“Nexus” di Yuval Harari: come e perché le reti informative hanno cambiato la vita dell’uomo

“Nexus” di Yuval Harari: come e perché le reti informative hanno cambiato la vita dell’uomo

MONDO – Un viaggio tra storia, tecnologia, informazione e potere. In Nexus, Yuval Harari amplia la riflessione sull’intelligenza artificiale e sulle reti informative, interrogandosi sui rischi e sulle opportunità di un futuro sempre più dominato dagli algoritmi e dalla loro influenza sulla democrazia, sulla conoscenza e sulla società.

L’ultimo libro di Yuval Harari riprende, estendendole, le suggestive argomentazioni sull’IA presentate nel suo famoso e celebratissimo “Homo Deus”.

Fu grazie all’interesse scaturito da questo testo tradotto in svariate lingue che l’autore, da esperto di Storia militare del Medioevo, è divenuto uno degli intellettuali più corteggiati dai protagonisti dell’attuale svolta digitale, orientata a diffondere in ogni dove le presunte virtuosità dell’intelligenza artificiale generativa, presentata alla gente come un avvenimento ineluttabile, straordinariamente efficace per via del profetizzato aumento di produttività dell’attuale sistema economico, per le rivoluzionarie diagnosi preventive in contesto medico, per l’istruzione ad ogni livello e tante altre presunte virtuosità quotidianamente sbandierate su ogni mezzo di comunicazione. Insomma, per gli ottimisti tecnologici di turno, stimolati dall’interesse privato dei pochi miliardari che, grazie a pratiche di auto legittimazione invasive stanno  trasformando l’IA in una forma di potere di loro esclusivo controllo, la rivoluzione digitale in atto sarà irrefrenabile e cambierà lo stile di vita degli esseri umani. Tuttavia, è bene ricordarlo, uno dei tanti meriti di Yuval Harari ha coinciso con l’articolata analisi non solo dei benefici ma anche dei rischi globali che dovremo affrontare nel preciso momento in cui l’intelligenza artificiale generativa diventerà dominante in ogni aspetto della civilizzazione e soprattutto quando sarà in grado di prendere decisioni autonome aldilà del controllo umano. 

yuval harari

Ma veniamo alla sua ultima importante pubblicazione, ovvero a Nexus, breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, Saggi Bompiani 2024; non proprio una novità dunque, l’autore infatti aveva già affrontato queste tematiche; tuttavia l’analisi degli effetti dell’informazione e le sue conseguenze sono presentati dentro nuove cornici che rendono la narrazione storica gravida di effetti di senso molto attuali. A mio parere si tratta di un testo che per ora non sembra aver avuto le attenzioni dei suoi lavori precedenti ma che personalmente reputo estremamente up to date e ovviamente importante. In esso l’autore rimette ancora una volta in gioco le metodologie macrostoriche maturate nel corso della sua carriera come studioso, paragonabili per intelligenza, acutezza e audcia interpretativa a quelle di Jared Diamond (penso a libri come “Collasso”, “Armi, acciaio e malattie”, “Il terzo scimpanzè”), focalizzando l’attenzione su ciò che nel novecento veniva definito il mondo della comunicazione oppure “semiosfera” (in contesto semiologico), basandosi su una visione della categoria di base ovvero “informazione” nella quale risuona l’eco della oramai classica visione cibernetica promossa da Wiener e Shannon.

Infatti, una delle idee centrali di harari è che l’informazione non è la verità dal momento che la sua caratteristica primaria non ha a che fare con la significazione o la rappresentazione, bensì con il porre in relazione, collegare, connettere  qualcosa o qualcuno ad altre entità, eventi, situazioni. In breve, noi troviamo l’efficacia/efficienza dell’informazione più nella messa in ordine di contesti caratterizzati da complessitò, piuttosto che in vaghi riferimenti a verità e a significati sempre sfuggenti e instabili.  

Ebbene, scrive Harari, l’informazione interpretata come ordine emergente tenderebbe alla creazione di reti di conoscenza, fomentando così la credenza che aumentando la loro quantità, non possa che crescere il sapere utile per l’uomo. 

Di conseguenza sembrerebbe corretto sostenere che se il ruolo più importante dell’informazione è quello di tessere nuove reti piuttosto che rappresentare o significare realtà preesistenti, e se nuove e più potenti reti aumentano l’efficienza/efficaia del sapere, allora è quasi scontato immaginare che l’invenzione di nuove tecnologie dell’informazione, funzioni come un catalizzatore di grandi cambiamenti storici portatori di benefici per la civilizzazione. 

