Riflessioni su una recente ricerca Confesercenti sullo sviluppo della sostenibilità nel settore moda dell’E.R.

Riflessioni su una recente ricerca Confesercenti sullo sviluppo della sostenibilità nel settore moda dell’E.R.

ITALIA – La sostenibilità, oggi centrale nel dibattito pubblico e nelle strategie d’impresa, nasce come concetto globale ma trova la sua vera efficacia quando viene messa in pratica nei territori e tra le persone. La ricerca Confesercenti Emilia-Romagna mette in luce percezioni, limiti e potenzialità di negozianti e consumatori nel settore moda, mostrando quanto sia ancora ampio il divario tra presunte consapevolezze degli intervistati, e pratiche operative efficaci. Un quadro complesso che invita a ripensare politiche, formazione e responsabilità lungo tutta la filiera.

 

 

1. Il Buono, Il Bello, Il Giusto

La parola “sostenibilità” deriva dal latino sustinere che significava sostenere, difendere, favorire, prendersi cura di qualcuno o di qualcosa.

Diviene un concetto strategico verso la metà degli anno ’80 del novecento, quando fu ufficialmente adottato dalla Commissione Mondiale dell’ONU per l’ambiente e lo sviluppo, durante un  convegno a Stoccolma nel 1987. Il Report che diffuse gli esiti di quei lavori ebbe una vasta eco e impose il concetto in tutti gli ambienti, dalla ricerca alle politiche di intervento, dagli scienziati ai pubblici più sensibili ai problemi ecologici-

Nel 1992 alla conferenza di Rio de Janeiro sull’ambiente e lo sviluppo, furono i Capi  di Stato mondiali, per la prima volta uniti per affrontare a livello globale gli emergenti problemi ambientali, a rafforzare la diffusione del concetto di “sviluppo sostenibile” in tutti gli strati sociali. Tuttavia il riposizionamento semantico che diedero al concetto per accontentare tutti i partecipanti risultava anche fatalmente ambiguo: Lo sviluppo sostenibile – si leggeva nei report- è uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni successive di realizzare i propri”.

Da quei giorni abbiamo assistito ad una straordinaria diffusione del concetto, seguito come un’ombra da uno sconcertante aumento di tensioni, di polemiche, di critiche tra vari pubblici.

Infatti, se ci pensate bene, “sviluppo” seppur sottoposto a gradualità, alla fine significa pur sempre crescita. Di conseguenza dovremmo aspettarci più inquinamento e quindi il concetto di sostenibilità ad esso associato, sembrerebbe più un espediente retorico piuttosto che una soluzione. A posteriori non sorprende affatto che lo “sviluppo sostenibile” abbia generato reazioni come la “decrescita” da un lato, e il “negazionismo” dall’altro

Mentre si diffondevano a cascata rapporti, analisi, proclami di valenza globale, nascevano da ogni parte ondate di critiche. Tra l’altro, chi osservava il problema da punto di vista pragmatico non poteva che registrare il fallimento di tutti gli obiettivi dei piani operativi globali.

Soprattutto nelle prime fasi di intervento emergeva il preoccupante distanza tra riscontri e aspettative.

Probabilmente era il prezzo da pagare per aver impostato le narrazioni soprattutto a livello globale. Ovvero di aver trascurato la realtà delle persone e degli ambienti nei quali agiscono e vivono.

Occorrevano oltre alle necessarie focalizzazioni su dati scientifici e nuove regole, strategie glocal che documentassero l’effettiva consistenza del concetto di sostenibilità sulla specificità di territori e soggetti non riducibili a medie statistiche o a scontate generalizzazioni.

 

2. La ricerca Confesercenti sulla sostenibilità in Emilia Romagna nel settore abbigliamento

Gli attriti prodotti dall’approccio olistico alla sostenibilità che ho ricordato sopra, rendono preziose le ricerche su persone e territori più ristretti, e risultano estrememente utili per individuare gli ostacoli a strategie di sostenibilità botton up nel settore moda, per poi creare programmi di supporto per la loro risoluzione.

E’ senz’altro il caso della indagine commissionata dalla Confesercenti ER alla società SWG che ha coinvolto 125 attività del commercio della moda dell’Emilia Romagna, perlopiù titolari e responsabili di negozi, ma in piccola percentuale le stesse domande sono state fatte ad aziende (3%) e ad attività artigianali (6%).

Una sorprendente percentuale degli intervistati si è rappresentata come molto/abbastanza informata sui problemi indotti dal mutamento climatico (86%), anche se in fase di approvvigionamento dei prodotti le attenzioni sulla loro sostenibilità sostanzialmente calano fino ad arrivare al 62% e solo un 10% vende esclusivamente capi ecosostenibili e/o riciclati.

Il 51% del campione dichiara di aver implementato strategie per ridurre l’inquinamento legato al packaging; il 58% sta utilizzando imballaggi riciclabili o in bioplastica; il 60% si sta impegnando per ridurre l’uso della plastica, ai quali va aggiunto un 11% di negozianti già ora plastic free. Nell’allestimento  del negozio (arredi, banconi, espositori…) il 46% dei titolari ha già cominciato a introdurre soluzioni sostenibili; il 13% dichiara che le componenti di arredo dei propri punti vendita sono integralmente ecologiche.

