Chet Baker, l’angelo caduto che diceva addio a ogni nota che suonava

Chet Baker, l’angelo caduto che diceva addio a ogni nota che suonava

“Chet Baker, genio e sregolatezza, entrato anche lui nel mito per quella sua morte misteriosa. Sempre alle prese con la schiavitù della droga, sempre alle prese con la legge, col carcere, con gli spacciatori che gli hanno anche spaccato la bocca. Eppure ugualmente candido, poeticamente sbalordito da tutto ciò che gli accadeva intorno”. Vittorio Franchini

MONDO – Un artista cupo, solitario, pensoso, rancoroso, dolente ma abbagliante. Ripercorriamo la vita maledetta di uno dei più grandi jazzisti della storia.

La domanda è: possono volare anche senza le ali, gli angeli? Si, sono angeli appunto. Ma se sono angeli caduti, allora neanche le ali bastano a tenerli in aria, vanno giù, dritti verso la terra. Come Lucifero. Ecco ce n’è uno di angeli caduti, che vola giù verso il marciapiede di cemento del Prins Hendrik Hotel, ad Amsterdam. E’ venerdì, siamo a 150 metri dalla stazione centrale di Amsterdam dentro il cuore della città. Ma sono comunque le 3 di notte, sarebbe tardi anche per una grande metropoli. E quando Chet Baker vola giù da una finestra di una stanza al secondo piano del Prins Hendrik Hotel, ad assistere al suo volo da angelo caduto non c’è nessuno. Forse. Perché non è detto che non ci sia nessuno. La morte di Chet Baker, angelo senza le ali, resta un mistero.

Per capire che fosse un angelo Chesney Henry Baker, Jr detto Chet, bastava guardarlo. Guardarlo suonare soprattutto. Il ciuffo di capelli neri e lisci che gli cade sulla fronte, gli zigomi alti nel volto pallido. Quando soffia nella tromba non gonfia le guance nella smorfia grottesca che hanno molti trombettisti, come Louis Armstrong, che raggiunge livelli di rotondità impensabile. No, quando suona la tromba Chet Baker, resta elegante in un’espressione di intensa sofferenza. E’ come se dicesse addio a ogni nota che suona. Ed è così che lo colgono le fotografie. A torso nudo, in canottiera, oppure con la giacca nera sulla t-shirt bianca. Bello, maledetto e romantico come solo un jazzista bello, maledetto e romantico può essere.

Sentirlo suonare poi, è l’ultima conferma che sia davvero un angelo. Uno dei più grandi trombettisti jazz di tutti i tempi, uno che il jazz ce l’ha nel destino, inquieto e pieno di talento fin da piccolo. Il padre di Chet è un chitarrista professionista e manda il figlio a scuola di musica alla Glendale Junior High School.

chet baker

Chet inizia a suonare il trombone ma per lui è troppo grande, non ci arriva con il braccio e allora passa alla tromba. Ma non funziona. La scuola e l’inquietudine del genio come sappiamo non vanno d’accordo. Molla la scuola e a 16 anni si arruola nell’esercito per suonare nella banda. Non funziona neanche lì. Allora lascia anche quello e torna a scuola a El Camino College di Los Angeles, dove studia teoria e armonia ma arriva solo al secondo anno per poi lasciare nuovamente e tornare ancora nell’esercito, sempre nella banda, quella in istanza in Europa a Berlino. Quando se ne va dall’esercito ormai quella tromba, ha imparato a suonarla bene, e allora si esibisce nei localini jazz di San Francisco, dove si suona il BeBop, siamo all’inizio degli anni ’50. Uno così si fa notare subito per il suo talento, e all’improvviso si accorgono di lui gente un certo Charlie Parker e un certo Gerry Mulligan. E allora boom. Chesney Henry Baker, Jr diventa Chet Baker. Il maestro del jazz così detto cool, jazz freddo, sfumato, intenso e sofferente, della scuola della west coast.

Nessun dubbio quindi, nessun mistero, basta ascoltarlo e guardarlo per capire che Chet è un angelo. Un po’ più difficile invece è accorgersi che Chet Baker non è solo un angelo ma un angelo caduto.

Il jazz viene dal blues, che è la musica del diavolo, l’angelo caduto per eccellenza. Uno dei più grandi bluesman era Robert Johnson, che dicevano avesse imparato a suonare proprio dal diavolo in persona in un cimitero, dopo avergli venduto l’anima. Ecco il jazz viene da lì, e anche i grandi jazzisti spesso, hanno quell’aria un po’ maledetta, anche quando sono bravi e tranquilli. Molti però ce l’hanno davvero perché sono maledetti, mentalmente inquieti come Monk, o proprio malati come Bud Powell, o finiti in carcere, come Art Pepper. Maledetti. Soprattutto dal demone che accompagna i musicisti geniali e trasgressivi, che suonino jazz, rock’n roll, metal o punk: la droga.

