Grande successo per l’Otello di Pasotti a Verona

Grande successo per l’Otello di Pasotti a Verona

ITALIA – Debutto trionfale giovedì 10 e venerdì 11 luglio al Teatro Romano di Verona per una potente rilettura di Otello, diretta da Giorgio Pasotti, che firma la sua prima regia ed incarna uno Iago oscuro e magnetico. Al suo fianco, nel ruolo di protagonista, il giovane e talentuoso Giacomo Giorgio, volto amatissimo della promettente serialità italiana, che conquista il pubblico con un’interpretazione intensa, vibrante, carica di emozione e profondità. Un successo pieno, che lascia il segno. E che è soltanto l’inizio di una lunga tournèe in programma per la stagione  2025/2026.

All’interno del cartellone 2025 di Planet Shakespeare, il Teatro Romano di Verona ha ospitato in prima nazionale, il 10 e l’11 luglio una nuova e potente versione dell’Otello di Shakespeare. A firmare la regia, per la prima volta, Giorgio Pasotti, che interpreta anche un intenso e moderno Iago. Nel ruolo del protagonista, un sorprendente Giacomo Giorgio, giovanissimo attore già noto al grande pubblico per le serie Mare Fuori e Doc (tra le tante!)

Un’opera che parla con forza al presente, Otello si rivela oggi più che mai attuale in un momento storico in cui la violenza di genere è una tragica emergenza quotidiana. Lo spettacolo, realizzato sulla drammaturgia originale di Dacia Maraini e adattata per il palcoscenico da Antonio Prisco, non si limita a raccontare la gelosia ed il tradimento ma diventa una denuncia esplicita della cultura del possesso e del dominio maschile, affondando lo sguardo nelle dinamiche tossiche che ancora oggi distruggono vite.

A dare corpo e anima a questo messaggio, una squadra affiatata: le musiche originali di Patrizio Maria D’Artista, la scena firmata da Giovanni Cunsolo, le immagini evocative di Thierry Lechanteur, i costumi di Sabrina Beretta. Sul palco, oltre a Giacomo Giorgio (Otello) e Giorgio Pasotti (Iago e regista), anche Claudia Tosoni, Davide Paganini, Gerardo Maffei, Salvatore Rancatore, Andrea Papale e Anna Dalia Aly, con Francesco Lonano come assistente alla regia. Le foto di scena sono di Chiara Calabrò.

Una produzione congiunta di Teatro Stabile d’Abruzzo, Marche Teatro, Stefano Francioni Produzioni, Virginy L’isola trovata, in collaborazione con il Teatro Maria Caniglia. Un progetto teatrale potente e necessario, che affonda le radici nel classico per parlare con urgenza e lucidità all’oggi.

Lo spettacolo andrà in scena anche L’Aquila il 13 luglio, presso la Scalinata di San Bernardino, nell’ambito della rassegna estiva “I Cantieri dell’Immaginario“. Da lì prenderà il via una lunga tournée nei principali teatri italiani, portando con sé il logo di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, simbolo di un progetto che unisce ricostruzione, rinascita e cultura.

Otello – Foto di Sara Gentile

La recensione

La storia la conosciamo bene. Desdemona ama Otello. Otello ama Desdemona. Un amore potente, ma ostacolato: un matrimonio che sfida le regole della società, quello tra una giovane donna bianca, bella e nobile, ed uno straniero, diverso. Un’unione che diventa presto il bersaglio di gelosie, ambizioni, ossessioni e che accende la miccia di una tragedia annunciata: Otello uccide Desdemona.

La uccide per gelosia? Insicurezza?  Paura? Per il bisogno di possesso?

O forse sarebbe il caso, oggi più che mai, di smettere di accettare questa trama come inevitabile, e cominciare a porci davvero una domanda: perché accade?