Come ci si poteva attendere, è con il risparmio energetico che si osservano le maggiori performance (infatti in questo caso oltre all’etica motivata dalla sostenibilità, l’efficienza energetica della propria impresa nei tempi medio-lunghi rappresenta un guadagno economico): il 71% degli intervistati utilizza regolarmente strategie di ottimizzazione dell’uso di energia. Minore attenzione viene rivolta al problema della riduzione del consumo dell’acqua. Viene annunciato da  tutti gli esperti come una delle emergenze più probabili, tuttavia solo il 21% del campione sta operando in questa direzione. Le percentuali tornano a salire e di tanto sulla raccolta differenziata dei rifiuti. Infatti il 91% dichiara di agire in quel senso con l’intenzione di migliorare le procedure.

Una delle voci più inquinanti per l’ambiente è notoriamente legata al trasporto delle merci. A tal riguardo la ricerca dice che il 52% dei negozianti in qualche modo sta operando per ridurre l’inquinamento legato al trasporto. Preoccupante invece scoprire che il 43% di essi non sono interessati e non ne sentono la necessità. Questo aspetto genera dubbi sull’effettiva conoscenza delle cause del deterioramento dell’ambiente da parte di molti dei soggetti in questione e getta ombre sulla reale consistenza di quel 86% che abbiamo visto si dichiarava molto/abbastanza informato sulla sostenibilità e anche sul 63% di negozianti che sostiene di fare attenzione all’impegno effettivo sul fronte della sostenibilità dei loro fornitori. Probabilmente l’inquinamento da trasporto viene sottovalutato dal campione per le ovvie difficoltà di intervento su di un aspetto considerato esterno alla loro precipua attività. D’altra parte è noto che il trasporto merci nel nostro paese è su gomma e la mobilità con mezzi elettrici è ancora molto al di sotto della media europea. A ciò si aggiunge la propensione dei fornitori a dare informazioni limitate sulle caratteristiche di sostenibilità di prodotti e servizi: infatti, il 41% di essi erogherebbe solo informazioni parziali; il 27% nessuna informazione; a detta dei negozianti solo il 32% dei fornitori si presenta con  informazioni esaustive. Per contro, il 79% del campione, dichiarando invece di reputare molto/abbastanza importante avere la possibilità di collaborare con aziende fornitrici impegnate seriamente in programmi di sostenibilità, in modo indiretto sembrerebbe propenso a considerarsi più etico rispetto ai produttori (l’alta percentuale di inadempienza informativa attribuito ai fornitori non suggerisce forse l’assenza di serie strategie “sostenibili”?).

Al netto della ben conosciuta propensione di ogni intervistato a sopravvalutare le proprie scelte etiche e a sottovalutare quelle di altre categorie, è interessante l’effetto psicologico emergente dal confronto negozianti-produttori (o distributori). Infatti, i nostri intervistati sembrano dirci: noi vorremmo essere più sostenibili ma qualcuno (le aziende fornitrici) non rispetta il proprio mandato.

Non è un caso se alla domanda su quanto siano rispettose dei criteri di sostenibilità le aziende fornitrici di prodotti moda, la percezione dei negozianti attribuisce un responso insufficiente ad oltre il 61% di esse.

Ritorniamo al dato iniziale che ci presentava il cluster di negozianti come  informato, motivato e proattivo nel campo dei determinanti della riduzione dell’impatto inquinante collegato alla loro attività. Abbiamo visto che 86% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza dei problemi ambientali e che in percentuale diversa ma sempre con percentuali rassicuranti stanno agendo nel nome della sostenibilità. Anche perchè il 48% dei loro clienti chiedono prima dell’acquisto, ragguagli sulle caratteristiche green del capo che intendono acquistare.

A questo punto però induce riflessioni il fatto che il 43% dei titolari riconosca l’importanza di formare i propri collaboratori in tal senso; il 41% li coinvolga nelle decisioni prese in nome della sostenibilità e che un limitato 24% abbia nominato un resposabile del continuo monitoraggio sugli aspetti ecologici dell’attività.

 

sostenibilità

 

Probabilmente l’incrocio di questi dati suggerisce che le informazioni sui problemi ambientali che la stragande maggioranza del campione ritiene di possedere ( il 71% considera la sostenibilità un problema primario) sono in parte motivate da una sorta di auto conferma della propia identità etica che i negozianti sentono di dovere confermare, senza che le conoscenze e le informazioni in loro possesso siano poi sufficienti o in grado di trasformarsi in pratiche razionali tali da poter divenire vere e proprie regole da trasmettere ai collaboratori.

Non credo si tratti di un greenwashing a sfondo etico per apparire a parole più sensibili e giusti rispetto all’esito delle pratiche. I protocolli di sostenibilità sono in costante evoluzione, gestire la mole di informazioni necessarie per agire con efficacia non è un lavoro da “pensiero veloce”. Richiede per contro, ricerca e analisi dettagliate. Far quadrare i costi aggiuntivi di sostenibilità con i fatturati significa saper effettuare calcoli e previsioni non sempre alla portata del singolo negoziante. Infatti il sondaggio rivela chiaramente che gli ostacoli principali alle pratiche sostenibili sono proprio i costi aggiuntivi (70%) e la consapevolezza (32%), ovvero informazioni sulla sostenibilità di valenza pratica (cioè “pensiero lungo”).

