Mare Fuori: il successo e la quinta stagione che ri-conquista

Mare Fuori: il successo e la quinta stagione che ri-conquista

ITALIA – Mare Fuori, la celebre serie Rai ambientata nell’IPM di Napoli, è finalmente tornata. E lo ha fatto con una nuova stagione che, contro ogni previsione, ha convinto sicuramente più della precedente. Disponibile su RaiPlay dal 12 marzo ed in onda su Rai 2 a partire dal 26 marzo, la nuova serie è composta da dodici episodi.

Il 12 marzo a mezzanotte la piattaforma Raiplay è andata di nuovo in tilt per il numero di spettatori sintonizzati, pronti per visionare la quinta stagione di Mare Fuori, la serie Rai fenomeno.

Un nuovo record che si va ad aggiungere ai tanti già collezionati.

Ma se è vero che i numeri e le visualizzazioni non sono necessariamente sinonimo di qualità, è opportuno fare una analisi un po’ più approfondita. Specialmente dopo quanto successo in seguito all’uscita della quarta stagione di Mare Fuori che, tra tutte, è stata forse quella che ha collezionato più critiche.

La storia di un fenomeno

Quante volte è capitato che un prodotto, nel tentativo di continuare a cavalcare l’onda del successo, venisse forzato e, a tratti, snaturato?

Forse questo è quanto successo a Mare Fuori. O comunque, questo è ciò di cui sono accusati da molti, specialmente i fan più affezionati, i produttori.

Che si tratti di un fenomeno culturale di rilevanza mondiale (basti vedere i numerosi remake previsti negli altri paesi o l’acquisto della serie da parte di Netflix mondo a partire da aprile, la curiosità del New York Times tale da aver spinto i giornalisti americani a venire a studiare la serie da vicino e a trascorrere una giornata sul set) è ormai un dato di fatto.

Dalla serie TV fino ad arrivare al musical sold out nei teatri e al film passando quindi per quella “brandizzazione” da cui, Gomorra per prima, non è uscita indenne. E ancora: uova di pasqua, album di figurine, articoli di cancelleria,  personaggi riprodotti nei presepi di San Gregorio Armeno e, ultima novità, libri (è il fenomeno della novelization), ospitate a Sanremo, parodie (famosa quella di Fiorello) e tanto altro.

Non parlo tanto della pretesa di verità (o quanto meno, verosimiglianza) spesso tradita per questioni di narrazione o di tempistiche. Piuttosto, di quello che può accadere trascinando storie e personaggi per un numero di episodi così elevato.

Il rischio che non ci sia più nulla da raccontare è alto. Il rischio che, inevitabilmente, qualcosa si possa rovinare, altrettanto.

Questo è ciò che (sembrava) fosse accaduto con la quarta stagione. Nonostante avesse ugualmente riscosso tanto successo, sembrava avesse fatto perdere alla serie il suo senso originario, la sua vera forza.

Ma nella iperabbondante (e spesso eccessivamente caricata, forse anche in questo prodotto) rappresentazione artistica della città di Napoli, cosa ha in più Mare Fuori? Cosa ha di diverso?

A poco meno di 10 anni dall’uscita di Gomorra – La serie esce Mare Fuori e la narrazione della Napoli criminale assume un nuovo volto.

Tra chi parla di “una Gomorra a fin di bene” e chi critica aspramente il progetto, da settembre 2020 (data della prima messa in onda su Rai 2) la serie ha avuto un successo imprevedibile.

Pur trattandosi di un progetto Rai, il boom si è raggiunto con l’acquisto della serie da parte di Netflix durante le riprese della terza stagione e da lì i numeri raggiunti hanno superato di gran lunga le aspettative.

Mare Fuori, prima di tutto, è il racconto di una vocazione pedagogica. Quando si parla di racconto corale, infatti, non bisogna dimenticare le figure della direttrice, del comandante o dell’educatore che, così come i ragazzi, danno vita ad una storia che ha come motore proprio l’empatia.

“Se non ti fai coinvolgere, questo mestiere non lo puoi fare” dice ad un certo punto il comandante.

Che sia vero o meno, che ci sia troppa retorica o meno, la forza di Mare Fuori parte proprio da qui.

