ROMA – Villa Medici e il Festival des Cabanes: un dialogo poetico tra natura, architettura e sostenibilità. Un festival in cui il design non invade il paesaggio: lo ascolta, lo rispetta e convive con esso.

Il luogo dove l’architettura impara a respirare
Ci sono luoghi che sono speciali ancora prima che accada qualcosa al loro interno. Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, è uno di questi. Situata sul colle del Pincio, con una vista spettacolare sulla città e giardini immensi pieni di storia, arte e vegetazione mediterranea, sembra fatta apposta per ospitare un festival come il Festival des Cabanes.
Dal 2022, questo festival trasforma i giardini storici della villa in un laboratorio architettonico a cielo aperto. Ogni estate, architetti, designer, artisti e studenti internazionali presentano piccole strutture effimere — le “cabanes” — che esplorano nuovi modi di abitare lo spazio da una prospettiva sostenibile, sensibile e profondamente connessa alla natura.
L’edizione del 2026 riunisce sei opere differenti, create da team internazionali come Bento Architecture, ECAL Lausanne, Mutina, Fondation Huttopia, NABA o lo studio salazarsequeromedina. Più che una mostra, il festival funziona come una passeggiata interattiva in cui ogni opera dialoga con gli alberi, la luce, la terra e il visitatore. Ed è stato proprio questo a colpirmi di più.
Perché non ho avuto la sensazione che le strutture fossero semplicemente “messe” nel giardino, come succede a volte con certe installazioni contemporanee. Al contrario: sembrava che fossero sempre appartenute a quel luogo. I materiali naturali, soprattutto il legno, la ceramica o persino il micelio, facevano sì che ogni opera si mimetizzasse in modo organico tra i pini, le siepi e i sentieri.
C’era qualcosa di profondamente umano e familiare nell’atmosfera. Persone che si riposavano sotto le strutture, bambini che esploravano, gente che leggeva, parlava o semplicemente osservava il paesaggio. Il festival non imponeva un’esperienza; la proponeva con delicatezza.
Ed è stato proprio questo a renderlo ancora più bello.

Una cupola sospesa tra cielo e terra
La prima opera che ho visto è stata probabilmente una delle più impressionanti dal punto di vista visivo: “Il Duomo Invertito”, progettata dallo studio belga Bento Architecture in collaborazione con Quentin Bourguignon.
L’opera reinterpretava la classica cupola romana eliminandone completamente la pesantezza monumentale. Al posto di una struttura massiccia appariva una sorta di scheletro leggero e sospeso, costruito con legno, acciaio e pannelli di micelio, un materiale organico derivato dai funghi.
L’intenzione dell’opera era riflettere sulla fragilità dell’architettura e su come le costruzioni del futuro potrebbero convivere con l’ambiente senza dominarlo. E sinceramente credo che ci riuscisse.
C’era qualcosa di molto poetico nel vedere una forma storicamente associata al potere e alla monumentalità trasformarsi in una struttura quasi fragile, aperta alla
pioggia, al vento e alla luce. La cosa più bella era il modo in cui creava ombra e freschezza senza chiudere lo spazio. Non ti sentivi dentro un edificio, ma protetto da un’idea.
L’opera è stata coprodotta insieme al Centre Wallonie-Bruxelles e ha ricevuto il sostegno di istituzioni culturali belghe legate all’architettura contemporanea.
Personalmente è stata una delle installazioni che mi ha fatto riflettere di più. Sembrava un rifugio temporaneo, quasi spirituale, dove l’architettura smetteva di imporsi e iniziava semplicemente ad accompagnare.
Ceramica, luce e un patio pieno di calma
“Façade” è stata sicuramente una delle opere più delicate ed eleganti del percorso.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra ECAL — la prestigiosa scuola d’arte e design di Losanna — e l’azienda italiana Mutina, specializzata in ceramica contemporanea. L’installazione giocava con l’idea che una semplice parete possa trasformarsi in architettura.
E lo faceva in modo meraviglioso.
La struttura ricordava una pergola aperta e leggera, con materiali ceramici ed elementi architettonici che filtravano la luce creando ombre molto morbide sul pavimento. C’era una costante sensazione di calma.
Uno degli spazi più belli del Festival des Cabanes era proprio intorno a questa installazione: un patio con alberi d’arancio e strutture ceramiche che sembravano dialogare naturalmente con il giardino.
Era uno di quei luoghi in cui viene voglia di restare a lungo.
L’opera era pensata non solo come oggetto visivo, ma come spazio abitabile: un luogo dove leggere, riposarsi, parlare o semplicemente osservare Roma dall’alto. E credo che qui stesse la chiave di tutto il festival: le opere non erano sculture intoccabili, ma spazi vivi.
La partecipazione di studenti e designer di ECAL aggiungeva inoltre una dimensione sperimentale molto interessante, mentre Mutina introduceva tutta la tradizione artigianale italiana da una prospettiva contemporanea.
È stata probabilmente l’installazione che mi ha trasmesso più equilibrio.

