ROMA- Conversazione con l’attore palermitano Giulio Corso coprotagonista di Moby Dick in scena al Teatro Quirino e in tournée in varie città italiane.
Lei è attualmente impegnato a teatro nello spettacolo tratto dal capolavoro di Melville Moby Dick, un testo monumentale della letteratura. Che rapporto ha con la lettura? Che lettore è?
Leggo molto per lavoro è proprio una cosa che faccio tra il diletto e il mio dovere, perché è importantissimo restare informati. I libri sono fonti di nutrimento per il mio lavoro. Sono un amante dei romanzi, in particolare dei romanzi russi, fra tutti Dostojevski. Adesso sto leggendo De Sade le 120 giornate di Sodoma. E’ una lettura piuttosto faticosa per la tragicità degli eventi, la lingua di De Sade è poi molto dura. Uso la lettura anche come pausa tra i pensieri che mi affollano la mente. Quando faccio uno spettacolo sono portato a pensare continuamente. Sono ossessionato dalle cose che faccio e la lettura mi consente di distrarmi.
In Moby Dick il mare, la natura è protagonista tanto quanto i personaggi in carne e ossa. Natura benevola o ostile?
Ho sempre avuto molto rispetto del mare. Ricordo da bambino giocavo con un amico a sfidare le onde e ricordo di aver avvertito molta paura al pensiero della nostra natura misera rispetto al creato. Per questo da grande ho coltivato un grande rispetto per il mare. Ho scoperto da poco anche la montagna che è un luogo che va conosciuto dove bisogna muoversi con cautela. Tra tutti questo romanzo di Melville è quello in cui si esplicita con maggiore chiarezza l’impossibilità dell’uomo di opporsi al creato, di domarlo .E’ una battaglia persa. E’ il centro della nostra storia più che il sentimento della vendetta che sembra prevalere sulle prime. Tra tutte le cose la più importante è quella dell’uomo che non ci sta a sottomettersi alla grandezza del creato e ostinatamente è attratto da quello che più lo spaventa e questo lo conduce al suo inevitabile destino. Se posso fare un parallelismo, si parla oggi di andare su Marte. Io credo che non dovesse essere tanto differente all’epoca la sorte di questi uomini che decidono di mettersi per mare, alla volta degli oceani sconosciuti, sapendo quando partivano ma non se sarebbero mai tornati. Oggi noi non siamo come i contemporanei di Melville che non l’avevano capito. Noi siamo cittadini del mondo, i tempi sono maturi per rendersi conto che forse dovremmo preservare quello è vicino a noi, piuttosto che andare a cercare altrove diversa sorte.
Lei è anche autore. Ha scritto un testo che ha vinto il premio SIAE. Ha in cantiere altri lavori?
Mi diletto nella scrittura. L’ho fatto in maniera più costante nel periodo del diploma all’Accademia d’arte drammatica, un periodo fervido di idee, di immagini, di forza creativa. Poi quando inizi il lavoro è difficile conciliare questo tipo di attività che uno fa per diletto. La scrittura però mi accompagna. Ho trovato recentemente una grande sintonia con un mio carissimo amico. Con lui ci divertiamo a scrivere dei soggetti destinati alla cinematografia. Sono cose che facciamo a cuor leggero. Il che non significa che sia meno importante dell’impegno di chi invece lo fa per lavoro. Ci deve essere sempre una componente ludica nel fare qualunque disciplina che abbia a che fare con le arti. Altrimenti si finisce per essere ingabbiati in un sistema capitalistico di produzione di beni e servizi che mal si concilia con l’arte. Come se si dovesse soddisfare sempre un mercato, ma il mercato non ha bisogno di tutta questa materia.
Come attore spazia dal teatro alla fiction, dal musical al cinema. E’ interessato alla regia?
Non ho mai pensato a questo ancora in effetti. Può succedere che negli anni si arrivi a immaginare come potrebbe essere stare dall’altra parte e dirigere i colleghi. E’ un campo a me ancora sconosciuto.
Lei è siciliano, di Palermo. Che rapporto ha con la Sicilia?
Le mie visite a Palermo sono sempre meno frequenti, ma torno con grande piacere. Il mio legame con la terra è forte, è una cosa che difficilmente perderò. Palermo l’ho vissuta durante gli anni delle prime esperienze dell’adolescenza, sono stato nutrito da quelle vicende.
Progetti futuri?
Stiamo discutendo con Rosario Coppolino sul progetto di una commedia di Goldoni, Vedova Scaltra. Al momento questo.
Se non avesse fatto l’attore, avrebbe fatto ..?
Non credo che avrei fatto niente di diverso. Ognuno di noi ha un desiderio, un bisogno, un diritto di essere amato quando si è piccoli. Questa cosa si manifestava in me già da piccolissimo. Quando vedevo che giocando a fare il buffone davanti ai miei, agli amici dei miei c’era una sorta di apprezzamento che mi faceva stare bene e mi faceva sentire ancora più amato. Non che io fossi stato trascurato o poco amato, ma quella cosa sublimava ancora di più questo sentimento di cui avevo bisogno. E questo credo che si sia concretizzato in questo essere istrione, nel bisogno di dover stare sul palco. Crescendo e rinunciando un po’ al proprio ego, tutto questo cambia forme. Lo fai in maniera diversa, più consapevole. Però la matrice deve essere comune a tutti quelli che fanno questo mestiere. Perciò non avrei fatto altro o avrei sofferto molto a dovermi occupare di altro.

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