Ultimo fa la storia ma l’organizzazione lascia più di un dubbio

ROMA – Se ne è parlato per un anno intero e, finalmente, il grande giorno è arrivato. Il concerto-evento di Ultimo tenutosi il 4 luglio a Tor Vergata è stato un successo senza precedenti. Ed ha segnato una pagina importante della storia della musica italiana. Ben 250.000 persone si sono radunate per assistere allo show del cantautore romano, dando vita a uno degli eventi live più imponenti mai organizzati nel nostro Paese. Nonostante le aspettative e la promessa di un’organizzazione all’altezza di numeri così straordinari, però, qualcosa non ha funzionato. Tra disagi, lunghe attese e criticità logistiche, l’evento ha mostrato anche il suo lato meno spettacolare.

Parliamoci chiaro: 250.000 persone sono tantissime. È un numero talmente grande che, finché non ci sei in mezzo, fai persino fatica a immaginarlo. Te ne rendi davvero conto solo quando ti ritrovi immerso in una folla infinita, senza riuscire a muoverti con facilità, a raggiungere i mezzi per tornare a casa o anche solo a usare il cellulare per orientarti, perché la rete è completamente congestionata. E poi c’è quel colpo d’occhio impressionante: ti guardi intorno e vedi soltanto teste. Ovunque. Teste, teste, teste.

Proprio per questo, nessuno si è stupito quando, nei mesi che hanno preceduto il concerto, l’organizzazione ha insistito nel rassicurare il pubblico sulla macchina organizzativa messa in piedi per gestire un evento di queste dimensioni. Era inevitabile: con un’affluenza simile, la logistica sarebbe stata la vera protagonista. tanto quanto la musica. Ma è andata davvero così?

Ultimo non ha colpe

Partiamo da un punto fondamentale, forse il più importante di tutti: Ultimo non ha colpe.

Prima che il concerto iniziasse, durante lo svolgimento dell’evento e persino nei giorni successivi, si sono moltiplicati i commenti negativi nei confronti del cantautore romano. L’ultima accusa? Che abbia organizzato tutto questo soltanto per alimentare il proprio ego. Un’affermazione che, francamente, lascia il tempo che trova.

È chiaro che un evento capace di richiamare 250.000 persone porti con sé delle criticità. Ma è altrettanto evidente che, se questo concerto è stato autorizzato e organizzato, è perché istituzioni, organizzatori ed addetti ai lavori hanno ritenuto che fosse possibile realizzarlo. E, nonostante le difficoltà emerse, alla fine il concerto si è svolto.

Ultimo, inoltre, non è né il primo né sarà l’ultimo artista a radunare centinaia di migliaia di persone. Basti pensare ai grandi eventi di Vasco Rossi o di Ligabue, che negli anni hanno richiamato folle enormi. Certo, il record stabilito a Tor Vergata rappresenta qualcosa di unico nel panorama italiano, ma non è la prima volta che un artista tenta di organizzare un evento di questa portata.

E c’è un altro aspetto che troppo spesso viene ignorato: nessuno è stato obbligato ad andare a Tor Vergata il 4 luglio. Quelle 250.000 persone hanno scelto di esserci. Hanno deciso di affrontare il caldo, le lunghe attese e gli inevitabili disagi pur di vivere una serata che, per molti, resterà indimenticabile (che questo poi non voglia dire che l’esperienza debba diventare una lotta per la sopravvivenza è un altro discorso. Ma ora ci arriviamo).

Per questo attribuire tutte le responsabilità a Ultimo è una semplificazione che non aiuta a capire il problema. È lecito pensare che il cantante, insieme al suo staff e in collaborazione con il Comune di Roma e tutti gli enti coinvolti, abbia fatto il possibile per preparare un evento all’altezza delle aspettative. Le criticità emerse raccontano piuttosto un’altra realtà: forse l’Italia non è ancora pronta a gestire manifestazioni con numeri di questa portata.

E poi c’è una polemica che ha sfiorato il surreale: quella sul suo arrivo in elicottero. Davvero qualcuno pensa che, con un’area invasa da un quarto di milione di persone, l’artista avrebbe potuto raggiungere il palco in auto o a piedi? Sarebbe stato rischioso (oltre che impossibile) sia per lui sia per il pubblico. In una situazione del genere, arrivare in elicottero non è un vezzo da star, ma probabilmente la soluzione più sicura e più logica. Letteralmente, l’unico modo per evitare di rimanere bloccato nel traffico umano creato da un evento di dimensioni eccezionali.