Ed è proprio questo il grande potere del teatro. Riaccendere domande, rompere certezze, destabilizzare. Giovedì sera, alla prima al Teatro Romano, pur conoscendo ogni passaggio della storia, mi sono ritrovata travolta da sensazioni contrastanti. Intorno a me, il pubblico condivideva la stessa tensione emotiva. Un nodo allo stomaco mi ha accompagnata per due ore, stretto, persistente. Non so se sia stato per l’intensità del testo, per la forza con cui è stato messo in scena, per la lucidità bruciante della narrazione, o per l’eccellenza del cast.

Con una scenografia essenziale e simbolica (e un gioco di specchi che ho trovato geniale ed in alcuni momenti anche “disturbante” al punto giusto), lo spettacolo affonda le sue radici nella parola, nel gesto, nel silenzio. E già dall’ingresso in scena di Iago (Giorgio Pasotti) e di Roderigo (un Davide Paganini magistrale, lucido, insinuante), la tensione è palpabile. Roderigo desidera Desdemona. Vuole Desdemona. E da qui si mette in moto la macchina dell’inganno, una trama velenosa che ruota tutta attorno al desiderio, al controllo, al possesso della donna.

Ma accanto a questo tema ce n’è un altro che pulsa con altrettanta forza: il pregiudizio. Al centro della vicenda c’è una donna coraggiosa, libera, che sceglie di amare un uomo considerato “altro“, “fuori“, “diverso” perché straniero, perché nero. Un amore che sfida i codici, che osa. Ma che si spezza, lentamente, nel sospetto, nella solitudine, nella violenza.

E in un momento storico come il nostro, in cui la violenza sulle donne riempie ogni giorno le cronache, Otello smette di essere solo un classico e diventa un grido necessario, una riflessione urgente sul potere malato, sull’identità maschile fragile, sulla cultura del possesso che ancora avvelena le relazioni.

Otelllo- Foto di Sara Gentile

E così prende corpo la narrazione. Ed è a poco a poco che iniziamo a conoscere gli altri protagonisti di questa tragedia. Tra loro, Barbanzio, il padre di Desdemona, portato in scena con grande intensità da Gerardo Maffei. Quando riesci ad amare e, al tempo stesso, odiare un personaggio, sai che chi lo interpreta ha fatto un lavoro eccellente.

Barbanzio è un padre-padrone, incarnazione di una mentalità arcaica e patriarcale. Anche lui parla della figlia come fosse un bene da difendere, da assegnare, da possedere. Quando si rivolge a Desdemona, non le chiede cosa desideri davvero, non cerca il suo punto di vista. La sua unica preoccupazione è a chi lei debba rispetto, a chi debba la sua obbedienza: a lui o ad Otello. Non c’è amore, ma solo controllo, reputazione, ego ferito. Per lui, la scelta di Desdemona è una vergogna, una macchia sul nome della famiglia, un gesto che la squalifica come donna e come figlia.

Eppure, proprio verso la fine, Gerardo Maffei e Claudia Tosoni danno vita ad una delle scene che più mi ha commossa. Una scena apparentemente semplice, e forse per questo tanto potente: un saluto. Desdemona saluta il padre. Lo rassicura, lo invita a non preoccuparsi. Ed in quell’istante, il tempo si è fermato. Perché sapevamo tutti che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro. E quella delicatezza, quel gesto lieve, ha avuto il peso tragico di una condanna silenziosa ed attuale.

C’è poi il Cassio di Andrea Papale, anch’egli vittima delle trame orchestrate da Roderigo e dall’implacabile Iago. Nella brutalità crescente della vicenda, Cassio è quasi una carezza: una presenza discreta, umana. È uno dei pochi personaggi maschili a rivolgersi alle donne con rispetto, in netto contrasto con il linguaggio del possesso e della sopraffazione che impera negli altri uomini in scena. La sua gentilezza, però, non è passiva: alla fine dello spettacolo, si trasforma in una rabbia lucida e giusta, quella rabbia che dovrebbe appartenere a tutti noi davanti a tragedie come quella di Desdemona.

