Latino lingua d’Europa?

Un 2016 tra guizzi vitali delle “lingue morte” e “nostalgia di futuro”

EUROPA – Come la storia c’insegna con gli esempi più disparati, l’esito delle battaglie di retroguardia è tendenzialmente deciso in partenza e il cammino verso il futuro, che si traduce sempre in un cambiamento, indipendentemente dalle implicazioni morali e valoriali ad esso sottese, non è qualcosa che si può arrestare. Probabilmente non rientra nelle nostre facoltà decisionali neppure il “quando” il futuro stesso si presenterà alle nostre porte, data l’accelerazione esponenziale che l’evoluzione tecnologica imprime agli eventi, ma possiamo scegliere “come” muoverci verso lo scenario che cambia.

Eppure, come il volto di Giano Bifronte, l’ambiguità bisestile di questo 2016 in corso presenta in modo particolarmente marcato il manifestarsi di tensioni apparentemente opposte sia sul piano teoretico che su quello pratico.

Da una parte infatti ci si trova dover colmare la mancata storicizzazione di nuovi orizzonti di senso comuni e a fronteggiare le esigenze di costruzione di un’armonia all’interno dell’attuale villaggio globale multiculturale, privo di frontiere e profondamente innervato da connessioni cui non corrisponde altrettanta condivisione e vicinanza; dall’altra sembra tutt’altro che estinta, e non solo presso certi ambienti che si immaginano popolati da vegliardi cultori di un passato scomparso ma recanti sul proprio naso lenti troppo spesse perché possano avere idea di cosa si pari dinanzi a loro, l’istanza di quanti credono che molte delle risposte che l’uomo occidentale di oggi sta cercando si trovino, mutatis mutandis, più a portata di mano di quanto si pensi, ossia nella sua tradizione.

Proprio la conoscenza della cultura e del patrimonio linguistico che permeava la grande civiltà esistita nel vecchio continente prima della formazione degli Stati nazionali (oggi anch’essi al tramonto), e che ricollegherebbe quella stessa Europa voluta e sognata da molti, ma che si dice sul punto di crollare sotto i colpi del “populismo” (termine della neolingua dai contorni ambigui), a una fortissima cifra identitaria, potrebbe rinvigorire le necessarie radici comuni a sostegno di un’Unione tenuta insieme dalla sola struttura economica.

Di un’Europa che non parla più latino, ma parlerebbe sempre più di latino, discute un interessante articolo scritto da Nicola Gardini, professore di letteratura italiana e comparata presso l’Università di Oxford, e apparso sul secondo numero del neonato inserto culturale “Robinson”, pubblicato Domenica 4 Dicembre con Repubblica.

A fronte di una sempre minore importanza rivestita dalle lingue antiche come il greco e il latino nell’ordinamento degli studi scolastici, tanto da metterne in discussione non solo la presenza futura nelle prove di maturità liceali, ma lo stesso insegnamento nel quinquennio, si registra secondo Gardini (autore del saggio Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, edito quest’anno da Garzanti) un interesse diffuso soprattutto verso la lingua di Roma un po’ dappertutto in Europa, non solo nelle “riserve indiane” delle Accademie, ma anche da parte di molti autodidatti adulti che, rimpiangendo di non averne intrapreso lo studio in età giovanile, frequentano corsi appositi.

Ancor più singolare, in un panorama dominato dalla de-costruzione della complessità, dalle scienze cosiddette “dure”, dall’economia computazionale e dall’informatica che si esprimono nell’unica koinè dell’impero contemporaneo, quintessenza dell’efficienza e della categoria di “utile”, è che il dato precedente sia suffragato dal gradimento, da parte di molte aziende, di candidati che annoverino nel proprio curriculum la conoscenza della lingua di Cicerone, di Virgilio, di Ovidio e di Tacito.

Le ragioni del mancato sopraggiungere del rigor mortis in quest’ultima risiedono evidentemente in un concetto importante quanto quello di utilità: quello di “necessità”. Il latino infatti racchiude la codificazione sedimentata di una fetta consistente del sapere umano trasmesso e trasmissibile. «Come lingua d’Europa sta nel pensiero, non nella bocca», continua Gardini. «La sua necessità consiste proprio nella sua natura scritta, in quella invariabilità di testimonianza superstite nonostante tutto».

