Mostra De Sica. Michele Placido strega Sora con “Serata d’Onore”

Mostra De Sica. Michele Placido strega Sora con “Serata d’Onore”

FROSINONE – Grande successo, mercoledì 27 giugno, per il recital di Michele Placido Serata d’Onore, in Piazza Mayer Ross. Un emozionante viaggio di musica e poesia, tra classici della canzone napoletana da Di Giacomo a Sergio Bruni e capisaldi della letteratura come Dante, Leopardi, Montale e Alda Merini, con cui la Mostra D’Arte Cinematografica Vittorio De Sica realizza uno dei suoi primi appuntamenti più attesi.

Una Piazza Mayer Ross gremita da un pubblico numeroso ed entusiasta, quella che ha assistito mercoledì sera, 27 giugno, al recital Serata d’Onore con Michele Placido, spettacolo con cui la Mostra D’Arte Cinematografica Vittorio De Sica, da poco inaugurata, è entrata ufficialmente nel vivo. Ancora una volta in veste di presentatrice ufficiale degli eventi sorani, la giornalista Ilaria Paolisso ha aperto l’elegante appuntamento culturale della kermesse, a cui hanno preso parte anche le autorità cittadine rappresentate dal Sindaco Roberto De Donatis, dal Presidente del Consiglio Provinciale di Frosinone Luigi Vacana e dall’Assessore alle Politiche culturali Sandro Gemmiti. Per l’importante occasione si è avuta inoltre la partecipazione straordinaria del Questore di Frosinone Dott.ssa Rosaria Amato e del Consigliere Regionale Loreto Marcelli.
Serata d’onore è un recital che cuce insieme la canzone classica napoletana alla grande poesia, soprattutto d’amore, italiana e internazionale. Alla prosa recitata di Pablo Neruda, Eugenio Montale, Guido Gozzano, Leopardi e Dante, si sono intrecciate sul palcoscenico le appassionate esecuzioni musicali dei maestri Gianluigi Esposito (chitarra e voce) e Massimo Della Rocca (chitarra e mandolino), che nel rievocare una tradizione che va da Salvatore di Giacomo a Sergio Bruni, hanno accompagnato Michele Placido in quella che è stata una serata-omaggio all’intera cultura del meridione, con i suoi sapori, la sua storia, i suoi colori e la sua educazione ai sentimenti. La lingua della Scuola Siciliana, che dagli ambienti della corte di Federico II segnarono il principio della letteratura italiana, attraversò il territorio campano e dell’Italia centrale prima di giungere col suo bagaglio culturale nella Toscana delle Tre Corone e di riaffiorare nel dialetto napoletano attuale, a sua volta lingua a pieno titolo. Nella poetica nostalgia dei versi di Napule ca se ne va, di Ernesto Murolo, figlio illustre di Eduardo Scarpetta al pari dei De Filippo, o di Pianefforte ‘e notte, di Salvatore Di Giacomo, troviamo infatti un mondo di cui Napoli è il cuore pulsante, al quale la città di Sora si sente storicamente legata e ha voluto rendere omaggio. Lo stesso Vittorio De Sica, a cui è dedicata l’intera manifestazione, si definì più volte nu cafone ‘e fora, che tuttavia amò la città partenopea più di un napoletano. Al regista che firmò capolavori come Ladri di biciclette, Sciuscià e Umberto D, il Maestro Placido ha voluto dedicare un momento dello spettacolo, ricordando come Martin Scorsese ne abbia parlato indicando in lui il primo maestro del cinema italiano, e quanto il territorio ciociaro sia legato alla vita di importanti nomi italiani della settima arte (lo stesso Michele Placido studiò all’ex collegio redentorista di Scifelli, a Veroli), quali Nino Manfredi, nativo di Castro Dei Volsci, e Marcello Mastroianni, originario di Fontana Liri e coinvolto in famose produzioni che, come nel caso di Splendor, in questi luoghi ebbero anche il set.