Le criticità, quindi, ci sono state e vanno raccontate. Ma è importante attribuire le responsabilità a chi realmente competono. O comunque, senza trasformare l’artista nel capro espiatorio di problemi che riguardano soprattutto la gestione di un evento senza precedenti.

Impossibile arrivare (ed impossibile andar via!)

È chiaro che ogni esperienza è soggettiva. C’è chi è riuscito a entrare, assistere al concerto e tornare a casa senza particolari problemi. E buon per loro, verrebbe da dire. Ma è altrettanto vero che, da giorni, i social sono pieni di testimonianze di persone che raccontano tutt’altra esperienza, tra lamentele, sfoghi, meme e video che, a tratti, riescono persino a strappare una risata. Ed è proprio per questo che vale la pena affrontare l’argomento.

Sulla carta non mancava nulla: metropolitane aperte fino a tarda notte (salvo guasti), treni straordinari, navette, parcheggi, aree di car sharing. Tutto sembrava studiato nei minimi dettagli. Il problema, però, è che la teoria si è scontrata con la realtà di 250.000 persone concentrate nello stesso luogo. E forse nessuno aveva davvero realizzato cosa significasse gestire un’affluenza del genere.

Il risultato? Navette che, secondo molti presenti, a un certo punto hanno smesso di partire, code interminabili per raggiungere la metropolitana e attese di ore semplicemente per riuscire a lasciare l’area del concerto. E questa è solo una parte delle criticità emerse.

Personalmente, arrivando da fuori Roma, avevamo prenotato un parcheggio a pagamento. Non una cifra esorbitante, ma nemmeno simbolica. Ci aspettavamo, quindi, di trovare un posto riservato ed un accesso organizzato (abbiamo addirittura dovuto inserire il numero di targa per la prenotazione).

La realtà è stata ben diversa.

Per entrare nel parcheggio abbiamo trascorso due ore e mezza in fila. Sì, due ore e mezza. E una volta arrivati all’ingresso ci siamo sentiti dire che, forse, il posto neanche c’era.

Il motivo? Per ragioni di sicurezza era stato deciso di far entrare anche le auto di chi non aveva effettuato alcuna prenotazione. Una scelta probabilmente dettata dall’emergenza del momento, ma che ha inevitabilmente penalizzato chi quel parcheggio lo aveva prenotato e pagato con largo anticipo.

Alla fine siamo riusciti a entrare, dopo molta pazienza e una buona dose di fortuna. Ma se così non fosse stato? Dove avremmo dovuto lasciare la macchina? Quale tutela avremmo avuto come clienti? E, soprattutto, a cosa è servita la prenotazione, se all’ingresso nessuno ha controllato nulla ed il posto non era realmente garantito?

Sono domande che meritano una risposta. Perché raccontare le criticità di un evento non significa sminuirne il successo, ma evidenziare ciò che può e deve essere migliorato se si vuole continuare a organizzare manifestazioni di questa portata.

Non andare via!

“Non andare via!”

Questa è la frase comparsa sui maxi schermi al termine del concerto. Un ultimo tentativo, purtroppo fallito, di invitare il pubblico a non lasciare immediatamente l’area.

Per mesi, infatti, chi aveva acquistato il biglietto ha ricevuto email nelle quali veniva chiesto se si fosse disposti a trattenersi un po’ più a lungo dopo la fine dello spettacolo, così da agevolare il deflusso delle persone.

Nella mia testa questo significava una cosa ben precisa: che fosse stato studiato un piano per gestire un’uscita così imponente. Nessuno pretendeva che 250.000 persone venissero trattenute con la forza, sarebbe stato impensabile. Ma almeno che ci fosse una strategia capace di accompagnare il flusso delle persone in modo ordinato. O, quanto meno, più ordinato.

Perché viene spontaneo chiedersi: si può davvero affidare il comportamento di un quarto di milione di persone soltanto al buon senso? Persone che, dopo ore sotto il sole, erano stanche, provate e desiderose soltanto di tornare a casa. Era inevitabile che la maggior parte di loro cercasse di andare via il prima possibile.

Ed è proprio lì che, almeno per molti, qualcosa si è rotto.