 

sostenibilità

 

Da un lato quindi le risposte tendono a confermare il fatto che siamo portati a sovrastimare la nostra abilità nel controllare i problemi e gli eventi che emotivamente ci coinvolgono. Ma dall’altro lato l’analisi in parallelo delle risposte alle domande ci dice che incontriamo serie difficoltà nell’orchestrare tutte le informazioni sulla sostenibilità a nostra disposizione.

Ecco perchè la maggioranza del campione sostiene di conoscere molto/abbastanza la sostenibilità, ma poi trova difficoltà nelle strategie di contenimento degli effetti inquinanti della propria attività, scaricandone le responsabilità sulla mancata correttezza di chi le ha prodotto la merce e l’ha fatta arrivare nel punto vendita (il 60% del campione percepisce come insufficiente, relativamente al rispetto dei criteri di sostenibilità, il modus operandi delle aziende produttrici/fornitrici).

Ritengo senz’altro positiva la conferma che la stragrande maggioranza del campione si dichiari informato sui problemi legati all’inquinamento prodotto dal sistema moda. Ma tra il sapere qualcosa di un problema e conoscerne la processualità e la risposta al che fare? per affrontarlo, c’è una differenza che non sembra percepita dagli intervistati.

Il  70%  sostiene con ragione che l’ostacolo principale siano i costi aggiuntivi. Ebbene, questa indicazione andrebbe sviluppata dalle Associazioni di settore per richiedere investimenti mirati da parte delle Istituzioni e nuove regole d’ingaggio: per esempio si dovrebbe trovare il modo di tassare di più chi non si impegna in programmi strategici di sostenibilità per poi utilizzare queste risorse aggiuntive come stimolo funzionale al radicamento di pratiche ad effetto immediato sul problema in oggetto. Per esempio, dare incentivi al negoziante sul riciclaggio/riuso e smaltimento degli abiti che potrebbero, alla fine del percorso, allungare la vita di ogni singolo capo di abbigliamento ha sicuramente un impatto immediato sulla sostenibilità.

 

 

Aggiungerei infine, che i dati e le inferenze che discendono dalla loro analisi non fanno pensare a criticità intese come resistenza al cambiamento.

Mettono piuttosto in luce la difficoltà nel cogliere la differenza tra sapere e conoscere, dovuta soprattutto alla naturale tendenza di ognuno di noi a gestire o a prendere in considerazione più che altro le informazioni che discendono dalle prime impressioni, sovrastimando così le probabilità di eventi che ci coinvolgono emotivamente.

Purtroppo il paradigma della sostenibilità implica informazioni complesse difficili da orchestrare, gerarchizzare, per poi traformale in pratiche efficaci.

Anche su questo dovrebbero intervenire le Associazioni di categoria fornendo ai propri associati progetti formativi, data base di fornitori certificati, e confronto con modelli concreti cioè esperienze di successo da poter emulare.

 

 

Scarica qui la ricerca sulla sostenibilità tra i negozianti.

RICERCA SOSTENIBILITA’ NEL SETTORE ABBIGLIAMENTO

 

3. La sostenibilità nell’abbigliamento: come la pensano i consumatori dell’Emilia Romagna intervistati

La ricerca Confesercenti, con intelligenza devo dire, ha corroborato i dati ricavati dalle interviste ai negozianti con quelli relativi ai loro possibili clienti.

Il campione della ricerca presenta in modo simmetrico le percezioni del cotè femminile con quello maschile (50%-50%). La maggioranza dei soggetti non brilla per titoli di studio (solo il 2% di laureati, 56% di diplomati e ben 31% con nessun titolo o con la sola frequenza delle elementari). Rappresentano tutte le fasce di età, ma emergono gli ultra trentenni e oltre. Infatti, il 10% sono studenti, 9% i pensionati, 9% le casalinghe, il 6% non lavora mentre gli occupati sono il 65%. Una maggioranza dell’ordine del 73% riconosce che la sostenibilità in tutti i suoi aspetti è un problema primario. Ma al tempo stesso il 46% sostiene di non avere le informazioni corrette per poter agire nel quotidiano in modo sostenibile. Non sorprende quindi che ben il 91%, in modo graduato, si dichiari scettico sulla possibilità di un cambiamento dello stile di vita dei consumatori. E nemmeno che il 70% non creda sia possibile l’economia circolare. Inoltre, dal momento che per la maggioranza del campione (75%) sostenibilità significa essenzialmente riciclare, recuperare e dare nuova vita ai materiali, si comprende che la concreta motivazione per un mutamento del comportamento all’acquisto è sostanzialmente scarsa per mancanza di visione complessiva delle implicazioni imposte dal paradigma della sostenibilità.

Infatti solo il 25% dichiara di informarsi sull’impatto ambientale dei capi che intende acquistare. Chi lo fa preferisce le informazioni sui social media e siti web specializzati (32%+ 17%) o da amici/familiari (21%). Non desta alcuna sorpresa il minimo impatto delle informazioni tratte dalle riviste di moda (10%). Lo sappiamo tutti che la gente legge sempre meno la carta stampata.

Tuttavia fa riflettere il fatto che i soggetti del campione percepiscano le fonti di informazioni alle quali fanno riferimento come molto/abbastanza affidabili (64,3%). Nell’era delle fake news ci si aspetterebbe più prudenza.