Particolarmente intensi, durante la serata, sono state le fasi che davano risalto alla maestria pluritrentennale di quello che è oggi uno degli attori più apprezzati nel cinema e nel teatro degli ultimi decenni. Se il pubblico era reattivo e partecipe quando dimostrava di conoscere classici della canzone napoletana come Era de Maggio, ‘O marinariello o A tazza ‘e cafè, un silenzio quasi religioso stregava la piazza allorché i versi de Ho dormito con te tutta la notte, di Neruda, e de L’Infinito di Leopardi riprendevano vita nella voce di Placido, capace di rendersi azione drammatica tanto nei picchi recitativi quanto negli istanti di silenzio in cui parevano prender forma visibile pensieri e immagini. Proprio al valore del silenzio si è dato particolare risalto nelle pause di riflessione ad alta voce del Maestro, riallacciatosi nel frattempo ai pensieri leopardiani sull’ermo colle per una giusta lamentazione di fronte al costante stato distrazione al quale siamo tutti, volenti o nolenti, costretti dai ritmi di vita odierni. Sinceramente spassose le boutade in cui la malinconia lasciava il posto agli aspetti più scanzonati legati all’amore, come in L’uccelletto, di Trilussa, seguito dal contraltare in musica Ah, che bella pansè che tieni, e in Le golose, di Guido Gozzano, ove nella semplice descrizione delle donne che mangiano un’éclair in pasticceria, Placido ha restituito la lezione del poeta: un inno alla vita celato nello sguardo dell’amante, senza il rischio che l’ironia delle allusioni guasti la delicata freschezza di una contemplazione gioiosa dell’altro, anche nei suoi aspetti più quotidiani.
Quella di mercoledì non avrebbe realmente potuto essere una serata dedicata alle donne se sul palco non fosse salita una voce femminile. La giovane attrice Anna Gargano ci ha così fatto ascoltare le liriche Lettere, di Alda Merini e Alibi, di Elsa Morante, rese con una dizione pulita ed emotivamente vibrante che mostrava un buon percorso artistico pregresso, ma mostratasi poco audace nella scelta di un’interpretazione intimista dai colori non troppo vari. Il culmine di questa Serata d’Onore è sicuramente giunto con il recital dantesco, in cui Placido, come pochi altri attori attualmente presenti in Italia, è stato in grado di utilizzare l’arte della parola come un medium multisensoriale e la sola presenza scenica priva di trucchi e costumi come schermo che disintegra l’incredulità dello spettatore. La bufera infernal che mai non resta, nel Canto V dell’Inferno, pareva soffiare per davvero e a stento lasciare la parola a Francesca, che ci ha emozionato come poche altre volte. Con Carmela, ‘A tazza ‘e cafè e soprattutto Te voglio bene assaje, canzone attribuita a Donizzetti e che per molti critici segnò il passaggio dalla musica popolare napoletana a quella d’autore, l’indiscusso protagonista della serata ha raccontato il melò dolce-amaro che caratterizza il sentimento d’amore e la stessa Napoli, come la Carmela di Sergio Bruni rosa, preta e stella. Napoli crocevia di popoli e culture, a cui l’umanità intera dovrebbe forse ispirarsi per una speranza di sopravvivenza. Una città per la quale qualsiasi tentativo di descrizione risulterebbe parziale e che si riconosce nel rito del caffè, protagonista dai tratti laicamente sacrali in famosi brani dei cantautori e all’interno di memorabili scene teatrali come quella di Questi Fantasmi, di Eduardo De Filippo. L’importanza rivestita dalla scura bevanda in Italia e soprattutto nel meridione è solo uno dei tanti elementi comuni con il Medio Oriente (il caffè arrivò in Occidente nella seconda metà del ‘600 attraverso i contatti con i Turchi), insieme alle assonanze di ritmi e cadenze musicali, evidentissime ad esempio tra la tradizione popolare napoletana e quella araba. Prima dei lunghissimi applausi da parte di una piazza commossa e dei saluti finali, con la consegna a Michele Placido di una targa ricordo, del docufilm di Enzo Celli “Iùcela”, di alcune stampe artistiche del pittore napoletano Antonio Notari e del catalogo di una recente mostra dello scultore Giuseppe De Donatis, l’attore ha voluto salutare la città di Sora con Tammurriata nera, simbolico augurio conciliatorio che un popolo mediterraneo rivolge a se stesso e al resto del mondo per esorcizzare, in un presente di crescenti tensioni globali, ogni possibile conflitto.
Altri importanti appuntamenti di grande qualità sono previsti in questa estate 2018 sorana, che proseguirà con il programma della Mostra D’Arte Cinematografica  dedicata al regista de La Ciociara fino a metà settembre.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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