Paesaggi, donne e cannibali: conversazione con Luca Bracali

Paesaggi, donne e cannibali: conversazione con Luca Bracali

MONDO – Una conversazione con Luca Bracali, grande fotografo, talentuoso regista di documentari, ma soprattutto un autore e artista innamorato delle bellezze del pianeta terra

Oliviero Toscani, prima di lasciarci, sottolineò con parole chiare e distinte la specificità della fotografia rispetto le altre forme di comunicazione visiva scrivendo che era il “silenzio” di una foto a renderla non solo diversa ma superiore ai video, alle immagini televisive e persino al cinema. Credo che Luca Bracali sarebbe d’accordo solo a metà. Va bene il “silenzio” ma un buon testo, una musica efficace, mixati con maestria in un documentario, rendono esponenziale l’ingaggio emotivo delle immagini, generando dal di dentro del fruitore, una partecipazione estetica ed etica veramente vissuta. Forse è per questo che con la maturità artistica, Luca è diventato un talentuoso regista. Eppure, sono le sue fotografie al centro dei suoi progetti, dei suoi reportage che poi diventeranno anche dei docu-film. Credo dipenda dalla sua particolare sensibilità visiva che funziona come la messa in regola del perfetto punto di vista (relativamente alle fonti luminose, all’intrico di un paesaggio wild, alla fisionomica di un volto, di un corpo, animale o essere umano, per lui non fa differenza). In un mondo segnato da imperfezioni Bracali è alla costante ricerca della foto perfetta. È un uomo intelligente e quindi sa benissimo che la perfezione è una nostra idea che eccede la realtà delle cose. Tuttavia ne ha fatto la bussola inconscia che provvede di una direzione la sua ricerca. Credo che dipenda dal fatto che per lui fotografare è un atto d’amore e non solo un esercizio di tecnica o una professione. Perché ho maturato nei suoi confronti questi pensieri? Rispondo alla domanda raccontandovi una storia. Anni or sono andammo insieme alle Isole Vergini Americane. Io ero stato invitato come direttore di una lussuosa rivista che magnificava luoghi turistici; lui perché era semplicemente Luca Bracali, fotografo che stava scalando le classifiche della notorietà. Un giorno, su sua esplicita richiesta, i nostri accompagnatori ci fecero accedere alla parte dell’isola di S.John proibita ai turisti per preservarne l’integrità. Conoscevo il suo interesse per gli animali in libertà ma non riuscivo a farmi un’idea di quale mostriciattolo volesse fotografare, forse qualche topastro gigante…Cos’altro poteva essere evoluto su quell’isola? Pensai. E invece si trattava di tartarughe speciali che vivevano e si riproducevano tra i fondali del mare in prossimità della spiaggia. Lo vidi dunque indossare l’attrezzatura, assicurarsi della presa della macchina fotografica, inquietante per dimensioni, per poi immergersi e scomparire nell’acqua. Dopo una ventina di minuti riemerse e senza prestare attenzione ad altro, lo vidi cominciare a guardare il risultato delle riprese. Mi avvicinai e gli chiesi: come è andata? Mare magnifico, tantissime tartarughe…dai, fai un’immersione anche tu! rispose. Non ci penso neanche – dissi – nuotare con bestie di 150 kg vicine, provviste di un becco che assomiglia a un piccone non fa parte dei miei programmi. Ma non mi ascoltava più e dopo qualche minuto tornò ad immergersi. E poi ancora una volta e un’altra ancora. Allora mi allontanai verso l’interno per andare a cercare i resti di una piantagione olandese del ‘600, distrutta da una rivolta degli schiavi. Rimasi a fantasticare su ciò che era rimasto per alcune ore…gli olandesi portavano schiavi dall’Africa per coltivare i terreni delle isole caraibiche che avevano conquistato ed erano famosi per la loro crudeltà. La ribellione a tanta brutalità mi appariva quasi scontata. Ma doveva essersi risolta in un traumatico massacro. Questo mi suggerivano quelle rovine e il fatto che gli olandesi abbandonarono le piantagioni di S.John, trasferendole nella vicina isola di S.Thomas. Nel frattempo il sole era quasi perpendicolare al mio sofferente capoccione…Cazzo! pensai, sono rimasto troppo…mi staranno aspettando da un po’. E feci una corsa per tornare in spiaggia giusto in tempo per vedere Luca ancora una volta immergersi con una intensità sconcertante. Ma quante volte é andato giù, chiesi alla nostra paziente accompagnatrice; ho perso il conto, mi rispose rassegnata. Passavano le ore e il su e giù continuava. A un certo punto sovrastato dal caldo mi sdraiai sotto un albero e mi appisolai. Mi svegliò Luca con un tenero calcetto nel culo…Forza alzati, è arrivata la barca che ci riporta a S. Croix, disse con il volto sorridente. Era quasi il tramonto, l’accompagnatrice era distrutta e io volevo solo aria condizionata, un letto, qualcosa di molto freddo da bere, lui invece appariva come un flaneur di ritorno da una interessante passeggiata…per un attimo l’ho odiato. Dopo aver cenato gli chiesi di farmi vedere le immagini. Erano incredibili, immersione dopo immersione era riuscito a farsi accettare dalla comunità di tartarughe e le aveva ripetutamente fotografate senza che esse tradissero il minimo disagio. Quella notte riflettendo sugli esiti di quell’esperienza cominciai a comprendere cosa rende un fotografo naturalista un grande interprete della sua professione: coraggio, spirito di sacrificio e volontà di perfezione.

Forse queste qualità o virtù non sono sufficienti per ottenere una foto perfetta. Allenamento, tecnica, conoscenza del mezzo, cultura visiva sono certo fondamentali. Ma senza le prime, pensai tra me e me prima di dormire, un reportage non avrebbe potuto avere l’aura di autenticità che a mio avviso rappresenta il dono più grande che un reporter può offrire ai fruitori della sua testimonianza.

Ho voluto raccontarvi questa storia perché conosco Luca e vi dico che non è uomo da autoincensarsi. Le sue foto sono quasi sempre gravide di una bellezza tale da renderle leggere, facili da incorporare in una emozione; ma non ci dicono nulla dei sacrifici necessari per ottenerle. La foto di reportage naturalistico in ambienti selvaggi è un’avventura dello sguardo sorretta da una passione cioè da un patire del corpo del fotografo quasi sempre rimossa dalle analisi critiche, fatalmente catalizzate dalla forma e dal contenuto delle immagini. Spero veramente che in certi passaggi della conversazione che state per leggere, seppur di traverso e con parole incerte, la facciano emergere.

Luca Bracali

Ci conosciamo da tanto tempo ma non ho mai avuto l’impertinenza di chiederti se ti ricordi la prima foto che hai scattato con una certa consapevolezza…

Sì, è una domanda un po’ strana. Però posso dirti che la ricordo benissimo. Avevo sei anni e chiesi a mio zio, appassionato amatore che possedeva 3 fotocamere, se potevo scattargli una foto. Lui mi rispose divertito di no, perché a suo avviso non potevo sapere come fare per evitare di farla sfuocata. Io puntai i piedi e insistetti avendola vinta. Però aveva ragione, l’immagine venne un po’ mossa; ma fu la mia prima foto intenzionale e posso dirti che a distanza di anni, dopo averla ritrovata, la custodisco ancora oggi come qualcosa di prezioso. Per me è un ricordo meraviglioso forse perché prefigura ciò che sono diventato…

Vuoi dire che ora la osservi come un segno del tuo destino? Ma non era sfuocata?

Sì certo. Ma avevo sei anni. Non credo ci siano tanti fotografi in circolazione che possano ancorare le origini del loro mestiere a quell’età. Per me quella foto leggermente sfuocata è una reliquia e al tempo stesso una premonizione. In realtà, i primi rudimenti di pratica fotografica li ho appresi grazie al prof. Cornelio Bisello, mio maestro di vita e tuttologo con 12 lauree, che mi regalò una fotocamera di ottima qualità e soprattutto mi iniziò ai segreti della camera oscura. Così feci i miei primi paesaggi, ritratti e still-life, imparando progressivamente a padroneggiare l’intero processo dell’atto fotografico, dalla concezione al momento dello scatto fino all’esperienza magica in cui dalle emulsioni chimiche emerge la particolare realtà narrata da una immagine.

E aldilà della camera oscura, secondo la tua opinione cosa hai imparato in questa specie di apprendistato che hai descritto?

Ho imparato che scattare foto non ti fa essere un fotografo. L’atto fotografico è un processo che comincia nella mente e poi raggiunge la sua calibratura attraverso la regolazione del corpo del fotografo…Non solo dell’occhio, ma il respiro i gesti i movimenti che modulano il punto di vista in funzione della luce…

Fammi capire bene…Per te “essere un fotografo” è in realtà un “processo”. In altre parole l’identità non ha a che fare con ciò che i filosofi chiamano “essenze”, ma è presa in un costante divenire. In altre parole tra Parmenide ed Eraclito scegli il secondo…

In un certo senso, con ogni fotografia metti in gioco te stesso; ogni reportage ti cambia e questo significa aprirsi al mondo e vivere nel tempo, il tuo tempo e quello delle cose e persone che ti circondano; anche se poi fai di tutto per interromperne il flusso per trasformarlo in una immagine che a questo punto è sia fuori che dentro al tempo. Sì, credo che sentirsi un soggetto in processo aiuti a sintonizzarsi con la realtà…

Luca Bracali

Se ben ricordo, sei diventato un fotografo professionale molto giovane…

La mia prima foto professionale l’ho scattata nell’85 e fu presentata da una rivista provinciale, Cronosport. Poi ho pubblicato su un magazine regionale e infine approdai a Rombo, una rivista distribuita a livello nazionale. Insomma, ero riuscito a farmi una reputazione nel mondo dei motori e delle competizioni di quel settore compresa la Formula 1. All’inizio non ero retribuito, ma volevo a tutti i costi fare della fotografia un lavoro e devo dire di esserci riuscito senza troppi sacrifici. A quel tempo, ma forse ancora oggi, in molti pensavano che le foto sportive di moto e auto fossero tutto sommato scontate se si utilizzava la macchina fotografica giusta. Non è così e pur ammettendo l’importanza della tecnologia, cogliere prospettiva e momento richiede abilità e maestria.