Tuttavia, sostiene giustamente Yuval Harari, la tecnologia dell’informazione non è deterministica dal momento che può essere usata in modi molto diversi. 

Ad esempio possiamo certo dire che l’invenzione della stampa ha favorito la rivoluzione scientifica o che le prime rivoluzioni industriali (causate dalla scoperta dell’energia del vapore e dell’elettricità, tra l’altro anch’esse trasformabili in “informazioni”) hanno migliorato la vita della gente. A patto però di non rimuoverne gli aspetti negativi forieri di immani orrori. Tanto per essere chiari, scrive l’autore, l’avvento della possibilità di stampare in numerose copie un testo ha permesso anche di condensare in un solo libro, la Bibbia, le innumerevoli narrazioni religiose che circolavano tra le genti cristiane. Possiamo certo concepire questa sorta di codifica come ordine emergente del discorso religioso, senza dimenticare però l’immane sofferenza provocata  dall’immensa rete di convergenze così prodotta accompagnata dall’ondata letale di fanatismo, aggiungendovi il grande potere offerto ai solerti inquisitori. Così come si deve riconoscere che vapore ed elettricità hanno avuto effetti collaterali devastanti come diseguaglianze sociali, immense concentrazioni di ricchezza, guerre e colonialismo.

A tal riguardo il pensiero di Yuval Harari è di una chiarezza ammirevole: le reti create dalla circolazione delle informazioni, nei cui nodi si accumulano velocemente in grande quantità, spesso consentono a pochi individui che ne hanno il controllo di governare l’intera vita di molte persone, divenendo un terrificante strumento di potere dispotico.

Ora, non ci occorre una grande immaginazione per intuire che questa argomentazione diventa particolarmente utile per prevedere le possibili conseguenze dell’impatto dell’innovazione tecnologica attualmente più importante per le nostre vite.

Infatti, sostiene Yuval Harari, l’IA è potenzialmente più destabilizzante della scrittura, della stampa, del telegrafo perché sembra in grado di prendere delle decisioni e generare idee da sola. Non tanto oggi, naturalmente. Ma  quasi tutti gli esperti del settore oramai la ritengono un mezzo provvisto di potenziale agentivitá. In altre parole i suoi sofisticati algoritmi auto-correttivi e generativi produrrebbero ondate di elaborazioni di dati, non solo diversi da quelli distillati da una mente umana, ma grazie alla loro velocità di elaborazione e all’impossibilità per una mente umana di esercitare un controllo significativo, essi diverranno membri attivi delle reti ovvero, prenderanno decisioni aliene, genereranno idee aliene, improbabili per esseri umani.

Dal momento che non abbiamo motivo di credere che l’IA privilegi la verità e nemeno di pensare che le routine auto-correttive siano sinonimo di infallibilità, ne discende l’inquietante scenario di IA protagoniste o complici di visioni del mondo distorte che potrebbero fomentare abusi di potere, delegittimando sistematicamente il sapere esperenziale prodotto dalle pratiche scientifiche in scala umana. 

La presenza di idee aliene- scrive l’autore – potrebbe modificare le regole della nostra democrazia e orientare la ridistribuzione della ricchezza in modo molto più iniquo del capitalismo otto/novecentesco, prefigurando un futuro dominato da pochi padroni, qualche chierico (infatti come sosteneva Hegel, i padroni non hanno bisogno del sapere; a questo ci pensano gli ingegneri, i programmatori prezzolati, fino a quando non saranno essi stessi sostituiti dall’algoritmo) e da una vasta moltitudine di esseri umani instupiditi dall’inazione, dal pensiero sempre più corto, dalle idiozie causate da post-verità incontrollabili, contagiose, destrutturanti.

Tuttavia non vorrei trasmettere a chi mi legge il sospetto che Yuval Harari abbracci una visione apocalittica del futuro. Da uomo di straordinaria cultura, arricchita da una non comune intelligenza e dotato di una ammirevole chiarezza di pensiero ed espositiva, nei suoi libri non dimentica mai di segnalare i risvolti positivi delle innovazioni che ci hanno trasformato da, uso qui una espressione, titolo di un precedente suo libro, ci hanno trasformato, dicevo, da animali a dei. Quindi è molto convincente anche quando documenta gli enormi incrementi di sapere, di produttività, di salute resi possibili dall’IA. Ma ciò che gli sta a cuore e penso che lo viva come un dovere scaturito dall’etica intellettuale e interiore che lo caratterizza, ciò che lo preoccupa maggiormente è la visione cinica del potere, che una IA fuori controllo potrebbe trasformare in qualcosa di letale per l’intera umanità.