Dormire nella natura senza distruggerla
La proposta della Fondation Huttopia si avvicinava di più all’idea classica di rifugio o capanna abitabile.
Costruita principalmente in legno e tessuto, la struttura era rialzata su piccoli supporti e si integrava perfettamente con il terreno senza alterare troppo il paesaggio.
L’intenzione del progetto era esplorare forme sostenibili di alloggio temporaneo immerso nella natura, dimostrando che è possibile creare spazi comodi e funzionali senza intervenire in modo aggressivo sull’ambiente. Mi è piaciuto molto il modo in cui l’opera trasmetteva una sensazione di avventura tranquilla. Ricordava un po’ le tende sospese o certi rifugi di montagna, ma reinterpretati con un’estetica molto più contemporanea.
Inoltre, l’uso di materiali naturali faceva sembrare la struttura quasi un’estensione del giardino stesso. Non era un’architettura che voleva emergere sopra gli alberi, ma convivere con loro.
E credo che sia proprio questo a rendere speciale il Festival des Cabanes: il fatto che concepisca l’architettura non come una conquista dello spazio, ma come una conversazione con esso.

Lo sguardo giovane dell’architettura contemporanea
La partecipazione di NABA portava al festival un’energia diversa.
La Nuova Accademia di Belle Arti, una delle istituzioni artistiche più importanti d’Italia, ha lavorato insieme a studenti di design e architettura per sviluppare un’opera collettiva in cui il processo creativo era importante quanto il risultato finale.
Si percepiva chiaramente la presenza di idee fresche, sperimentali e meno rigide.
L’installazione giocava con strutture aperte, percorsi e piccoli spazi d’interazione in cui il visitatore poteva entrare, sedersi ed esplorare liberamente.
C’era qualcosa di molto didattico in questa proposta. In effetti, una delle cose che mi è piaciuta di più dell’intero festival è stata proprio questa: il fatto che fosse accessibile a tutti.
Non serviva conoscere l’architettura per apprezzarlo. Tutto era pensato per suscitare curiosità in modo naturale.
L’opera di NABA rifletteva molto bene questa intenzione educativa e sperimentale del festival. Più che offrire risposte definitive, poneva domande su come vogliamo vivere in futuro e su come possiamo costruire rispettando l’ambiente. Ed è forse per questo che risultava così vicina alle persone.

