prima di allora, le ultime novità della moda circolavano in Europa soprattutto attraverso la stampa, i disegni di figurini, i dipinti di nobildonne, e le bambole. A fare della sfilata di moda un suo simbolo è stato Paul Poiret, il primo stilista nel senso moderno del termine. Poiret nella Belle Epoque organizzò una tournée nelle principali capitali europee per presentare i suoi modelli. L’esperimento ebbe grande successo e fu ripetuto l’anno successivo negli Stati Uniti. Le sfilate di Poiret erano un vero e proprio spettacolo, estremamente dispendiose ed esclusive. Ciascuna di esse era contraddistinta da una tematica specifica, con modelli di vestiti unici, differenti da quelli confezionati per la vendita.
    Da quel momento la sfilata si è trasformata ed evoluta nel tempo, ma è sempre rimasta una costante per tutti quei marchi che desiderano affermare il proprio status di brand importante ed affermato. Organizzare una sfilata di moda infatti non è più solo una questione pubblicitaria ma è anche e soprattutto uno status symbol. Organizzando la propria sfilata di moda un brand emergente è in grado di affermare la propria presenza sul mercato e la propria importanza, mentre assistendo alla sfilata di moda gli invitati affermano il proprio prestigio e il proprio potere. La prima fila, in particolare, è percepita non solo come il posto migliore da cui osservare le collezioni, ma anche come uno status symbol, un salto di qualità personale, un privilegio irrinunciabile. La sfilata rappresenta dunque sia l’evento più significativo, in termini di comunicazione, per i brand di alta gamma, sia un’occasione che gli invitati hanno per farsi conoscere, perché la moda è un settore estremamente competitivo su tutti i fronti.
    Per i brand emergenti, che non sono ancora conosciuti nel settore, l’unico posto per essere davvero lanciati è su una passerella. In quale altro modo potrebbero trovarsi in una stanza con tutte le persone più importanti del settore che possono effettivamente elevare la loro carriera? I migliori editor, i migliori acquirenti, la stampa, i social media. In effetti, il “networking” è una delle spinte motivazionali più potenti per la messa in atto delle sfilate: per molti professionisti del settore, la settimana della moda è l’unico periodo dell’anno in cui si incontrano e interagiscono con gli altri specialisti del loro campo, e questa socializzazione può creare o rafforzare connessioni preziose che alla fine portano a posti di lavoro o altre opportunità professionali.
    Molti si chiedono se sia davvero necessaria la fashion week, un’intera settimana tra uno spettacolo e un altro dalla mattina alla sera, o se questa in realtà occupi soltanto troppo tempo e risorse. In effetti si tratta di un dubbio lecito, in quanto i costi sono davvero alti, così come gli sprechi. Sono molte le preoccupazioni per quanto riguarda l’ambiente: il pianeta è in crisi e le sfilate causano sprechi e danni ambientali non sostenibili, per cui potrebbero non essere l’opzione più responsabile per i marchi di moda in questo momento. E’ probabile che se le sfilate non esistessero già, in un mondo in crisi come quello di oggi nessuno chiederebbe la settimana della moda.
    Non succede spesso, ma ogni stagione ci sono alcuni spettacoli speciali a cui ci si sente fortunati a testimoniare nella vita reale. Ci sono cose in una sfilata che non possono essere trasmesse guardando le foto online. Una prima strategia digitale sarà anche cruciale, ma non può sostituire l’esperienza della vita reale. Infatti, gli spettacoli in passerella ben riusciti riescono ad offrire al pubblico una miglior comprensione della visione del designer: quando un designer presenta una collezione che è sbalorditiva, stimolante e veramente coinvolgente, non c’è niente paragonabile alla sensazione di essere nella stanza per testimoniare in prima persona, questa sensazione lascia un’impressione molto più forte di una semplice presentazione digitale. Per questo motivo i brand si impegnano così tanto nella progettazione della sfilata di moda, per rendere quel momento qualcosa di grande e memorabile, e per offrire al pubblico delle esperienze che a volte sono vere e proprie fughe dal mondo circostante.