Hai ragione, scattare foto di qualità nel contesto motoristico e sportivo richiede un elevato controllo del mezzo fotografico e con la situazione del momento, una maestria che non andrebbe banalizzata…Tra l’altro, mi permetto di aggiungere che fu proprio un fotoreporter sportivo, Martin Munkacsi, negli anni trenta del ‘900 a rivoluzionare la foto di moda, contribuendo a creare un nuovo paradigma della bellezza fotografica…

Sì è vero, il mondo dei motori mi ha addestrato a diventare una cosa sola con la macchina fotografica e ad accelerare l’interazione tra mente e atto fotografico. Quella fase della mia vita di fotografo è stata un’esperienza importante. Poi, oltre alle manifestazioni sportive, ho cominciato a viaggiare con auto da incapsulare in contesti scenografici d’eccezione che avevo il privilegio di scegliere e questo ha fatto maturare dentro di me la passione che ho sempre avuto per i luoghi naturali animati da una bellezza rara…

Mi stai dicendo che la foto promozionale dell’auto contestualizzata ti ha portato a scoprire l’importanza per la tua sensibilità dell’ambiente naturale e del viaggio?

Più o meno è andata così. Viaggiare, scoprire la bellezza della natura è diventata prima una passione e poi quasi una missione, soprattutto a partire dal momento in cui ho capito che stavamo perdendo questa bellezza. Spesso non riuscivo a coprire le spese dei reportage e ho dovuto chiedere aiuto ai miei genitori. Ma mi sentivo e volevo essere un fotografo professionale e ho tenuto duro. Quando ho cominciato a pubblicare i miei libri e sono iniziate le mie collaborazioni con la televisione tutto è cambiato e finalmente ho raggiunto quella sicurezza economica che ti fa capire quanto essere fotografo possa divenire qualcosa di diverso da una mera professione…

Vuoi dire che a un certo punto hai deciso che il denaro era condizione necessaria ma non sufficiente per ciò che ti sentivi di essere?

Proprio così. La mia professione è costosa e sono indispensabili sponsor e commissioni serie. Un reportage in qualunque paese del mondo richiede organizzazione e un calcolo preciso dei costi e dei rischi. Ma io a un certo punto, mi sono sentito un autore e questa è una dimensione che va aldilà di qualsiasi retribuzione. Prima ho citato il prof. Bisello che mi ha aiutato moltissimo dai 15 ai 18 anni. Posso aggiungere che dopo ho frequentato un corso con il fotografo Franco Villani che indubbiamente mi fu molto utile per scattare foto nelle competizioni motoristiche. Ma con il senno di poi riconosco che la mia vera ispirazione l’ho sempre maturata a partire dal confronto con l’arte. Io credo che dentro di me ci fosse certo il desiderio di essere un fotografo bravo a soddisfare i clienti, ma anche qualcosa di più profondo, di più ineffabile e nascosto…Non trovo una parola migliore di “autore” per definire non una ambizione ma un modo di essere fotografo divenuto per me dominante…

Luca Bracali

Cosa intendi quando parli di arte?

Ti faccio un esempio. Quando ho cominciato seriamente a fare ritratti riflettendo sugli esiti del mio lavoro ho scoperto che avevo modulato luci e colori ispirandomi a Van Eyck, pittore fiammingo del ‘3/400 grande esperto dell’effetto luce, e di certo non era un caso dal momento che si trattava di uno dei miei artisti preferiti. In altre mie immagini risultava evidente il debito con il Caravaggio, altro pittore che con tagli di luce mai visti prima, ha rinnovato la scena artistica del suo tempo, Potrei continuare a lungo con le influenze artistiche riscontrabili nelle mie foto. Ma credo sia più importante dire qualcosa sulla visione olistica implicita in questi continui “prestiti” che posso sintetizzare con queste parole: l’arte, la grande arte voglio dire, mi ha insegnato a vedere meglio il mondo nel quale mi immergo per estrarne dei momenti che per me sono delle epifanie dello sguardo. Non basta guardare e poi scattare. Se vuoi essere un autore devi imparare a vedere…

Il grande Ernst Gombrich sosteneva che le informazioni trasmesse dai nostri occhi al cervello sono così varie e molteplici che ne rimarremmo immediatamente sommersi se dovessimo prestare attenzione a tutti i messaggi che ci provengono dall’esterno. Da ciò discende che la nostra percezione deve sempre essere selettiva. Imparare a vedere significa dunque affinare i modi di selezionare l’eterogeneità dei percetti e tu hai appena detto che è stato l’occhio degli artisti citati ad averti aiutato ad osservare il mondo dal punto di vista autoriale…Sei d’accordo?

Sì lo sono, perché credo che esistano le scoperte visive e che non tutti vedano le stesse cose. L’occhio dell’artista come quello del fotografo non nascono per caso. Richiedono un lungo allenamento. Un autore deve acquisire sensibilità visiva per l’infinità varietà delle manifestazioni luminose causate dalla luce naturale o artificiale. Per quanto mi riguarda, riconosco che i miei interessi per i grandi pittori mi hanno aiutato a trovare la mia luce, i miei colori e contrasti…Ma oltre ai pittori, nel corso del tempo sono rimasto colpito e ho studiato le opere di grandi fotografi, per esempio, Salgado, per me il numero 1 al mondo senza discussioni; e poi Steve McCurry, amato e criticato, ma per quanto mi riguarda sicuramente un maestro e fonte di ispirazione nei ritratti. Per esempio, nel mio libro sulla Birmania la foto in copertina l’ho scattata con ben chiara nella mente quella che vidi in una della innumerevoli mostre dedicate a questo grande fotografo…

Le prime tue foto che ho apprezzato sono quelle che hai pubblicato nel tuo libro “Sos pianeta terra”. Una narrazione per immagini impressionante sia per la bellezza degli scatti e sia per il messaggio trasmesso. Un modo di presentare le criticità ecologiche che ho vissuto come qualcosa di nuovo…

Beh! Non mi piace nascondermi e anche se rischio di apparire presuntuoso, sostengo di essere stato uno dei primi fotografi al mondo ad interessarmi con coerenza e dedizione continua alla “sostenibilità”. Perché ho dedicato gran parte delle mie energie e risorse a un soggetto che vent’anni fa non era certo popolare come oggi? Semplicemente perché sono animato da un amore sfegatato per il pianeta nel quale viviamo. Non riuscivo a capire la mancanza di rispetto dei più per l’ambiente. Ero incredulo per i continui oltraggi con i quali ci relazioniamo all’unico mondo nel quale possiamo vivere. A voler essere precisi ho sviluppato la mia coscienza Green nel 2004 quando mi recai in Antartide per capire cosa fosse il buco dell’ ozono scoperto nel 1985 da Joe Farman, Brian Gardiner e Jon Shanklin, scienziati del British Antartic Survey operativi presso la Halley Research Station costruita sulla remota piattaforma di ghiaccio Bruno in Antartide per l’appunto. Successivamente nel 2006 mi sono recato nell’Artico per la prima volta, prendendone contatto e da lì nacque il mio amore per questa regione così sensibile ai cambiamenti climatici. Nel 2008 ho progettato Artic Sun on My Path, ispirato dal titolo di un libro del mitico esploratore norvegese Knut Knutsen, che consisteva nella traversata fra Canada e Alaska per documentare la migrazione degli orsi polari, l’aurora boreale, la vita degli Inuit e soprattutto per testimoniare i danni del Warm warming. Nel 2009 ho raggiunto il Polo Nord sugli sci, ebbene durante tutti questi viaggi ho intervistato e fotografato coraggiosi scienziati di tutto il mondo che stanno dedicando la loro vita per conoscere le criticità causate dall’homo economicus al pianeta, con la speranza che il linguaggio fotografico facesse diventare tra la gente più reali i messaggi che grazie alle loro ricerche a mio avviso rappresentano la verità sul rapporto uomo-ambiente. Sono fiero di aver dedicato molti libri al Pianeta Terra, 5 cartacei e uno digitale. Rispetto alla grandiosità del problema sono una piccola cosa, me ne rendo conto. Ma ho riscontrato tra le persone che vedevano le mie foto eco in mostre e libri, una partecipazione a volte calorosa, quasi sempre reverente, che mi fa sperare che non tutto è perduto. Insomma, ho cercato di dare il mio contributo per focalizzare tra la gente la più grande tragedia del nostro tempo che reputo essere il riscaldamento globale, mettendo a frutto il rapporto diretto con la natura offertomi dalla fotografia che senza esagerare posso definire entrambi come i miei due amori incondizionati. In realtà una immagine spiega ben poco della problematica complessa che chiamiamo sostenibilità. Però si rivela un mezzo molto efficace per focalizzare l’attenzione e dare consistenza alla sensibilità della gente. Il messaggio delle mie immagini può essere compreso da tutti e nessuna persona di buon senso può dirsi veramente indifferente a ciò che ho documentato. Ti faccio solo un esempio. Nel 2017 mi fu offerta la possibilità di allestire nell’edificio del Parlamento Europeo a Bruxelles, una mostra di ventisette mie foto a tema ecologico, probabilmente l’evento più importante che ha avuto come protagoniste le mie immagini. Feci anche una conferenza sulla sostenibilità vista da un fotoreporter. Rimasi stupito dalla grande attenzione che mi fu riservata da una moltitudine di parlamentari e funzionari. Sembrava quasi che conoscessero dal di dentro il problema solo grazie alle immagini. Forse esagero ma credo veramente che attraverso certe immagini si possano accendere emozioni fondamentali per dare consistenza a programmi etici.