Quanto la sostenibilità influenza gli acquisti? I molto/abbastanza raggiungono il 39%. Dal momento che il 91% si dichiarava scettico sul cambiamento dello stile di vita, sembra in apparenza una risposta contraddittoria, soprattutto perchè sono veramente pochi quelli disposti a pagare sostanzialmente di più un capo moda sostenibile (complessivamente il 6%). E infatti la variabile prezzo emerge in modo incontrovertibile dalle risposte a molte domande ed è chiaramente percepita come un aspetto determinate del proprio comportamento all’acquisto, insieme alla qualità dei materiali e alla funzionalità  del capo prescelto. Sorprende non poco la scarsa rilevanza attribuita all’effetto moda inteso come elogio della novità. Sono veramente pochi quelli che si dichiarano influenzati dalla pubblicità, dalle riviste di moda e persino dallo stile.

Il 41% sostiene di acquistare abiti prevalentemente per sostituire vestiti usurati o perchè attratti da prezzi promozionali (25%). La maggioranza rinnova il proprio guardaroba con acquisti semestrali o annuali (28%+32%) e per un nuovo capo l’84% non spende più di 100 Euro.

Sembra quasi che i referenti del sondaggio stiano già praticando una sostenibilità dal basso, fatta di acquisti poco frequenti, razionali e per niente orientati dal desiderio (di moda, di novità, di consumo). D’altronde la composizione del cluster parla chiaro: i giovani (generazione z) sono solo l’11%, i millennials il 17%, gli ultra trentenni fino ai pensionati rappresentano il 72% del campione e quindi trascinano gli esiti del sondaggio all’approdo che ho sintetizzato.

Tuttavia, noi sappiamo da numeri reali il grande impatto in tutte le fasce di età del fast fashion, della moda low cost e questo mi induce a sospettare che la razionalità nei propri comportamenti percepita dagli intervistati sia poco più di una illusione, resa necessaria dalla tendenza naturale che abbiamo nel sopravvalutare la valenza etica delle nostre decisioni. La psicologia comportamentale da Kahnemann in poi, non fa altro che sottolineare la cecità verso l’irrazionalità del comportamento dei consumatori e il bisogno naturale di costruirne a posteriori (è il  caso dei sondaggi) una logica razionale al proprio modo di agire.

C’è da aggiungere però che i soggetti della ricerca manifestano una netta preferenza per effettuare acquisti in negozi indipendenti e di prossimità (66%) mentre il 34% dichiara di comprare nei grandi magazzini; inoltre recupero da un’altra domanda l’informazione che il 23% del cluster preferisce gli acquisti in catene di negozi di marca. Il negozio fisico sembra dunque sorprendentemente resiliente. Questo a mio avviso significa che i negozi di prossimità, indipendenti e per certi versi familiari, svolgono, forse inconsapevolmente, un ruolo fondamentale per aggiungere note di razionalità negli acquisti, fungendo di fatto a sistema distributivo articolato, utile per rallentare il ritmo parossistico dei consumi fomentato dal pirotecnico sistema della moda.

Di conseguenza, non è una forzatura immaginare un futuro nel quale il ruolo del negozio di prossimità diventi strategico per la riduzione dell’impatto dell’inquinamento ambientale per un vasto pubblico di consumatori. Non per caso dal questionario emerge in modo sottile l’attribuzione di un certo potere persuasivo al negoziante di fiducia, correlato alla percezione espressa dai soggetti del campione del ruolo positivo che potrebbe interpretare relativamente a informazioni sui benefici di abiti ecosostenibili. Il 37% degli intervistati infatti suggerisce ai negozianti proprio questo: fungere da indipendenti e liberi stakeholder capaci di evocare nuove dimensioni della qualità degli oggetti moda implicate dal paradigma della sostenibilità, non direttamente percettibili dai clienti, ma cognitivamente pregnanti. Insomma, per dirla con altre parole, chi meglio del negoziante che sento appartenere al mio territorio e del quale ho fiducia può indicarmi i benefici della moda sostenibile e darmi la consapevolezza che piccole azioni ripetute come gli acquisti che facciamo per vestirci, possono cambiare qualcosa?

Gli altri suggerimenti da parte degli intervistati sottolineano la maggiore varietà di prodotti da implementare nei negozi (16%), un rapporto qualità-prezzo che inviti all’acquisto (13%), presentarlo con efficacia differenziando la sua esposizione da quella della merce normale (13%), promuovendo programmi di riciclo (11%). Una minore percentuale di adesioni la raccolgono le collaborazioni con Associazioni ambientali (5%) e il coinvolgimento attivo di clienti attraverso sondaggi e altre iniziative (4%). Tutte dimensioni tra l’altro che il titolare del negozio evoluto non può non conoscere dal momento che oggi il  vero problema non è il sapere  cosa fare ma il come farlo.

Devo dire che la gerarchia dei suggerimenti, implicita grazie alle percentuali degli intervistati, in parte mi ha sorpreso. E’ evidente infatti che risulterebbe molto più efficace per la sostenibilità un serio programma di riciclo della merce, invece che vaghi riferimenti al lay out prodotti o al campionario rinforzato. Un negozio di prossimità non ha le dimensioni di un supermercato e l’eventuale reparto abiti sostenibili non è certamente sovrastato o narcotizzato da migliaia di altre merci.