    Pensiamo ad esempio alla sfilata di Balenciaga della collezione primavera-estate 2019 in collaborazione con l’artista Jon Rafman. La collezione è stata presentata all’interno di un tunnel cilindrico, con pannelli di schermi led, gli spettatori erano di fronte ad una schermata blu di errore che si dissolveva lentamente in dei liquidi ricostruiti in digitale. Il sorprendente viaggio visivo continuava a rivelare paesaggi alieni, ecosistemi pericolosi, e civiltà tecnologiche sull’orlo del collasso. Il set della sfilata nato dalla collaborazione tra l’art director del brand, Demna Gvasalia, e l’artista Jon Rafman, insieme alla musica site-specific creata da BFRND, è stato effettivamente una video installazione coinvolgente, un virtuale e totalizzante paesaggio da sogno che ha trasportato gli spettatori all’interno della mente digitale dell’artista. Demna Gvasalia e Jon Rafman sono riusciti a creare una sorta di viaggio psichedelico cangiante, mutante e terrificante che ha addirittura fatto venire le vertigini ad alcuni degli ospiti. Come l’art director ha detto a Vogue: “Volevamo trasportare le persone. Le sfilate di moda dovrebbero essere momenti che trasportano le persone in nuove realtà, altrimenti non ha senso. È stato come lavorare a un film. Abbiamo accompagnato gli ospiti in una nuova dimensione, così che questo show rimarrà per sempre con loro, sotto forma di ricordo.”
    Ma c’è anche un altro valore offerto dalla sfilata di moda: si tratta di un’ opportunità come poche altre di creare contenuti sui social media. E’ questo il motivo per cui la sfilata di moda oggi deve essere modificata e progettata per adattarsi bene a uno schermo che sta nel palmo della nostra mano e per adattarsi alla tecnologia che è disponibile per il pubblico: gli smartphone e Instagram. L’esperienza dal vivo degli ospiti è ancora importante, ma più nel senso di come questi ospiti potrebbero scegliere di rappresentare lo spettacolo sui propri account personali sui social media.
    Quindi, quando ci sono dozzine di spettacoli al giorno, come può un marchio sopravvivere in un mondo troppo saturo? Il messaggio deve avere cuore. Come afferma Lisa Aiken di Moda Operandi “Gli spettacoli che ricordo meglio sono quelli in cui la personalità del designer arriva di più”. Sì, alla fine tutto il lavoro dietro alla sfilata potrebbe tradursi in post di Instagram, ma per le persone nella stanza che vedono decine di spettacoli al giorno, questi gesti emotivi possono creare un legame più profondo con i marchi. Un rivenditore potrebbe essere più desideroso di acquistare un’ etichetta con la quale ha avuto un’ esperienza di spettacolo positiva. Un critico potrebbe dargli una recensione migliore. Un influencer che si è divertito potrebbe essere più propenso a pubblicare post in seguito. Durante le Fashion Week le menzioni online di molti brand aumenta esponenzialmente rispetto a tutto il resto dell’anno, in alcuni casi possiamo parlare di un incremento addirittura pari all’800%: è grazie a dati come questi che capiamo che nonostante le problematiche esposte in precedenza, come la poca sostenibilità e gli sprechi, la sfilata di moda sia in realtà ancora un must per moltissimi marchi.
    Certo, esistono alcuni brand che scelgono di non aderire al rituale della sfilata, optando per delle alternative rispetto alla tradizionale presentazione in passerella: pensiamo a Vivienne Westwood, che ha scelto di sostituire la sua mostra alla London Fashion Week Men’s con una presentazione digitale per la sua collezione autunno-inverno 2018. La designer inglese ha fatto dell’attivismo il proprio marchio e da sempre usa la moda per veicolare un proprio messaggio, in particolare negli ultimi anni si sta concentrando sulla lotta contro il cambiamento climatico. Proprio per questo nel 2018 ha optato per una presentazione composta da immagini e video, inviata direttamente a stampa e buyer via mail.
    Tuttavia non mi sembra corretto pensare che le Fashion Week abbiano i giorni contati. La settimana della moda ha un immenso valore in quanto opportunità di marketing globale con il potenziale di creare ondate mediatiche sui social network. Il futuro sembra quindi stare non in un completo rifiuto del tradizionale calendario delle passerelle, ma piuttosto in un riposizionamento delle presentazioni e delle sfilate come eventi che riconoscano e incorporino influencer e consumatori in un modo più coinvolgente. Eventi nello spirito della presentazione di abbigliamento maschile di Dolce&Gabbana autunno-inverno 2018/2019 tenutasi a Milano, in cui non solo gli influencer, ma anche star, cantanti e addirittura calciatori erano al centro dell’evento. Con Christian Combs ad aprire lo show e Dybala a chiuderlo, il cantante Maluma ad animare la sfilata. Inoltre, grazie alla presenza di divi di Instagram e non solo, come Cameron Dallas e Austin Mahone, è stato senz’ombra di dubbio un evento ad alto tasso digitale.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Marzo 2020 at 11:07