Luca Bracali

Vuoi forse dire che il potere della fotografia per come è fatta la nostra mente, è di sentire una situazione, un fatto veramente  reale solo dopo averle viste in una foto? 

Per molte persone è senz’altro così! Emotivamente prendono contatto con la realtà dopo averla vista in una foto o in un video. Ecco perché ho capito subito la responsabilità che noi fotografi abbiamo per rendere consapevoli le persone sugli effetti del cambiamento climatico. Se non si attiva la sensibilità vincono l’indifferenza, gli interessi personali, le cattive abitudini. E le buone immagini sono la chiave più potente che conosco per aprire la porta stretta della sensibilità della gente.

Non tutte le immagini hanno questo potere suppongo. Dalle tue scelte intuisco che sono utili soprattutto quelle che etichettiamo facendo riferimento al genere reportage. Quando hai cominciato a privilegiarle?

In effetti ho fatto del genere reportage naturalista lo scopo della mia vita come fotografo. Per quanto mi riguarda divido questa tipologia di foto in tre sottogeneri ovvero i paesaggi, animali in libertà, e ritratti di soggetti umani….Ma non persone a caso…Io adoro soprattutto riprendere i rappresentanti delle ultime etnie della terra, popolazioni che hanno una storia da raccontare e tra un po’ non lo potranno più fare, perché saranno estinti. Mi vengono in mente, tra i miei reportage umanistici più importanti le cui foto furono pubblicate anche da National Geographic, gli Uomini Renna che vivono in Mongolia, ai confini con la Siberia: ne sono rimasti poco più di 200 e hanno una storia meravigliosa. Ho vissuto con loro in un piccolo villaggio e ho potuto ascoltarli, osservarli e ovviamente fotografarli e intervistarli senza essere vissuto come un estraneo. Gli Uomini Renna vivono in simbiosi con il gregge che seguono spostandosi da un territorio all’altro. Tutta la loro vita simbolica ruota intorno alle leggende nate dal rapporto di stretta contiguità uomo-animale. Ricordo che dopo pochi mesi dalla pubblicazione del mio reportage su National Geographic anche il grande Steve McCurry andò a fotografarli nello stesso villaggio. Lui però ci arrivò in elicottero mentre io feci 9 ore su un fuoristrada e altre 4.5 ore a cavallo. Sempre in Mongolia mi piace ricordare anche i Cacciatori con le aquile, un popolo fiero e bellicoso, erede delle tribù di Gengis Khan che ancora oggi cacciano usando aquile come strumento per catturare la selvaggina…Sottraggono dai nidi gli aquilotti di pochi giorni mentre mamma aquila è a cercare cibo, li addestrano ad accoppare le prede e dopo 9 anni, a metà della loro vita, li rimettono in libertà affinché possano riprodursi senza interferenze umane. Altre etnie che mi hanno affascinato sono quelle della Valle dell’Omo in Etiopia come i Surma, gli Hamer, i Benna i Karo e i Mursi che in origine derivano dai Masai in Kenya. Per noi occidentali sono bizzarri per via dei loro piatti labiali, inseriti dopo essersi tolti i denti anteriori. Anche gli Hamer hanno usi e tradizioni per noi strane: frustano le donne però prima di farlo devono sposarle dando alle loro famiglie 38 vacche e un Kalashnikov. Per continuare questa lista posso aggiungere che ho documentato le donne Himba e Herrero in Namibia; in Birmania invece ho fotografato le donne Kayan o giraffa, chiamate così per tutti quei monili che si mettono al collo per allungarlo, invece nella regione M’rauku mi hanno commosso le donne Chin che per non essere violentate da principi e signorotti locali si facevano escoriare la faccia, oltraggiando la propria bellezza e passando intere giornate in preda a dolorosissime febbri, riuscendo a mangiare solo attraverso cannucce. Con questi tatuaggi diventavano brutte ma salvavano la propria integrità. Sono fiero anche del reportage fatto in Vietnam, paese nel quale si trovano ben 56 gruppi etnici, dal momento che sono riuscito a fotografare gran parte di essi. Ma forse lo scatto che oggi ricordo con più soddisfazione è quello che ho fatto nel 2001 all’ultimo cannibale vivente nell’isola di Papua Nuova Guinea; qualche anno dopo, nel 2017, fotografai l’ultimo cannibale vivente in Irian Jaya o West Papua. Il primo servizio fu pubblicato da l’Espresso, gli ultimi scatti del 2017 furono pubblicati come veri e propri scoop da National Geographic…

Luca Bracali

Luca Bracali

Come ci sei riuscito, non avevi paura! Mi riferisco ai cannibali ovviamente…

Durante il reportage in West Papua mi raccontarono di questo cannibale ancora in vita che viveva isolato nella foresta. Pare che fosse tra quelli più efferati. Tra me e me pensavo fosse una leggenda per turisti. Tuttavia presi una guida e, senza contarci troppo, lo andai cercare. Dopo svariate ore di ricerca all’improvviso il mio accompagnatore sì fermo ed entrò in una baracca in mezzo alla foresta ai margini di un villaggio. Dopo essere entrato lui per primo ci fece cenno di seguirlo ed in un attimo mi comparve di fronte  l’uomo con lo sguardo più feroce che io abbia mai incontrato. Probabilmente fu lui a trovarci e ad essere il più incuriosito. Infatti, pur scrutandoci con sguardo attento non sembrava a disagio e dopo qualche convenevole cominciò a raccontarmi la sua incredibile storia, di come uccidesse i suoi nemici per poi mangiarli con gusto, ritenendo che la loro carne fosse simile come gusto a quella del maialeNonostante la situazione ed il personaggio che avevo davanti ammetto di essermi sentito proprio a mio agio e piuttosto sereno, tuttavia cercai di scattare immagini che potessero raccontare una storia. Visti gli esiti credo di esserci riuscito. Comunque in generale mi sento di poter dire che chi pratica reportage deve imparare a convivere con paure e timori. La natura vera, wild, selvaggia non fa sconti a nessuno. Se vuoi documentare forme e modi di vita lontani dalle tue abitudini devi imparare a diventare empatico, umile e per certi versi invisibile…

Hai detto che nei tuoi reportage trovano sempre posto gli animali…Immagino anche i più pericolosi. Penso che sia un lavoro fotografico del tutto particolare rispetto agli altri sottogeneri della foto naturalista o umanistica che prima hai ricordato…

Sì, durante i miei viaggi ho fotografato animali di tutte le latitudini, dall’artico all’Antartide, dalla giungla alla savana, dai monti alle steppe. La differenza che passa tra fotografare un paesaggio e lo scatto a un animale in assoluta libertà è veramente molto grande. Il paesaggio non scappa, quando lo scopri non si nasconde, ti meraviglia, ti lascia senza fiato ma non ti attacca, ti concede il tempo di riflettere, scegliere con cura il punto di vista. Con la giusta pazienza puoi riuscire a sintonizzare ciò che senti nel cuore con la bellezza davanti ai tuoi occhi. Niente di tutto questo quando incontri animali nel loro ambiente naturale. Gli animali sono imprevedibili, incorruttibili, non è che puoi dargli un dolcetto e farli sorridere. Devi appostarti, nasconderti, attendere ore e ore se vuoi una foto autentica e di qualità. Posso farti due esempi. Il primo lo definirei la foto in assoluto più difficile: in Artide aspettai quasi 6 ore che due cuccioli di orso polare si svegliassero, per riprenderli, usciti dalla tana, mentre giocherellavano con mamma orsa. Tutto questo a una temperatura di 54 gradi sotto zero. Un’altra storia bellissima l’ho vissuta nella savana quando mi sono imbattuto in mamma ghepardo con i suoi 6 cuccioli di due mesi. La mia bravissima guida mi disse che si trattava di un evento straordinario perché è difficilissimo incontrare tanti piccoli ghepardi dal momento che gran parte di loro vengono sbranati quasi subito dalle iene. Per una settimana li ho seguiti dalle 6,30 del mattino alle 18 della sera, per ore immobile in condizioni climatiche estreme per il caldo e l’umidità. Fu un reportage difficilissimo e memorabile, premiato dalla pubblicazione su National Geographic…

A un certo punto della tua carriera hai cominciato a fondere le tue competenze fotografiche con la produzione di documentari per la televisione. Da quel che ho visto le tue riprese video sono incredibilmente belle. Sembra proprio che questa svolta sia avvenuta nel segno della continuità di stile. Poi parlarcene? 

Sono diventato un regista nel 2011 quando Rai 1 mi chiamò per configurare brevi servizi per un programma che si chiamava Easy Rider. Poi sono emigrato su Rai 2 e ho lavorato per TG 2 Storie, per il quale raccontavo semplicemente i miei viaggi del periodo. Infine sono approdato su Rai 3 per collaborare con il programma Kilimangiaro producendo veri e propri documentari televisivi. 