Simili concetti sono stati ribaditi dal Prof. Enrico Quadrini, Presidente del Comitato di Arpino (FR) della Società Dante Alighieri, in un’intervista rilasciata ai microfoni di Radio 3 e andata in onda il 6 Novembre scorso durante una puntata della trasmissione “La lingua batte”, dedicata proprio al tema della validità dello studio delle lingue classiche nel mondo di oggi.

Nel testimoniare il suo lungo impegno nella diffusione della cultura classica e in particolar modo dell’opera di Cicerone, di cui la più significativa espressione è dal 1980 il Certamen Ciceronianum Arpinas, gara di traduzione e commento rivolta a tutti gli studenti dell’ultimo anno dei licei classici (e dalle ultime edizioni anche scientifici), Quadrini ha ammesso il riscontrarsi di una recente flessione del numero dei partecipanti provenienti da alcuni Paesi come la Spagna, la Svizzera e la Polonia, in cui la manifestazione era negli anni addietro molto sentita, assicurando però che l’affluenza resta stabile dal Belgio, dall’Olanda e soprattutto dalla Germania, cuore europeo degli studi filologici.

Anche secondo Quadrini, ciò che le lingue classiche possono insegnare è “utile” alla crescita umana delle nuove generazioni, idea che trova riscontro anche nelle dichiarazioni di molti giovani che hanno partecipato nel tempo alla competizione, la quale è riconosciuta come un’eccellenza dal Ministero dell’Istruzione quanto al prestigio che la connota e alla qualità delle commissioni esaminatrici.

Nella medesima intervista si anticipava come da quest’anno si intenda arricchire il calendario delle iniziative culturali con con nuovi eventi che culminino nell’appuntamento principale costituito da Certamen, che si tiene solitamente nel mese di Maggio.

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La locandina del convegno ciceroniano tenutosi ad Arpino

L’anniversario della permanenza di Cicerone a Brindisi e del suo ritorno dall’esilio (nel 57 a.C.), che ricorrerà il prossimo anno, ha fornito una prima occasione in tal senso, con  l’organizzazione di un convegno di studi intorno al tema della vicenda umana e politica patita dal retore arpinate tra il 58 e il 57 a.C..

L’incontro, organizzato e promosso dal Centro Studi Umanistici Marco Tullio Cicerone, insieme alla Fondazione Umberto Mastroianni, al Comitato locale Dante Alighieri, all’Università degli Studi di Cassino, ad alcune associazioni culturali e a tre licei, tra cui l’IISS “B. Marzolla” di Brindisi, si è svolto con successo lo scorso 21 Novembre alla presenza del Sindaco di Arpino Reanato Rea, del Dott. Pierpalo Gradogna, Presidente del Centro Studi Umanistici e di numerosi ospiti, fra cui le Prof.sse Vittoria Fedele e Iolanda Monteverdi in qualità di delegazione del liceo pugliese.

Cinque le relazioni con cui a diversi livelli di ricerca, dal docente universitario allo studente liceale, si sono scandagliati numerosi aspetti critici del tema storico-letterario prescelto.

Ad aprire i lavori è stato il Prof. Paolo de Paolis, ordinario di Filologia classica dell’Università di Cassino, seguito dalla Prof.ssa Alessandra Peri, Ricercatrice del medesimo ateneo. Nella seconda e ultima parte del convegno è stata la volta di tre interventi, tenuti dalla Prof.ssa Sara Caramanica, docente di materie classiche dell’ISS “Tulliano” di Arpino, da me in qualità di laureato in discipline classiche e dalla giovanissima Giulia Muraglia, alunna del Liceo Scientifico “L. da Vinci” di Sora.

Gli interventi sono stati inoltre intervallati dalla recitazione di alcuni brani tratti dalle opere di Cicerone, a cura degli studenti dei due licei ciociari. A conclusione, prima dei saluti di rito, il reciproco scambio dei doni tra gli ospiti e gli organizzatori locali.

