Mousèion 2017 – Parte Prima. Pinocchio mantiene le promesse al CAMUSAC di Cassino

Mousèion 2017 – Parte Prima. Pinocchio mantiene le promesse al CAMUSAC di Cassino

CASSINO – Si è concluso con uno straordinario successo l’evento Mousèion 2017 al Museo d’Arte Contemporanea CAMUSAC. Il regista Enrico Forte e il suo team mettono a segno tre giornate di sold-out con il nuovo Pinocchio. Lo spettacolo del rifiuto, andato in scena il 26, 27 e 28 Maggio con l’aggiunta, a grande richiesta, di una replica straordinaria

Circa una settimana fa avevamo richiamato l’attenzione di quanti, per lavoro o semplice passione, non disertano gli appuntamenti con il buon teatro, in special modo con lo spettacolo che, con una buona dose di rischio, tenta di spingersi sempre un po’ al di là delle colonne d’Ercole della tradizione o peggio di una stanca maniera. Tanto dal palcoscenico quanto dalla platea, prediligo i testi in grado di lasciarmi delle ferite insieme a una boccata d’aria dall’anestesia di un non-senso quotidiano in cui ho annegato melanconie antiche. Come preannunciavamo nella nostra anteprima, il nuovo Pinocchio scritto e diretto da Enrico Forte per l’ultima edizione di Mousèion, prometteva di avere qualcosa da dire ed è stato, per la prima volta nell’arco delle sue numerose incarnazioni, di parola.

Se la storia picaresca del burattino di Collodi sembrava abbastanza sfruttata dagli abbondanti adattamenti teatrali e televisivi, da lasciar presagire un ulteriore allungamento della sua propaggine nasale, ciò che ha avuto luogo per il Mousèion il 26, 27 e 28 Maggio al CAMUSAC di Cassino è stata una vera e propria magia che ha incantato il pubblico. Il grande successo del nuovo lavoro del Teatro di Limosa, che ha la sua sede stabile a Spigno Saturnia (LT), ha infatti richiesto l’inserimento di una replica straordinaria che si è tenuta Sabato 27 alle ore 20.00.

Cassino Museo Arte Contemporanea CAMUSAC, voluto e creato da Sergio Longo, è una nuova struttura dedicata all’arte contemporanea, sorta nel 2013 con la riqualificazione degli edifici industriali della Longo Spa, situati ai piedi del colle ove sorge la millenaria Abbazia di Montecassino. Oltre alle esposizioni temporanee, il museo accoglie la collezione permanente privata della Fondazione CAMUSAC, esito di una metodica raccolta di opere d’arte compiuta nel corso di oltre venticinque anni.

È in questo spazio del tutto peculiare che l’evento Mousèion si è presentato con un Pinocchio in una veste inedita ed è sempre dalle geometrie fredde ed essenziali di questo luogo e delle opere in esso presenti che un imponente cast di attori e danzatori ha tratto nuove relazioni aprendo inquietanti e inesplorati squarci di significato. I protagonisti di Mousèion 2017 vanno ben oltre la classica rottura della quarta parete, espediente in uso sin dai tempi della Commedia aristofanea: prendono per mano lo spettatore e lo conducono in un viaggio nell’altrove. Dal momento dell’ingresso di una presenza innocente che in veste di Grillo Parlante dà inizio allo spettacolo, ci si rende conto che non esistono intercapedini tra attori e spettatori, perché la storia che sta per raccontarsi riguarda tutti noi.

Musiche dissonanti, testi audiovisivi che proiettano in strade metropolitane percorse da un errabondo Pinocchio dallo sguardo spaesato, irruzioni funamboliche di acrobati e paraboliche convergenze di personaggi che sbucano da ogni dove prendendosi-ci e lasciandosi all’improvviso, lasciano intendere che nessuno sa cosa sta per accadere.

