MONDO – Il 29 maggio 2026 è uscito “Inferno”, il nuovo, multistratificato lavoro dei Boards of Canada. Di nuovo in pista a tredici anni dal precedente “Geogaddi”, i fratelli Michael e Marcus Eoin Sandison rimpolpano il proprio catalogo con un altro lavoro cinematografico e suggestivo. Ma che, più che dell’estetica glitch-hop e del ‘classico’ suono Warp, si dimostra – in essenza, non formalmente – debitore del post-punk di Cure, Depeche Mode, Cocteau Twins e dell’industial-metal dei Nine Inch Nails.
Erano gli anni Novanta. Musicisti come Tricky e Aphex Twin avevano pian piano ridimensionato l’odio, o almeno il sospetto, con cui i rockettari guardavano all’elettronica. E per ogni Bjork che condivideva il palco con PJ Harvey in una cover di “I Can Get No Satisfaction” dei Rolling Stones piena di urgenza, c’era spazio per dei Radiohead che si convertivano a tastiere glaciali e bleep enigmatici in un lavoro come “Kid A”.

Certo, il trip-hop era figlio del post-punk, ma il già citato Richard D. James era capace di aggiornare il verbo ambient a un presente che i più accorti trovavano già distopico allora. Ecco quindi, accanto a didjeridoo sotto anfe per via delle sovrapposizioni ritmiche, interi, sterminati paesaggi più creepy che anodinamente distaccati (alla Brian Eno, per capirci). La critica, pur favorevole, spesso parlava comunque di quelle musiche come di un suono escapista: la fuga nell’interiorità contro le brutture di una società che non si aveva il coraggio di guardare in faccia e denunciare come invece aveva fatto la generazione precedente.
Eppure. Eppure da che rock è rock (o forse, da che psichedelia è psichedelia?) guardarsi dentro, rimarcare sia sogni che incubi, è sempre stato un modo per ripulirsi dalle brutture del mondo – come in una sorta di incantesimo – e poi lasciarsi andare a uno sguardo di insieme più netto, più deciso. “Broken Homes” in fondo è figlia di “Vent”, così come “Machine Gun” è figlia di “Roads”. Spesso occorre distogliere lo sguardo e osservare là dove nessuno vuole vedere, invece di lanciare proclami e ribadire l’ovvio.
La consacrazione della Warp
Venne poi, nei primi Duemila, la consacrazione definitiva della etichetta Warp, con gruppi come appunto Boards of Canada e Autechre, ognuno con la propria estetica – e la propria etica – musicale. I primi sono sempre stati descritti come cinematografici, e la loro musica ha sempre ricordato vecchie polaroid sbiadite o sulle quali il tempo ha sedimentato interagendo con le emulsioni. Lasciando uno strato di irrealtà, di straniamento, su immagini altrimenti perfettamente famigliari.
Non sono forse, i ricordi, qualcosa che ci sembra sempre imprendibile, come se il déjà-vu e Brecht fossero andati a braccetto da sempre? Questo modo di riciclare samples (vocali o strumentali) ricontestualizzandoli in una struttura musicale che si vuole indefinita, o meglio nata dalla contaminazione di due elementi così diversi, è il cuore di “Inferno”, disco che, come pochi altri, parla al nostro presente e del nostro presente.

Un viaggio attraverso il tempo per parlare del presente
Non a caso tra i campionamenti ci sono (in “All Reason Departs”) un discorso dell’occultista Aleister Crowley che discute coi suoi discepoli della necessità di organizzare una strage per avviare una nuova era – se a qualcuno di voi non è suonato più di un campanello di allarme, significa che siete sordi e ciechi. Oppure il discorso di un predicatore televisivo in “Age Of Capricorn” sul tema del peccato. Oppure ancora un canto Hare Krishna in “Naraka”. Ah, sì, c’è pure la melodia di un sitar.
Per finire, in “I Saw Through Platonia”, con un battito del cuore umano. Esiste un mondo di idee perfette, come suggeriva il filosofo citato nel titolo del brano, comparando il nostro con le quali possiamo capire quanto quest’ultimo sia degradato o vicino alle prime. Il discorso nasceva proprio dalla domanda del pensatore: “Com’è possibile che l’uomo sia capace di comprendere che la realtà che lo circonda è migliorabile? Dove stanno le idee che lo ispirano? Sicuramente nell’Iperuranio”.
Il richiamo alla vita
Non è dato sapere se quel cuore che batte è l’ultimo ricettacolo di salvezza, un cuore che batte incancellabile, o se piuttosto indichi un al di qua da dove quelle stesse idee risultano inaccessibili. Per lo meno, non ci sono dichiarazioni in un senso o nell’altro da parte degli autori del brano. Eppure, che quel cuore sia reale o immaginario, il richiamo alla vita è comunque un escamotage potente per riconnetterci, dopo il viaggio agli inferi, alla realtà.
C’è chi ha scritto che il viaggio dantesco è metaforico, che il sommo poeta abbia attraversato tutte le ferite e i traumi dell’uomo per uscire a riveder le stelle. Se così fosse, “Inferno” è anche un viaggio attraverso la nostra storia allo scopo di farci ‘sentire’ cosa significa vivere in un mondo fatto di violenza che è anche un mondo di sogni di pace, interiore o meno. Intendiamoci: fortunatamente non è il primo album musicale a parlare di ciò.
Ma lo fa tralasciando la capacità di sintesi – si sente che i due musicisti hanno cercato non tanto di dare vita a un capolavoro, bensì di rendere viva e pulsante la materia di cui di volta in volta si sono occupati – a favore di un tentativo di restituire la complessità del periodo che stiamo vivendo a un ascoltatore la cui intelligenza viene sempre chiamata in causa, mai blandita o evitata. Solo per questo, varrebbe la pena, come molti stanno facendo, di definire “Inferno” disco dell’anno.
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