A tal riguardo, non dobbiamo affatto immaginare scenari futuri per afferrare il senso di come dobbiamo intendere la visione cinica del potere. Essa è infatti qualcosa di tragicamente umano, inscritto da tempo immemorabile nella nostra storia, che Yuval Harari descrive in questi termini: il potere è l’unica realtà; da cui discende che tutte le interazioni tra individui, popoli, stati, sistemi economici siano perlopiù lotte per il potere e che informazioni, linguaggi, conoscenze siano solo armi per sopraffare i nostri nemici.

yuval harari

Da informatissimo storico Harari ci convince che il nostro passato dice però cose molto diverse dalla narrazione del potere cinico. E ci ricorda che nemmeno una IA potrà sopravvivere falsificando continuamente la “verità”.

Eppure è pur vero che il potere cinico e le sistematiche menzogne che come un’ombra lo accompagnano, non le hanno inventate gli algoritmi bensì degli esseri umani.

Ecco dunque affiorare due drammatiche bellissime domande: perché se siamo così sapienti, siamo così distruttivi? C’è qualcosa nella nostra natura che ci spinge sulla strada dell’auto-distruzione? In Nexus, l’autore sembra affermare che la colpa non è tanto nella nostra natura ma dell’aumento di potenza delle reti di informazione che abbiamo creato nel corso della storia. Gli esseri umani possono essere distruttivi ma soprattutto risultano cooperativi e disponibili a condividere esperienze, economie, culture. E’ vero che la nostra storia è costellata di guerre e orrori, ma abbiamo costruito civiltà, forme di vita un po’ dappertutto. Siamo sicuri che in un algoritmo auto generativo ci potrà essere spazio per il conatus orientato alla vita organica? Non è più probabile che cerchi di preservare soprattutto se stesso? Yuval Harari in certi passaggi del libro gioca a farci dubitare sull’interesse dell’algoritmo verso la sopravvivenza di organismi biologici coscienti.  Si tratta di argomentazioni suggestive che ci invitano a prendere sul serio oggi i rischi connessi alle reti più potenti mai create dall’uomo; reti gestite da algoritmi generativi che fanno prevedere un loro dominio sull’umano. E arrivati o superato questo limite cos’altro potremmo attenderci se non la nostra estinzione? 

Non sono sicuro che la risposta di Harari a ciò che ho definito bellissime domande sia tutta la verità. Io credo, come scriveva Sigmund Freud in “Aldilà del principio del piacere”, che la pulsione di morte in determinate circostanze possa prevalere sulla pulsione di vita. Significa che la tendenza a distruggersi fa parte dell’impasto pulsionale che nel novecento chiamavamo soggettività. In altri termini, fa parte della nostra natura e quindi non possiamo far ricadere tutte le responsabilità di una ipotetica de-umanizzazione su una futura Matrix.

Ma queste mie considerazioni non cancellano la pregnanza degli argomenti di Harari. Al contrario, rafforzano il pensiero finale, probabilmente il più importante, donatoci dall’autore che vi presento con una ulteriore domanda: dal momento che non possiamo fermare la diffusione e l’aumento di potenza dell’IA, come potremmo dare ad essa una traiettoria che allontani gli scenari dell’estinzione (della democrazia liberale, della libertà, della vita dell’uomo)?

Occorre, scrive l’autore, un rafforzamento e uno stretto controllo dei meccanismi di auto-correzione degli algoritmi intelligenti (che significa  trasparenza dei codici generativi iniziali che attivano la crescita in potenza predittiva e probabilistica dell’IA). Non si deve permettere che un potere immenso sia esclusivo privilegio di poche persone; di conseguenza bisogna affrontare con serietà il problema della ridistribuzione della ricchezza prodotta dai previsti aumenti di produttività ottenuti grazie all’IA.

È necessario fin da ora costruire reti informatiche democratiche, equilibrate nelle quali la libertà degli individui non venga svuotata dalla visione ingenua e populista dell’informazione; le fake news o i memi creati per destabilizzare, diffamare, propagandare evidenti falsità, devono essere controllate, limitate e, a seconda dei casi, opportunamente sanzionate.