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Un momento del convegno

In seguito alla soddisfazione espressa dalla delegazione pugliese in merito alla qualità dell’iniziativa e al trattamento ad essa riservato nel segno degli antichi principi di IUS HOSPITII et AMICITIA, il liceo Marzolla ha accolto formalmente l’invito ad organizzare un secondo momento di incontro sul tema in terra brindisina, probabilmente da tenersi in Primavera.

Da un esperto di comunicazione ante litteram come Cicerone alle ultime frontiere spalancate dai nuovi media il passo è più breve di quanto si pensi. Sempre nel Novembre scorso infatti il tema della congiunzione tra i due termini del binomio tradizione-innovazione è stato oggetto dell’VIII edizione del Premio Nostalgia di futuro (clicca qui).

L’importante evento si è svolto il 14 Novembre a Roma nella sede Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) di via Piemonte. Organizzato dalla Rivista Media 2000 e dall’Osservatorio TuttiMedia, in ricordo del loro fondatore nonché Ex Presidente Fieg Giovanni Giovannini, insigne giornalista e scrittore, scomparso nel 2008, il Premio è dedicato a giornalisti e neolaureati che si siano distinti per il loro impegno nell’integrazione dell’innovazione con la comunicazione. Lo spirito che lo stesso Giovannini contemplava, era quello di voler mettere in contatto tutti gli operatori del settore ed i media in modo che interagissero ed evolvessero insieme nell’inesorabile avanzamento della digitalizzazione, che non deve essere subita, ma partecipata.

Non solo “connettere” è la parola chiave per costruire una nuova “felicità urbana”, secondo l’Onorevole Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato, presente tra gli illustri relatori, ma costruire un’armonia condivisa in cui vi sia un’importanza dei contenuti donde i diversi interessi possano integrarsi per costruire il futuro.

L'VIII edizione del Premio "Nostalgia di Futuro", svoltosi presso la sede FIEG di Roma
L’VIII edizione del Premio “Nostalgia di Futuro”, svoltosi presso la sede FIEG di Roma

Molte sono anche le criticità del mondo della comunicazione contemporaneo, come faceva notare Derrick De Kerckhove, Direttore scientifico di Media Duemila e dell’Osservatorio TuttiMedia, in quello che è stato uno degli interventi più densi del convegno. L’avvento della Televisione (cosiddetto “quinto potere”) aveva infatti già costituito un elemento destabilizzante in passato nel mondo dell’informazione. Oggi, con i social media e i social network, l’impasse si ripresenta. Amnesia digitale, Google Effect, Cognitive Offloading sono i rischi maggiormente evidenziati. Il web è diventato ormai una sorta di archivio di memoria esterno sempre a portata di mano che sta sostituendo il nostro bisogno e la nostra capacità di ricordare. Si crea così un divario tra memoria operativa (sapere dove cercare i contenuti) e memoria produttiva (conoscere e trattenere in mente i contenuti), da cui scaturisce una fattuale incapacità di analizzare gli eventi.

A lasciare perplessi è il salto logico posto in essere, tanto da De Kerchkove quanto dai vari relatori, nel sovrapporre simili considerazioni sui più recenti eventi politici. Nella Brexit, come nel risultato delle elezioni americane, sarebbe da riscontrare un riflesso della confusione mediatica collettiva. Ciò non è da escludere. A farci riflettere è però il fatto che laddove accadano fatti poco graditi alle élites finanziarie si debbano cercare responsabilità e colpe nell’ignoranza dei “populismi”, nei complotti, nelle ingerenze russe o da parte di civiltà aliene.

Inoppugnabili invece apparivano le ricette propositive. Il sociologo indicava tre direzioni di fondamentali di intervento: restituire un ruolo centrale all’insegnamento come trasmettitore di contenuti, aumentare e curare la presenza dell’Italia in rete con l’educazione all’uso, rendere il giornalismo in tutte le sue forme sempre più responsabile nel creare senso comune.