Durante questa transizione ho trovato di grande aiuto tutto ciò che avevo appreso in decenni di dedizione al linguaggio fotografico. Un bravo fotografo può diventare un ottimo videomaker, viceversa chi parte realizzando video senza competenze fotografiche gli mancherà sempre qualcosa. L’occhio fotografico è fondamentale per un regista di ogni genere di documentari. Insomma, la fotografia mi ha aiutato tantissimo. I miei primi servizi video furono visti da importanti autori e tutti mi dissero che il mio occhio fotografico era un valore aggiunto di grande impatto. Ma tuttavia devo aggiungere che questi due linguaggi, foto e video, pur essendo, secondo determinati rispetti, simili, dal punto di vista operativo sono totalmente differenti. Con la fotografia è il carpe diem che fa la differenza, cioè devi fermare il momento in cui senti/vedi qualcosa che ti punge perché ci annusi una possibile storia. Il video invece è tutto una storia che in modo continuo si distende lungo lo sviluppo di un racconto che realizzi utilizzando un apparato strumentale più complesso: telecamere tradizionali, Action cam per le riprese più dinamiche, i droni…Per non parlare dell’importanza di un testo a supporto delle immagini e del ruolo fondamentale della musica. C’è chi dice, esagerando un po’, che in un docufilm l’impatto della musica vale il 50% della sua efficacia. Piuttosto io penso che sia il montaggio la chiave di volta per trasformare il mix di immagini, contenuti narrativi, musica di un video in qualcosa di veramente potente, capace di trascinare lo spettatore dentro la storia. Il lavoro che sta dietro a un documentario fatto secondo i miei standard è molto più composito e complicato rispetto a quello che metto in pratica nei miei reportage…

…Talmente complicato che oggi si immagina che gli algoritmi generativi dell’intelligenza artificiale possano arrivare in tempi brevi a svolgere questo lavoro meglio degli esseri umani. Come già succede con le immagini fotografiche, del resto…Cosa ne pensi? Sei preoccupato degli esiti di questa rivoluzione in atto? 

L’intelligenza artificiale sta avendo una crescita iperbolica. Come posso negarlo? Per quanto mi riguarda la vidi partire alla grande qualche anno fa quando vidi premiata ad un importante concorso fotografico una immagine che si scoprì poi fosse realizzata con algoritmi intelligenti. Rimasi colpito dal fatto che in giuria nessuno si accorse che quella foto era totalmente fake. In quel preciso momento pensai che sarebbe presto venuto il giorno in cui l’intelligenza artificiale ci avrebbe sovrastato creando immagini talmente false da risultare più vere del vero, generando in tutti noi una situazione di completo imbarazzo nel giudizio su di esse. Per la fotografia come sinora l’abbiamo conosciuta avrà dunque un impatto totalmente negativo. Penso ad esempio al dilagare dei selfie: apparentemente un modo simpatico per l’aggregazione dei giovani ma il loro dilagare sui social impoverisce la fotografia intesa come ricerca dell’immagine qualitativa, esemplare, significativa. Ricordo che due eroi culturali del calibro di Ferdinando Scianna e il citato Sebastiao Salgado, una decina di anni fa, osservando l’accelerazione del digitale e i comportamenti indotti, già dichiaravano che la fotografia era morta. Avevano ragione, il digitale ci ha riempiti di immagini fatte senza alcun sforzo, erodendo la valenza del secolare canone qualitativo e artistico costruito da generazioni di grandi fotografi. La mercificazione delle immagini è divenuta devastante e apparentemente inarrestabile. Cosa sopravviverà del linguaggio fotografico del passato? Io credo che sia la foto d’autore l’ultima linea di resistenza dell’intelligenza umana agli attacchi degli algoritmi generativi supportati dal sonnambulismo degli internauti divenuti marionette nelle mani di pochi arcimiliardari. 

A proposito di foto d’autore, tu hai pubblicato una ventina di libri e le tue immagini si sono viste in un numero impressionante di mostre. Immagino che entrambe siano state esperienze importanti per scoprire dimensioni di te stesso che forse all’inizio della carriera ti erano sconosciute…d’altronde in un mondo nel quale sono le immagini a certificare la realtà percepita, chi più di un autore supportato da libri e mostre può ambire a catturare l’interesse della gente? 

Indubbiamente ogni libro e ogni mostra che faccio rappresentano ulteriori gradini della mia avventurosa esperienza come autore. E malgrado le considerazioni sul digitale sviluppate nella risposta alla precedente domanda, dobbiamo prendere atto che il linguaggio della fotografia continua ad essere amato da tutti. Insomma, continua ad esserci un grande interesse in tutto il mondo sviluppato riguardo a contenuti veicolati attraverso immagini. Autori come il citato Steve McCurry stanno facendo mostre ovunque. Devo dire che anch’io a volte faccio fatica a stare al passo con le richieste di mostre o inviti ad eventi che mi riguardano. Ma ciò che trovo strabiliante è la partecipazione e la prolificazione di concorsi fotografici di ogni genere. C’è ne sono ovunque nel mondo con un livello adesione altissimo. Sono stato per anni nella giuria di uno dei più importanti contest fotografici al mondo, il SIPA o Siena Awards, concorso dedicato alla fotografia di ogni genere e l’ho visto in pochissimo tempo trasformarsi in un evento mondiale con migliaia e migliaia di immagini provenienti da Paesi di tutti i continenti. Mi ha colpito il fatto che in molte di esse la fantasia sovrastava nettamente la realtà. La mia sensazione è che con un digitale sempre più aggressivo “essere creativi” sia divenuto più importante di “essere autori”. Questi eccessi manipolativi accentuati dal digitale fanno evaporare il problema del bilanciamento tra impulso creativo e un’autorialità eticamente rispettosa del reale, che ha rappresentato la conquista più importante dei fotografi della mia generazione. Quindi da un lato il potere evocativo della fotografia sembra ben saldo dal momento che con gli smartphone attuali tutti si sentono in grado di fare foto sempre più perfette. Ma dall’altro lato vediamo un reale fatto a pezzi dall’ansia di essere creativi e dalle foto fake ottenute con gli algoritmi intelligenti. 

Mi hai sempre detto che una fotografia (o un docu-film) comincia molto prima del clic o del ciak. Ne abbiamo parlato troppo velocemente all’inizio della nostra conversazione. Puoi aggiungere qualche parola?

Ti confermo che è proprio così: una fotografia comincia prima del clic perché se vuoi la qualità, la veridicità, una buona storia non puoi affidarti al caso, allo scatto rubato, alla fortuna, Può capitare di cogliere il momento decisivo senza nessuna preparazione o sforzo, ma credo che sia più che altro un mito. Per me il grande fotografo ha già tutto nella testa prima di scattare. Non dico che ne abbia sempre piena consapevolezza. Con l’esperienza e la pratica le fasi del processo che implicano l’interazione tra la mente e l’atto di scattare possono benissimo funzionare al di sotto della coscienza, per cui visto dal di fuori, il fotografo sembra agire con leggerezza come ispirato da qualcosa che vede solo lui. In realtà per arrivare a questa leggerezza occorre tanto lavoro, migliaia e migliaia di scatti su quali riflettere. Questo ragionamento vale sia per il linguaggio fotografico e sia per i documentari. I miei reportage e i miei video presuppongono sempre studi preliminari a volte impegnativi come la fase della loro realizzazione. Naturalmente nel bel mezzo di un reportage o durante la regia di un documentario si incontrano problemi imprevedibili che ti obbligano a prendere decisioni poco ponderate. Eppure sono convinto che anche quando sono costretto ad improvvisare, il modo in cui velocemente resetto le cognizioni di partenza risolvendo un problema, dipendono da intuizioni che non galleggiano nel vuoto, bensì si appoggiano ad un training maturato in ore e ore di pratica. L’episodio si può improvvisare a patto che la storia tu l’abbia già scritta nella testa. Se sono impegnato in un reportage naturalistico so che devo esplorare il territorio alla ricerca di luoghi conformi al progetto, devo studiarne la luce, i momenti nei quali li sento carichi di energia, di bellezza. Se sono alla ricerca di foto umanistiche o ritratti, devo conoscere la popolazione in oggetto, osservare le fisionomiche tipiche di un popolo, entrarci in contatto conoscendone riti, modi di essere … Uno scatto veritiero capace di evocare la sua specifica storia non lo si improvvisa. Ecco perché la foto riuscita, efficace, bella implica sempre una pratica autoriale e i veri fotografi per me sono degli artisti.

Molto suggestivo quello che dici. E lo considero importante per chi ama veramente raccontare ciò che ci circonda con una foto o un video. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Quali nuovi viaggi stati studiando? Quali libri?

Una volta pensavo che raggiunti i sessant’anni tutte le mie passioni si sarebbero progressivamente spente. Ora che ci sono arrivato ho scoperto che non è così. Sento piuttosto come tutto sia in evoluzione. Sta per uscire il mio ventunesimo libro che verrà presentato il 20 di novembre ma al tempo stesso ho già il ventiduesimo nella mia testa. Non voglio rivelare l’argomento per il piacere di sorprendere chi mi segue. Posso solo anticipare che sarà edito dal prestigioso Istituto Militare di Firenze col quale ho in passato già pubblicato “Terra. Una fragile bellezza”. Mi é stata richiesta una mostra che racconti in qualche decina di immagini le bellezze del mondo, ovviamente sempre dal mio punto di vista naturalistico e antropologico. Di sicuro continuerò a proporre reportage e documentari dei paesi che andrò a visitare. Sono già stato in 160 nazioni e non ho nessuna intenzione di fermarmi. Ci tengo a sottolineare che in molti viaggi porto con me persone aggregate alla mia scuola di fotografia. Come ho già detto lo studium o il pensare alla foto che vuoi scattare è importantissimo così come lo è capire che ci sono dimensioni della fotografia o del realizzare un video che si imparano veramente solo facendole. Quest’anno siamo già stati in numerosi paesi. Ad ottobre andremo in Algeria per fotografare un grande deserto nei pressi di Djanet. Infine a Novembre, come oramai faccio da tanti anni, andrò in Canada a fotografare oltre alle aurore boreali meteo permettendo, gli orsi polari, animali pericolosi per l’uomo che ho già ripreso in innumerevoli reportage, ma che non mi stanco di osservare, studiare e ovviamente fotografare. È la specie che con il riscaldamento climatico rischia di più. Da qualche anno li vedo soffrire, sempre più vicini agli insediamenti umani alla ricerca di cibo tanto che i ranger, quando si avvicinano troppo al villaggio di Churchill, li narcotizzano e li mettono in galera per un mese in segno di punizione. Sono animali bellissimi e nel loro ambiente dominano tutte le altre forme di vita. Se con i miei scatti riuscirò ad attirare l’attenzione del pubblico sulla necessità di preservare il loro ecosistema, allora tutte le ore passate sotto zero in prossimità delle loro tane e dei loro spostamenti, saranno state fonte non solo di sofferenza ma anche di gioia.