Chet Baker diventa tossicodipendente di eroina nel 1950, quando di anni ne ha 21, dipendente parecchio anche dall’alcol, dalla cocaina e dall’hashish. E’ l’eroina il suo nemico assoluto e lo mette nei guai sul serio. Nel 1960, mentre è in giro a fare concerti nelle varie province della Toscana, Chet Baker entra in un area di servizio e non ne esce più. Il gestore lo trova sul pavimento, steso da una brutta overdose di Palfium che Chet usa al posto dell’eroina, ancora difficile da trovare in Italia. Lo salvano, ma Chet finisce sotto processo a Lucca e viene condannato a 16 mesi di galera. Stessa cosa in Germania e in Inghilterra, dove viene espulso per possesso di droga.

chet baker

Ma lui è un angelo, è bello come un angelo e suona come un angelo e insegna a tutta Europa il jazz della west coast, quello che si sviluppa tra Los Angeles e San Francisco. Sono bei giorni, nonostante i problemi di droga, finché Chet non torna negli Stati Uniti, dove un giorno del 1966, a Chet Baker succede la cosa peggiore che può succedere a un trombettista: perde tutti i denti davanti.

Perdere tutti i denti davanti per uno che suona la tromba come Chet Baker è un guaio. Si perde l’imboccatura, il contatto con la tromba, il modo di chiudere le labbra e di soffiare a cui si è abituati. Come li ha persi? In una rissa, nel quartiere di Fillmore a San Francisco, un postaccio, un quartieraccio. Chet sta girando per le strade e litiga con un spacciatore che lo colpisce con una bottiglia di birra e gli porta via tutti i denti, già indeboliti dalla droga, sfigurandogli anche le labbra. Ma non importa. Chet non è ancora morto. Si fa una dentiera, cambia l’imboccatura della tromba, adatta il suo modo di suonare e ricomincia. Però, che sia un angelo caduto adesso, lo si vede ogni giorno di più. Diventa un uomo invecchiato, prima del tempo, con le guance scavate e un volto segnato da indiano bianco. Ma non importa. Chet è un angelo e vola. Chet Baker è un angelo del jazz. Suona in Europa, in Asia e in Australia e tutte le volte cade giù, appesantito dall’eroina e da tutti i suoi problemi con la droga. Speed ball di eroina e cocaina, anfetamine. Uno degli spacciatori di Chet racconta al biografo ufficiale che il jazzista arriva a farsi 6 grammi di eroina alla volta, che sono abbastanza. Finché non arriva quel giorno. 13 marzo 1988. 3 di notte.

Il Prins Hendrik di Amsterdam non è un bell’albergo. Sull’insegna c’è scritto 3 stelle ma ne meriterebbe qualcuna di meno. Ma non importa. Sta proprio davanti alla stazione, il centro della movida “tossica” di una delle città più permissive in questo senso del mondo.

Al secondo piano del Prins Hendrik, c’è la camera di Chet e in quella camera c’è una finestra, una piccola finestra. Da quella all’improvviso, alle 3 di notte di quel 13 maggio dell’88, Chet Baker vola fuori, giù, dritto, verso il marciapiede di cemento, come se avesse le ali. Ma le ali Chet non le ha. Batte la testa sul selciato e muore.

chet baker

Arriva la polizia e le piste sono 3. Omicidio. Suicidio. Incidente per droga. Qual’è la verità? Partiamo dalla prima ipotesi. Chet, come abbiamo visto, era uno che si metteva spesso nei guai, ci aveva anche perso i denti per questo. Magari non aveva pagato uno spacciatore olandese, che si è arrabbiato e l’ha buttato giù. Strano però, non ci sono tracce di colluttazione sul corpo di Chet e la porta della camera dell’albergo era chiusa dall’interno. Non torna, l’omicidio è poco probabile.

Allora suicidio? Chet era depresso e ultimamente aveva cominciato a parlare sempre più spesso della morte. Ma non ha lasciato nessun biglietto, nessun avvertimento e Chet era uno che i suoi pensieri li scriveva ovunque. E poi per ammazzarsi, quei 2 piani dell’Hendrik sono un po’ pochini. Come fai ad essere sicuro di ucciderti? Anche il suicidio non torna più di tanto.

Resta l’ultima ipotesi, la più realistica e tremenda forse. La droga l’ha ucciso, e lo ha fatto lentamente e per tutta la vita. Chet barcollava, si è affacciato ed è caduto, oppure delirava, oppure si è lanciato in preda all’eroina pensando di averle quelle maledetti ali. Gli angeli caduti cadono, è il loro destino.

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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