Un’architettura che scompare nel paesaggio
La proposta di PRÌA e VELIA è stata probabilmente quella che rappresentava meglio l’idea di “mimetizzarsi” con la natura.
La struttura sembrava emergere dal giardino stesso invece di essere stata collocata lì artificialmente.
Utilizzava materiali semplici e colori perfettamente integrati con il paesaggio mediterraneo di Villa Medici, creando una continuità visiva molto bella. Era un’architettura silenziosa. Ed è stata proprio questa la cosa che mi ha conquistato.
Molto spesso associamo l’architettura contemporanea a edifici enormi, spettacolari o eccessivamente tecnologici. Qui succedeva il contrario: la forza dell’opera stava proprio nella sua discrezione. Non aveva bisogno di imporsi per attirare l’attenzione.
Anzi, mentre passeggiavo nei giardini, avevo la sensazione di scoprire le strutture poco a poco, quasi fossero nascoste tra gli alberi. Questa esperienza rendeva il percorso molto più interessante e immersivo.
L’intenzione del progetto sembrava concentrarsi sulla relazione emotiva tra corpo, paesaggio e cammino. Non era qualcosa da guardare soltanto, ma qualcosa da vivere attraversandolo.
E credo che qui risieda gran parte della magia del festival.

Un’architettura sociale, aperta e profondamente umana
L’ultima opera che ricordo con più forza è quella dello studio salazarsequeromedina, fondato da Laura Salazar, Pablo Sequero e Juan Medina.
Il loro lavoro è caratterizzato da un’architettura molto legata allo spazio pubblico, alle comunità e all’impatto ambientale della costruzione. E questo si percepiva chiaramente nell’installazione.
La struttura era concepita come un luogo d’incontro. Non sembrava una semplice opera statica o puramente estetica, ma uno spazio pensato per essere vissuto: sedersi, parlare, riposarsi o condividere momenti.
Mi è piaciuto particolarmente il modo in cui combinavano linee contemporanee con materiali caldi e leggeri. C’era una sensazione molto umana in tutta la proposta.
Inoltre, l’installazione dialogava perfettamente con lo spirito generale del festival: un’architettura meno aggressiva, meno invasiva e molto più consapevole della propria relazione con l’ambiente.
Credo che sia stata una delle opere che meglio riassumevano la filosofia dell’intero evento.

Un festival che non vuole impressionare: vuole convivere
Sono uscito dal Festival des Cabanes con la sensazione di aver visitato qualcosa di molto diverso da una classica mostra di architettura.
Normalmente questo tipo di eventi può risultare freddo, troppo tecnico o persino elitario. Qui succedeva esattamente il contrario.
L’atmosfera era accogliente, familiare e molto rilassata. C’erano bambini che giocavano, persone che si riposavano sotto le strutture, visitatori che passeggiavano lentamente nei giardini e gente che parlava tranquillamente attorno alle opere. Tutto era pensato per essere vissuto senza fretta.
E questo, unito alla bellezza naturale di Villa Medici, rendeva l’esperienza ancora più speciale.
Inoltre, mi è sembrato un festival molto didattico. Senza bisogno di grandi spiegazioni, riusciva a trasmettere idee importanti sulla sostenibilità, sull’urbanistica e sulla convivenza con la natura.
Le strutture dimostravano che l’architettura può essere innovativa senza distruggere il paesaggio; può essere contemporanea senza rompere con l’ambiente; e può essere spettacolare senza risultare artificiale.
Questa è probabilmente l’idea più forte che mi sono portato via.

La sensazione con cui sono uscita da Villa Medici
Se dovessi riassumere il Festival des Cabanes in poche parole, direi che è una celebrazione dell’architettura sensibile.
Un’architettura che ascolta prima di costruire. Che considera il paesaggio come qualcosa di vivo e non semplicemente come uno spazio vuoto dove collocare oggetti.
Mi è sembrata una mostra divertente, bella, funzionale e profondamente umana. Le opere non competevano con la natura: convivevano con essa.
Ed è proprio per questo che risultavano così impressionanti.
In un’epoca in cui molte città sembrano costruirsi sempre più velocemente e in modo sempre più aggressivo, esperienze come questa ricordano che un altro modo di progettare il mondo è ancora possibile. E sinceramente, camminare tra quelle strutture, circondato da alberi, ceramica, legno e luce mediterranea, è stata una delle esperienze architettoniche più belle e rilassanti che abbia vissuto negli ultimi tempi.
INFO: Festival des Cabanes
Villa Medici 20 maggio 28 settembre 2026
Accademia di Francia a Roma





