Tre Graphic Designer molto speciali

Tre Graphic Designer molto speciali

MONDO – Il buon design, in tutte le sue forme, interessa un po’ tutti. Forse perché ci lascia percepire migliori, addirittura più felici di quanto potremmo essere senza. Tuttavia lascia perplessi il fatto che questi esiti estetici sono stati raggiunti mettendo in discussione ciò che un tempo veniva definito razionale e bello.

1. Premessa

La professione di Graphic Designer è orientata a configurare testi visivi sincretici (parole, immagini, colori…) immaginati essere utili per comunicare messaggi pregnanti, sfruttati da aziende  e soggetti istituzionali per creare contatti significativi con i propri pubblici.

Di solito, l’approccio pragmatico che lo caratterizza ha un punto di partenza privilegiato che coincide con un problema.

La scena primitiva che modellizza il rapporto tra cliente e Grapich Designer, inculcata fin dalla formazione, grosso modo è schematizzabile in questo modo:

P= problema

A/R= analisi di P e ricerca

Ts = tentativo di soluzione

ET = eliminazione dei T

Pc(SP) = progetto creativo come soluzione del problema

Ma che tipo di problemi deve affrontare e risolvere il GD? A tal riguardo possiamo facilmente prendere atto che quasi tutti gli addetti ai lavori rispondono alla domanda con frasi come: il GD risolve problemi di comunicazione del cliente.

Io preferisco osservare la questione da un punto di vista eccentrico rispetto all’uso convenzionale del concetto di comunicazione nel contesto in oggetto (ovvero l’elaborazione e la trasmissione di un messaggio da un emittente a un destinatario, il cui fine è la persuasione).

In altre parole, sostengo che il problema primario del GD è creare dispositivi visuali efficaci soprattutto a livello di contatto, utili per ripristinare effetti percettivi-comunicativi là dove si sono interrotti o addirittura mancavano.

Quali sono le conseguenze del mio punto di vista? Parlare di comunicazione in senso olistico significa calarsi in uno scenario dominato dall’idea che la trasmissione e l’efficacia del messaggio, dipenda essenzialmente dalle menti dei soggetti coinvolti nel processo. Se si segue questa impostazione si deve assumere come fondamento del processo l’interazione tra menti, costituite da unità significanti ancorate a concetti, parole, discorsi, assunti come qualcosa di dato dal momento che il pensiero linguistico si basa su codifiche più o meno stabili e può sempre trovare soluzioni che creino l’illusione di verità sostanziali. Di conseguenza il GD dovrebbe innanzitutto agire avendo cura di non disturbare troppo i contenuti, privilegiando la chiarezza, la linearità dell’orchestrazione lineare dei segni sincretici, la simmetria tra forme e figure etc.

Per contro, creare un contatto efficace, significa postulare per l’attività grafica un assetto molto diverso, ovvero, focalizzare lo scenario che vede protagonista il GD in fase creativa, sulla percezione del messaggio, sulle informazioni che appartengono alla configurazione grafica e non a speculazioni intorno a presunti processi di pensiero del destinatario. Nel primo caso cioè per chi crede che l’atto grafico debba essere controllato dai contenuti, buona parte del lavoro di interpretazione avviene a livello di mente. Nel secondo caso, si riconosce che il dispositivo grafico così come viene configurato è molto più ricco di informazioni rispetto l’ipotesi mentalista. In altre parole, si riconosce che la percezione ingaggiata dal dispositivo grafico è portatrice di significanza con effetto immediato, anche se spesso risulta difficile tradurla in parole. È chiaro che lavorando sul contatto percettivo, il rischio di planare su effetti non-lineari del processo comunicativo standard, aumenta e cambia le regole del gioco. Per semplificare, si fa per dire of course, potrei aggiungere che il design concepito ponendo in posizione dominante il contatto percettivo efficace, si pone il problema dell’ingaggio tra assetto grafico e corpo emozionale, prima che i contenuti, intesi come un’estensione del linguaggio ordinario o del pensiero ne stabilizzino il senso.

La conseguenza più imbarazzante del mio punto di vista penso sia questa: spesso succede che la percezione di pregnanza e/o la presa di attenzione immediata di un certo assetto grafico, definiamolo provvisoriamente non-lineare, risulta in realtà, in prima battuta, di non facile comprensione. Ma, visti gli sviluppi dell’attuale Design, sembra proprio che questo non infici affatto l’efficacia del messaggio. Di conseguenza possiamo con una certa prudenza, sostenere che, relativamente alle attese del fruitore, l’intervento grafico non-lineare, si presenta certo come un ostacolo a ciò che normalmente, in questo settore, si intende per comunicazione. Ma nonostante questa perdita di chiarezza, in molti casi risulti più performante. Infatti, se analizziamo il lavoro dei Graphic Designer più accreditati negli ultimi decenni, possiamo facilmente osservare quanto l’ostacolo alla linearità (dei contenuti), oppure se volete, l’andare in deroga alle regole standard, non solo sia fonte di efficacia percettiva ma apres coup venga vissuto alla stregua del vero design.

Come mai chi non rispetta le regole standard, cioè chiarezza, ordine, simmetria, posizione dominante dei contenuti, sembra avvicinarsi di più allo spirito del design? Cosa c’è in un messaggio di più importante del contenuto?

La risposta a queste domande per essere convincente richiede l’entrata in scena dei protagonisti del settore. La messa in osservazione dei loro lavori può essere molto più esplicativa di qualsiasi descrizione o analisi teorica. Aggiungo che non posso certo avere pretese esaustive. I Graphic Designer che posso presentare in questo script sono solo tre. Ma la loro influenza viene da tutti considerata importante e significativa. Quindi Signore e signori, per mettere alla prova le mie congetture, ho il piacere di presentarvi la prima ospite ovvero la celebratissima Paola Scher (1948), autorevole designer statunitense, oggi celebre anche nel mondo dell’arte per via delle sue incredibili mappe.

2. Paola Scher e il post-moderno

Paola Scher viene considerata uno dei Graphic Designer di maggiore impatto e influenza della sua generazione. Quando apparve sulla scena attirò su di sé l’attenzione degli addetti ai lavori per l’uso non convenzionale dei caratteri tipografici e per il taglio innovativo imposto agli elementi visivi  orchestrati nelle forme testuali che configurava.

Proviamo per un attimo a calarci nel contesto grafico anni settanta/inizio ottanta del novecento. La maggioranza delle soluzioni proposte dai professionisti del settore privilegiavano oltremodo la chiarezza del messaggio, compreso l’uso di caratteri leggeri, poco ingombrati, quasi evanescenti aggiungerei, come per esempio l’Hevetica. Il Vangelo grafico che un po’ tutti seguivano discendeva dal Modernismo. Il precipuo campo operativo veniva concepito come uno spazio da organizzare secondo principi geometrici votati alla simmetria, all’ordine, alla regolarità e al dominio della funzione: i contenuti ovvero il messaggio non dovevano essere disturbati da soluzioni eccentriche. Per dirla in poche parole, secondo la razionalità modernista, il miglior grafico era quello che non si lasciava percepire. L’idea centrale era più o meno questa: le parole riportate nello spazio grafico, possono evidenziare meglio i contenuti da promuovere, se e solo se, l’influenza del grafico è minima. Altrimenti il suo intervento potrebbe interferire con il messaggio fomentando così il disordine percettivo-cognitivo.

A tal riguardo, mi piace ricordare che il grande studioso della percezione, Richard Gregory, scrisse parole critiche che a me sembrano particolarmente illuminanti per cogliere i limiti del modernismo: “L’estremismo nel seguire la funzionalità ha condotto all’aridità funzionale della scuola del design della Bauhaus, che è per noi oggi forse troppo fredda”.

Bene, osservate ora i manifesti progettati da Paola Scher che vi presento in sequenza.

 

,

È chiaro che descrivere a parole gli effetti dell’atto grafico della protagonista non è affatto semplice. Possiamo però congetturare con ragionevole certezza che Paola Scher abbia reagito al carattere freddo della grafica ordinaria che dominava il mercato quando non era ancora famosa, optando per soluzioni più energiche. La sua ossessione per caratteri tipografici più espressivi è assolutamente evidente ( tra i suoi font privilegiati ci sono i “Sans Serif”, cioè senza grazie, molto leggibili e quasi sempre in stampatello).

La grandezza dei caratteri non è uniforme. La loro distribuzione sembra non allinearsi al gioco di simmetrie e/o gerarchie tra elementi di una impaginazione che in quei giorni si considerava uno standard. Non mi sorprenderei se in prima battuta, ancora oggi, qualcuno trovasse in questi manifesti un risibile disordine. E, a dire il vero, negli anni in cui Paola Scher non era ancora una celebrità, fu duramente attaccata da colleghi, proprio su questo terreno: depauperamento del contenuto centrale del messaggio e disordine percettivo.

Devo aggiungere che la critica o se volete, gli opinion leader che vedevano nella grafica un’arte applicata e non soltanto una tecnica di visualizzazione di messaggi, si schierò quasi subito in sua difesa elevandola a protagonista dell’ondata post-modernista nel Graphic design.

Indubbiamente se con questa etichetta volevano sottolineare la disposizione dell’autrice a trasfigurare il messaggio o problema, che, lo abbiamo visto sopra, dobbiamo immaginare all’inizio del processo creativo, in qualcosa di percettivamente pregnante a partire da complicate narrazioni personali (sostanzialmente sto suggerendo che Paola Scher amava presentare il suo lavoro come il precipitato della sua visione delle cose e del suo sentire), se l’etichetta di post-moderno dicevo, vuole focalizzare questo aspetto, allora si può dire che sintetizzi in una categoria un mutamento estetico con somiglianze di famiglia con ciò che stava avvenendo in quegl’anni in architettura, nel Design degli arredi, nell’arte, nella letteratura e tra i filosofi.

D’altronde l’autrice non ha mai nascosto la sua avversione al Modernismo e in molte interviste rilasciò affermazioni che si compenetravano perfettamente con alcune idee centrali del post-modernismo. Esempio: “Words have meaning and tipograpghy has feeling. When put together it’s spectacular combination”. Qui le parole chiave sono due: il riferimento alle emozioni e l’enfatizzazione dello spettacolo grafico. Sostanzialmente la Scher concepisce l’atto grafico come un gesto creativo di auto-espressione. Il Graphic Designer capace di configurare un proprio stile espressivo sarà efficace nel conferire ai caratteri tipografici o se volete alle parole contenute in una configurazione, quei supplementi di senso che ne deviano la significanza trasformandola in qualcosa di più divertente, emozionante e pazzo (fun). È chiaro che con la parola “espressività”, onnipresente in tutti i suoi interventi pubblici, la Scher in qualche modo intendeva stabilire l’anticipo dell’emozione sulla linearizzazione del contenuto del messaggio (linearizzazione che sarebbe poi emersa après coup grazie all’intervento del pensiero discorsivo del fruitore), anche a costo di andare contro le regole, nonostante che, apparentemente,  il messaggio, in primis, non risultasse impregnato di chiarezza.