Le foto che accompagnano l’intervista sono autoscatti realizzati da Luca Bracali in alcuni dei suoi innumerevoli reportage.

La gallery presenta invece una rassegna dei suoi scatti iconici in parte inediti e in parte pubblicati su riviste, libri e in grande formato nelle sue mostre.

Se desiderate vedere alcuni docu-film di Bracali cliccate le parole “talentuoso regista” in grassetto, nella mia breve premessa. Vi troverete esempi a suo tempo messi in onda dalla Rai.

Il ventesimo libro di Luca Bracali in libreria da luglio 2025

 

“Il Nostro Mondo”, di Luca Bracali

I LIBRI di Luca Bracali

  • 2005 Storia Illustrata di Pistoia (Edifir)
  • 2006 I colori del viaggio (Gli Ori)
  • 2009 SOS Pianeta Terra (Electa Mondadori)
  • 2013 A rose is a rose is a rose (Mondadori)
  • 2014 Amor Maris. I miti scolpiti di Alba Gonzales (Arte’m)
  • 2015 Fantasie della terra (Edizioni Zerotre)
  • 2015 Myanmar. The true essence (Edizioni Zerotre)
  • 2016 Pianeta Terra. Un mondo da salvare (Silvana Editoriale)
  • 2016 L’Italia vista da Parigi (ASUD)
  • 2016 Rapa Nui. Genesi di un restauro fra storia, leggende e misteri (Lorenzo de’ Medici Press)
  • 2018 Il respiro della natura 1 Un viaggio dall’Alaska allo Zambia (Silvana Editoriale)
  • 2018 Il respiro della natura 2 Romiti Vivai. La tradizione secolare del vivaio toscano nel mondo (Silvana Editoriale)
  • 2020 Ghiaccio fragile (Giunti editore)
  • 2021 Lockdown a Firenze. Il respiro dell’arte (Edizioni Zerotre)
  • 2021 Lockdown a Roma. Il sorriso della città eterna (Edizioni Zerotre)
  • 2021 Lockdown a Milano. Il suono del silenzio (Edizioni Zerotre)
  • 2021 Lockdown a Venezia. Poggiata sull’acqua, sospesa nella storia (Edizioni Zerotre)
  • 2021 Terra una fragile bellezza – L’obiettivo sul mondo di Luca Bracali (Istituto Geografico Militare Firenze)
  • 2021 The charming of landscapes, the nobilty of art (Giorgio Tesi Editore)
  • 2025 Il nostro mondo (Edizioni Zerotre)
  • 2025 Over the Horizon (Istituto Geografico Militare Firenze) in uscita il 20 novembre 2025

MOSTRE

  • 1992 Ufficio del Turismo APT, Montecatini Terme – “Archetipi del grande nord”
  • 1995 Palazzo Arengario, Milano – “Canon Professione Fotografo”
  • 2003 BZF Vallecchi gallery, Firenze – “Le ragioni del viaggio”
  • 2006 Il Bisonte art gallery, Firenze – “Viaggi e viaggiatori”
  • 2010 Artribù art-house, Roma – “Rifrazioni”
  • 2010 Pinacoteca centrale, Fabriano – “Silenzi, colori e forme della natura”
  • 2010 Photoshow, stand Canson, Roma
  • 2010 Agora art gallery, New York – “Altered states of reality”
  • 2010 Amarillo art gallery, Reggio Emilia – “Incanti di natura”
  • 2010 Fotografia Europea010, Reggio Emilia – “Incanti di natura”
  • 2010 Norweek010, Milano – “Norway. Powered by nature”
  • 2010 Etna Photo Meeting, Catania – “Silenzi, colori e forme della natura”
  • 2010 Pianeta Azzurro, Pietrasanta – “Viaggi reali ed immaginari”
  • 2010 Accademia degli Artisti, Burgas – “The power of imagination: the third eye of the photographer and the creativity of the sculptress. Exhibition of Alba Gonzales and Luca Bracali”
  • 2010 Biblioteca Nazionale SS. Cirillo e Metodio, Sofia – “Viaggi reali ed immaginari”
  • 2011 Pinacoteca San Francesco, Montone (PG) – “1ª Biennale Internazionale”
  • 2011 – Piazza Nettuno Bologna – “Ecosistemi”
  • 2011 – Hotel Roma, Bologna – “Ecosistemi”
  • 2012 – National Art Academy, Kiev – “Ecosistemi”
  • 2012 – Museo Etnografico Leopoli – “Ecosistemi”
  • 2013 – Pinacoteca Kerch – “Ecosistemi”
  • 2013 – Museo di Letteratura Odessa – “Ecosistemi”
  • 2013 – Università Ecologica, Odessa – “Ecosistemi”
  • 2013 – Università statale Mariupol – “Ecosistemi”
  • 2014 – Palazzo Turati, Milano – “Norvegia. Il colore della luce”
  • 2014 – Pianeta Azzurro, Pietrasanta – “Amor Maris. I miti scolpiti”
  • 2014 – Dome of Visions, Copenaghen – “A tribute to Planet Earth”
  • 2014 – Leonardo da Vinci Center, Montreal – “A tribute to Planet Earth” – “Norway. The color of light” – “A rose is a rose is a rose”
  • 2014 – Italian Cultural Institute, New York – “A rose is a rose is a rose”
  • 2014 – Castello Orsini, Avezzano – “Tributo al Pianeta Terra” – “Norvegia. Il colore della luce”
  • 2014 – Officine Fotografiche, Roma – “X-Photographer Days Fujifilm”
  • 2015 – Castel dell’Ovo, Napoli – “2015 Anno della luce” – “Tributo al pianeta terra”
  • 2015 – Roseto degli Abruzzi – “2015 Anno della luce” – Tributo al pianeta terra”
  • 2015 – Corigliano Calabro – “Freddo dal Sud”
  • 2015 – Parco dell’Orecchiella – “Tributo al Pianeta Terra”
  • 2015 – Centro Visite Geopark farm La Bosa di Careggine – “2015 Anno della luce”
  • 2015 – Casello parco Alpi Apuane di Campocatino – “A rose is a rose is a rose”
  • 2015 – Pietrasanta – “A rose is a rose is a rose”
  • 2015 – Castello Santa Severina, Crotone – “Prima rassegna d’arte Internazionale”
  • 2015 – Palazzo Fibbioni, L’Aquila – “Le aurore polari ottava meraviglia del pianeta?”
  • 2016 – Hof Cultural and Conference Center, Akureyri, Islanda – “Year of the Northern light”
  • 2016 – Fondazione L. Matalon, Milano – “X-Photographer Days Fujifilm”
  • 2016 – Palazzo Sozzifanti, Pistoia – “Pianeta Terra. Un mondo da salvare”
  • 2016 – Centro Leonardo da Vinci, Montreal – “Pianeta Terra. Un mondo da salvare”
  • 2016 – Jazz Club Torino – “Il nuovo Vietnam”
  • 2016 – Ist. Duccio di Buoninsegna, Chiostro di S. Domenico, Siena – “Pianeta Terra. Un mondo da salvare”
  • 2017 – Palazzo Bastogi, Firenze “Viaggi e viaggiatori”
  • 2017 – Parlamento Europeo, Bruxelles – “Arctic under attack”
  • 2017 – KZL Art – Studio & Gallery, Yangon, Birmania – “Myanmar. The true essence”
  • 2017 – NAG Art Gallery, Pietrasanta – “Tributo al Pianeta”
  • 2017 – Piazza Duomo, Pistoia – “Il respiro della natura”
  • 2017 – Le Challanger, Montreal – “Planet Earth”
  • 2018 – Museo Marino Marini, “Arctic. A melting world”
  • 2018 – Ambasciata del Cile – “Rapa Nui”
  • 2018 – Il Centro, Arese – “Obiettivo Natura Al Centro”
  • 2018 – Factory NoLo, Milano – “Tribute a kind of green”
  • 2018 – Bio Photo Festival, Budoia– “Pianeta Terra. Un mondo da salvare”
  • 2021 – Galerie Marktplatz – “The charming of landscapes, the nobilty of art”
  • 2021 –  Spazio Zero, Pistoia – “L’Oltre”
  • 2021 – Galleria Vittorio Emanuele, Pistoia – “The charming of landscapes, the nobilty of art”
  • 2022 – Fortezza del Priamar, Savona – “Ghiaccio fragile”
  • 2023 – Galleria Artistikamente, Pistoia – “Birmania e Rapa Nui, mondi paralleli”
  • 2024 – Galleria Artistikamente, Pistoia – “The Spirit of Asia”
  • 2025 – Galleria Artistikamente, Pistoia – “What a wonderful world
Lamberto Cantoni

57 Responses to "Paesaggi, donne e cannibali: conversazione con Luca Bracali"

  1. mary   7 Ottobre 2025 at 10:41

    Ringrazio l’autore per avermi segnalato l’intervista a un fotografo che non conoscevo ma che mi appare come un grande interprete della foto naturalistica. Le sue parole mi ricordano Cristina Mittermeier, una delle mie preferite che testualmente afferma; “Il mio lavoro consiste nel costruire una maggiore consapevolezza della responsabilità di ciò che significa essere umani”. Bracali mi è piaciuto subito perché ho capito la sua sensibilità per le comunità umane che vivono a stretto contatto con la natura. Mi piace anche il suo citare la scienza e l’arte. Alcune sue foto sono veramente bellissime.