Otello – Foto di Sara Gentile

Perché Otello non è l’unico ad incarnare una visione tossica e patriarcale. Né lo è soltanto Barbanzio. C’è anche Iago, spietato, manipolatore, consumato dal rancore e dal desiderio di distruzione. Ma tra le sue trame contro Otello, Iago rivela un’altra forma di violenza, ancora più sottile ed agghiacciante: quella contro sua moglie, Emilia.

E questa parte della narrazione, sebbene apparentemente secondaria, è profondamente significativa. I gesti di Iago nei confronti di Emilia non restano mai sfondo. Al contrario, emergono con crudele chiarezza: la sminuisce, la ridicolizza, la umilia. E quel disprezzo quotidiano si trasforma, inesorabilmente, in violenza fisica. Un’altra storia già scritta.

Ed è proprio Emilia, interpretata da una straordinaria Dalya Aly, a ritagliarsi un ruolo fondamentale. Si muove silenziosa, ma mai passiva: è testimone lucida, consapevole di vivere in una società che la vorrebbe zitta, docile, invisibile. Ma lei non ci sta. E alla fine lo grida. Lei non sta zitta.

Dalya Aly dà voce alla ribellione, alla denuncia, alla necessità, urgente, vitale, di non spegnere la propria voce. E lo fa con una forza interpretativa che resta impressa, netta e dolorosa. È in quel momento che il teatro si fa eco della realtà, specchio e monito. Perché la storia di Emilia, oggi, è quella di troppe donne.

Nel ruolo di Otello, Giacomo Giorgio, amatissimo dal grande pubblico per ruoli in serie di successo come Mare Fuori e Belcanto, affronta qui una sfida artistica di altissimo livello. E lo fa con coraggio, consapevolezza ed una profondità interpretativa sorprendente.

Otello – Foto di Ludovica Italiano

È significativo che un attore così giovane e popolare scelga di dare voce, corpo e cuore ad un testo di questa potenza emotiva e politica, e che lo faccia portando avanti un messaggio così urgente ed attuale. La sua presenza su quel palco, davanti ad un pubblico che lo conosce e lo ama, trasforma il racconto di Otello in un’esperienza condivisa, generazionale, collettiva.

E se in televisione Giacomo Giorgio ci aveva già convinti per autenticità ed intensità, a teatro conferma e supera ogni aspettativa. Non era un ruolo facile, quello del Moro: carico di ambiguità, dolore, tensione, brutalità. Eppure, Giorgio lo attraversa con rigore ed umanità, guidandoci dentro l’anima fragile e spezzata di Otello, lasciandoci percorrere, passo dopo passo, il declino emotivo di un uomo ferito e divorato dal sospetto.

La rabbia la sentiamo sulla pelle, il suo sguardo ci attraversa. E quando lo rivolge al pubblico, reggere quel contatto visivo diventa quasi insostenibile. È lì che lo vediamo franare, momento dopo momento, sotto il peso del dubbio, della solitudine, dell’ossessione. La gelosia non esplode in un solo gesto: si stratifica, cresce, si incarna in urla, silenzi, sospiri, frenesie, sguardi allucinati ed improvvise freddezze glaciali. È una lucida follia, portata avanti con meticolosa autodistruzione, come se Otello cercasse deliberatamente di perdersi, di punirsi, di estinguersi.

Eppure, anche nella  ingiustificabile violenza, Giorgio restituisce la tragedia di un uomo profondamente umano, incapace di distinguere tra verità ed inganno, vittima delle voci nella propria testa. Quando uccide Desdemona, non lo fa solo per vendetta, ma perché non sa come sopravvivere al proprio dolore. Non ascolta. Non concede spazio. Toglie voce e vita.

Ma è nelle ultime parole che tutto si compie: Otello non chiede perdono, non si assolve. Ma si condanna, dichiarando di non voler essere ricordato come uomo, ma come una creatura miserabile, perseguitata per sempre dall’anima di Desdemona.

Giacomo Giorgio commuove, scuote, tocca il cuore. La sua è una prova intensa, stratificata, vera.