Oltre all’auto-espressività, oltre all’appello emozionale anti=boredom…passione quest’ultima, che l’autrice considera di fondamentale importanza per l’atto creativo; in che senso? Nel senso che la creatività emerge dalla noia? Il perdere tempo, il fantasticare, lasciare libera l’immaginazione dal controllo utilitaristico della razionalità sono forse fasi che un creativo deve attraversare? O l’autrice vuole dire semplicemente che la grafica deve vincere la sonnolenza del pubblico annoiato dall’impero di segni standardizzati che arredano il mondo ordinario dei bipedi parlanti? Un po’ tutte queste cose, suppongo…Scusate la digressione. Ricomincio il ragionamento. Oltre all’espressività e all’emozione, dicevo,  c’è un ulteriore aspetto a mio avviso molto importante. Lo voglio circoscrivere dando la parola all’autrice: “I think it’s very important for young dedigners to do two things:one.Spend the first one to five years learning how to design and present design from samebody who is terrific at it. The second is This: develop the ability to explain, defend, and promote your work. Those are the two most important things”.

Cosa sta dicendo Paola Scher a un pubblico di giovani studenti? Certi aspetti del design si imparano meglio vivendoli a contatto con chi lo pratica ( niente di particolarmente nuovo: le botteghe artigiane e artistiche dal nostro Rinascimento e forse anche quelle più indietro nel Tempo, hanno sempre messo in pratica questo apprendimento a dominante percettiva: osservare come lavora il maestro artigiano, ascoltare quello che dice, come si muove, come si relaziona…per imitarlo prima, e poi superarlo). Comunque la vediate si tratta di un suggerimento prezioso. Tuttavia a me interessa la seconda questione, ovvero la consapevolezza dell’importanza dell’abilità di spiegare, difendere, promuovere le proprie idee, dal momento che immagino queste dichiarazioni strettamente correlate alla difesa di uno stile individuale e alle pratiche di auto-legittimazione necessarie per sostenerlo, che a questo punto ipotizzo essere anche un riferimento auto=biografico dell’autrice. L’idea che il Graphic Designer si legittimi da sé, e non appellandosi a codici, a regole vissute come Sacre Scritture è un aspetto molto interessante di ciò che mi piace definire il post-design. Tuttavia l’auto-legittimazione, l’appello a un’espressività conforme alle sfumature emotive ritenute necessarie per catturare l’attenzione di individui saturi di immagini ordinarie, ci permettono di comprendere l’efficacia dell’atto grafico di Paula Scher. Non ci chiariscono però del tutto perché ha funzionato così bene, dal momento che il bisogno di ordine, chiarezza, semplicità sono valori che non possiamo permetterci di trascurare.

Vi propongo quindi come complemento a quanto già detto sopra, alcune idee aggiuntive.

L’autrice rifiutando il paradigma modernista ha agito su un campo che non possiamo più concepire nei termini di “spazio grafico”, operando su di esso con razionalità geometrica ( cioè elaborando allineamenti, simmetrie, caratteri armoniosi, cornici più o meno robuste etc. etc.). Al posto del concetto di spazio lo parlerei di superficie grafica sulla quale agiscono figure, colori,parole come se fossero forze vitali.

Detta in questo modo può emergere un “tratto specifico” che considero più importante del riferimento all’espressività (concetto suggestivo che in realtà spiega ben poco) e al fin troppo abusato appello all’emotività. Questo “tratto specifico” dal mio punto di vista è il tipo di ingaggio percettivo che l’autrice configura. Agendo a livello di ambientazione grafica, il suo stile si è trovato subito interfacciato con il sistema percettivo in scala umana. Noi non viviamo in uno spazio astratto. Lo possiamo certo concepire e organizzare. I matematici, i fisici, gli astronomi possono trovarvi verità più profonde. Ma le nostre percezioni, così come si è evoluto il nostro ammasso cerebrale e il nostro corpo, funzionano fondamentalmente a livello di ambienti, hanno a che fare con superfici eterogenee, con mutamento e movimento a partire da invarianze.

E gli ambienti amano la complessità, le superfici sono piene di irregolarità. Il carattere “mosso” di di una nicchia situazionale nel mondo in scala umana è ciò che in prima battuta accende la percezione, generando immediatamente l’attenzione senza la quale il pensiero non avrebbe il suo target nella realtà.

Giunti a questo punto, la domanda è: andare a caccia di emozioni percettive fuori dall’ordinario non ci fa correre il rischio di abbandonarsi a un cieco disordine (grafico e cognitivo)? Il disordine non fomenta forse un piacere visivo fine a stesso? O addirittura induce un disagio tollerato solo da chi ha preferenze per l’espansione percettive da allucinogeni?

In alcuni casi evidentemente può succedere proprio questo. Non nella grafica di Paola Scher, nella quale è in gioco una riflessione più raffinata sugli scopi e fini del suo lavoro, evidentemente al servizio di un livello d’ordine percettivo fluttuante che come le percezioni naturali privilegia la simulazione del movimento, l’espressività dinamica, un registro emotivo coinvolgente.

In un mondo o per dirla con James Gibson, nell’ambiente vitale esperito in scala umana, caratterizzato da una costante tensione tra invarianti e mutamento, per noi soggetti saturi di informazioni visive, non mi sorprende affatto rilevare quanto influente sia divenuta la lezione di Paola Scher.

3. Neville Brody e il Graphic Design estremo

Sul fatto che il design euforico, emozionale sia divenuto il ricettacolo delle esperienze grafiche più celebrate degli ultimi decenni, non possono esserci dubbi di sorta. Certamente per quantità non è il più diffuso, ma quando si parla di qualità e di tendenza/avanguardia, è difficile negare il suo impatto in ogni dove.

Oltre al lavoro di Paola Scher sono propenso ad attribuire un ruolo particolare a Navill Brody. Se la prima possiamo annoverarla, con i dovuti distinguo, tra i post-modernisti, il secondo non ha mai nascosto la propria adesione alla cultura post-punk.

Se osservate la serie di copertine e un esempio di impaginato della rivista The Face per la quale Brody ha lavorato da sempre, non dovrebbe risultarvi azzardata l’ipotesi di un design estremo che fa discendere l’efficacia per il proprio pubblico da scarti dalle norme più marcati rispetto l’eleganza euforica, gioiosa della Sher.

.

 

I momenti e il flusso passionale che Brody intrappola nella superficie/copertina, si pone all’interno del registro trasgressivo, provocatorio, dissacratorio al quale ci ha abituato la visione Punk della vita. Nessuna delle figure o facce che appaiono recita gesti, espressioni come diocomanda. D’altronde oltraggiare l’attesa del bel gesto, bel corpo, bel volto, utilizzato fino alla nausea dalle cosiddette riviste patinate è uno dei primi comandamenti dello stile subculturale.

Guardate la marca della rivista, non vi sembra utilizzabile anche per scatolette di piselli, pomodori a basso costo! E i caratteri tipografici on i quali è raffigurata non vi sembrano oscillare tra il ricordo di insegne di officine meccaniche in disuso e l’avviso di vecchi cartelli con scritto sopra “Pericolo” o qualcosa del genere? Eppure, The Face, con Brody Art Director è stata una delle riviste che non mi stancavo di sfogliare e leggere. Anche se non sono mai riuscito a definire con precisione la strana bellezza della sua grafica, la percepivo come autorevole e sintomale aldilà dei contenuti che di mese in mese proponeva.

All’inizio pensavo che la sua impostazione astutamente sfruttasse il fascino del negativo. Ma poi rimbalzai contro affermazioni come questa: “Design is more that a few tricks to the eye. It’s a few tricks to the brain”. Naturalmente è Brody che parla, e mi fa piacere citarvene subito un’altra: “We’re very concerned with language and how language works. We’re tryning to engage people rather than dictate how they should be thinking”.

Cosa vuole dirci Brody là dove parla di trucchi per il cervello? Cosa significa il riferimento a come lavora il linguaggio? Per contro, risulta chiara l’affermazione sul coinvolgimento della gente, in netto contrasto con gli obiettivi della grafica commerciale, fatalmente orientata a manipolarla e a dettar legge su come e cosa pensare.

Probabilmente, Brody crea un attrito tra occhio e cervello per denunciare l’effetto incantatorio financo alienante delle immagini in una società dello spettacolo diffuso (sono quasi sicuro che abbia letto Guy Debord), a favore di una liberazione del cervello. Ma perché c’è bisogno di few tricks, alcuni trucchi? Perché non dire semplicemente, e vi chiedo perdono se mi esprimo alla punk, brutti stronzi datevi una bella spazzolata al cervello! Qui entra il gioco il language work citato dall’autore che congetturo sia diverso dal “linguaggio” dei linguisti o dei semiologi. Io credo che Brody lo concepisca come una pratica articolata dall’interazione tra gesto grafico-occhio-bocca che si interfaccia con il mondo a partire dalla percezione di emozioni, gesti, parole cariche di espressività (grazie agli effetti tipografici dei quali è maestro), tali per cui è il loro lavoro a  classificare il senso e non viceversa. Il gesto grafico implica un fare, presuppone una intelligenza non dominata da significati prestabiliti, ma da qualcosa che si iscrive (nelle reti neuronali) con il corpo e risuona come un grido o una musica un po’ grezza ma molto diretta. Di passaggio ricordo al lettore che Paola Sher, Neville Brody e il talento grafico di cui parlerò tra poco, Stefan Sangmaister, hanno lavorato con grande efficacia per l’industria musicale del loro tempo e quindi ipotizzare che quando parlano di emozioni, di linguaggio al lavoro, di espressività seguano le tracce di quell’esperienza, forse non è solo una congettura. Al posto dell’ordine geometrico hanno lavorato sulla “ritmica” grafica e grazie ad essa hanno dato una valenza musicale al senso del messaggio senza fargli perdere l’approdo alle significanze stabilite dalle convenzioni linguistiche.

4. Stefan Sagmeister e il post-design

 Come Scher e Brody, Stepan Sagmeister, nato a Vienna, viene considerato una star della grafica e del design contemporaneo. Condivide con il collega inglese una evidente e dichiarata propensione per la provocazione, per lo shock grafico, aggressivo, al servizio di messaggi diretti che emergono insieme a percezioni che scuotono l’emotività. Una delle frasi preferite del Graphic Designer austriaco che ricordo, dice sostanzialmente: la grafica che mi interessa sviluppare deve toccare il cuore di qualcuno.

Invece, personalmente vedo Sagmeister connesso Paola Scher non per il lavoro grafico bensì per la medesima disposizione a proiettarsi in una dimensione artistica. Ma mentre per la designer statunitense possiamo parlare di una terza fase della sua carriera sempre più orientata verso l’arte (le prime due fasi evidentemente sarebbero quelle del disegno, seguita dalla grafica pubblicitaria e ambientale), ho maturato l’idea che Sagmeister si sia da sempre arreso al suo demone estetico e quindi dei tre mi appare come un visionario capace di stravolgere le regole del buon design, con la determinazione e la violenza degli artisti d’avanguardia.

Osservate per esempio un paio di manifesti che configurò per l’AIGA (American Institute of Graphic Arts): il primo (1996) presenta due linguacce in erezione che si fronteggiano, evidenziando un Fresh Dialogh carico di ironia. Le informazioni normalmente diffuse in occasioni di congressi o convegni sono generosamente esposte scritte da una mano un po’ etilica. Evidentemente Sagmeister non ci nega la possibilità di informarci ma ci costringe a focalizzare l’attenzione sulla sua idea di Congresso, il senso di riunioni tra colleghi che personalmente interpreto all’insegna di polemiche, litigi, ostilità e quant’altro.