Riciclare gli abiti rappresenta invece un intervento diretto a contenere la produzione e la vendita di abiti “nuovi” dal punto di vista quantitativo, ed è appunto la quantità di abiti prodotti e venduti ( e non venduti) ad innalzare la soglia dell’inquinamento dell’industria d’abbigliamento.

 

 

Allungare la durata degli abiti che compongono il nostro guardaroba ha effetti immediati sull’ambiente e non richiede nessun esborso economico ma soltanto un costo psicologico. Con programmi di riciclo il negoziante evoluto può attenuare il disagio psicologico della rinuncia al “nuovo” del cliente, soprattutto se gli offre la possibilità di una sorta di cambio merce (ovviamente a pagamento, ma con  un risparmio significativo): l’abito che non uso più può essere venduto ad un altro cliente; al suo posto ottengo un nuovo capo di abbigliamento con uno sconto percepito ovviamente come invitante.

 

 

Scarica qui la ricerca sui consumatori per la sostenibilità nel settore abbigliamento.

RICERCA CONSUMATORI SETTORE ABBIGLIAMENTO

4. Sintesi finale

Oggi più che in altre epoche, le tecnologie dell’informazione, il web e i social network mettono alla prova la nostra percezione dei fatti. L’aumento dei dati a nostra disposizione ha dell’incredibile e condizionano il nostro modo di quantificare la realtà e la percezione che ne abbiamo. Anche se avremo a disposizione algoritmi intelligenti per trovare percorsi di senso tra quantità enormi di informazioni, a livello di percezione umana possiamo solo prevedere ulteriori difficoltà e rischi.

La ricerca sulla sostenibilità che ho analizzato lo dimostra.

E’ estremamente positivo registrare tra gli intervistati una dominante consapevolezza sulla primarietà, come problema del nostro tempo, della sostenibilità.

Ma occorre segnalare che le percezioni troppo spesso ci ingannano. Per esempio, ci rendono ciechi di fronte alla differenza tra il sapere qualcosa e conoscere il processo che determina l’emersione di un problema.

Le risposte al questionario mostrano questa asimmetria tale per cui le informazioni non sono conoscenza. Possono certo creare l’illusione del sapere ma poi quando si tratta di agire nascono gli ostacoli imprevisti.

Intendiamoci, la maggioranza degli intervistati sanno benissimo quali sono i determinanti che influiscono sull’inquinamento, ma, a parte l’energia e i rifiuti, stentano a trasformarli in pratiche virtuose.

Dal mio punto di vista è chiaro che non possono farcela da soli. Hanno bisogno di supporti. E dal momento che, secondo gli intervistati, i produttori di merci in gran parte risultano opachi alla sostenibilità, questo aiuto può arrivare solo dalle Istituzioni e dalle Associazioni di categoria.

Qual è il fantasma che si aggira tra le righe del questionario? In realtà, i fantasmi sono due. Il primo è il bilancio di sostenibilità che ogni negozio dovrebbe redigere per avere la misura dell’efficacia delle proprie strategie ecologiche. Senza un bilancio certificato dalla propria Associazione o da terzi, ogni azione diventa contingente, occasionale, provvisoria. Con un bilancio risultano possibili previsioni e obiettivi. Con il bilancio reso pubblico diviene chiara ai clienti la demarcazione tra negozio evoluto e responsabile e quello noncurante. Grazie ad esso può essere possibile una maggiore tassazione per chi non si prende cura dell’ambiente di lavoro. E infine un bilancio di sostenibilità, che per me non significa solo numeri ma anche un imprenditore che ci mette la faccia, può veramente trasformarsi in una sorta di stakeholder al servizio della sostenibilità presso una tipologia di pubblico decisiva per cambiare i comportamenti all’acquisto partendo dal basso; senza proclami, senza eventi eclatanti, senza star, ma con l’afflato umanistico che mi piace attribuire allo stile di interazioni con la gente del negozio di prossimità.

Il secondo fantasma è il passaporto di sostenibilità, strumento indispensabile per responsabilizzare il consumatore e renderlo consapevole dei costi ambientali e umani delle sue scelte. La verifica del grado di autenticità, qualità e civiltà dei prodotti, doveva essere introdotta a partire da 2026. Ma le lobby contrarie e le difficoltà di trovare punti di convergenza tra tutti i Paesi membri dell’Europa stanno creando problemi alla effettiva regolamentazione del “passaporto”. Anche il bilancio di sostenibilità, che doveva essere obbligatorio dal 2024 per le aziende quotate in Borsa e/o con fatturati importanti, sta incontrando numerosi ostacoli (di fatto la sua applicazione è stata rinviata di due anni); e la sua estensione ad aziende di piccole dimensioni non viene più considerata una priorità dal Governo Europeo.

Ma nulla vieta di immaginare che reti di negozi a livello regionale possano negoziare con Amministrazioni sensibili al problema sostenibilità, forme locali di report di sostenibilità coerenti con le linee guida dell’Europa rese forse più efficaci da rilievi o specificità territoriali. Anche perchè, in definitiva, alla base di ogni decisione c’è qualcosa di molto semplice da capire: occorre tassare di più i negozi che inquinano (che non aderiscono o non rispettano l’eventuale Report di sostenibilità); sembrerebbe razionale dare vantaggi sensibili a chi lavora per un futuro migliore.