All’improvviso ci siamo ritrovati in quella che sembrava una scena uscita da un film post-apocalittico. Ovunque ci si girasse c’erano persone. Migliaia di persone. La polvere sollevata dalla folla rendeva persino difficile vedere a pochi metri di distanza. I telefoni avevano smesso di funzionare perché la rete era completamente congestionata, e questo significava non poter chiamare amici o familiari, non riuscire a capire dove ci si trovasse e, soprattutto, non avere alcun punto di riferimento.

Via Tiktok @/lola.vinted.addicted

C’erano persone in preda al panico. Altre che si sentivano male. E, inevitabilmente, ambulanze e mezzi di soccorso che facevano fatica a raggiungere chi aveva bisogno di assistenza, semplicemente perché muoversi in mezzo a quella folla era impossibile.

La tensione è cresciuta al punto che qualcuno, esasperato, ha iniziato a spostare transenne, abbattere barriere e scavalcare cancelli pur di trovare una via d’uscita.

Personalmente non mi ero mai trovata in una situazione del genere. A un certo punto continuavo a ripetermi una sola cosa: non sentirti male adesso. Perché la sensazione era che, se fosse successo qualcosa, nessuno sarebbe riuscito a raggiungerti in tempi rapidi. Continuavo a ripetermelo nella testa: non ora. Non adesso.

Anche gli addetti alla sicurezza, visibilmente stanchi e messi a dura prova da una situazione fuori dall’ordinario, spesso non riuscivano a fornire indicazioni precise o a indirizzare le persone. E così la confusione aumentava ancora di più.

Il nostro parcheggio distava circa venti minuti a piedi dall’area del concerto. Lo abbiamo raggiunto due ore e mezza dopo la fine dello spettacolo.

Due ore e mezza per percorrere venti minuti di strada.

Ed è forse questo il dato che racconta meglio di qualsiasi altro quanto sia stato complicato il deflusso di un evento destinato a entrare nella storia.

Il cashless (semi-fallito)

È chiaro che, con 250.000 persone presenti, fosse necessario trovare un modo per velocizzare le operazioni di pagamento nei punti ristoro. E l’idea, sulla carta, era tutt’altro che sbagliata. Anzi.

Il sistema prevedeva di scaricare l’app La Favola per Sempre, creare un account e caricare un credito (con una ricarica minima di 10 euro). All’ingresso, poi, sarebbe stato consegnato un braccialetto da associare all’app, attraverso il quale effettuare tutti i pagamenti in modo rapido, evitando code alle casse e rendendo il servizio più efficiente.

Il problema è che un sistema del genere funziona solo se funziona anche la rete.

Una volta entrati nell’area del concerto, infatti, il cellulare di moltissime persone ha completamente perso il segnale. Personalmente, né io né i miei amici siamo mai riusciti ad associare il braccialetto all’app proprio perché non avevamo connessione. Ho letto anche di persone a cui il braccialetto funzionava a intermittenza, ma nel nostro caso non ha mai funzionato.

Siamo stati fortunati perché avevamo portato con noi acqua e qualcosa da mangiare. Altrimenti, per diverse ore, non avremmo avuto la possibilità di acquistare nulla. Va detto, per correttezza, che l’organizzazione ha cercato di distribuire gratuitamente acqua in vari punti dell’area, un’iniziativa certamente apprezzabile considerando le temperature elevate.

Anche in questo caso, quindi, il problema non sembra essere stata l’idea in sé, che era intelligente e pensata per semplificare l’esperienza del pubblico. È mancato, piuttosto, un piano alternativo nel momento in cui è venuto meno il presupposto fondamentale su cui tutto il sistema si basava: la connessione. Perché quando si organizza un evento con un quarto di milione di persone, bisogna mettere in conto anche lo scenario più prevedibile di tutti: che la rete mobile possa andare in crisi.

Visibilità ridotta, acustica e lotta all’ultimo furbo

Ci sono, poi, aspetti che forse non definirei veri e propri problemi, quanto piuttosto le conseguenze di un evento di dimensioni eccezionali. O, se vogliamo, incidenti di percorso che meritano comunque di essere raccontati.

In questi giorni ho letto molte testimonianze di spettatori che lamentavano una visuale poco soddisfacente, soprattutto nei settori più lontani dal palco. Fin qui, è anche comprensibile: chi acquista un posto nelle aree più arretrate sa di non poter vivere lo stesso impatto visivo di chi si trova nelle prime file.