 

Anche il manifesto del Congresso AIGA del 1997 fece scalpore. Sagmeister disegnò due polli decapitati in movimento, anzi quello in primo piano è impegnato in una acefala affannosa corsa. Le informazioni sono tutte accumulate a destra e sembrano incalzare il movimento dei polli. I vari caratteri tipografici scritti a mano in stile “ritardato mentale” danno all’insieme una inspiegabile bellezza. Proviamo a dare un significato alla configurazione visiva. I polli stanno evidentemente al posto dei congressisti. Quindi abbiamo una narrazione in rilievo sulle altre possibili. La metterei giù così: Cari colleghi/polli dal momento che non avete cibo/idee venite, venite anzi affrettatevi a raggiungerci…

Con provocazioni geniali il grafico austriaco oltre ad essere indubbiamente efficace, tutti parlavano, commentavano, criticavano i suoi lavori, si trasformò in un personaggio influente che una moltitudine di persone consideravano alla stregua di un maitre à penser e forse altrettante poco più di un agente provocatore che con le sue follie intossicava le funzioni base del design.

Probabilmente il manifesto AIGA che fece più scalpore fu quello della conferenza di Detroit nel 1994, nel quale Segmeister si fotografò denudato con le scritte scarnificate sulla pelle, come facevano molti Punk storici nel tentativo di emulare Sid Vicius.

 

In questo manifesto-performance apparve per la prima volta una formula che lasciò un po’ tutti sbigottiti: Style= Fart; lo stile è una scoreggia. Che cosa voleva dire? In modi diversi Segmeister ha sempre sostenuto che lo stile personale non aveva un grande valore nel Graphic Design.

Come può un personaggio dai tratti assolutamente riconoscibili, dominati da un’estetica un po’ pazza ma anche contagiosa, sostenere che lo stile non ha valore?

Diciamo subito che fa parte del modus operandi del Punk è per estensione del post-Punk usare formule spiazzanti, paradossali e soprattutto detestare le spiegazioni troppo articolate.

Sagmeister concepiva lo stile interpretato come una Gestalt alla stregua di una prigione per la creatività. Oltraggiare una delle parole chiave della post-modernità significava liberarsi da qualsiasi narrazione precostituita che intralciasse il feeling tra designer e la situazione o problema che dovevano essere affrontati. Al posto dello stile il nostro designer poneva la captazione di una

Idea veramente creativa perchè nata in stretta correlazione con l’oggetto del design che non è un bel disegno da proiettare negli occhi della gente, ma che è piuttosto un evento, una sorta di performance capace di diffondere partecipazione, condivisione, contatto.

Denudarsi, seppur in un manifesto, di fronte al proprio pubblico significava mettere il corpo del designer a garanzia della sua integrità. Avere una buona idea creativa è più importante del padroneggiamento delle tecniche che secondo le nostre abitudini visive rendono attraente un lavoro grafico. Le idea creative arrivano se siamo liberi da ogni protocollo prestabilito. Sono sincere e efficaci se diamo ad esse una forma conforme al nostro sentire, senza mediazioni o calcoli. Mi sembra che si possa riassumere in questo modo il pensiero di Segmeister sul design. Mi permetto solo di aggiungere che portando alle estreme conseguenze questo pensiero il miglior design non è design ma qualcosa d’altro. Probabilmente è questo “altro” design che Sigmeister sta cercando spingendosi nell’arte e forse ancora più in là, in territori più rischiosi nei quali le percezioni cessano di essere ancorate all’ambiente naturale per immergersi nella sensibilità. Segmeister è convinto da sempre che questo stretto sentiero che dobbiamo percorrere lasciandoci dietro stile, bellezza, ordine, è il cammino che porta alla felicità. Non so voi, ma io la lampada del dubbio la mantengo accesa.

5. Penultime riflessioni (le ultime parole le lascio volentieri ai lettori)

 Qual è la struttura di senso che connette i 3 graphic designer che ho velocemente, troppo velocemente, lo so, analizzato?

La metterei giù così: il loro rifiuto di standard grafici precostituiti ha consentito ai fruitori degli oggetti grafici che via via configuravano, di ricavare il massimo di informazioni.

Secondo i protagonisti l’aumento di informazioni corrispondeva ad una sorta di liberazione del cervello.

Ma che tipo di informazioni è implicata nella loro visione? Le definirei informazioni emotive. A mio avviso sono stati estremamente abili nel mantenere gli appelli emozionali a contatto con gli scopi comunicazionali di messaggi utilitaristici. Questo ha permesso loro di interfacciarsi con successo con aziende, industrie, soggetti istitutuzionali, contribuendo alla loro crescita sia in termini di mercato e sia culturale.

Mi piace definire post-design il gioco di dissolvenze incrociate tra forme/funzioni e ingaggio percettivo, che ho creduto di intravvedere nei loro lavori. I concetti di gioco e dissolvenza significano che in realtà le questioni formali, gli aspetti funzionali (a qualcosa) sono rimasti sul tavolo da lavoro, ma il loro rilievo è di volta in volta classificato dal tipo di ingaggio percettivo necessario per attivare un livello di senso che ha come primo referente il corpo (il sistema mano-occhio=cervello). Il corpo per percepire con il massimo di efficacia deve muoversi, emozionarsi, prendersi dei rischi. La grafica attualmente efficace simula il movimento percettivo in assetto ambiente, attraverso la sregolazione dei ritmi compositivi del passato. In apparenza il gesto grafico sregolato si iscrive come una “rottura” degli standard, ma ad una più attenta analisi emerge la conversione dello sguardo da esso implicata, con l’ombra di nuove regole emergenti che potranno strutturarsi in un nuovo paradigma (ecco perché al termine della mia riflessione ho ipotizzato il post-design). La sensibilità “musicale” dei tre autori, a mio avviso, si è rivelata decisiva per riconfigurare un ordine semantico ai margini del caos, vissuto dai fruitori come un appello emozionale che orienta l’informazione visiva più che determinarla in modo lineare e dogmatico.

Lamberto Cantoni
Latest posts by Lamberto Cantoni (see all)

49 Responses to "Tre Graphic Designer molto speciali"

  1. Noemi Nevola   21 Dicembre 2020 at 16:04

    Buonasera, ho appena finito di leggere questo articolo molto interessante che tratta di questi importanti e storici Graphic Designer.

    Credo che il filo conduttore che li lega indissolubilmente sia, oltre a quello che ha sostenuto lei cioè il fatto che essi vanno contro ad ogni tipo di standard grafico proclamando “l’aumento di informazioni” come “liberazione del cervello”, il fatto di voler suscitare nello spettatore, cliente e fruitore qualcosa di diverso dalla consueta e chiara comprensione.

    Il loro obiettivo credo si ponga al di là di una vendita in ambito consumistico: sicuramente il loro obiettivo principale non è quello di vendere un CD o un poster, ma qualcosa che colpisca emotivamente chi guarda.

    Tendono ad andare oltre, per comunicare una sorta di messaggio… Probabilmente quello che hanno fatto tenta di uscire dal campo “Graphic Design”, sfiorando se non addirittura rientrando nel campo dell’arte che possiamo classificare come “contemporanea”.

    A questo punto l’obiettivo, che come già spiegato non è quello di comunicare in modo chiaro il messaggio commerciale di un prodotto, risulta essere più come una performance anzi un happening che vuole prendere in considerazione le reazioni del pubblico ed anzi quasi renderlo parte del lavoro.
    In cambio “dell’immagine” fornita vuole una condivisione, partecipazione e contatto da parte del pubblico.

    Ciò che è comprensibile e chiaro, a volte, non è ciò che permette questo tipo di reazioni o emozioni di chissà quale scalpore.

    Il Graphic Designer, comunque, dovrebbe poter diffondere ogni tipo di messaggio ed attenersi al tipo di lavoro conferitogli.
    Sicuramente dipende anche dalla clientela: alla fine come sappiamo il Graphic Designer è un lavoro quindi credo che non sempre ci si possa permettere di “uscire fuori dagli schemi” e quindi non attenersi a ciò che in realtà va di moda e quindi può vendere.

    Il tipo di lavoro che questi 3 Graphic Designer compiono è prevalentemente mentale: una sorta di persuasione che si basa sul sentire, percepire e non il guardare.

    Inoltre, potremmo considerare il loro operato come un azzardo, un voler provare qualcosa di nuovo, che ipoteticamente avrebbe anche potuto non funzionare e rivelarsi un vero flop.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 Dicembre 2020 at 08:42

      Hai ragione, non è facile uscire dagli schemi perché prima bisogna saperli riconoscere per quello che sono, i vantaggi che promettono e gli svantaggi. Poi bisogna essere preparati a presentare con intelligenza ed empatia le proprie idee a persone che spesso risultano abituate a seguire gli standard. Soprattutto quando si reputa necessario correre rischi “grafici” cioè quando si mette in discussione l’approccio percettivo e cognitivo del passato, cercando strade nuove.
      Hai ragione quando parli dell’azzardo dei 3. Ma noi sappiamo che ha funzionato e ne dobbiamo tenere conto.

      Rispondi
  2. annalisa   21 Dicembre 2020 at 16:31

    Ho letto con interesse l’articolo, però non sono convinta che i tre grafici citati siano meglio di un Milton Glaser. Tra le donne preferisco la Davidson, colei che ha creato il marchio Nike, alla Scher. La grafica è molto soggettiva quasi quanto l’arte.

    Rispondi
    • mauri   21 Dicembre 2020 at 16:47

      Non sono un esperto ma nel mio piccolo noto che la grafica oggi è molto diversa da quella dei tempi di un Glaser. L’articolo aiuta a capire perchè è successo e chi sono stati i protagonisti. Certo che se avessi un ristorante non metterei il depliant o il manifesto pubblicitario nelle mani di un Sigmeister.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   21 Dicembre 2020 at 17:23

        Sulla questione del ristorante depliatizzato la vedo diversamente. Ti faccio un esempio. Davanti al mio studio c’è una baracchina che vende panini e piade in gran quantità. Il proprietario ha fatto scrivere su una lavagnetta appesa alla parete i tipi di panini che si possono scegliere. Praticamente tutto del maiale accoppato viene utilizzato (mancano solo gli zoccoletti). Bene, il testo è stato redatto probabilmente da un grafico. La grandezza dei caratteri varia in modo calcolato; alcune parole sono in corsivo; altre in stampatello; dei caratteri sono colorati; ci sono diciture di panini che si incurvano…La faccio breve, un piccolo spettacolo grafico. Non amo la carne di porco ma per rispetto a quel grafico una piada alla porchetta me la sono sparata.

        Rispondi
        • mauri   21 Dicembre 2020 at 17:44

          Sei sicuro che il grafico quando ha scritto il capolavoro che descrivi non fosse ubriaco? Non ci credo alla favola del rispetto. Avevi fame e hai scelto il posto più comodo e veloce. Anche a me piace la grafica creativa. Solo nel posto giusto. Andresti in un ristorante dove il menu si presenta come un quadro di Picasso?

          Rispondi
          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   21 Dicembre 2020 at 18:19

            Perché no! Non è mia abitudine mangiare il menu.

  3. Silvia Pedrelli   21 Dicembre 2020 at 17:12

    Stefan Sagmeister si serve di concetti di marketing per creare le sue opere.
    I suoi lavori infatti, li considero opere e lui, lo considero un artista.
    Il suo stile rivoluzionario è la sua principale caratteristica, tanto che, molte volte supera i concetti che vuole trasmettere, nonostante definisca lo stile una scoreggia.
    Non voglio fare un paragone, né aprire un altro tema di ampio dibattito, ma potrei azzardarmi a citare Damien Hirst, artista con evidenti riferimenti a marketing e comunicazione.
    La grafica di Paula Scher invece, è sicuramente anch’essa di grande impatto emotivo, come d’altronde quella di Sagmeister e, come lui, la porrei sempre più vicina all’arte.
    Al giorno d’oggi nessuno si sofferma più su tante informazioni e per catturare un’immediata attenzione il messaggio deve essere esposto molto chiaramente. Tanti elementi possono sì, creare un impatto emotivo, ma possono anche essere una distrazione dal messaggio. E’ quindi utile introdurre solo ciò che è necessario, per suscitare curiosità ed emozione, un pò come Neville Brody fa nelle sue copertine di grande impatto emotivo, ma con estrema essenzialità.
    Non a caso, Brody fu uno dei personaggi a introdurre lo spazio bianco nelle riviste.