Gli ultimi dati a mia disposizione relativi all’Emilia Romagna, notificano che solo nel 2024 sono evaporati circa 700 negozi di prossimità, e che 7000 location rimangono sfitte. Dal mio punto di vista questi dati confermano che rimanere ancorati alle modalità e regole del passato non paga. Occorrono nuove strategie sia per gli imprenditori che per le istituzioni preposte. A tal riguardo, ragionare, progettare, investire avendo come orizzonte la sostenibilità potrebbe offrire all’assetto strategico un in-più di efficacia e creatività.

Lamberto Cantoni

27 Responses to "Riflessioni su una recente ricerca Confesercenti sullo sviluppo della sostenibilità nel settore moda dell’E.R."

  1. lucianos64   6 Dicembre 2025 at 11:17

    Ho dato un’occhiata in fretta e non me la sento di fare critiche. C’è molta roba su cui ragionare. Scrivo solo per dire che abito in un quartiere dove troppi negozi sono chiusi o stanno chiudendo ed è un disastro soprattutto verso sera. Per non parlare della socialità. Trovare una edicola, soprattutto di domenica è un tormento, gli artigiani di una volta devi cercarli su internet e non sai chi ti arriva a casa, per il pane e per la frutta e verdura devi fare una maratona o andartene in macchina al supermercato, il negozio di vestiti che frequentavo ha chiuso da due anni, si moltiplicano solo le mangiatoie. Allora, l’ambiente è un problema di sicuro ma anche la socialità e senza i negozi io prevedo solo degrado.

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  2. genny   6 Dicembre 2025 at 12:02

    Lo sapevamo tutti che internet avrebbe ucciso tanti negozi di abbigliamento. Non ci si può fare niente. Però sono d’accordo che bisognerebbe aiutare i sopravvissuti perché fanno la città più sicura. Francamente non saprei cosa suggerire. Cominciare dai più sostenibili come ho letto nelle sintesi può essere un inizio.

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  3. amyxy   6 Dicembre 2025 at 17:53

    Mi ha reso felice il fatto che la maggioranza degli intervistati tra i clienti abbia detto di preferire il negozio agli acquisti in internet. Anch’io sono d’accordo con chi sostiene che i piccoli negozi sono il cuore delle nostre città. Speriamo resistano.

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  4. annam   7 Dicembre 2025 at 11:38

    Vorrei dire che non capisco chi compra abiti con internet. Io adoro toccare i tessuti degli abiti, provarne più di uno, guardarmi allo specchio, fare domande e scambiare le miei opinioni con una commessa più giovane. Trovo tutto questo umano e responsabile perché così entrano nel mio guardaroba solo cose che hanno un’anima. Mi è piaciuto il dato presentato dalla ricerca che sottolinea che la maggioranza degli intervistati la pensa come me. Bisognerebbe che internet tornasse ad essere solo uno strumento di comunicazione e non di commercio sleale perché esaspera il compra e getta. Io credo che la sostenibilità più importante che possa fare il proprietario di un negozio sia convincere i suoi clienti ad acquistare roba di qualità che duri. Penso anche che il passaporto digitale del prodotto sia una buona idea perchè rispetta il diritto del cliente ad avere le informazioni su ciò che compra.

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  5. james   7 Dicembre 2025 at 12:26

    Interessante ricerca. Ma non è un problema solo italiano. In Germania ad esempio sono spariti in pochi anni 5000 store. La concorrenza del fashion on line è troppo forte. Aggiungo che da noi tasse e burocrazia martellano di più. Vogliamo parlare poi della perdita d’acquisto e degli stipendi più bassi in Europa? Investire nella sostenibilità è una idea bellissima ma nelle condizioni attuali è destinata a rimanere tale cioè una idea difficile da realizzare.

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  6. diego   7 Dicembre 2025 at 13:33

    Ho rispetto per chi ha fatto la ricerca e per l’analisi. Ma è inutile farsi delle illusioni: i negozi fisici si devono adattare al cambio di contesto imposto dal fashion on line. Immagino che trovare nuove strategie e motivazioni non sia facile. Forse la sostenibilità può essere di aiuto però come dice l’autore, i negozianti non possono essere lasciati da soli.

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  7. chiara   7 Dicembre 2025 at 19:38

    Il bilancio di sostenibilità e il passaporto digitale non sono una novità. Se ne parla da parecchi anni. La novità sarebbe vederli finalmente.

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  8. mark99   8 Dicembre 2025 at 09:00

    Una ricerca tutto sommato utile, anche se tutto questo parlare di sostenibilità, sta producendo ben poco. Ma l’autore dell’art. non ha detto una cosa importante. Gli intervistati tra i consumatori erano in stragrande maggioranza persone anomale rispetto il mondo digitale. I giovani intervistati era solo l’11%. Ecco perché la maggioranza ha manifestato nostalgia per vecchi negozi e sembrano così sensibili alla sostenibilità. Voglio dire un’altra cosa: ci sono negozianti che sanno fare il proprio mestiere e ce ne sono altri improvvisati. I competenti nei periodi di crisi possono soffrire ma poi si risollevano. Gli incompetenti, chi ha aperto un negozio solo perché aveva soldi da investire dovrà cambiare mestiere. E’ solo una semplice e banale legge di mercato.