Tutti conoscono la storia scritta da Collodi alla fine dell’Ottocento, eppure nel Mousèion tutto è molto diverso da ciò che ricordavamo ad esempio nel classico Disney, edulcorato ma non completamente stravolto nella trama. Nuova è la grammatica espressiva, contaminazione fra il teatro borghese, la Commedia dell’Arte, la danza moderna e accenni di mimo; nuove sono la rilettura operata dal Teatro di Limosa e la capacità allusiva di monologhi e dialoghi dalla forte carica simbolica. La lezione del teatro dell’assurdo è ormai ineludibile e perfino un grande classico che per molti aspetti era un romanzo di formazione, appare ora decostruito per prendere derive completamente inaspettate. Pinocchio, fortemente istrionico e caratterizzato dalla grande perizia attoriale dell’interprete, non desidera neppure più diventare un bambino vero, ma regredire, tornare al tempo in cui il tronco di legno da cui Geppetto lo aveva scolpito aveva radici, foglie e clorofilla. Già, perché “la natura è bugiarda”, grida contro gli spettatori. “Voi siete l’esempio di un glorioso fallimento!”, continua rincarando la dose.

L’interpretazione del  Mousèion si assottiglia sino allo sparire della dicotomia manichea fra buoni buonissimi che redimono e irriducibili Lucignoli che spalancano l’abisso celato da chiarori fatui e da una bruma seducente lungo la via larga. Perfino fra i capelli d’argento dell’incantevole Fata Turchina spuntano orecchie da ciuchino. Il Gatto e la Volpe, novelli zanni da farsa d’Arte, fanno allusioni ben più pesanti che nella tradizione comica secentesca, inoltrandosi nella Sicilia mafiosa, nella guerra contemporanea e nei profitti generati dal commercio dei balocchi sul sangue dei bambini meno fortunati. La bellezza non è più quella che in Dostoevskij salverà  il mondo, ma è “una carnevalesca decadenza di saltimbanchi” che cela il falso, come nella cultura del narcisismo social, dello sciacallaggio mediatico e del vuoto che tiene in piedi il circo dello spettacolo di Mangiafuoco. Nel tempo della simulazione che detta legge nel nostro Paese dei Balocchi, Pinocchio ci trascina in un vortice emotivo che cresce sino alle altezze di un cadaverico innalzamento cristico assicurato da cavi e pulegge, dopo il sacrificio sull’altare della menzogna. La scena di pietà iconografica cristallizzata con la complicità  di un oscuro aviatore dalle movenze d’automa, avvia verso l’ultima trasformazione alchemica dell’ex-ingenuo burattino, sino a uno scioglimento ad effetto affidato all’universalità espressiva della danza e della musica.

L’eterogeneo mix di maestranze artistiche si coagula così in convergenze fisiche iconiche e in una fusione concettuale difficilmente eguagliabile.

La messa in scena di questa edizione del Mousèion con l’ottimo cast diretto da Enrico Forte è composto da Alba Avelli, Elisa Barucchieri, Vera Cavallaro, Agnese Chiara D’Apuzzo, Edda Di Laudadio, Viviana Faiola, Ada Filosa, Stefano Greco, Loredana Iafano, Francesco Lucarelli, Maria Grazia Marrazzo, Mariangela Massarelli, Edoardo Palma, Laura Pece, Silvia Pipponzi, Noemi Rotondo, Zahira Silvestri, Greta Tirelle e Germana Raimondo, con la supervisione coreografica di Elisa Barucchieri.

Chi come me ha modo per la prima volta di entrare in contatto con il Teatro di Limosa e con l’evento Mousèion, intuisce immediatamente di trovarsi dinanzi a qualcosa che non somiglia a nulla di quanto nel mondo dello spettacolo dal vivo si suole proporre in Italia, anche nel caso in cui si sia avvezzi a frequentare il teatro di qualità. Per queste ragioni le attività  che fioriscono da tale contesto artistico rappresentano un forte valore culturale di tradizione e ricerca, nonché probabilmente un unicum nel territorio del Lazio Meridionale.

Soprattutto l’interconnessione tra luogo e arte, tra artisti e tessuto sociale locale, e fra le più svariate forme espressive, fa di Mousèion un evento da non perdere per tutti coloro che non si accontentano della banalità e amano l’arte nella sua forma più libera e pura.

Al termine dello spettacolo ho potuto avvicinare il regista Enrico Forte, che ci ha svelato parte del segreto che anima la magia del Teatro di Limosa.

State con noi per sapere cosa ci ha raccontato…

 

Pinocchio Mousèion 2017

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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