    Rispondi
  4. Francesco Bertozzini   21 Dicembre 2020 at 18:30

    Il legame tra questi tre Graphic Designer è ovviamente la funzione del progetto.
    Mi spiego meglio:
    L’obbiettivo principale, non è quello di “vendere”, bensì scaturire un’emozione contorta nel fruitore che, in seguito, porterà a polemiche e discussioni, fino a far accrescere la visibilità della persona e creare un legame irrazionale tra fruitore e ideatore. Infine la simbiosi comunicativa porterà alla “vendita”.

    Questo genere di comunicazione aumenta sistematicamente la frequenza del pubblico.
    Produce un accrescimento dell’impatto e suscita delle intenzioni di acquisto.

    E’ però indubitabile che essa provocazione determina nello stesso tempo anche una reazione negativa alla percentuale di persone sensibili. Per questo, come detto dalla mia compagna possiamo definire questo tipo di comunicazione un “azzardo”.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 Dicembre 2020 at 08:57

      Hai ragione. Per essere creativi oggi bisogna lavorare sullo scarto da qualcosa che funziona come norma. L’ampiezza dello scarto efficace non possiamo conoscerla in anticipo. Questo comporta l’assunzione di rischi. Che fare? Analizzare con attenzione la situazione e il problema da affrontare…la misura del rischio va parametrata a questi due aspetti. Ma bisogna abituarsi a metterci sempre la faccia.

      Rispondi
  5. james   21 Dicembre 2020 at 18:47

    Mi trovo d’accordo con Annalisa. Milton Glaser è un grande. I 3 dell’articolo li trovo sopravvalutati. Nessuno di loro ha mai creato qualcosa come “I love New York” cuoricino compreso.
    Ho delle perplessità su quello che dice Silvia. Ad un talento come Sagmeister il marketing deve risultare alquanto indigesto.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 Dicembre 2020 at 09:51

      Io credo che Silvia Pedrelli non volesse dire che Sagmeister seguisse come un fesso le indicazioni di manager burocratizzati. Penso volesse dire che un grafico talentuoso prende in considerazione fattori strategici per condurli ad un punto di contatto efficace con il pubblico. Il dispositivo grafico che configura, contiene in potenza questo annodamento marketing oriented, anche se spesso appare ironizzato ,in veste comica,stravolto.
      La questione più difficile da far capire all’uomo marketing ottuso (troppo chiuso nelle sue categorie) è questa: il consumatore oggi detesta “leggere” nel messaggio la presenza di speculazioni marketing. Se vuoi vendere devi fare un passo indietro. Un bravo Graphic Design dissimula lo spike del Mk coinvolgendo il fruitore su questioni esotiche rispetto lo schema manipolazione-acquisto-vendita.

      Rispondi
  6. Federico basttistoni   21 Dicembre 2020 at 19:05

    Mi sono soffermate sulle grafiche precedentemente inserite, a mio parere Stefan Sagmeister da un tono di grafica piú artistica, quasi da non definirla grafica, mentre nei altri grafici precedentemente citati vedo uno studio basato su il font, sull’equilibrio delle linee, spessori e vuoti.

    Rispondi
  7. Beatrice Ricci   21 Dicembre 2020 at 20:50

    Il ruolo principale di un graphic designer è principalmente quello di riuscire a comunicare visivamente un messaggio per conto di un’altra persona, ovvero il cliente, pertanto è necessario tenere conto del contesto e sopratutto a chi è indirizzato un determinato messaggio.
    Un buon graphic designer, secondo il mio punto di vista, è colui/colei che è in grado di riuscire a trasmettere un messaggio in maniera immediata, chiara ed efficiente, attirando l’attenzione delle persone a cui si sta rivolgendo provocandone anche delle emozioni, sensazioni che facciano in modo da rimanere impresse nella mente di queste ultime.
    Per quanto riguarda i tre grafici trattati all’interno dell’articolo, personaggi i cui stili distintivi sono oramai fonte d’ispirazione per molti designer in tutto il mondo, penso che il loro modo di fare grafica sia stato influenzato, all’inizio della loro carriera, dal contesto storico in cui sono cresciuti; infatti questi tre graphic designer hanno vissuto la loro gioventù in un’epoca di rottura con il passato, grazie prima dalla controcultura degli anni ‘60 e poi successivamente con il movimento punk, e questo si può ben notare dal fatto che i lavori di questi artisti sono spesso provocatori, trasgressivi ma sopratutto auto-espressivi ed il mezzo che utilizzano per comunicare i loro messaggi e le loro emozioni è appunto la grafica, un mezzo ampliamente utilizzato tra gli anni ‘60 e ‘70 in ambito musicale e all’interno delle varie subculture giovanili come strumento d’espressione individuale il cui scopo era quello di tradurre visivamente ciò che uno pensava in quel preciso istante. Detto ciò penso che questi tre graphic designer siano riusciti a cogliere lo spirito dell’epoca a loro contemporanea realizzando lavori innovativi a cui le persone di allora non erano abituate, in quanto abituate a un tipo di grafica molto pulita, ordinata ed omogenea, riuscendo così a distinguersi dalla massa e facendo del loro stile grafico il loro “marchio di fabbrica” personale.
    Se inizialmente Scher, Brody e Sagmeister si sono avvicinati al mondo del graphic design per pura esigenza personale di voler “gridare” al mondo il loro messaggio, hanno poi iniziato ad utilizzare il loro stile grafico unico al servizio di altri; tuttavia penso che attualmente questi grafici siano divenuti una sorta di grande marca del graphic design a cui alcuni si rivolgono perché sono personaggi noti i cui lavori hanno un gran valore agli occhi delle persone grazie alla fama da loro raggiunta e che il loro approccio iniziale alla grafica sia andato perso.
    Infine vorrei aggiungere che, ad eccezione di graphic designer celebri, oggigiorno riuscire a creare della grafica che riesca a colpire le persone sia molto più difficile, dato che ci troviamo in un periodo storico in cui ormai le persone hanno visto di tutto e sono costantemente bombardate di immagini, pubblicità ecc… è fondamentale più che mai riuscire ad emergere e rendere il messaggio che si vuole trasmettere il più fruibile possibile alla gente a cui ci si rivolge nel minor tempo possibile.

    Rispondi
  8. Alice Colombari   21 Dicembre 2020 at 21:24

    Paola Scher, Sagmaister e Brody, come possiamo comprendere dall’articolo concepiscono l’atto del grafico come un gesto creativo, di auto espressione, con tratti specifici che valorizzano il loro ‘io’ e il loro modo di ‘provocare’ in un certo qual modo gli spettatori.
    Al graphic designer è di certo richiesta una grande capacità artistica, è un professionalità che ha bisogno di sviluppare una capacità fondamentale per svolgere il suo lavoro: l’abilità comunicativa.
    All’interno dell’articolo possiamo trovare diversi quesiti posti a noi lettori, ed ecco, la struttura che connette questi graphic designer qual’è?
    Secondo me è quella di riuscire a ricreare attraverso molteplici comunicazioni più o meno provocanti diverse reazioni nello spettatore facendolo uscire in un qualche modo dalla ‘normalità’ del tempo.

    Una delle più grandi evoluzioni di questa professione si è sviluppata, ancor di più, con l’avvento delle nuove tecnologie.
    I computer hanno cambiato le metodologie di lavoro portando ad un cambiamento sempre più evidente delle regole del marketing e dell’advertising. Lavorare nella pubblicità per il grafico, significa ampliare le sue competenze artistiche.
    Azzardare nel campo della pubblicità, trovare sempre qualcosa di nuovo, di diverso fa parte del lavoro dei veri grafici.

    Cosa ci riserverà quindi il futuro? Una miriade di cambiamenti, di azzardi e di innovazioni.

    Rispondi
  9. Aurora Fabbri   22 Dicembre 2020 at 10:15

    Questi tre personaggi, sono tre delle icone più importanti del Graphic Design. Estremamente diversi tra loro ed ognuno con una propria sfaccettatura che, però, li porta ad approdare ad un obbiettivo comune da raggiungere: emozionare attraverso la comunicazione.
    Essi comprendono la creazione grafica come una celebrazione della loro persona per arrivare a mettere in atto una sorta di provocazione sul pubblico.
    Loro, come quasi tutti i graphic designer, non si concentrano tanto sull’oggetto che vanno ad offrire, ma sull’emozione che possono scatenare nel loro pubblico, sulla loro reazione.
    Infatti, il ruolo principale del graphic designer (per definizione) è proprio riuscire ad esprimere e trasmettere un messaggio in modo immediato, scatenando nel suo fruitore un’emozione.
    Questo tipo di comunicazione aumenta sistematicamente il desiderio del pubblico, accrescendo l’intenzione di acquisto.
    Penso che questa sia la base dalla grafica: fare emozionare.
    Mi rendo conto, però, che oggi è estremate difficile riuscire a creare una grafica che sia impattante per ogni persona. Siamo costantemente bombardati da foto, illustrazioni e pubblicità estremamente funzionali che le aspettative riposte in questo ambito hanno alzato ancora più l’asticella.
    Sono sicura, però, che grazie alla grande innovazione della tecnologia e all’utilizzo di programmi sempre più innovativi, la grafica sia alla stesso tempo in continua innovazione, sempre rivolta al futuro. Penso che sia proprio questo l’aspetto che più mi piace di questo ambito.
    Non importa quanto muterà con il tempo, ma di una cosa posso essere certa, resterà sempre legata a tutte le epoche passate per il medesimo obbiettivo: EMOZIONARE.

    Rispondi
  10. Camilla Zanotti   22 Dicembre 2020 at 10:57

    Stiamo parlando di tre graphic designer che hanno rivoluzionato la grafica e che hanno contribuito a renderla ‘arte’.
    Sicuramente il loro intento non si è mai fermato ad una semplice ‘comunicazione efficace’.
    I loro manifesti, poster, contenuti sono pura rivoluzione, stiamo parlando di arte.
    Ai tempi creare questi tipi di contenuti era davvero tentare l’impossibile, uscire dagli schemi, il pubblico non era abituato ad una grafica disordinata, dispersiva e confusionaria ed è stata proprio questa la rivoluzione, andare oltre a ciò che ormai era ovvio, scontato.
    Sono dell’idea che pure oggi certe grafiche potrebbero funzionare, non tanto per il contenuto ma per il potere che ha l’immagine di catturare il pubblico, molte volte il disordine attira soprattutto in questo caso nel quale pure il disordine è stato pensato e progettato!
    Tre pionieri la cui immaginazione trascese gli strumenti esistenti e creò opportunità per l’innovazione.