È l’empatia straordinaria che i detenuti dell’istituto suscitano non solo nel comandante (con il quale pure il pubblico stesso empatizza, ovviamente) ma anche  nello spettatore; una empatia che, a volte, può far sorridere ed imbarazzare perché ciò che la muove, ciò che la giustifica, è una banalità. Non tanto la banalità del male.  Piuttosto, in questo caso, la banalità del bene in un mondo dominato dalle logiche del male e della violenza.

“Banalità” perché è chiaramente molto più facile, oserei dire scontato, scegliere il male e la violenza in un contesto dominato dal male. Mentre scegliere il bene, spesso, in narrazioni come queste, profuma di retorica.

Eppure, forse, il punto forte della serie è proprio questo. Quel “romanzato” (che speriamo, in realtà, possa poi non esserlo così tanto) che ci porta a credere davvero che un Cardiotrap possa scegliere la musica e salvarsi attraverso la musica o che un Carmine Di Salvo possa salvarsi attraverso l’amore e salvare, con la forza dell’amore, il suo amico Pino o Rosa Ricci, ricordandoci però sempre e comunque che non si può diventare ciò che non si è, o comunque, che non si può cambiare se non lo si vuole davvero.

“Quando scegliete di fare i camorristi avete una data di scadenza stampata sulla fronte”. Mare Fuori non è un documentario ma è comunque una verità, un racconto di errori e rinascita, di destino e, appunto, di scelte e di assunzione di responsabilità. Un racconto di un processo di crescita, di trasformazione (positiva o negativa che sia), perché i suoi personaggi non sono mai uguali dall’inizio alla fine, con una strada sempre aperta, purchè la si voglia intraprendere, appunto, verso la redenzione e la speranza (non a caso Ce sta o mar for).

Dove eravamo rimasti

 Mare Fuori 4 è stata per molti una delusione.

Non tanto (o non solo, comunque) perché il cast originale si fosse ormai effettivamente decimato quanto piuttosto per alcune scelte narrative che hanno fatto perdere di credibilità un prodotto valido.

Grande problema è stata la sceneggiatura. Così confusa da far sembrare che gli stessi autori non avessero idea di dove arrivare e di quale modalità utilizzare per farlo.

Non è un caso che il finale di questa ultima stagione abbia riscontrato così tanto malcontento. Ad esempio: perché insistere così tanto sulla storia tra Rosa Ricci (Maria Esposito) e Carmine Di Salvo (Massimiliano Caiazzo) per poi rovinarla? In maniera così sbrigativa, tra l’altro, con un matrimonio fallito (l’ennesimo per Carmine)?

Come può risultare credibile che, dopo una scelta simile, un personaggio come il suo, emblema del bene in tutta la sua pura “banalità”, non abbia alcuna reazione?

Ma soprattutto: che messaggio può arrivare dopo una scelta simile? Dov’è, quindi, la forza di Mare Fuori?

Buchi di trama, scelte narrative opinabili e poca coerenza nello sviluppo delle storie dei personaggi.

Mare Fuori 4 ci aveva quindi salutato così. Un matrimonio rovinato e la morte (tra l’altro, peggior modalità non poteva esser scelta) di un pilastro portante della serie, Edoardo Conte (Matteo Paolillo).

Il fallimento della nuova stagione sembrava essere già scritto, ed invece…

 

Un ritorno alle origini

La nuova era di Mare Fuori segna un cambio di rotta netto. Via lo storico regista Ivan Silvestrini e la sceneggiatrice ed ideatrice del progetto (insieme a Maurizio Careddu) Cristiana Farina, dentro Ludovico Di Martino e nuovi validi ingressi. Ed il risultato, contro ogni pronostico, ha superato le aspettative.

Si torna alle origini, al Mare Fuori delle prime stagioni. Teatro degli avvenimenti è la realtà più cruda e brutale dove la speranza di salvarsi sembra venire meno davanti al male imperante e dove non c’è spazio per l’amore ed il romanticismo.