Soprattutto il primo e il terzo punto trovano ampi raccordi con la prima parte del nostro discorso. Se infatti il ruolo fondamentare della scuola dovrebbe continuare ad essere quello di formare le coscienze dei giovani, educandoli nuovamente alla complessità e all’elaborazione di contenuti, possiamo facilmente constatare che attualmente essa non è più luogo di formazione degli spiriti critici degli uomini e delle donne di cultura del futuro, in cui ci si ispiri agli antichi ideali della paideia greca o della bildung romantica.  Colti dall’ansia (in parte giustificata) di rinnovare un’istituzione scolastica che si dice spesso troppo teorica e incapace di preparare efficacemente gli studenti all’ingresso nel mondo del lavoro, la si è resa largamente permeata dalle logiche economiche delle aziende: pensiamo al fatto che oggi non si parla più di “presidi”, ma di “dirigenti scolastici”; ai criteri di giudizio impostati sul rapporto debito-credito; all’alternanza scuola-lavoro, che non fa che reintrodurre coattamente lo sfruttamento del lavoro minorile e, accanto a un proliferare di “progetti”, distogliere lo studente dal suo obiettivo principale, che soprattutto nel caso dei licei classici e scientifici è quello di formare la propria cultura. Non occorrono eccessivi slanci di conservatorismo per figurarsi come queste scelte, cui si aggiunge la progressiva marginalizzazione degli studi classici e filosofici a esclusivo vantaggio delle scienze matematiche (fondamentali anch’esse sin dai tempi di Platone), preannuncino conseguenze che pagheremo care già nel prossimo futuro.

Anche la responsabilità che gravano su chi si occupi giornalismo e informazione riguardo la creazione di un senso comune, non è affatto nuova negli autori antichi. Proprio in Cicerone troviamo che una delle preoccupazioni principali accanto alla missione politica è il rapporto con le nuove generazioni e la loro educazione ai sani valori per rendere adeguato servizio alla comunità in cui vivono e allo Stato. Non è forse il punto di partenza per la realizzazione di quella “felicità urbana” di cui parla L’Onorevole Fedeli?

Molti altri sono stati i temi affrontati durante il convegno romano, conclusosi con la premiazione dell’edizione 2016 e la consegna delle targhe del Presidente della Repubblica e di alcune borse di studio. Tre le categorie e i rispettivi premi: “innovazione”, “tesi di laurea” e “giornalismo”.

Il vincitore della prima sezione è stato il Prof. Gianmarco Veruggio, ideatore del concetto di “Roboetica”.

A Teresa Rosatto, del corso di laurea specialistica in “Informazione ed Editoria” all’Università di Genova, è stato aggiudicato il premio della la categoria “tesi di laurea”, per l’elaborato “Heritage e Social media: promozione e comunicazione del patrimonio culturale con le nuove tecnologie”.

Una menzione speciale è stata inoltre riservata al mio lavoro “L’evento culturale come valorizzazione territoriale: un’esperienza nel Lazio Meridionale”, discusso a conclusione del corso di laurea magistrale in “Produzione culturale, giornalismo e multimedialità” presso la LUMSA di Roma.

La categoria “giornalismo” ha premiato infine Marcello Gelardini per l’articolo “Innovazione e cultura, l’arte italiana rinasce grazie alla tecnologia”, pubblicato su Repubblica.it il 15 Agosto 2016 nel canale “Tecnologia”.

Abbiamo parlato di due tipologie di incontri che apparentemente hanno poco a che vedere l’una con l’altra, eppure entrambe sono percorse dalla sottotraccia di una ricerca di senso per affrontare il presente e il prossimo futuro. A divergere sono i metodi di ricerca e i settori operativi, ma tanto nell’uno quanto nell’altro caso appare evidente come sia impossibile rispondere efficacemente alle sfide della storia rinnegando la tradizione e l’identità dei popoli. L’esito di certe scellerate scelte di rimozione non potrà che essere quello di aumentare drasticamente le possibilità che, dinanzi allo sviluppo della storia, la quale come la natura “non facit saltus” e ripropone ostacoli ciclicamente simili tra loro, l’uomo compia sistematicamente pericolosi passi falsi. Non a caso una grande figura poco studiata nelle scuole, come Antonio Gramsci, scriveva che “la storia insegna, ma non ha scolari”.

Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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