    Rispondi
  11. Lucia Morigi   22 Dicembre 2020 at 12:51

    Partendo dal titolo, sono d’accordo che si tratti di 3 graphic designer molto importanti e anche, come descritti in questo caso, speciali. Tutti i designer infatti hanno contribuito allo sviluppo dei grafici avvenire, in poche parole hanno lasciato un’impronta indelebile nel mondo della grafica.
    Come ha sottolineato lei i tre grafici, non si sono voluti attenere alle regole convenzionali della grafica ma hanno voluto trasporre le proprie idea e anche pensieri nei propri elaborati. I tre grafici, infatti hanno portato alla luce produzioni sorprendenti ed audaci. I questi, infatti, possono essere descritti come un tipologia di soggetti creativi che applicano i loro talenti non nella pura arte con la soddisfazione estetica come arte primaria, ma comunicativa e propositiva.
    C’è però bisogno di fare una distinzione, il grafico non è un’artista, non è un creativo (relativo alla realizzazione artistica), ma utilizza la creatività come suo alleato per suggerire proposte che siano insieme inedite e persuasive, capaci di raggiungere con immediatezza i fini prefissati. Il loro compito quindi, metaforicamente parlando, è quello di fare da ponte tra l’arte e il design funzionale, infatti una buona grafica deve rendere un pensiero chiaro e visivamente efficace. Infatti oggi giorno si parla di grafiche sintetiche e concise, riprendendo una frase famosissima del noto architetto Ludwig Mies van de Rohe “less is more”. Frase coniata all’inizio del novecento, ma che ha un’importante valenza anche ora. Come sappiamo, i tempi di fruizioni oggi giorno sono diminuiti drasticamente, riducendosi a pochissimi secondi. Ricapitolando, ho voluto, in base alle mie conoscenze, una distinzione da ciò che si considera “arte” e “grafica”.

    Rispondi
  12. Sara Bocchini   22 Dicembre 2020 at 13:55

    Leggendo questo articolo ci siamo imbattuti di fronte a tre grandi figure di graphic designers, che ammiro molto.
    A mio parere il ruolo del GD, non è tanto finalizzato solo al mondo del marketing, ma molto di più a quello della comunicazione, ed è per questo che in tutti e tre icone troviamo come obiettivo quello di emozionare il fruitore. Quello che entrambe le icone son andate a produrre, si avvicina notevolmente al mondo dell’arte contemporanea, in quanto rifiutano le classiche regole grafiche per arrivare a un risultato totalmente impattante e visibilmente creativo.
    Il loro scopo all’immagine data è quella di ottenere una condivisione, partecipazione e contatto da parte del pubblico. Questo è alla base della mondo grafico odierno: riuscire a suscitare scalpore e emozioni.
    Nonostante nel ventunesimo secolo ci troviamo sommersi da immagini grafiche ritengo che ancor oggi sia importante che il GD trovi un proprio stile, una propria immagine che lo caratterizzi e distingua, e che come obiettivo si proietti sempre verso l’innovazione, che permetterà di catturare il pubblico.

    Rispondi
  13. Siria Vaselli   23 Dicembre 2020 at 10:09

    Credo che la comunicazione grafica debba sempre fare riferimento a quello che è l’ambiente sensoriale, emotivo e culturale del destinatario.
    Impostare la grafica su regole precise mi sembra un po’ riduttivo. Le regole ci sono e servono per aiutare ad organizzare contenuti consistenti in modo funzionale ma tali regole sono dettate da contesti culturali, da abitudini quotidiane e da stereotipi e preconcetti.

    Basti pensare al fatto che se vogliamo trasmettere movimento in avanti e dinamicità all’interno di una pubblicità di automobili la stessa auto verrà fotografata da sinistra verso destra e verrà lasciato spazio vuoto nel lato destro. Ciò dipende dal fatto che noi occidentali culturalmente scriviamo da sinistra verso destra e a livello inconscio un’immagine del genere crea una determinata sensazione e richiama un abitudine come la scrittura e la guida.

    Credo che le regole subiscano molte mutazioni e che aggiornarsi sia fondamentale ma non puntiamo tutto su questo. Puntiamo sull’efficacia del messaggio, sulla risoluzione di un problema basandoci su sensazioni ed emozioni principalmente.

    Se tutto diventasse standardizzato a livello di “regole” il tutto si omologherebbe e non si riuscirebbe più ad avere la stessa efficacia in termini di grafica e messaggio.

    Penso che i grafici citati abbiano dato una scossa nel momento giusto e abbiano aperto il pubblico a un nuovo modo di comunicare anche se a volte può sembrare esagerato o addirittura creare disagio, anche quel sentimento è indice che il lavoro è andato a segno. Di sicuro non passerebbe inosservato ed è proprio questo che fa la differenza.

    Quello che dice la Paola Scher riguardo alla capacità di vendita e protezione del proprio lavoro è fondamentale perché serve a far entrare, convincere i destinatari delle loro idee; serve a spiegare elementi innovativi che meritano un introduzione e un instradamento a quella che è una nuova modalità di comunicazione incentrata sulla pregnanza percettiva ed efficacia emotiva di trasmissione del messaggio.

    Rispondi
  14. Antonio Fagnocchi   26 Dicembre 2020 at 12:10

    I tre grafici citati in questo articolo sono senza dubbio di grandissima importanza per la storia del GD e che sono ricordati ancora oggi, che però come scritto nell’articolo sono usciti dalla grafica convenzionale si è sfociati nel campo dell’arte, i loro lavori sono opere in primis e elementi di comunicazione solo in secondo piano. Il grafico vero e proprio non è un artista bensì vende con il suo lavoro. Un buon lavoro di design deve essere “invisibile”: il fruitore non si accorge di essere davanti a un elemento di design e si comporta con naturalezza, grazie al lavoro efficace e a volte persuasivo del grafico. Detto ciò basti pensare anche solo a come la grafica sia molto cambiata in solo un decennio con i social, gli smartphone e soprattutto la nascita della User Experience che mette al centro del processo progettuale l’utilizzatore del prodotto, non si progetta ciò che piace al designer, ma quello che soddisfa l’utente; e lo si fa migliorando usabilità, accessibilità e piacere nell’utilizzo di un prodotto.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 Dicembre 2020 at 10:50

      Mah! Antonio, conosco troppi artisti che non trascurano affatto le vendite come tu suggerisci, per non avere dei dubbi. E poi che il buon designer debba essere “invisibile” è proprio ciò che i 3 hanno messo in discussione. Ma forse non ho capito quello che volevi dire. La user experience è certo importante ma non è tutto. Prendo come esempio proprio il tuo: come mai lo smartphone cambia così tanto in pochissimo tempo? Dal momento che ci sono tante forme sul mercato e che nel tempo seppur in modo appena percettibile, cambiano, dobbiamo forse pensare che i progettisti di appena qualche anno or sono erano degli incompetenti?

      Rispondi
  15. Sara Mascherucci   26 Dicembre 2020 at 18:47

    Tre graphic designer che, sicuramente, si differenziano dai loro colleghi.
    Le realizzazioni fuori dagli schemi abbandonano gli standard classici per soffermarsi sulla reazione emotiva dei fruitori.
    Un chiaro esempio di provocazione, che, mostra come il suscitare polemiche possa essere una tecnica di mercato efficace.
    I tre Graphic Design sono a conoscenza che i loro progetti, dopo la pubblicazione, saranno al centro di critiche e discussioni.
    Penso sia proprio questa la struttura di legame che accomuna i tre grafici… oltre a scaturire emozioni da parte del fruitore.
    Inoltre uscire dagli schemi, rompere le regole è un arma a doppio taglio, puoi fallire o creare una rivoluzione, ma senza queste persone che rompono gli schemi standard non avremmo mai un avanzamento rimarremo sempre al medesimo risultato.

    Rispondi
  16. federica forte   27 Dicembre 2020 at 17:32

    Indubbiamente stiamo parlando di tre grandissime icone che ci portiamo dietro dalla storia del Graphic Design.
    In tutte e tre i casi troviamo “sfogo” a un espressione creativa che in ogni modo e a loro modo arriva allo spettatore in maniera emozionale, suggestiva.

    Ciò che li accumuna è l’approccio che pongono nei confronti del pubblico, ossia nell’esatto momento in cui lo spettatore è dinanzi ai capolavori.
    La reazione opposta e contraria risulta quindi un atteggiamento provocatorio, rimane impresso in chi lo guarda e piuttosto scioccante per soggetti più sensibili. In altre parole informazioni che arrivano più o meno impattanti.

    Nei vari personaggi troviamo dunque una strategia di comunicazione, tale per cui un messaggio arrivi e provochi emozioni, ciò che appartiene al ruolo del Graphic Designer, ma non ritroviamo quella strategia comunicativa di vendita che può esserci dietro a un prodotto.

    Rispondi
  17. Silvia Savioli   28 Dicembre 2020 at 10:13

    Originariamente la figura del grafico era la persona, il tecnico, che si occupava prettamente della gestione delle macchine da stampa in tipografia e litografia.
    Il graphic designer oggi è colui che si occupa di gestire la progettazione grafica di una campagna pubblicitaria; di realizzare prodotti visivi per la stampa (ad esempio biglietti da visita e brochure) o per la diffusione digitale (siti web e canali social). Il grafico si occupa di realizzare il materiale grafico necessario a diffondere il brand (marchio) o un determinato messaggio pubblicitario in altre parole ha il compito di tradurre in immagini il messaggio che si vuole comunicare.
    Deve riuscire ad ottenere un elaborato gradevole da vedere, che catturi l’attenzione di chi guarda in modo semplice ed immediato, per arrivare ad avere un risultato finale veramente funzionale. Nell’articolo si parla di tre grafici che hanno rivoluzionato questo settore. Paola Scher è una delle graphic designer più influenti del mondo e si trova a cavallo tra la cultura pop e le belle arti. Le sue grafiche sono iconiche , intelligenti e accessibili. L’icona del design, Stefan Segmeister è uno dei più importanti grafici contemporanei. Conosciuto soprattutto per le sue copertine di dischi, i suoi manifesti e per le sue prese di posizione provocatorie. Infine Neville Brody, designer, direttore artistico e disegnatore di caratteri tipografici britannico.
    Per concludere, ciò che lega i tre graphic designer citati nell’articolo credo sia il loro modo non convenzionale di comunicare un determinato messaggio. L’obiettivo non è solo la vendita di un prodotto ma di creare una connessione con il fruitore attraverso un atteggiamento provocatorio. Questo permette al messaggio di rimanere impresso nella mente dello spettatore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   29 Dicembre 2020 at 10:36

      Il riferimento alla memorizzazione è interessante. Nel mio script l’ho dato per scontato. Merita un approfondimento.

      Rispondi
  18. Greta Lodi   29 Dicembre 2020 at 11:08

    Suscitare emozioni.
    Questo è quello che ognuno di noi cerca di fare nella quasi totalità delle azioni che compie durante la sua vita.
    Questo è anche ciò che lega i 3 graphic designer citati che cercano di andare oltre alla comunicazione, al marketing, alla funzionalità, alla comprensibilità.
    Noi ricordiamo momenti che ci hanno fatti emozionare, nel bene o nel male, molto più che la bellissima pubblicità della Apple, per quanto sia ben fatta.
    Questi 3 artisti spiccano perché mirano all’emotività delle persone oltre che alla loro mente, ciò li rende indimenticabili come gli elaborati da loro creati.