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    • Antonio Bramclet
      antonio   8 Dicembre 2025 at 09:20

      Per me Mark ha scritto sciocchezze. Primo: Ma chi ha detto che internet lo usano solo i giovani? secondo: non hai letto della crisi demografica? informati e vedrai che i giovano sembrano dappertutto per via della pubblicità e della moda, ma che sono numericamente irrilevanti. Terzo: dare dell’incompetente ad un negoziante perché non ce la fa più di fronte a problemi come la crisi del mercato, la tassazione più alta, concorrenze sleali, stipendi più bassi d’Europa è ingiusto e stupido. La sostenibilità va costantemente monitorata in tutti i suoi aspetti e ben vengano ricerche come quella fatta dalla Confesercenti.

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      • mark99   8 Dicembre 2025 at 10:08

        I giovani tra il 18 e i 30 in Italia sono il 25%, più del doppio della percentuale degli intervistati della ricerca. Sono convinto che con questo dato alcune domande avrebbero avuto un esito diverso. Io ho padre, madre, zii, nonni e nessuno usa i social o interagisce con i conoscenti tramite internet. Quando hanno bisogno si rivolgono a me. Personalmente faccio acquisti nel web e vado ogni tanto a comprarmi le scarpe in un negozio di un amico. Preferisco il fashion on line per i prezzi e per la grande possibilità di scelta. Non volevo offendere i negozianti. Sono d’accordo nel ritenere il negozio un valore aggiunto delle città. Volevo solo dire che anche i negozi seguono le leggi di mercato e della domanda dei consumatori. Ho anche scritto che la ricerca è utile quindi non capisco la reazione di Antonio.

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  9. valerio   8 Dicembre 2025 at 15:50

    L’insieme dei dati sono ben fatti e la ricerca dà da pensare cioè bisognerebbe utilizzarli per fare qualcosa che cambi la situazione. Non credo che il proprietario o gestore di uno store possa agire a questo livello. E’ già bravo se riesce a restare aperto. Come si può fare per far scegliere la qualità e il made in Italy a famiglie impoverite? La scelta della moda a basso costo perché prodotta in Cina o in altri paesi che non hanno i nostri costi, per molti è quasi obbligata. E poi voglio dire ancora che l’e commerce e il fast fashion ci è stato presentato come qualcosa si cui era inutile parlare o contestare, tanto nessuno l’avrebbe fermato. Così in pochissimo tempo ha manipolato i giovani che oramai passano più tempo nei social che a comunicare nel mondo reale.

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  10. lucios86   9 Dicembre 2025 at 10:08

    Bilancio di sostenibilità? Solo se non comporterà un aggravio di spese per l’imprenditore!

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  11. maurizio   9 Dicembre 2025 at 18:52

    Da quando Trump ha detto che la sostenibilità è un imbroglio non è più così seguita. Non mi risulta sia uno dei problemi più sentiti dal governo Meloni. Quindi non credo ci possano essere investimenti o vantaggi a favore dei commercianti che vorrebbero ristrutturare la propria attività per renderla più sostenibile. Di conseguenza in un settore con seri problemi economici non vedo possibilità di sviluppo in tal senso a parte quello che già fanno. Senza contare che più che problemi ambientali oggi i negozi debbono fronteggiare un pericolo più immediato che è l’e-commerce che verrà reso ancora più efficace dal diffondersi della intelligenza digitale.

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    • giorg.bas87   10 Dicembre 2025 at 00:40

      Con tutto il rispetto per il presidente degli Stati Uniti noi siamo italiani ed europei e seguiamo un percorso diverso. Per il governo europeo la sostenibilità è una cosa seria e le leggi sono state fatte. L’autore dell’articolo non lo dice con chiarezza ma bisognerebbe estenderle anche agli imprenditori di negozi fisici multimarca, con incentivi sensibili. Gli amministratori delle nostre città invece che tassare in modo indiscriminato e lineare dovrebbero tenere conto del valore culturale e sociale di attività senza le quali consegneremmo tutto il commercio alle multinazionali e a chi controlla il web. I dati della ricerca sono interessanti (soprattutto il dato sulle preferenze dei clienti) e fanno pensare che molti commercianti potrebbero aderire a un patto di sostenibilità se aiutati dalle loro associazioni. Si dice che l’industria dell’abbigliamento sia una delle più inquinanti quindi è giusto fare progetti lungo tutta la filiera coinvolgendo i punti vendita.

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      • chiara   19 Dicembre 2025 at 08:01

        Mi piace come la pensa Giorgio, ma vorrei ricordargli che l’Europa sta ripensando tutto quello che aveva programmato sulla sostenibilità. Vorrei dire anche che il commercio al dettaglio non sparirà per colpa dell’e-commerce. Ci saranno meno piccoli negozi ma sempre più competitivi. Rimarranno i migliori cioè quelli che si adatteranno e sfrutteranno il punti debole di internet che per me è la vera socialità.

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        • andry01   20 Dicembre 2025 at 08:59

          Il darwinismo aziendale di Chiara è un chiaro indizio del cinismo dilagante. Non è vero che rimangono i migliori. Spesso sono i più fortunati o quelli che non rispettano le regole. Io avrei aggiunto al questionario dei consumatori della ricerca una domanda: i negozi di oggi sono meglio o peggio di quelli di ieri?

