MILANO – Al Teatro Franco Parenti va in scena uno spettacolo atipico. Fotografie di New York, della profonda provincia americana, ma soprattutto di quadri intensi, compaiono sotto gli occhi stupiti dell’osservatore, mentre Fabio Cherstich, con aria da compassato ma per nulla distaccato affabulatore, ci racconta di tre artisti omosessuali, non legati all’espressionismo astratto che tanto andava di moda in quegli anni Ottanta, e morti di AIDS. Un tentativo di iniziare a costruire una narrazione alternativa rispetto all’arte maggiore, ma anche un grande dono d’amore.
Segnatevi questi tre nomi. Patrick Angus. Larry Stanton. Darrel Ellis. Cosa hanno in comune? Beh, tutti e tre erano pittori. Tutti e tre erano omosessuali. E tutti e tre sono morti di AIDS tra la metà degli anni Ottanta e i primi Novanta del secolo scorso. Tutti raccontati grazie a Fabio Cherstich al Teatro Franco Parenti.
Angus dipingeva i locali gay, i loro interni, la loro vita, come fosse stato un Edward Hopper meno attento alla forma e più alla sostanza. Larry Stanton faceva per lo più ritratti, e si stupiva che la sua fosse considerata dai galleristi un’arte minore.
Ma era l’epoca in cui per dipingere ed essere ammirato come artista occorreva essere degli espressionisti astratti, non degli artisti legati alla figura. Se poi eri anche parte di una minoranza … E fu così che, ad esempio, il primo lavoro di Angus in un museo fu come guardia, e non come artista esposto. Angus ebbe uno spartiacque creativo nel suo domicilio newyorchese. Qui poté ammirare Picasso, l’arte a lui contemporanea, e come ogni vero artista si fece influenzare da ciò che di vitale trovava davanti o intorno a sé.
Stanton e Ellis invece furono più fedeli alla propria musa, o, per meglio dire, alle proprie muse. A quei ragazzi bellissimi cui chiedevano di posare, per un ritratto o anche solo per un bozzetto. Non è forse vero che ogni vero artista riprende ciò che ama e ciò che è? E così grazie a Fabio Cherstich il 26 e 27 maggio scorsi al Teatro Franco Parenti abbiamo potuto vedere davanti ai nostri occhi, e per grazia della sua sapiente narrazione ascoltare, le vicende di questi tre straordinari artisti.

Tra mancati riconoscimenti, Bach e Velvet Underground
Poco importa se in vita non furono ampiamente riconosciuti. Poco importa se alcuni di loro furono rinnegati almeno da parte della famiglia per paura o ignoranza. Poco importa se il “sistema dell’arte” ci mise un po’ per accorgersi di loro, in un lavoro di catalogazione e esposizione che è ancora tutto da svolgere, in alcuni casi.
E così, tra note biografiche, incontri con i famigliari di più aperte vedute, musiche di Bach e dei Velvet Underground, Cherstich ci mostra mondi fatti di pennellate dense, decise, vitali e, nelle quattro repliche dello spettacolo in oggetto, ci ha fatto famigliarizzare con tre artisti che in futuro potrebbero avere una visibilità maggiore, rendendo chi ha voluto premiare il coraggio di chi ha allestito questo spettacolo un coraggioso precursore.
E forse, dopo che critici raffinati e attenti come Griselda Pollock ci hanno mostrato che non esiste solo una storia dell’arte, quella firmata da e con protagonisti maschi bianchi, magari è il momento di affrontare non solo artiste donne ma anche artisti e artiste non eterosessuali. Perché molto probabilmente l’unico modo per cui le istituzioni possano iniziare a almeno sembrare imparziali come ci hanno sempre promesso, è quello di essere più inclusive.
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