    Rispondi
  19. Aurora Verdone   31 Dicembre 2020 at 13:07

    Se si vuole che un messaggio sia potente il megafono stesso che lo trasmette dovrebbe essere equalmente potente ed adeguato. Rendere la grafica attraente e d’impatto come un’opera d’arte non è solo svago creativo, ma crea appunto il percorso fisico che il lettore è spinto quasi per inerzia a seguire, come per forza di gravità. Una grafica noiosa è come una salita ripida. In cima c’è il messaggio, ma arrivare ad esso richede fatica e non tutti gli spettatori hanno voglia di scalare e semplicemente passano oltre. una grafica interessante, con le sue asimmetrie affascintanti, sono invece come uno scivolo in discesa per lo spettatore, che non solo è invogliato a scendere ma troverà arrivare al messaggio stimolante e quasi divertente.

    Personalmente apprezzo molto il lavoro della Scher perché la sua grafica sfora quasi all’illustrazione e io come grafica alle prime armi tendo a creare come se dovessi fare un’illustrazione, dove il mio sfondo è il paesaggio e le parole sono personaggi che interagiscono con esso e le altre persone attorno a loro, dove ognuna ha un’importanza diversa e tutta la composizione segue una certa dinamicità ed ha anche una certa profondità, prospettiva, 3dmensionalità (che è una cosa che spesso manca nelle grafiche preconfezionate alla portata di tutti sui social).

    Brody esegue un’operazione simile ma giocando sulle rotture e i contrasti fra linguaggio e messaggio, che sembrano non coincidere, andando di proposito a creare uno spaesamento e allo stesso tempo curiosità nello spettatore, in un atteggiamento molto punk.

    Sagmeister poi è ancora più estremo, arrivando perfino a mettere in dubbio il valore dello “stile”, creando una grafica provocatoria, ironica, e che prende forma esclusivamente in base al soggetto del messaggio e non in base a gabbie precostituite dallo stile, che possono essere controproducenti per la creatività del designer stesso. Su questo punto mi trovo abbastanza d’accordo, perché in tutte le forme d’arte come la fotografia o l’illustrazione, l’originalità emerge laddove lo stile cambia sempre, o comunque è in grado di adeguarsi.

    Il fotografo o l’illustratore o il graphic designer o altro, secondo me (senza necessariamente arrivare a soluzioni così estreme), DEVE saper cambiare il proprio stile o prima o poi, dopo 20, 50, 100 lavori tutti simili, si stancheranno inevitabilmente del proprio mestiere, si esauriranno in un “burn-out” creativo. E soprattutto, deve saper sfruttare più mezzi espressivi possibili per arricchire e variare il proprio lavoro, usando la fotografia, la performance, l’arte 3D, l’illustrazione 2D, per raggiungere il risultato più appropriato e nel minor tempo possibile.

    Rispondi
  20. Enya   2 Gennaio 2021 at 12:46

    Paola Scher, Sagmaister e Body…tre maestri prima che tre grafici.
    Da anni il mondo del graphic design è in continua evoluzione per merito di artisti come quelli sopra citati, probabilmente senza personalità come le loro la grafica sarebbe rimasta la stessa di molti anni fa.
    Perché in fondo il cambiamento è scatenato proprio da questo, un primo pioniere munito di coraggio che decide di far sentire la proprio voce all’interno di un monotono coro.
    Mi spiego meglio, ad oggi abbiamo a che fare con una grafica aperta al cambiamento, al progresso e alla continua ricerca di nuove soluzioni, ma tempo fa la visione che ci proponeva il graphic designer si discostava molto dall’attuale e il pubblico a cui ci si rivolgeva non era pronto a confrontarsi con un impatto grafico come quello della Scher o Sagmaister, così aggressivi e rivoluzionari.
    Ma il punto è che il cambiamento è avvenuto proprio perché il pubblico non era pronto e non aspettandosi una nuova interfaccia cosi radicale ne ha di seguito scaturito un immensa notorietà, stima e un nuovo modo di pensare lo spazio grafico.
    Senza persone cosi magari saremmo ancora ancorati a un tipo di grafica istituzionale e scolastica.

    Rispondi
  21. Giorgia Baldassari   2 Gennaio 2021 at 14:05

    A mio parere, i tre grafici trattati hanno davvero rivoluzionato il mondo della grafica, hanno davvero lasciato un segno indelebile nella storia
    Dei grafici. In particolare modo credo che il ruolo di noi grafici non sia solo vendere un prodotto
    ma far trasmettere un emozione, una funzionalità, in quello che creiamo, andando a creare un legame fra fruitore e prodotto, e fra fruitore e grafico. La capacità di un grafico a mio parere sta nel tramettere in modo efficace, in modo diretto un messaggio, attirando l’attenzione del pubblico così che questi ne restino affascinati. Al giorno d’oggi grazie al computer vi è stato un cambiamento sia a livello lavorativo quanto di marketing, mentre nei giorni d’oro della Scher, di Brody e Sagmeister certamente si aveva un modo diverso di lavorare e interagire con il pubblico. Credo che la grafica, così come il deisgn, la fotografia ecc. debba adattarsi ai giorni nei quali vengono esposti, e come sappiamo oggi i tempi di fruizione sono davvero brevi e avere troppi manifesti tutti uguali non funzionerebbe, quindi alternare con più stili forse sarebbe un bel modo per non portare a noia.

    Rispondi
  22. Sharon Miotti   2 Gennaio 2021 at 14:29

    Molto comunemente quando si parla di graphic design lo si ricollega immediatamente alla razionalità e al concetto di bello, invece, fa solo da tramite per la comunicazione di messaggi pregnanti da parte delle aziende verso il pubblico.
    Il problema primario dei grafici è creare dispositivi visuali efficaci a livello di contatto, ovvero che lavorino sulla percezione del messaggio.
    Questo per dire che la progettazione grafica e il corpo emozionale devono arrivare prima dei contenuti che diano un senso a ciò che vediamo.
    La conseguenza di tutto ciò è che il messaggio risulti non-lineare, poco definito, ma questo non sembra essere un’ostacolo, anzi, è più performante.
    Ma come mai chi non rispetta le regole di razionalità sembra avvicinarsi di più allo spirito del design? Cosa c’è in un messaggio di più importante del contenuto?
    Nel mondo contemporaneo il tempo è ridotto, velocizzato. Le persone non hanno tempo di perdere tempo.
    L’abilità del grafico dunque sta nel riuscire a catturare l’attenzione di chi guarda. Basta ordine e composizioni perfette. Un buon grafico è colui che esce dagli schemi e riesce a coinvolgerti emotivamente chi guarda, perché l’informazione emotiva arriva prima del messaggio.
    L’importante è sconvolgere l’ordinario per imprimere meglio il messaggio da comunicare. Un esempio sono i tre grafici citati sopra che hanno sconvolto le regole tradizionali del graphic design, preferendo l’informazione emotiva ad una composizione visivamente perfetta/ordinata.
    Un altro esempio molto conosciuto è il lavoro di Oliviero Toscani, il cui grande successo è legato ad alcune sue immagini shock che hanno fatto scalpore.
    Lui con il suo “shockvertising” è riuscito a diffondere in tutto il mondo un determinato tipo messaggio senza l’uso di parole, ma soltanto tramite immagini. Visivamente potenti, ma che ci spiegano effettivamente in che direzione il graphic design sta andando.

    Rispondi
  23. D.TAURO   3 Gennaio 2021 at 18:15

    Leggendo questo articolo sostengo e ritengo che il Grafico sia un lavoro a tutti gli effetti. Ma vorrei sottolineare che c’è differenza tra essere un grafico e realizzare la grafica. Perchè molti artisti hanno ‘’trasformato’’ un progetto grafico in un‘opera, o come meglio dire hanno trasformato l’atto grafico in un gesto e messaggio creativo.

    Un Graphic Designer invece lavora su altri concetti, comunica, e soddisfa delle richieste specifiche ricevute da un’ mittente . ( cliente, azienda ecc…) Per esempio come viene citato nell’articolo Stefan Sagmeister è considerato uno dei più importanti graphic designer contemporanei. Noto soprattutto per i suoi manifesti, per le sue copertine di dischi, e per le sue prese di posizione provocatorie. Sicuramente l’obiettivo principale dell’artista non è quello di vendere un prodotto ma qualcosa che colpisca emotivamente chi guarda. Uscendo così dalle vesti di grafico ma entrano in vesti di artista.

    Ribadisco che il mondo del Graphic Designer è molto ampio, ma la vera ‘’grafica’’ è orientata a configurare testi visivi con scopo finale di comunicare messaggi pregnanti, sfruttati da aziende e soggetti istituzionali per creare contatti significativi con i propri pubblici. Tutto Il resto dal mio punto di vista personale è solo un‘ opera d’arte. Anche l’arte come la Grafica è capace di comunicare visivamente un messaggio per conto di un’altra persona.

    Rispondi
  24. Rebecca Rizzo   4 Gennaio 2021 at 14:41

    Ci troviamo davanti a 3 personaggi iconici, che hanno segnato la storia della grafica e che hanno reso possibile dei cambiamenti che hanno stravolto completamente non solo il ruolo del grafico, ma anche di tutte quelle norme considerate ai tempi standard per la buona riuscita di un elaborato di questo genere. Hanno deciso di andare oltre le convenzioni e di mostrare al pubblico un altro modo di fare grafica, un modo innovativo che permettesse al proprio estro creativo di esprimersi e di slegarsi dal resto assumendo atteggiamenti provocatori verso il pubblico con lo scopo di suscitare in loro una reazione, non importa se positiva o meno perchè voleva comunque dire che i loro prodotti grafici erano rimasti impressi nelle loro menti.
    Ciò che accomuna Scher, Brody e Sagmeister, oltre alla loro bravura ovviamente, è stato il loro tentativo di svincolare la grafica dal ruolo poco gratificante che aveva all’epoca per mostrarci quanto altro poteva esserci dietro ad essa e di tutti i modi con i quali poteva essere impiegata al punto da realizzare anche lavori oggi considerati opere d’arte. Questi 3 personaggi hanno innalzato il ruolo della grafica, portandola ad esempio ai livelli dell’arte, facendo capire quanto in realtà fosse importante e fondamentale sia nel marketing che nella comunicazione in generale. Ci hanno mostrato quanto è importante suscitare una reazione, di conseguenza anche di come l’approccio mentale e l’esperienza dell’utente fossero necessarie per ottenere risultati incredibili. Hanno rimodellato la figura del grafico e dell’approccio da utilizzare nell’ambito comunicativo invitandoli a sperimentare ed ad osare perché anche la grafica è in continua evoluzione e non deve mai annoiare.

    Rispondi
  25. Jesica Mazzola   5 Gennaio 2021 at 16:53

    “If you want to communicate something, you’d better make sure that your design piece is well-dressed and that its teeth are fixed. At the same time, I still believe that if it is only stylistically great and it has nothing to say, it still is not going to make a lasting impression on anybody.” Fra le diverse citazioni che ha inserito lei, all’interno del suo articolo, vorrei aggiungere anche questa di Stefan Sagmeister che può raffigurare al meglio il collegamento che esiste fra i tre GD di cui lei ci ha parlato. Sicuramente, come sostiene lei stesso nelle sue riflessioni, ciò che accomuna Paola Scher, Neville Brody e Stefan Sagmeister è il superamento, o meglio il rifiuto, di standard grafici precostituiti che consente ai fruitori di ricavare il massimo di informazioni.
    Trovo però che ciò che li accomuna ulteriormente possa essere identificato nella seconda parte della citazione da me riscritta: il GD deve comunicare, deve trasmettere un qualcosa, un progetto può essere bello, accattivante e interessante da un punto di vista estetico ma se non comunica nulla è semplicemente un flop, un qualcosa che esiste e muore poco dopo, che non dura nel tempo.
    Un vero grafico deve possedere le tre P: passione, perseveranza e professionalità. La passione è ciò che alimenta il guizzo creativo; La perseveranza è la costanza nel proseguire i propri propositi anche nelle difficoltà, con perseveranza si possono superare gli ostacoli; La professionalità è la qualità che distingue un professionista da un dilettante, è la conoscenza.