Otello – Foto di Ludovica Italiano

Accanto a lui, Claudia Tosoni interpreta una Desdemona luminosa, delicata ed insieme coraggiosa, attraversata da un’energia sincera e una tensione emotiva costante. La sua dolcezza mai remissiva, la sua bontà non priva di consapevolezza, emergono con forza soprattutto nei momenti di massima intensità: lo scontro con il padre, per esempio, che resta uno dei picchi emotivi dello spettacolo, o la scena poco prima della morte, quando si domanda, con uno smarrimento che lacera, perchè.

Un perché che oggi, purtroppo, continua a risuonare.

E poi, a tenere insieme tutto il tessuto tragico della vicenda, c’è lo Iago di Giorgio Pasotti. Beffardo, lucido, calcolatore. Un personaggio mai scosso, mai vulnerabile, che persegue i propri fini senza esitazioni, senza dubbi, senza neppure godere pienamente del male che semina.

Pasotti ne coglie l’essenza profonda: l’assoluta coerenza nel perseguire il disordine, la malvagità, il dominio, con una recitazione calibrata, elegante, tagliente. Mai sopra le righe, mai schiacciato dal ruolo, anche quando avrebbe potuto prendersi il centro della scena, sceglie invece di restare nell’ombra, come un regista segreto della tragedia.

Seguiamo Iago nelle sue trame, ne osserviamo il paziente intreccio dell’inganno, che si costruisce parola dopo parola, gesto dopo gesto, fino al crollo finale. Gli scambi tra Pasotti e Giorgio sono stati il motore pulsante dello spettacolo, un duello invisibile che cresce in tensione scena dopo scena, fino all’inevitabile esplosione.

Otello – Foto di Ludovica Italiano

Merita infine una menzione speciale il Doge, interpretato da Salvatore Rancatore, presenza scenica irriverente, dissacrante e spiazzante. Con i suoi abiti volutamente eccessivi, gli occhi truccati con cura, le unghie perfettamente laccate, che sistema con nonchalance anche nei momenti più solenni, diventa quasi una maschera contemporanea del potere: frivolo, distante, indifferente.

Ascolta le accuse di Barbanzio con evidente noia e superficialità. Ma è proprio lui, in mezzo a quell’apparente assurdità estetica, tra un’aggiustata d’unghie ed uno sguardo languido, a porre una domanda che taglia tutto il superfluo come una lama sottile: cosa vuole davvero Desdemona?

Otello – Foto di Estate Teatrale Veronese

Una domanda che potrebbe sembrare banale, quasi buttata lì, e che invece scuote le fondamenta del dramma. In un contesto dominato da uomini che parlano delle donne come se fossero proprietà da difendere o sacrificare, è proprio il Doge, così distante da ogni convenzione, a riportare la questione al cuore dell’intero conflitto: la volontà femminile. Il desiderio, la libertà di scegliere, il diritto di amare.

E poi, quando tutto è compiuto, quando i corpi giacciono a terra, il Doge ritorna. Lo fa in modo grottesco, quasi surreale: sopraggiunge in scena con un monopattino, fendendo i corpi inerti con indifferenza teatrale, rompe la quarta parete, guarda il pubblico, e con tono beffardo lancia una domanda che non concede vie di fuga: pensate davvero che questa storia non riguardi anche voi?

È un pugno nello stomaco. Il pubblico si ritrova improvvisamente parte della tragedia, non più spettatore ma possibile complice, silenzioso o distratto.

E in quel momento, la grande lamina argentea sul fondo della scenografia, presente fin dall’inizio, prende un nuovo significato. Uno specchio reale, dentro il quale, durante lo spettacolo, era possibile intravedersi. Una scelta scenografica potente che ha creato un effetto, voluto o meno, che ha accompagnato tutta la narrazione e che, proprio in quell’ultima scena, culmina con una forza simbolica impressionante. Perché sì, ci riflettevamo anche noi. Ed era impossibile distogliere lo sguardo.

Otello – Foto di Ludovica Italiano
Ludovica Italiano

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