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  12. mary   10 Dicembre 2025 at 08:42

    La ricerca è giusta. Sapere come la pensano i proprietari di negozi indipendenti è sicuramente interessante. Che i consumatori siano disponibili a spendere di più per la qualità e la sostenibilità mi crea dubbi. A parole forse sì, ma poi nei fatti… I’e-commerce fashion è una realtà e si questo non ci piove e bisogna accettarla.

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  13. freddy03   10 Dicembre 2025 at 18:55

    Passaporto bilancio di sostenibilità, tutte belle idee; peccato che viviamo in un’epoca dove le belle idee non attecchiscono.

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    • moro48   27 Dicembre 2025 at 08:09

      Hai ragione Alfredo ma di chi è la colpa non certo di chi ha un negozio, vogliamo dire la verità: nessuno vuole cambiare il proprio stile di vita se non è costretto a farlo, nemmeno per la sostenibilità.

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      • amixy   28 Dicembre 2025 at 10:02

        Veramente l’inchiesta ha stabilito il contrario. La maggioranza dichiara di preferire il negozio tradizionale. Io credo che sia la pressione mediatica volta a magnificare la rivoluzione del virtuale a far credere che i punti vendita reali siano obsoleti.

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  14. giacomo   9 Gennaio 2026 at 09:46

    E’ di oggi la notizia che per volontà di Trump gli Stati Uniti sono usciti da tutte le istituzioni create per la sostenibilità. I negazionisti hanno vinto e ricerche come quella citata dall’articolo non contano più nulla. Tra poco la parola sostenibilità scomparirà dal mercato linguistico.

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    • Antonio Bramclet
      antonio   10 Gennaio 2026 at 07:47

      Il fatto che Trump viva e prenda decisioni seguendo il principio filosofico “tra cinquant’anni saremo tutti morti” e quindi pensiamo a vivere meglio oggi (consumando e inquinando il mondo) non la vedo come il massimo della saggezza. Purtroppo la sostenibilità rimarrà un problema irrisolto e meno male che qualcuno continua a monitorarla con ricerche come quella pubblicata.

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    • carlo   14 Gennaio 2026 at 19:13

      Svilire la sostenibilità è una scelta che verrà giudicata dalle generazioni future come una delle follie di adesso. Però diciamocela tutta: cosa possono fare di concreto i proprietari di piccoli negozi? E il comune consumatore cosa dovrebbe fare? Che potere ha? comunque ben vengano studi e ricerche.

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  15. Annam   11 Gennaio 2026 at 09:40

    E chi è appena nato o sta per nascere? è giusto lasciargli un mondo nel quale il suo futuro è estinguersi? Io proprio non comprendo il tapparsi gli occhi di tante importanti persone. Mi è piaciuta l’idea di una sostenibilità dal basso dell’autore delle riflessioni. Non solo i piccoli commercianti ma tutti noi dovremmo sforzarci di essere sostenibili!!!

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  16. Lamberto Cantoni
    Lamberto   12 Gennaio 2026 at 09:52

    Non commento le affermazioni di Giacomo. Sono troppo lontane dal mio punto di vista. Concordo invece con Annam. Voglio dire però due cose: gli USA hanno investito molto nelle rinnovabili nel recente passato. Molto più che noi europei, credo. Ma è vero che l’attuale amministrazione è più legata alle grandi compagnie petrolifiche; è lecito dunque attendersi un ridimensionamento degli investimenti in energie sostenibili. Perché? È evidente che la visione che anima l’attuale leadership USA sia a breve termine e cerchi con tutti i mezzi il controllo delle forme di energia più facilmente spendibili per il dominio strategico a prescindere dal loro potenziale inquinamento. Per lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale (accumulo di dati, la robotica intelligente prossima ventura…) occorre fin da subito una quantità di energia che non può essere assicurata dalla geotermica o dal fotovoltaico. Petrolio e nucleare, a tal riguardo offrono più garanzie. L’elite attuale che governa la nazione più potente al mondo ha fatto una scelta e spetterà al popolo americano decidere se è giusta o da aggiustare. Io credo che gli USA non dovrebbero avere un atteggiamento troppo aggressivo e timoroso nei confronti della Cina. Tantomeno con noi europei da sempre alleati con le varie amministrazioni USA che si sono succedute dopo il secondo conflitto mondiale. Non vedo reali vantaggi a lungo termine per un Paese che si proclama difensore della libertà e, pur con tutte le ambiguità del momento, della democrazia, se ostenta solo la sua forza militare.

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  17. vincenza   13 Febbraio 2026 at 11:05

    Tramp sta resuscitando l’industria carbonifera e dice che la sostenibilità è una truffa. Io non credo che il Presidente degli Stati Uniti dica queste cose senza aver consultato i suoi esperti.

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  18. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   14 Febbraio 2026 at 12:25

    Cara Vincenza, io credo che il Presidente USA abbia a cuore soprattutto l’economia e non l’ambiente. A mio avviso esagera con il linguaggio. Le preoccupazioni degli scienziati che ci allertano sulle conseguenze del riscaldamento climatico non sono una truffa, e nemmeno lo è il tentativo di altri politici di operare in senso contrario, ovvero porre dei limiti allo sfruttamento del pianeta.

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