      Ottimo lavoro. Riflessioni intelligenti. Esempi congruenti.

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  51. Vanessa L.A.B.A.   17 Marzo 2020 at 19:51

    Le sfilate, come tutto d’altronde, si sono evolute nel corso degli anni, e la domanda sul chiedersi se è giusto o meno sfilare è molto interessante. Al giorno d’oggi gli stilisti e le case di moda mirano ad impressionare i millenial, che fino a qualche tempo fa guardavano dall’alto al basso. Oggi sono il potere e la moda ha saputo distinguersi come una delle forme artistiche più interessante e dinamica. Grazie a Internet la moda è stata rivoluzionata a livello globale, gli influencer e i fashion blogger hanno cominciato a mettere in mostra la loro vita sempre in prima fila tra passerelle ed eventi esclusivi, e ciò fa anche comodo al brand, che non ha più bisogno di pagare mille pubblicità per diffondere i suoi capi, ma li da semplicemente da indossare a una ragazza/o che ha la stessa visibilità. Però ora, grazie a questo nuovo metodo di pubblicizzare le sfilate in tempo reale, il follower desidera sapere e avere tutto subito e ha portato a un cambiamento dei tempi di produzione, ciò non vuol dire cancellare le uscite delle collezioni stagionali, ma bisogna coinvolgere il cliente in un gioco di attesa e desiderio.Oggi la chiave del successo di un marchio è creare attesa e aspettativa nel cliente finale, lanciando uscite inattese e collaborazioni insolite, creando attesa nel pubblico postando sui social brevi video o foto in cui annunciano la collezione o inseriscono una piccola anteprima della stessa, insieme alla data dell’uscita. Un brand che ha un metodo di vendita molto particolare è Supreme, marchio nato dall’ idea di James Jebbia, che rilascia le collezioni in una volta sola, solo 10/15 capi o accessori per volta: i cosiddetti “drop” sono venduti online ogni settimana il Giovedì alle 11:00 ora americana. Questa strategia di marketing mantiene attivo il fattore hype e producendo pochi capi che vanno esauriti in pochi secondi dalla messa in vendita online. Anche se questo metodo è molto proficuo penso ugualmente che la sfilata non sia da cancellare, ma magari da arricchire anche con l’uso dei social media. La sfilata finale di un brand è un momento unico, coloro che ci hanno lavorato possono finalmente mostrare al mondo il frutto del loro sudore e andare fieri di lavorare per quel brand, gli spettatori, che siano giornalisti o fashion blogger, in quel momento, riescono a capire ciò che il marchio vuole realmente trasmettere al proprio pubblico, ciò che lo stilista vuole comunicare e come lo vuole comunicare, possono essere proteste giuste o più semplicemente l’esaltazione del bello. La sfilata può essere usata per creare un vero e proprio spettacolo, come fece Moschino nella collezione resort 2019 a tema circo organizzata a Los Angeles. Nella parte di cerimoniere e capobanda del kitsch più gioioso, lo stilista chiuse la sfilata con tanto di banda di artisti circensi (compresa la performer di burlesque e star di RuPaul’s Drag Race, Violet Chachki) e una performance di acrobati volanti. Ma può essere usata anche come protesta, come fece Vivienne Westwood nella sfilata autunno/inverno del 2010 della collezione uomo, ispirata ai senzatetto, dove il primo modello entra in scena emergendo da una “casa” di cartone, mentre un altro spinge un carrello da supermarket colmo di giornali, fino al momento clou quando un modello finge, a causa del freddo, di perdere i sensi e viene soccorso da tre veri volontari della Croce Verde di Milano. Un omaggio all’associazione con cui la Westwood aveva avviato un progetto per distribuire mille magliette “griffate” agli homeless di Milano con il logo “Billions made homeless” ovvero i milionari hanno creato i senza tetto. La sfilata-show si è chiusa con gli operatori della Croce Verde che accompagnano l’uscita finale della stilista sdraiata su una barella. La stilista, forte dello slogan “Buy less, choose well”, ha lanciato un invito a comprare meno e a scegliere meglio, a maggior ragione in un periodo di crisi. Quindi concludo il mio commento dicendo che la sfilata è una parte essenziale nel corso della produzione dei capi, vissuta come il momento clou del lavoro e che per questo non deve scomparire.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Marzo 2020 at 16:19

      Non conoscevo la strategia di vendita on line di Supreme. Mi sembra intelligente. Ma sono stati i primi? Come presentano ogni giovedì il drop? Fanno una sfilata on line?

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