A tal riguardo aggiungo che Nexus offre al lettore una eccellente, chiara e anche equilibrata spiegazione del perché il populismo ha fatto emergere la fragilità delle nostre democrazie liberali. È l’idea sbagliata di concepire “il popolo” come una entità monolitica, compatta a cui spetta ogni esercizio di autorità in tutte le sue forme a far sì che i leader populisti credano di poterlo rappresentare e difendere contro ciò che si manifesta come eterogeneo al loro discorso. Da questa idea centrale discende l’ostilità verso tutti i saperi poteri indipendenti, in particolare la Giustizia e mondo scientifico/accademico. La verità così come viene elaborata da chi l’affronta con metodi scientifici, il fare la cosa giusta in relazioni a leggi e diritti, sono questioni irrilevanti per il populista dal momento che solo il popolo e il suo leader ha il diritto di decidere quale deve essere la narrazione da seguire, senza dubbi o ripensamenti. In definitiva dunque, oltre ad una accurata selezione di “fatti” rilevanti, la visione dello sviluppo storico di Harari si basa sulle conseguenze di narrazioni contrastanti. E nel nostro tempo, scriveva  l’autore in un testo precedente, intitolato “21 lezioni per il XXI secolo”, le narrazioni più pericolose per la democrazia sono di due tipi: “Le fantasie nostalgiche e le utopie tecnologiche. Non possiamo risolvere i nostri problemi cercando di far rivivere un qualche glorioso passato immaginario. In passato non ci siamo mai divertiti, e in ogni caso, non possiamo tornare indietro. Le utopie tecnologiche sono egualmente pericolose. Il mero sviluppo di nuove tecnologie non risolverà nessuno dei nostri problemi – la grande questione è come usare le nuove tecnologie con saggezza”. 

Considero Nexus un contributo prezioso per diffondere il pensiero che uno degli obiettivi che dovrebbero porsi i politici è far sì che l’informazione diventata rete e in quanto tale un potere, non si trasformi in un’arma contro la democrazia bensì serva da appoggio alle narrazioni grazie alle quali dovremmo accordarci per trasformarla in uno strumento per migliorare le istituxioni liberali e i valori che promuovono. So bene che molti storici di professione, iperspecializzati, innamorati fino alla nevrosi ossessiva di archivi, fonti, testimonianze dai confini rigidi e cose del genere, non apprezzano i continui sconfinamenti disciplinari del metodo macrostorico di Harari, accusandolo di essere un determinista dalla visione ciclica dei fatti storici, Sono tanti anche quelli che lo considerano un astuto semplificatore di processi di ben altra complessità, alla costante ricerca di sensazionalismi utili a rafforzare l’immagine di profeta del futuro che il suo successo planetario gli ha consegnato. Io credo che invece abbia una solida conoscenza dei temi che affronta, stabilendo per essi una efficace gerarchia di saperi e fatti che incidono più di altri sul mutamento degli scenari storici.  In altre parole, gli riconosco una straordinaria capacità di dare senso e direzione a una grande quantità di dati provenienti da fonti eterogenee, saggiamente orchestrati e presentati al pubblco con ammirevole chiarezza. Sono disposto ad ammettere che la loro generalizzazione qualche volta assomigli più a procedure artistiche, visionarie piuttosto che alle ordinarie pratiche scientifiche in campo storico. Ma come altrimenti potremmo affrontare domande sul futuro, sulle conseguenze di ciò che sta accadendo, sul cosa dovremmo scegliere? Comunque la pensiate, sono convinto che la riflessione di Harari sulla divaricazione tra informazione e verità ci aiuti a comprendere la necessità di avere consapevolezza dei rischi che discendono dal grande potere delle reti create dall’IA e a non cessare di riflettere su cosa significhi saggezza. La sottolineatura a non dimenticarci chi siamo e cosa dovremmo desiderare per rimanere umani, a me pare essere il lascito più importante dell’autore ai lettori di questo libro.

Lamberto Cantoni

15 Responses to "“Nexus” di Yuval Harari: come e perché le reti informative hanno cambiato la vita dell’uomo"

  1. Enzo   27 Maggio 2026 at 02:41

    Homo Deus è un libro che mi ha profondamente colpito. Nexus, forse perché molti degli argomenti erano già stati trattati in altri suoi libri, mi ha fatto meno impressione. Concordo con l’autore sul difendere il modo di fare storia di Harari che personalmente vedo affine a quello di Toynbee (“Il racconto dell’uomo”).