    Rispondi
  2. james   7 Ottobre 2025 at 11:22

    Concordo con Mary sull’importanza del lavoro sulla sensibilità per rispettare le comunità alternative al nostro stile di vita. Cosa che Bracali sembra fare con coerenza (alcuni scatti postati mi sembra lo dimostrino). Non conosco la Mittermaier e piuttosto assocerei Bracali a Golen Rowen e alla sua idea di “fotografia partecipativa”. Infatti nelle immagini di Bracali non vedo solo stile ma anche l’intenzione di rendere l’arte un’avventura.

    Rispondi
  3. Antonio Bramclet
    antonio   7 Ottobre 2025 at 11:38

    Siete sicuri che la foto del primitivo presente sia nell’intervista che nella gallery sia proprio un cannibale? foto suggestiva non c’è dubbio, ma a me fa pensare a un vegetariano. Non vedo la ferocia ma solo l’espressione del selvaggio triste e malinconico.

    Rispondi
    • enzo   7 Ottobre 2025 at 12:35

      Personalmente non vorrei mai incontrare di notte un tipo con la faccia del primitivo. Tutta questa malinconia io non la vedo. Ci tengo a dire che il ritratto del cannibale nella gallery è notevole. Questo Bracali è bravo anche con i ritratti. Però i paesaggi a mio avviso hanno qualcosa in più.

      Rispondi
  4. annamaria   7 Ottobre 2025 at 16:57

    Foto bellissime, mi piace come ritrae i soggetti femminili lontani dalle pose occidentali

    Rispondi
  5. silvy   7 Ottobre 2025 at 18:57

    Bracali parla nella intervista di Salgado e McCurry. Però io in alcune foto di suoi paesaggi trovo assonanze con il padre di tutti i fotografi naturalisti cioè Ansel Adams. Mi riferisco a quei paesaggi che sembrano quadri astratti. La differenza la fa il bianco e nero di Adams che mi pare di quel non so che di mistero che manca nel colore di Bracali.

    Rispondi
  6. gennyboy   8 Ottobre 2025 at 05:07

    Bella intervista. Oltre ad essere indubbiamente un grande fotografo Bracali ha una visione della fotografia molto interessante. Soprattutto quando parla dell’autorialità come ultima difesa dell’uomo dagli assalti dell’intelligenza artificiale.

    Rispondi
  7. vincenzo99   8 Ottobre 2025 at 05:31

    Mi fa piacere scoprire che abbiamo un Franz Landing italiano. La potenza e l’immensità della natura, la sua fragile bellezza che il fotografo olandese ha raccontato in modo mirabile, hanno generato nuovi standard della qualità del linguaggio fotografico. E Bracali dimostra di essere all’altezza di una sfida che unisce nell’immagine scienza, avventura e bellezza.

    Rispondi
    • luc97   8 Ottobre 2025 at 05:42

      Avevo già visto sue foto. L’ho sempre associato a Paul Niklen forse il migliore nelle foto degli ambienti artici. Apprezzo quello che dice nell’intervista anche se io sono più ottimista sull’intelligenza artificiale. Gli algoritmi saranno solo occasione di efficienza nella produzione di immagini; la creatività presuppone una coscienza e non mi pare che ci sia un hardware che possa arrivare a tanto.

      Rispondi
  8. maurizio   8 Ottobre 2025 at 09:04

    Ho letto nei commenti paragoni incredibili con Niklen, Landing,Rowen, Mittlemeier, fotografi conosciuti e acclamati in tutto il mondo. Le esagerazioni non mi piacciono anche se riconosco che Bracali si presenta con scatti di notevole qualità e con parole sicuramente interessanti.

    Rispondi
    • annamaria   8 Ottobre 2025 at 11:02

      Vorrei rispondere a Maurizio ricordandogli che non esiste la classifica dei fotografi più bravi come nello sport. Esistono la notorietà, la fama e le opportunità. E fare il fotografo in Italia è molto diverso rispetto ad altri paesi nei quali la fotografia da decenni è importante come la letteratura o la storia. Le riviste di fotografia più autorevoli sono tutte in lingua inglese e di certo non italiane. I libri di fotografia in Italia hanno un mercato fiorente? Credo proprio di no. Quindi immagino che per Bracali sia stato enormemente più difficile farsi strada nel mondo della fotografia. I fotografi che hai citato sono bravissimi ma sono stati aiutati da un contesto che premia i produttori di immagini. Dopo aver letto l’intervista sono andata ad esplorare il suo sito nel web e ho visto tante sue foto e credo che per qualità e bellezza possano essere alla pari di quelli che vengono considerati i migliori.

      Rispondi
      • maurizio   8 Ottobre 2025 at 19:19

        Per cominciare, quando si parla di eccellenza bisognerebbe evitare di basarsi su foto viste nel web. Prendo atto che Bracali ha pubblicato qualche foto su National Geographic, ma paragonarlo a mostri sacri come Niklen e Landing che hanno pubblicato migliaia di foto nelle riviste più importanti al mondo, non mi convince. Ma mi ripeto le foto di Bracali sono notevoli; diciamo che a livello nazionale se la gioca, ma non esageriamo.

        Rispondi
        • Luc97   9 Ottobre 2025 at 09:23

          Io sono d’accordo con Annamaria. Per fortuna la fotografia è arte e non uno sport e nell’arte non ha senso fare classifiche. Ognuno è libero di appassionarsi a ciò che gli pare migliore. Comunque voglio aggiungere che ho trovato le parole di Bracali molto interessanti, molto lucide e umane. Ci sa fare anche con quelle.

          Rispondi
  9. Amy   9 Ottobre 2025 at 17:24

    Anch’io sono propensa a considerare le classifiche del più bravo poco significative. Bracali è un gran fotografo naturalista, c’è poco da aggiungere, se non che dice cose giuste.

    Rispondi
  10. Antonio Bramclet
    antonio   10 Ottobre 2025 at 09:57

    Io penso che quando una foto è perfetta tutto quello che poteva fare l’autore lo ha fatto. Le classifiche sono soggettive. Bracali è un perfezionista e le sue foto sono magnifiche; questo a me basta e avanza. Piuttosto ho notato che quasi tutti i suoi libri sono pubblicati da editori che non conosco a parte Electa Mondadori. Anche le mostre sono tante ma a parte quella che cita nell’intervista non è ancora arrivato a farne una, in una sede prestigiosa come succede regolarmente con le mostre di Salgado e McCurry. Io credo che meriterebbe una grande personale a Milano o a Roma. Purtroppo oggi i temi ambientalisti si scontrano con presidenti di grandi Paesi che li considerano una truffa e il popolo li segue. Io credo che questo condizioni le scelte dei curatori dei grandi musei. E’ una follia ma questo è quanto.

    Rispondi
    • annamaria   10 Ottobre 2025 at 14:29

      Sono sorpresa dal commento di Antonio. Ho letto l’infinità di mostre di Bracali scoprendo che le sue foto sono state esposte a New York, Montreal, Amsterdam, Kiev, Odessa…Ha pubblicato con Silvana editore, con Giunti…Ho letto che ha pubblicato molte foto su National Geographic. Non ho senz’altro conoscenze sufficienti però mi sento di dire che non devono essere tanti i fotografi italiani capaci di tutto questo. Io credo che la questione sia un’altra: come ho già scritto da noi il mercato dei libri di fotografia, specie se impegnati, è molto ristretto e anche il mercato delle foto che hanno come tema la natura vendute dalle gallerie d’arte non è fiorente. I miei amici fotografi dicono che è durissima farsi pagare dalle riviste. Bisogna pensare a questa situazione prima di esprimere giudizi.

      Rispondi
  11. Valeg01   10 Ottobre 2025 at 21:22

    Peccato che l’autore dell’intervista non abbia fatto le questions fondamentali al fotografo cioè che macchina usa o ha usato, insomma qualcosa di tecnology e sulla sua tecnica tipo a che ora preferisce fare foto, se usa luce artificiale come rinforzo. Sono queste le news che interessano i fotografi e non le paturnie filosofiche! Bracali dice che Salgado è il number one invece a me piace di più il suo colore e non in bianco e nero very depry.

    Rispondi
    • james   11 Ottobre 2025 at 09:00

      Caro ValeG01 le interviste come le vuoi tu le facevano solo le riviste sponsorizzate dalle case produttrici di macchine fotografiche e le leggevano solo i fotografi della domenica. I grandi fotografi parlano pochissimo di queste cose. Le tue questions fondamentali sono una sciocchezza. Come fai ad immaginare Bracali nell’artico a -54 davanti ad un orso polare che si agita per disporre la luce artificiale come rinforzo per riprenderlo meglio? Perché allora non gli chiedi anche se si porta dietro anche una parrucchiera per dargli una sistemata al pelo? Salgado ha fatto anche foto a colori. Se ha scelto il B/N ed è il numero uno ci sarà una ragione e non può essere quella di addormentarci ma di svegliarci.