Esempio lampante di questo è la vicenda di Rosa Ricci che, dopo aver lasciato Carmine, si ritrova circondata dalla morte della sua famiglia, con una scena chiave che chiude la prima metà della stagione. Un evento significativo che, al contempo, le consentirà di ritrovare sua madre e di prendere piena consapevolezza del male che suo padre ha provocato. Ma non solo.

Viene introdotto un nuovo tema che sembra secondario ma non lo è: le vittime collaterali della criminalità, raccontate attraverso la storia di Tommaso (Manuele Velo), il neo Chiattillo napoletano e nuovo valido ingresso.

Quanto può essere forte la percezione del male da parte di chi nel male ci vive immerso? Forse mai abbastanza. Ed emblematica, in questo senso, è la scena di Rosa che “lascia andare” il fratello Ciro (Giacomo Giorgio) dopo aver scoperto che è in parte responsabile della morte del fratellino di Tommaso. Non si tratta di rinnegare quanto piuttosto di prendere le distanze da quel male. Perché, come sua madre Maria Ricci (Antonia Truppo) le fa capire, soltanto lasciandosi il male alle spalle potranno realmente ricominciare, insieme.

Che sia forse la premessa per una storia a lieto fine? Magari ricongiungendosi anche con Carmine?

Con Mare Fuori è sempre rischioso parlare dato che il colpo di scena sembra essere sempre dietro l’angolo, ma noi ce lo auguriamo.

Ci auguriamo che Rosa, così come Micciarella (il magistrale, soprattutto in questa stagione, e giovanissimo Giuseppe Pirozzi) e tutti gli altri detenuti dell’IPM possano trovare la loro salvezza, il loro Mare Fuori, raggiungendo i loro compagni che una diversa strada l’hanno già trovata.

Tra tutti, una menzione speciale al delicatissimo Cardiotrap (il bravissimo Domenico Cuomo) che, fino alla fine, ci regala importanti insegnamenti, tra una canzone è l’altra: “L’unico modo per vincere questa guerra è smettere di fare la guerra”, dice poco prima di abbandonare per sempre l’IPM, con l’obiettivo di di diventare un musicista inseguendo il suo più grande sogno.

Chiudo questo articolo, infine, con una considerazione: i personaggi di Mare Fuori non sono eroi negativi. Non sono figure che, di base, generano repulsione. Mare Fuori riesce a raccontare una realtà che esiste senza necessariamente disumanizzare, ma al tempo stesso senza neanche giustificare, rendendoci com-partecipi del sentire dei personaggi, di ciò che li muove, quasi svuotando di senso le classiche categorie di “bene” e “male”, del “buono” e del “cattivo”.

Pensiamo a Ciro Ricci, il personaggio che sembra essere il cattivo per eccellenza: è davvero così?

Analizzando la scrittura della prima stagione (unitamente poi a quello che, senz’altro, ci è stato fatto vedere nelle stagioni successive) quello che è emerge è che il motivo per cui il pubblico si è affezionato così tanto al personaggio di Ciro è proprio il fatto che, in realtà, non è cattivo. Anzi. Forse Ciro è il personaggio più fragile di tutti.

Centrale nella sua storia è il rapporto con la famiglia, specialmente il rapporto con il padre. Ed è proprio in punto di morte che emerge la verità. Ciro è totalmente in balia di qualcosa che non conosce a tal punto che l’unica cosa che pensa di dire al comandante in quel momento, tornando quasi bambino, è di riferire al padre che non ha avuto paura.

Ancora, Carmine è buono? Sì, eppure uccide qualcuno.

Filippo (O’ Chiattill’) è buono? Così sembrerebbe. Eppure anche Filippo uccide l’amico, uccide Ciro…

Quindi: dov’è il bene e dov’è il male? Questa è la forza di Mare Fuori. La coesistenza di queste figure complesse, al di fuori di ogni categoria ontologica. Non è tanto la qualità del prodotto, su cui certamente si possono avere pareri discordanti, quanto la rappresentazione di una realtà che, si, non può essere tutta luce ma neanche e necessariamente tutto buio ed ombre. Ed è la speranza, ancora, che anche la gioventù più difficile, problematica e fragile abbia sempre la consapevolezza che è possibile salvarsi e cambiare vita.

 

Ludovica Italiano

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