Il problema, però, è un altro.

Secondo numerosi racconti, in alcune zone anche i maxi schermi hanno avuto dei malfunzionamenti e, a tratti, l’audio non era dei migliori. Ed è qui che la questione cambia. Perché è vero che non tutti possono essere sotto il palco, ma chiunque acquisti un biglietto ha il diritto di vedere il concerto attraverso schermi perfettamente funzionanti e di ascoltarlo con una qualità audio adeguata. È questo il compromesso che rende vivibile un evento con 250.000 spettatori.

A complicare ulteriormente la situazione ci hanno pensato anche i soliti furbi. Diverse persone hanno raccontato di spettatori riusciti a superare i controlli e ad accedere ai settori più vicini al palco senza averne diritto. Il risultato? Chi aveva regolarmente acquistato un biglietto per quei posti si è ritrovato schiacciato più indietro o con una visuale decisamente peggiore rispetto a quella per cui aveva pagato.

Ultimo

Qui entra inevitabilmente in gioco anche il senso civico. Davanti a eventi di questo tipo ci sarà sempre qualcuno disposto a infrangere le regole pur di ottenere un vantaggio personale, spesso senza preoccuparsi delle conseguenze per gli altri.

Ma proprio perché questo comportamento è, purtroppo, prevedibile, è lecito chiedersi se i controlli avrebbero potuto essere più efficaci. Perché i “furbetti” esisteranno sempre: il compito dell’organizzazione è fare in modo che abbiano il minor margine possibile per approfittarsene.

In conclusione…

Raccontare quello che non ha funzionato non significa sminuire ciò che è stato. Anzi. Significa riconoscere che eventi di questa portata hanno bisogno di un’attenzione ancora maggiore, soprattutto sul piano della sicurezza, della logistica e della gestione dei flussi. Perché se l’obiettivo è continuare a portare in Italia concerti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, allora è fondamentale imparare dagli errori, correggerli e fare in modo che non si ripetano.

Ultimo può piacere oppure no. Si possono amare le sue canzoni o non ascoltarne nemmeno una. Si può condividere il suo modo di comunicare oppure criticarlo. Ma ci sono fatti che vanno oltre i gusti personali. E il fatto è che un artista italiano è riuscito a radunare 250.000 persone in un unico luogo, facendo cantare all’unisono un’intera generazione. Questo non è un’opinione: è un dato di fatto.

Le criticità emerse a Tor Vergata non devono diventare un motivo per rinunciare a organizzare eventi così ambiziosi, ma il punto di partenza per costruire qualcosa di ancora migliore. Perché se è vero che la perfezione non esiste, è altrettanto vero che la sicurezza delle persone non può mai passare in secondo piano.

Eppure, nonostante tutto, c’è un’immagine che resterà impressa nella memoria collettiva: 250.000 persone che cantano all’unisono sotto lo stesso cielo. Un numero che fino a qualche anno fa sembrava impensabile per un artista italiano e che oggi rappresenta un nuovo capitolo della musica dal vivo nel nostro Paese.

La storia, molto spesso, non è perfetta. È fatta di emozioni, di record, di errori, di lezioni da imparare e di traguardi che aprono la strada a quelli successivi. La Favola Per Sempre è stata esattamente questo: un evento destinato a essere ricordato non solo per quello che ha insegnato, ma soprattutto per ciò che ha dimostrato.

Che l’Italia può sognare in grande. Che un artista italiano può riunire un quarto di milione di persone. E che, da oggi, chiunque voglia superare questo traguardo dovrà partire proprio da lì, da quel prato di Tor Vergata.

Ultimo

Perché sì, qualcosa non ha funzionato. Ma, allo stesso tempo, il 4 luglio 2026 è una data che resterà nella storia della musica italiana. E la storia, quella vera, raramente nasce senza lasciare dietro di sé qualche imperfezione.

E forse è proprio questa la riflessione più importante. Le polemiche passeranno, i meme finiranno, le discussioni sui social si spegneranno. Quello che resterà sarà l’immagine di 250.000 persone che, per una sera, hanno condiviso lo stesso sogno. E, piaccia o no, quel sogno portava il nome di Ultimo.

Ludovica Italiano

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