    Il GD è creatività e scienza, ricerca continua dello stile, del bello e del giusto. Bisogna conoscere tante informazioni, bisogna nutrire la mente ma soprattutto non smettere mai di usare l’immaginazione: guardare sempre oltre con la consapevolezza che si può sempre imparare e migliorare. Ecco perché la Scher, Brody e Sagmeister superano i confini di una grafica ordinaria. Solo chi conosce le regole può infrangerle per creare qualcosa di nuovo e dare il suo personale contributo alla crescita del proprio mestiere. Bisogna conoscere le basi e quando le si conosce tutte, le si possono superare. Chi non conosce, non innova.

    In sostanza ciò che vorrei sottolineare è che non si può decidere dal nulla di andare oltre alle regole e di rifiutarle ma che prima serve avere un’ottima conoscenza di tutte quelle regole che si vogliono superare e sono certa che i tre graphic designer hanno potuto rifiutare gli standard grafici precostituiti solamente conoscendoli. Impara, poi disobbedisci e supera. 

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   6 Gennaio 2021 at 08:28

      Of course Jessica. Ma quando l’informazione emotiva classifica quella lineare, chi decide riguardo l’effettiva valenza comunicazionale del messaggio? Il gioco grafico che cerca un contatto a livello di “relazione” più che di “contenuto” (per dirla con Watzlawick) non è facilmente a-priori diagnosticabile nei suoi effetti. Questo implica che il grafico visionario debba prendersi dei rischi. Nessuno, me compreso, sottovaluta l’ambito delle conoscenze. Se qualcosa è diventato uno standard, significa che in un certo qual modo ha funzionato e le sue regole sono condivise. Ma questo non esclude la possibilità di creare altri giochi con regole diverse. A me non interessa stabilire chi supera cosa in nome di una idea di “progresso tutta da verificare. A me interessa un mondo nel quale una pluralità di giochi (grafici) convivono e competono. Per questa visione pluralista, più che la conoscenza delle vecchie regole credo entri in gioco una attività basata sul “disimparare”.
      Prendo come esempio un nome importante. Picasso, il cui straordinario talento grafico è fuori discussione, amava ripetere che la sua vita poteva essere divisa in due parti: nella prima aveva imparato a dipingere in modo sublime; nella seconda aveva cercato in ogni modo di disimparare tutto quello che aveva studiato, inspirandosi all’arte primitiva e agli scarabocchi dei bambini. Inutile aggiungere che è il secondo aspetto che ancora oggi lo classifica come uno degli artisti più rappresentativi del novecento. Cosa voglio dire con questo apologo? Lo schema: imparo poi trasgredisco, è troppo semplice per risultare operativo. E suggerisce un messaggio sbagliato, ovvero che basta trasgredire per superare (confondere la capacità o l’abilità di attirare l’attenzione con la creatività che cambia il corso delle cose, è uno dei problemi del nostro tempo). Ma sono convinto che non volevi dire questo. Diciamo che mi hai stimolato a proseguire i tuoi ragionamenti che evidentemente ho trovato intelligenti e corretti.

      Rispondi
  26. Daniela Panuta   5 Gennaio 2021 at 22:35

    La figura del grafico in origine era la persona, il tecnico, che si occupava della gestione delle macchine da stampa in tipografia e litografia. Con il tempo il termine “grafico”, invece, ha preso il significato della parola inglese “graphic designer”. Il graphic designer è colui che si occupa di gestire la progettazione grafica di una campagna pubblicitaria.Il grafico si occupa di realizzare il materiale grafico necessario a diffondere il brand (marchio) o un determinato messaggio pubblicitario. Beh ovvio, no?!Riassumendo si può dire che il grafico ha il compito di tradurre in immagini il messaggio che si vuole comunicare.
Deve riuscire ad ottenere un elaborato gradevole da vedere, che catturi l’attenzione di chi guarda in modo semplice ed immediato, per arrivare ad avere un risultato finale veramente funzionale.
    Nell’articolo in questione vengono citati tre grandi grafici, di importante rilevanza e nomea nell’ambito dotati di una grande e notevole capacità comunicativa, che però rompe gli schemi della comunicazione convenzionale del Graphic Designer.
    Il loro obiettivo é quello di puntare ad una comunicazione che entri in contatto con il fruitore, che susciti delle emozioni, e delle reazioni, che rimangano impressi nella mente, che vada nel profondo e che quindi si distacchi dalla classica figura del Graphic Designer, ovvero di colui che adotta un programma di comunicazione mirato alla solo vendita del prodotto.

    Rispondi
  27. Sofia Toccaceli   7 Gennaio 2021 at 11:15

    Irriverente ed ironica; impattante ed inaspettata. A grandi linee sono questi gli attributi che possono riunire questi tre designers. Penso che il loro punto di forza principale sia appunto l’irriverenza compositiva che lascia a primo impatto lo spettatore di fronte ad una rappresentazione visiva piena di elementi… ma che sia proprio questo il fatto che tiene lo spettatore incollato a ciò che sta guardando.
    Nella loro grafica il messaggio è arrivato ad una traduzione compositiva assoluta ed ovviamente timbrica. Nonostante ne stravolgano le regole principali, non c’è dubbio che ci siano delle leggeri influenze formali della precedente scuola Bauhaussiana nella grafica della Scher e Brody (i font a bastoni, le linee direzionali..), e nonostante a primo impatto ogni elemento ci sembri posizionato secondo alcun rigore… in realtà lo è.
    Meno possiamo dirlo per Sagmeister, il quale invece si affida completamente alla propria mano, ma soprattutto all’ironia iconica e metaforica che ha fatto si che il suo design si avvicinasse il più possibile al livello dello spettatore comune. Esso lo fa stravolgendo completamente i canoni e portando la grafica allo stadio estremo dell’artigianalità utilizzando appunto la propria grafia manuale, ossia l’elemento più impreciso e più umano che possiamo incontrare in un layout grafico (il quale si pensa automaticamente sempre come un insieme di segni e forme digitalizzate).
    Si può dire però che universalmente la progettazione visiva è comunque pensata per essere fruita all’occhio secondo regole di gerarchia percettiva, presenti in qualsiasi grafica che si rispetti.
    Infatti qualsiasi interfaccia grafica, qualunque essa sia, in primis deve essere progettata secondo un senso e dei parametri il meglio fruibili all’occhio ed alla mente degli spettatori: l’equilibrio c’è sempre, ed è sempre pensato in precedenza.
    Di sicuro c’è che Brody, Sagmeister e la Scher hanno capovolto i canoni di bellezza formale universali che hanno caratterizzato fino al loro tempo la grafica ed il mondo del design.

    Rispondi
  28. Emanuele Maraldi   7 Gennaio 2021 at 11:42

    Questi tre grandi nomi del graphic design sono riusciti sfidare e a superare le regole di quel tempo andando a costruire dei modelli di progettazione che sapessero coniugare esigenze pubblicitarie commerciali, libertà creativa ma anche arte. Sicuramente, in un periodo dove prevaleva la funzionalità estrema e la fredda tecnica di progettazione grafica, la Scher, Sagmeister e Brody hanno preferito seguire un’approccio e uno stile meno standardizzato e più personale che non si limitasse alla “semplice” comunicazione di un messaggio. Volevano che il contenuto assumesse un carattere più artistico che potesse colpire, come un pugno, la soggettività e l’emotività del fruitore destinatario anche favorendo una maggiore memorizzazione del messaggio stesso e permettendo inoltre di svelare, grazie alla valorizzazione della propria auto-espressione, la figura umana/emotiva e non semplicemente esecutiva che sta dietro a questi lavori autentici.

    Rispondi
  29. Claudia Varano   7 Gennaio 2021 at 19:39

    Penso che il fattore che accumuna questi tre graphic designer, oltre al superamento delle regole tradizionali della grafica e quindi delle convenzioni della comunicazione di quegli anni e il contesto storico nel quale sono cresciuti e hanno vissuto, che probabilmente ha influenzato il loro lavoro, sia il riuscire a suscitare un’emozione, a non far rimanere indifferenti chi ascolta quel messaggio. La Scher, Brody e Sagmaister (e non solo) con i loro lavori, hanno contribuito all’evoluzione del graphic design per come è inteso oggi.

    Rispondi
  30. Elisa Tito   8 Gennaio 2021 at 14:37

    In questo articolo sono stati citati 3 grandi icone della storia della grafica che oltre ad essere graphic design si avvicinano molto , a mio parere, ad essere artisti poiché appunto con le loro grafiche di grande impatto, soprattutto con Sagmeister , ci avviciniamo molto all’idea di arte.
    La cosa che accomuna questi 3 graphic design “speciali” ,come ci suggerisce il titolo, è che tutti con i loro lavori cercano di emozionare e coinvolgere quasi come una sorta di provocazione il pubblico e penso che far emozionare e creare un forte impatto sia la base di tutto , di una buona comunicazione.
    Certo il pubblico non era abituato a questo tipo di grafica che risulta disordinata e confusionaria ma è proprio questa la rivoluzione.
    Non è facile uscire dagli schemi quando si ha un pubblico “abituato” a cose estremamente diverse poichè ci sono sia aspetti positivi che negativi , svantaggi e vantaggi ma sicuramente io sarei piu’ attratta da un design che va oltre gli schemi piuttosto che cose statiche e noise.

    Rispondi
  31. Gessica Hima   10 Gennaio 2021 at 14:07

    Tre graphic designers che rappresentano perfettamente il significato della loro professione, ossia la grafica in sé e la sua progettazione.

    Come già detto nell’articolo, i progettisti trattati sembrano sfociare nell’ambito dell’arte, ma con grande attenzione alla comunicazione da trasmettere, che non è sottovalutata ma è da considerare come ultima tappa e quindi traguardo dell’osservatore. Così facendo stabiliscono un percorso mentale, una storia che definisce l’emozione, determinante per imprimere il messaggio.

    I designers trattati conoscono i confini e sanno quando è necessario spostarsi da un ambito all’altro. Valutano l’obiettivo e decidono l’ambito che permette loro di raggiungere il grado di awareness nell’osservatore. La persuasione è una tecnica e un modus operandi, sempre più utilizzato, che consiste nel cogliere l’attenzione: siamo sommersi da informazioni inutili alle quali il nostro occhio è abituato e che con il tempo ha imparato ad escludere (il nostro cervello lo fa automaticamente, ha bisogno di classificare gli input esterni e di accantonare tutto ciò che considera frivolo).

    Ecco perché i progettisti citati si servono di una comunicazione impattante; non è un capriccio per trasgredire ma la definirei più una strategia che, unita al loro stile, funziona; solo successivamente arriva la rivoluzione.

    Potremmo erroneamente dire che “sono lavori sostanzialmente vuoti”, bensì il disordine percepito è intenzionale e presenta una gerarchia visiva ben studiata, in grado di restare nella mente dell’osservatore grazie all’emozione provata. Per quanto riguarda le emozioni e le conseguenze che hanno sulla mente, dato che c’è la possibilità di deviare dall’analisi, mi limito ad aggiungere che, come detto nell’articolo, le emozioni giocano un ruolo importante, poiché di un evento passato spesso rammentiamo l’emozione provata e, in un secondo tempo, il contesto. Che bel ruolo ha l’amigdala, eh?