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  2. Antonio Bramclet
    Antonio   27 Maggio 2026 at 08:02

    Dire che le reti informative hanno un grande impatto sulla nostra vita. non é una grande novità. E nemmeno dire che AI non sarà indolore. Il problema vero è come fermare quella dozzina di ultra miliardari che stanno decidendo il nostro futuro senza ascoltarci.

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  3. ann   27 Maggio 2026 at 09:33

    Nel leggere Harari sembra che la storia sia un costante conflitto di narrazioni che però procedono per una direzione ben precisa. Gli elementi casuali non incidono e perciò non appare complessa e indecifrabile. Forse è per questo che risulta piacevole leggerlo. L’accusa di essere un determinista non è infondata.

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    • moro99   30 Maggio 2026 at 02:40

      Non sono d’accordo con Ann. Quello di Harari non è determinismo ma un invito a conoscere meglio il nostro passato.

      Rispondi
  4. amyxy   27 Maggio 2026 at 15:45

    Caro Lamberto è difficile leggere i tuoi articoli per via della pubblicità troppo intrusiva. Comunque voglio dirti che il tema che hai toccato è molto interessante soprattutto dopo l’intervento del Papa con la recentissima enciclica.

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    • marta   2 Giugno 2026 at 07:51

      Mi associo con te. E’ fastidioso leggere dallo smart o dal mio Ipad questo tipo di articoli con tante intrusioni pubblicitarie. Peccato perché così si favoriscono i social con i loro ragionamenti minimi. Comunque a fatica sono arrivata alla fine e sono d’accordo con l’autore nel definire Harari uno studioso geniale.

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  5. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   28 Maggio 2026 at 09:45

    Ti riferisci alla Magnifica Humanitas e all’appello per il disarmo di IA firmato da Leone XIV? Mi è sembrata subito una enciclica opportuna perchè consente a due miliardi di cattolici una visione del problema che pone al centro di tutto il significato che diamo all’essere umani nella educazione, nel lavoro, nelle relazioni, nella salute… Spero solo che smuova le coscienze con più efficacia della precedente enciclica di Papa Francesco sulla crisi ecologica

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    • Antonio Bramclet
      antonio   28 Maggio 2026 at 10:59

      Papa Leone XIV arriva un pò in ritardo. Sono argomenti dei quali se ne parla da anni. Per esempio nel libro che Lei ha recensito.

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    • chiara   28 Maggio 2026 at 12:02

      Sono d’accordo con Amy nel ritenere che l’ultima enciclica di Papa Leone XIV sarà importantissima per diffondere tra la gente le problematiche dell’AI. A conti fatti sarà più decisiva del libro di Harari perché parlerà al cuore della gente.

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  6. Luc97   29 Maggio 2026 at 08:02

    Ma si scrive IA o AI? non ho letto il libro di Harari ma sono anni che si parla sui vari media dei rischi dell’intelligenza artificiale e delle fake news. Cosa potranno mai dire di nuovo lo studioso o il Papa?

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    • Amy   29 Maggio 2026 at 12:23

      E semplice: se lo scrivi in italiano usa IA; in inglese sarà AI.

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  7. james   5 Giugno 2026 at 07:34

    Va bene leggere Harari ma andate al cinema…sulla pericolosità dell’AI è già stato detto tutto. Avete già dimenticato Matrix o Terminator?

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    • enzo   8 Giugno 2026 at 14:42

      Ma daiii James!!! Cosa c’entra la fantascienza con gli approfondimenti seri implicati dall’IA?
      La cosa che mi spaventa di più è che la gente sembra non interessata a questo problema. La stessa cosa sta succedendo con la sostenibilità. Nessuno si preoccupa della crisi climatica, nessuno si chiede quanto inquinino le guerre. Se sono vere le previsioni sul rischio estinzione allora io dico che ce le siamo meritata.

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      • james   9 Giugno 2026 at 00:47

        Ma sei sicuro che tra la gente non abbia più impatto un bel film piuttosto che un saggio tradizionale?

        Rispondi
        • Amy   13 Giugno 2026 at 17:42

          Scusate tanto ma la distinzione tra conoscere e intrattenersi vi dice qualcosa oppure no! Quando davate un esame all’università studiavate guardando film?

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