      Rispondi
      • valeg01   11 Ottobre 2025 at 10:19

        Uh! stai chil james, non fare il fossile cioè visto che dico sciocchezze dimmelo tu perchè dovrei fare finta che il mondo non sia più figo a colori. Poi sai che l’idea della parrucchiera che sistema l’orso polare è pazzesca. Prendi il ritratto della bestia nella gallery con un tocco d’ombretto a lato degli occhi sarebbe un botto cioè cattivissima. Io comprerei la foto subito. Sai le sponsorizzazioni che pioverebbero addosso a Bracali.

        Rispondi
        • james   11 Ottobre 2025 at 10:46

          Sono senza parole, mi arrendo, impossibile comunicare seriamente con valeG01.

          Rispondi
          • mary   11 Ottobre 2025 at 11:18

            comprendo James, anch’io sono senza parole. Povero orso polare, non basta costringerlo con il nostro inquinamento a mangiare i rifiuti rischiando di andare in prigione, adesso c’è chi lo sogna con l’ombretto.

          • marcoo   11 Ottobre 2025 at 12:54

            Io mi sono divertito invece. All’orso polare gli avrei messo anche il rossetto.

  12. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   11 Ottobre 2025 at 13:13

    ADESSO BASTA! Ogni commento sul make up da squilibrati a qualsiasi animale non verrà accettato. Dal momento che Valeg01 ama gli inglesismi glielo dico alla Trump:you’re fired, vai a divertirti sui social. Vorrei ricordarvi che Bracali fotografa gli orsi polari al Polo Nord e non in uno zoo. Sono animali imponenti alti tre metri per una tonnellata di peso (i maschi). Probabilmente sono i più grandi predatori del pianeta. Non attaccano l’uomo a patto di non irritarli o impaurirli. Fotografarli con dovizia è un esercizio estenuante e pericoloso. Meritano rispetto come chi cammina per giornate intere in un clima estremo per concederci il privilegio di vederli comodamente seduti sul sofà.

    Rispondi
  13. sebyscollo   11 Ottobre 2025 at 14:25

    La tua capacità di unire fotografia, documentario e impegno etico è qualcosa che oggi più che mai ha valore e che ti permette sempre di fare la differenza. In un mondo che corre e consuma immagini, tu ci hai insegnato a fermarci, a guardare, a sentire il mondo che ci circonda. Fratelloneeeeee Miooooooo Grazieeee sempre per quello che ci dai !!!!

    Rispondi
  14. chiara   11 Ottobre 2025 at 18:30

    Mi associo a chi ha scritto che Bracali è un fotografo di esimia qualità. Una delle interviste più intriganti che ho letto da molti mesi a questa parte. I suoi paesaggi sono meravigliosi.

    Rispondi
  15. robby88   12 Ottobre 2025 at 08:32

    Bracali è senza dubbio un grande fotografo e un autore. Ma io gli invidio soprattutto il privilegio di aver visitato 160 paesi. E’ un numero da paura ed è questa l’avventura che ammiro di più.

    Rispondi
  16. Luca Bracali   12 Ottobre 2025 at 18:36

    In 24 anni di interviste dove, fra cartacee, web e televisive avrò certamente passato le 200, mai mi era capitato di imbattermi in una come questa. Lamberto Cantoni è indiscutibilmente un artista nello scrivere, una persona colta e preparatissima in ogni settore, non per ultimo, certo, nella fotografia. Le sue domande mi hanno stimolato e provocato fino a raccontarmi in profondità. Ma credetemi, a stupirmi ancora di più, oltre alla sua bellissima intervista, sono stati i vostri commenti, i commenti di voi lettori che mi avete commosso ed emozionato. Avete dimostrato una conoscenza ed una preparazione eccellente sull’argomento fotografico, paragonandomi addirittura ad alcuni nomi della fotografia, autentici Maestri assoluti, che mi hanno davvero imbarazzato. Non credo di meritarmi quanto avete scritto su di me, ma voglio ringraziarvi per avermi donato una carica emotiva ulteriore in vista del mio prossimo viaggio, domani, in Algeria, fra Touareg e grandi deserti. Buona vita a tutti.

    Rispondi
    • mary   13 Ottobre 2025 at 10:25

      Vorrei dire al bravo Bracali che non vedo ragione per sentirsi imbarazzato dalla mia citazione della Mittermeier. In molte sue fotografie ho creduto di vedere un’assonanza con quelle dell’autore intervistato. Ci sono delle sfumature di stile diverse come è ragionevole ci siano quando sono in ballo grandi autori. Ma il rumore di fondo delle immagini è lo stesso…Io lo chiamo “la musica della qualità”.

      Rispondi
  17. vincenzo99   13 Ottobre 2025 at 11:32

    Mi associo a quello che dice Mary. Anch’io ha fatto un paragone audace seguendo la mia prima impressione che Bracali come Landing, entrambi cioè cercassero di dare voce alla natura soffocata da troppo rumore. E lo fanno in modo artistico.

    Rispondi
    • luc97   13 Ottobre 2025 at 15:30

      anch’io mi associo anche se mi basavo sulle foto artiche paragonandole a quelle di Niklen. Certo che ci sono differenze ci mancherebbe altro sono degli autori. Per esempio in Bracali trovo ci sia più poesia.

      Rispondi
  18. freddy03   13 Ottobre 2025 at 19:49

    Vorrei chiedere a Bracali se mi prende come factotum in uno dei suoi viaggi. La fotografia mi piace ma sono i viaggi il mio sogno. Visto che l’attrezzatura pesa moltissimo mi propongo come portatore.

    Rispondi
    • robby88   17 Ottobre 2025 at 08:43

      Verrei anch’io. Mi propongo come cuoco. Dei bei panini allo stocafisso mentre si aspetta l’animale tra il ghiaccio del polo nord, migliorano di sicuro la prestazione. Lo suggerisce anche l’autore della intervista quando parla dell’importanza del corpo del fotografo. Personalmente con il freddo se non mangio di più non capisco più nulla.

      Rispondi
  19. lucio   14 Ottobre 2025 at 08:41

    Ho visto i documentari del programma Kilimagiaro. E’ vero quello che dice Bracali nell’intervista la fotografia è importante e anche il montaggio. La musica l’ho trovata troppo sparata cioè retorica. Ma che immagini!

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  20. maurizio   14 Ottobre 2025 at 22:31

    Sì i documentari sono godibilissimi. Concordo sulle immagini però a me la musica è piaciuta. Tra l’altro conosco bene Kilimangiaro una delle poche cose che vedo regolarmente alla Rai. Sono doc di una decina di minuti. Chissà se Bracali riesce a sostenere la regia di un vero docu film. In questo caso le belle immagini non bastano.

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  21. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   17 Ottobre 2025 at 08:22

    Solo qualche parola nei riguardi delle correlazioni o parallelismi tra il lavoro di Bracali e quello di autorevoli colleghi che ho visto segnalati nei commenti. Ovvero: Cristina Mittermeieir, Frans Landing, Golen Rowen, Paul Niklen e Adams .,,fotografi che praticamente, dal punto di vista della notorietà e del prestigio, rappresentano una notevole parte dell’Olimpo della foto naturalista, ai quali però aggiungerei almeno Hugo van Lawick (le sue foto del continente africano sono indimenticabili) e il sorprendente Ingo Arndt ( le sue foto delle formiche rosse che smembrano un carabo mi hanno incantato). Possiamo certo stabilire che in qualche modo le loro opere configurino una sorta di canone d’eccellenza che funzioni più o meno come quello che caratterizza l’arte pittorica, tale da permettere di ancorare il giudizio estetico per determinate immagini, a plausibili criteri di misura critica. Niente di irrimediabilmente sbagliato in questa credenza o tendenza, tipica del modo occidentale di concepire il divenire delle narrazioni che cercano di stabilire un “ordine” nei fatti artistici. Ma va tenuto sempre presente che si tratta di un canone fragile, sottoposto costantemente alle irrequietezze delle mode culturali e al disordine delle preferenze soggettive. Ora, la questione che in questa sede credo ci interessa sviluppare, ve la metto giù così: possiamo collocare Bracali tra le eccellenze della foto naturalista? Al netto di notorietà e di posizionamento valoriate determinato dal contesto nel quale un fotografo vive ( vi ricordò che in Italia la fotografia non ha l’importanza riscontrabile nei paesi anglosassoni), se osserviamo con attenzione le sue foto, mi pare che sia giustificato il parallelismo con i fotografi citati sopra e che in Bracali riverberi la bellezza che connota gli effetti della dichiarata passione per l’oggetto della loro ricerca. Tutti i fotografi citati mostrano una visione etica e un legame quasi viscerale con la natura, tutti sono coscienti del potere della fotografia per coinvolgere la gente, tutti cercano di fondere etica ed estetica dell’immagine. La loro maestria è fuori discussione, il padroneggiamento del mezzo è ammirevole, la propensione alla valorizzazione artistica è evidente. Ebbene sono tratti pertinenti, potrei dire “invarianti”, facilmente riscontrabili nelle foto di Bracali e che consentono di aggregarlo ai nomi dei fotografi citati che idealmente configurano il canone. Ma vorrei aggiungere un altro pensiero al mio commento. Mi ha sorpreso la mancanza, negli interventi dei lettori, di riferimenti ad altri fotografi italiani che a mio avviso appartengono alla famiglia dei migliori; Faccio solo qualche nome importante: Marco Colombo, Salvo Orlando, Michele Bavassano, Stefano Unterthiner…

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  22. Jenny   18 Ottobre 2025 at 15:12

    Il canone nell’arte esiste da un sacco di tempo. Nella fotografia naturalistica che esiste da poco non c’è nulla del genere. Dipende tutto da scelte arbitrarie. Alcuni fotografi sono più famosi di altri. Ma questo dipende da molti fattori. Chi può pubblicare sulle riviste più diffuse si prende dei vantaggi rispetto a chi opera con scarse risorse. E’ un dato di fatto che c’entra con la qualità fino ad un certo punto. Eppoi parlare di canone quando le immagini dell’intelligenza artificiale sono indistinguibili da quelle fatta da umani in carne e ossa ha poco senso.