    I graphic designers citati – e tra questi, più di tutti, Sagmeister per la sua forte provocazione – ci permettono di classificare progetti di comunicazione come opere d’arte. Infatti, ci ritroviamo innanzitutto ad interpretare ciò che appare ai sensi, ma, ponendo maggiore attenzione, noteremmo che il messaggio ultimo del poster è chiaro e forse poco ha a che fare con l’arte.

    Effettivamente, l’interpretazione di questi progetti è prevista dal designer ed è voluta; in questi casi, non abbiamo altri margini di interpretazione.

    La provocazione è voluta da loro, l’arte è attribuita da noi. Nel caso di Fontana, invece, fondatore dello “spazialismo”, gli unici a vederne una provocazione erano i suoi stessi colleghi artisti, perché il pubblico aveva già capito, accettato ed utilizzato i suoi concetti spaziali in luoghi in cui creare una nuova dimensione era possibile e percepibile.

    “Il compito dell’arte nei valori sociali, morali e spirituali è nullo. L’artista interviene nella società a mantenere viva la ragione di essere uomo” -Fontana

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   10 Gennaio 2021 at 19:33

      Gessica, la persuasione non può essere spiegata solo con l’attenzione. Noi usiamo la parola persuasione differenziandola dalla convinzione, per significare un coinvolgimento emotivo aldilà dell’aspetto puramente logico.
      Infatti si può dire:” mi hai convinto, ma non solo persuaso”.

      Rispondi
  32. giorgia piastra   11 Gennaio 2021 at 17:39

    In seguito alla lettura del seguente articolo mi piacerebbe soffermarmi innanzitutto sul concetto di ordine e disordine nel graphic design. Io credo che bisogna distinguere diverse tipologie di fare grafica. La grafica è come un albero dal cui tronco di diramano infiniti rami e ritengo sia interessante esplorarli tutti. A volte è certamente più utile utilizzare il minimalismo, l’ordine, la chiarezza per trasmettere messaggi altrettanto chiari, ma esplorare nuove risorse e dare sfogo a nuove idee non significa necessariamente cadere nel disordine. Io ritengo che bisogna sperimentare, anche controcorrente. Come Paola Scher ebbe il coraggio di lanciare le sue idee sebbene non fossero state inizialmente comprese ma successivamete riconosciute fino a fare di lei una dei graphic design più noti. La grafica non è solo l’unione di parole, testi e immagini poste in maniera all’interno di una cornice, bensì si tratta di passione, emozioni, comunicazione con lo scopo anche di stupire persone annoiate da un design spesso privo di identità.

    Rispondi
  33. Veronica B   15 Gennaio 2021 at 15:44

    Leggendo l’articolo e le sue riflessioni ho subito pensato a chi in Italia ha avuto un approccio simile e mi sono voluta soffermare su Oliviero Toscani; famoso in tutto il mondo per la sua collaborazione con il marchio italiano Benetton in cui nelle campagne pubblicitarie di questi anni, ha dimostrato una poetica provocatoria ed esplicita dando vita a polemiche per i suoi manifesti sull’AIDS, la pena di morte o la guerra .
    Anche lui utilizza questo tipo di linguaggio per stimolare le menti e per far riflettere i fruitori. Quindi non parlo solo di consumatori.
    “La vita ha senso solo se si vive “contro”. Il conformismo uccide la creatività e finisce per annientare l’uomo.”
    utilizzo una sua citazione poiché penso rifletta anche il modus operandi dei GDesigner che lei ha citato.
    Andando controcorrente si va a stimolare un numero maggiore di fruitori, proprio perché il messaggio esplicito viene capito da molti, mentre un secondo ipotetico messaggio “nascosto” viene capito solo da chi si fa stimolare.
    Gli artisti citati lavorano tutti sul superamento, ma chi puo permettersi questo? Chi puo concedersi il lusso di rompere le regole? Ovviamente solo chi, quelle regole le conosce alla perfezione.
    Nel graphic Design deve coesistere l’aspetto estetico ma anche una serie di alti fattori, quindi non solo deve essere bello ma deve appunto anche comunicare.
    Questo discorso però può spaziare e trovare meno o più valore a seconda dell’artefatto grafico che abbiamo davanti.
    Ovviamente tutti i nomi citati fanno parte di un momento storico in cui la vita di ognuno di noi non era abituata al bombardamento di informazioni ed immagini a cui siamo sottoposti oggi.
    Penso che nel 2021 molte più persone rispetto ad un tempo riescono a captare le velature di alcune influenze pubblicitarie.
    Nell’ era dei social ad esempio, le informazioni grafiche che ci vengono sottoposte vanno a solleticare le nostre menti. Ad esempio visionando il profilo Instagram di Balenziaga ci troviamo di fronte a delle immagini che ad un primo impatto, ,agari viste da un fruitore comune non vengono capite.
    Qualche giorno fa per pubblicizzare una mascherina firmata dalla casa di moda é stata pubblicata una foto di un caspo di insalata che indossa quella mascherina.
    Solo una casa di moda del calibro di Balenciaga può permettersi di utilizzare come modello un caspo di insalata. Proprio perché le regole le conosce e le ha utilizzate in passato che ora può andare a distruggerle.

    Rispondi
  34. martina tinti   19 Gennaio 2021 at 14:51

    Il lavoro del Graphic Designer è, prima di tutto, di tipo cognitivo: deve indagare la società e la psicologia degli individui, più in particolare come essi rielaborano le informazioni che percepiscono e quindi come funzionano le strutture cognitive all’interno della loro mente. Questo credo sia uno degli aspetti più importanti e complessi con il quale un graphic designer deve avere a che fare. Il G.D. inoltre deve essere EMPATICO, si parla dunque di emozioni, altro fattore che sicuramente ha una grande rilevanza e le emozioni sono controllate dalla nostra mente, dal nostro cervello, ecco perché Brody parla di “tricks to the brain” . Il graphic design, dunque, si serve dell’estetica per fare leva su fattori che coinvolgono lo spettatore, come ad esempio l’attenzione, le emozioni, la capacità di percezione delle persone e di rielaborazione di un messaggio. In questo senso, quindi, il design diventa funzionale. Una grafica ben fatta crea quindi un’estetica funzionale. Non esiste “bello” o “brutto” ma “funziona” o “non funziona” ed è proprio questo che vuole intendere Paula Scher quando consiglia di sviluppare al massimo le proprie capacità di far valere un proprio progetto e quindi di convincere il cliente ad approvare la tua idea. Ognuno ha un proprio gusto estetico personale, cosi come ogni cliente ha il suo colore preferito, ma il Graphic Designer dovrà andare sopra al gusto del cliente ed essere in grado di superarlo. Come? Rendendo le sue scelte FUNZIONALI ed essendo estremamente convincente nell’esporle al proprio cliente, così che, a meeting concluso, anche se hai usato il colore che esteticamente al cliente “non piace”, sei comunque riuscito a venderglielo, perché “funziona”. Quando questa estetica funzionale ha a che fare con la creatività, quindi con un’elevata capacità di rielaborare concetti in maniera creativa passando da idee, pensieri astratti o concetti mentali, materializzandoli in un prodotto grafico, allora si ha il Graphic Design, che non è semplice grafica. Il Graphic Design è un’idea, una congettura, un pensiero “vincente” che è stato abilmente traslato in immagini e parole nel modo più oggettivo possibile. Il Graphic Design parla, attraverso i colori, i font, le immagini, le forme. Utilizza un linguaggio prettamente visivo, che è in grado di comunicare partendo dall’inconscio della nostra mente, per poi passare al conscio riuscendo così ad incanalarsi e stabilirsi nelle scatole della memoria a lungo termine della nostra mente.
    Nell’epoca contemporanea e digitalizzata in cui viviamo, fatto sempre più di immagini, in cui l’osservatore ha un livello di attenzione sempre più “usa e getta”, mi sembra evidente quanto questo linguaggio stia acquisendo e acquisirà sempre più rilevanza in diversi e molteplici settori.

    Rispondi
  35. Paolo Teodonno   31 Gennaio 2021 at 02:19

    Gli stili dei tre grafici e in particolare di Neville Brody e Stefan Sagmeister sono stati una reazione all’estremizzazione dei paradigmi del modernismo anestetico, dove la forma è esclusivamente al servizio della funzione e spesso l’apporto personale del grafico viene considerato un aspetto secondario, se non inesistente rispetto al contenuto.
    La corrente post-modernista, invece, mira generalmente ad incanalare la soggettività del designer e a creare considerazioni personali e suscitare un’emozione in colui che fruisce il media, che possa essere negativa o positiva, ma non un sentimento di indifferenza.
    Inoltre il rifiuto della simmetria, dell’equilibrio, chiarezza, e dell’uso di forme prettamente geometriche potrebbe rendere il dispositivo grafico più interessante, originale e attirare l’attenzione del fruitore. Tuttavia ciò può portare ad una confusione nel tentativo di comprenderlo che si potrebbe tradurre in un abbandono da parte del fruitore, soprattutto in occasioni dove i tempi di fruizione sono relativamente brevi; per esempio, mai penserei di progettare una cartellonista stradale rifacendomi a Stefan Sagmeister o Paola Scher per ovvi motivi. Detto ciò non esiste uno stile più “corretto” o “giusto”, tutto dipende dall’abilità del graphic designer di coordinare il proprio lavoro creativo al contesto e al pubblico di riferimento.

    Rispondi
  36. Fedor Beserra   13 Marzo 2021 at 18:00

    A parer mio la loro non è trasgressione come molti affermano, secondo me è un altro modo di comunicare, il loro personale modo di comunicare che li rende unici e riconoscibili anche senza la loro firma sotto!
    Purtroppo la maggior parte delle comunicazioni sono spalmate su uno stesso livello che si distaccano poco o nulla l’una dall’altra, questo è il problema principale che un grafico, un comunicatore deve combattere! E in che modo affronta questo problema? Solo ed esclusivamente trovando un linguaggio tutto suo ed Autentico!
    In questo modo diventa un bravo comunicatore che la storia ricorderà, non un trasgressore.

    Rispondi
  37. Pasqualini Cristiana   18 Marzo 2021 at 10:32

    Indubbiamente in questo articolo si è parlato di tre grandi icone che hanno cambiato e rivoluzionato il mondo della grafica. Tre grandi Graphic Designer diversi tra di loro ma che in qualche modo vengono accomunati dalla capacità di funzionamento dei loro progetti. Progetti che hanno reso come opere d’arte ma che soprattutto hanno in comune l’obiettivo principale del lavoro del Grafico, ovvero quello di scaturire emozioni nell’osservatore. Ciò che è stato più sorprendente nei lavori di questi grafici è appunto la loro volontà di andare oltre gli schemi imposti ai loro tempi sul loro lavoro, ma che nonostante questo hanno funzionato e che ancora oggi vengono ricordati.

    Rispondi
  38. Giorgia Verdini   5 Aprile 2021 at 14:33

    Leggendo l’articolo, quello che lega questi tre artisti sono le emozioni, far scaturire nel fruitore delle emozioni, distaccandosi dall’idea che il graphic design serva solo a vendere, andare oltre le “linee guida” del graphic design […]”privilegiando la chiarezza, la linearità dell’orchestrazione lineare dei segni sincretici, la simmetria tra forme e figure etc.”
    Questi tre graphic designer sono un po’ dei “fuori legge” che sono riusciti a scrivere una nuova pagina del graphic deisgn.

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.