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    • Antonio Bramclet
      antonio   19 Ottobre 2025 at 08:36

      Scusami Jenny, ma dovremo pur avere dei criteri per poter dire che questo fotografo è meglio di quest’altro. Chiamali come ti pare ma ci sono e ci permettono di collocare le foto di Bracali tra le eccellenze.

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      • VinceG   20 Ottobre 2025 at 08:58

        Interessante l’argomento del canone e anche la rivoluzione causata dall’IA che anche il Bracali ha sottolineato. Per me il canone nella foto documentarista non esiste, nell’arte invece ho sempre sentito parlare di “tradizione” che forse è la stessa cosa del canone. Esistono invece fotografi che diventano famosi in tutto il mondo che sono un punto di riferimento. Bracali è bravissimo ma non è famoso come Salgado o McCurry però se dovessi scegliere una foto da appendere nel mio studio io preferirei quella del paesaggio con il cielo ricco di vortici di luce presente nella gallery, piuttosto che una foto in bianco e nero dei ghiacciai di Salgado che ho visto nell’articolo precedente di Cantoni. Voglio dire che alla fin fine è importante ciò che ci piace e ci interessa e non il canone.

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        • lauraB98   21 Ottobre 2025 at 15:10

          Anche a me è piaciuta la foto del paesaggio con il cielo pieno di vortici di luce. Molto pittorica. Per me il canone o qualcosa di simile esiste, altrimenti come farebbero i critici e gli studiosi.

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          • luciano   21 Ottobre 2025 at 15:41

            Cara Laura, chi decide chi è canone e chi no? Non è da presuntuosi e arroganti stabilire queste gerarchie? hanno senso in una società liquida? Perché non ci basta dire che per esempio Bracali è bravo e ci piace?

  23. Lamberto Cantoni
    lamberto   22 Ottobre 2025 at 10:17

    La tradizione non è il canone d’eccellenza anche se possono esserci punti di convergenza. Il canone è più instabile e andrebbe pensato in relazione al concetto di “capolavoro”. Come funziona? Il lavoro di interpretazione di un capolavoro è interminabile. La nostra mente non può esaurire il suo potenziale di senso. Possono succedersi delle fasi di narcotizzazione, ma poi l’attenzione si riaccende ed emergono nuove significazioni. Non è sbagliato sostenere che la foto naturalista abbia una storia recente rispetto ad altre forme d’arte. Ma per molte immagini il livello dell’attenzione, la voglia di osservarle con interesse crescente e le significazioni emergenti rendono plausibile l’utilizzo del concetto di canone d’eccellenza. Lo ripeto: non è la loro classificazione ad essere importante bensì il flusso interminabile del senso ad esse correlato.

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  24. mao   23 Ottobre 2025 at 10:26

    Io penso sia un errore giudicare le foto facendo finta che siano come pitture. Soprattutto quelle di paesaggio che rappresentano le cose così come sono. Quindi non capisco perchè si parli di “il flusso interminabile del senso”. Il significato di uno scatto naturalistico è semplice e chiaro: il fotografo ha ripreso proprio quello e non un’altra parte di mondo. Possono esserci delle sorprese come nella foto citata da Laura quella di Bracali dal cielo strano ottenuta manipolando l’originale con software grafici. Ma quella non è una vera foto documentarista e comunque non centra con l’arte pittorica e nemmeno con il fantomatico canone.

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  25. chiara99   25 Ottobre 2025 at 08:33

    Vorrei dire a Mao che l’arte è una idea, un modo di interpretare il mondo che può essere espressa in molte forme e che queste quindi hanno una base in comune. Le foto di Bracali hanno una valenza pittorica e meritano di essere valorizzate con i criteri di giudizio tipici delle analisi artistiche. La foto con il cielo strano è un buon esempio. Mi ha fatto pensare al cielo di Van Gogh…

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    • mao   26 Ottobre 2025 at 16:26

      Solo da ubriachi il cielo di Van Gogh può apparire come quello nella fotografia di Bracali. Allora Chiara99, se eri sobria, dicci quale quadro!!

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      • chiara99   27 Ottobre 2025 at 08:36

        L’opera di Van Gogh è la “Notte stellata”, un capolavoro! forse quello ubriaco eri tu!

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        • Valeg01   28 Ottobre 2025 at 08:06

          macché Van Gogh, state delirando. Si tratta solo di una tecnica di sovraesposizione ben conosciuta da chi si occupa di fotografia!

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          • Chiara99   28 Ottobre 2025 at 08:22

            Può essere. Anzi non lo so e non mi interessa. Perché, caro scorbutico Vale, il Bracali lo avrà fatto per uno scopo, avrà avuto in mente una storia. E’ a questo livello che lo possiamo comparare a Van Gogh anche se non usa il pennello.

  26. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   29 Ottobre 2025 at 08:28

    La foto che vi interessa presenta le tracce del movimento delle stelle ottenute in postproduzione assemblando numerosissimi scatti. Bracali poteva anche utilizzare la tecnica dell’aumento dell’esposizione che peró avrebbe comportato il rischio di un surriscaldamento del dispositivo fotografico. La sovrapposizione degli scatti per contro comporta meno rischi anche se richiede un raffinato lavoro di montaggio delle varie immagini.
    Il parallelismo con il quadro citato di Van Gogh è intrigante ma Bracali non si è mai espresso a tal riguardo. Tuttavia non ci sono dubbi sul fatto che come nel quadro del pittore, la foto in oggetto mostri un cielo notturno più dinamico, vitale, espressivo.

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  27. annaC02   3 Novembre 2025 at 10:10

    Sono rimasta colpita dal ritratto del cannibale che appare in due foto nell’articolo, che mi ha fatto pensare alla banalità del male della Arendt. Appare innocuo e così invecchiato quasi patetico. Difficile immaginare che si cibasse di carne umana. Non sembra un mostro e tra i suoi penso sia una persona in apparenza normale. Bracali è stato bravo a presentarcelo senza trucchi per renderlo truce.

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    • amyxy   3 Novembre 2025 at 10:29

      Proprio normale non credo. Personalmente non vorrei incontrarlo specie di notte. Gli occhi fanno paura…

      Rispondi
  28. gcar94   7 Novembre 2025 at 15:01

    La storia che quando si fotografa bisogna avere già dentro la propria testa la foto che si vuole fare è solo bella da dire. Sarà vero? Comunque una bella intervista piena di cose interessanti. Belle soprattutto le immagini dei vari paesaggi. Il ritratto del cannibale a parte il pezzo di legno nel naso, non lo trovo inquietante. Ha ragione AnnaCO2 anche se non ho capito cosa c’entra la Arendt, una fotografa che non conosco. Mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulle foto fatte col drone che oramai vediamo dappertutto.

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  29. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   8 Novembre 2025 at 09:04

    Devo correggere gcar94. Hannah Arendt citata da Anna non è una fotografa bensì una delle più importanti interpreti della filosofia politica del secolo scorso. Per quanto riguarda l’ipotesi di un anticipo della mente nella pratica del fotografare, avanzata da Bracali voglio aggiungere che in realtà si tratta di un pensiero condiviso da tanti grandi fotografi. Il primo a parlarne con chiarezza fu Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della Straight Photography. Secondo Weston i fotografi dovevano possedere la capacità di vedere la foto da realizzare dentro se stessi, prima di scattarla.

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  30. Moro58   25 Novembre 2025 at 08:43

    Ho visto l’ultimo libro di Bracali, Horizon. Bellissimo, le foto col drone sono fantastiche. Credo sia per ora un unicum. Mai visto un libro dedicato completamente alle foto fatte con il drone. E non sapevo che l’Istituto geografico militare producesse libri di questa qualità.

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    • Antonio Bramclet
      antonio   26 Novembre 2025 at 11:12

      Dove hai trovato Horizon. Sono stato in libreria e non ne sapevano niente. E’ proprio tutto sui droni?

      Rispondi
      • Moro58   27 Novembre 2025 at 09:21

        Ad essere sincero nemmeno io l’ho trovato in libreria. L’ho visto nel PDF che mi ha mandato il prof. Gli avevo chiesto se aveva un libro di Bracali da imprestarmi ma lui mi ha detto che non me lo imprestava perché poi si dimentica e succede che non lo vede più. Sì il libro è tutto con foto da droni.

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  31. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   28 Novembre 2025 at 10:03

    Horizon è stato presentato il 20 novembre. Non so come verrà distribuito. Forse l’Istituto Geografico Militare di Firenze lo riserverà ai propri pubblici. Probabilmente solo poche librerie specializzate lo metteranno in vendita.

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  32. Lucia.m99   5 Dicembre 2025 at 18:54

    Non conoscevo il talento di Bracali nel spaziare tra diversi generi fotografici, ma che fosse molto bravo l’avevo capito da un libro che fece sulle Rose dell’azienda Barni che ho comprato alcuni anni fa. La rosa è il mio fiore preferito e Bracali praticamente mi ha fatto rivedere ciò che sento quando le guardo sbocciare.

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