Addio a Zaha Hadid, la archistar del MAXXI

MONDO – Accadde oggi: 31 marzo 2016, che la grande archistar e designer Zaha Hadid lasciava la vita terrena, donandoci un eredità enorme per le donne e le professioniste di tutto il mondo. Non solo perchè fu la prima donna a vincere il Pritzker Prize, ma perchè Zaha Hadid è stata unica in ogni traccia della sua arte e della sua vita.

Zaha Hadid, la grande archistar e designer d’origine irachena, si è improvvisamente spenta a Miami per una crisi cardiaca all’età di 64 anni. Astratta, logica, innovatrice, esuberante, forte, spettacolare, coinvolgente, donna.  Ieri ci ha lasciato la più grande interprete femminile che il mondo dell’architettura abbia mai espresso. Noi, in Italia, la conosciamo bene per aver lavorato molto nel nostro paese lasciando soprattutto il segno in quel luogo di cultura e di aggregazione che è il suo MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo nel quartiere Flaminio di Roma, di cui vi abbiamo parlato tante volte.

E lo abbiamo fatto anche a proposito di Alta Roma e di sfilate.

L’andamento sinuoso delle sue opere; i volumi che sembrano mossi da un movimento perenne; gli interni che diventano sfuggenti, a volte surreali. Una donna che ha certamente rotto gli schemi, parlando un linguaggio audace, e soprattutto capace di imporsi in un mondo prettamente maschile.

Il contributo di Zaha Hadid nel panorama dell’architettura contemporanea è stato davvero notevole e molti dei suoi progetti sono in corso di realizzazione. Zaha ha cambiato il volto di tutte le città in cui ha lavorato, attraverso il suo stile, fatto di forme curve e al tempo stesso possenti, strutture liquide, dalla prospettiva complessa.

Tra le sue fantastiche e numerosissime opere, ricordiamo il museo Riverside di Glasgow, il museo della Scienza Phaeno di Wolfsburg, il padiglione dedicato all’acqua (uno dei suoi temi preferiti) dell’esposizione Universale di Saragozza, l’Heydar Aliyev Center di Baku, il padiglione per Chanel a Hong Kong e l’originalissimo Messner Mountain Museum, situato sulle Dolomiti di Plan de Corones a 2275 m di altitudine, dedicato all’alpinismo tradizionale. Ma le sue idee rivoluzionarie sono sparse un po’ in tutto il mondo ed è impossibile citarle tutte.

Certamente un punto di riferimento al femminile, una vera fonte di ispirazione per tutte le donne, data la sua capacità di unire alla visione e all’intelletto, una grande personalità.

Insomma Zaha Hadid per me è un mito. Ho avuto la fortuna di ammirare le sue opere anche in giro per il mondo, come nell’isola di Saadiyat, nel Golfo Persico degli Emirati Arabi Uniti.

I riconoscimenti ottenuti nel corso della sua carriera, d’altronde, parlano chiaro. È stata  la prima donna a vincere il Pritzker Prize (2004), ed è stata insignita di numerosi e prestigiosi premi come il RIBA Stirling Prize nel 2010 e la Royal Gold Metal nel 2016. Nel 2010 la rivista TIME la include nell’elenco delle 100 personalità più influenti al mondo (cosa che raramente è capitata a un progettista). Ha inoltre insegnato nelle più prestigiose università (Harvard, Yale, Columbia) ma soprattutto era amata dal mondo della moda ed ha collaborato con numerosi brand del fashion system.

Penso che, da donna, le farà piacere sapere, da dove ora ci guarda, che il suo Maxxi, ogni giorno, è letteralmente preso d’assalto dai bambini del quartiere Flaminio accompagnati dalle mamme  o dalle baby sitter che sembrano immergersi in quegli spazi dalla geometrie variabili e in quelle forme vorticose scaturite dalla fantasia e dal talento d’architetto di Zaha Adid (Bagdad 1950, Miami 2016).

Vi vogliamo segnalare anche l’articolo che abbiiamo dedicato in occasione dell’inaugurazione del suo progetto della Stazione Marittima di Salerno.

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

20 Responses to "Addio a Zaha Hadid, la archistar del MAXXI"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto cantoni   3 Aprile 2016 at 09:31

    Si Fabiola, Zaha Hadid mancherà tantissimo a chi ama l’architettura contemporanea. La sua estetica del movimento e della percezione indotta dalle dinamiche trasformazionali degli edifici che ha creato, non hanno la “follia” delle opere migliori di Gehry, ma rappresentano senz’altro felici interpretazioni dell’architettura come narrazione di forme interconnesse. I suoi edifici sono come sceneggiature di un film. Il complesso residenziale Spittelau a Vienna mi fece una grande impressione. Anche il profilo del trampolino da salto sul monte Bergisel a Innsbruck non si può dimenticare. Tra l’altro è una dimostrazione che il paesaggio montano può convivere con l’architettura contemporanea. La grande signora dell’architettura ci ha lasciato troppo presto.

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   3 Aprile 2016 at 09:47

      La grande signora dell’architettura è una definizione bellissima che centra la nobiltà artistica e culturale di una mente femminile sensuale, come le forme che creava, e sensibile come l’anima di una donna fragile. Si, e’ difficile immaginare una potenza artistica così autorevole come una donna “fragile”, ma è così che l’ho sempre percepita.
      La fragilità di Zaha, si. È così che rintitolerei questo articolo.
      qui la vita, interrotta troppo presto, ci ha portato a consapevolizzare che anche un mito come lei nella sua non immortalità, era fragile come ognuno di noi.

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  2. Antonino Volpe   3 Aprile 2016 at 12:42

    Una triste prematura perdita…

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  3. DANIELA FERRO   3 Aprile 2016 at 13:27

    Non solo un grande architetto, ma una grande designer, una visionaria capace di dare vita alla bellezza in ogni cosa che creava: sia che fosse una sedia, una scarpa, un gioiello. Una cifra stilistica riconoscibile, grazie a queste linee ondulate e morbide senza essere ripetitive o cadere nella trappola del dejà vu.

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   4 Aprile 2016 at 10:36

      Tra le grandi donne architetto credo che ti possa piacere, dopo Zaha, anche l’altra vincitrice di Pritzker Prize, (nel 2010).La giapponese
      Kazuyo Sejima. Conosci?

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  4. Daniela Cisi
    Daniela Cisi   3 Aprile 2016 at 20:49

    Concordo con tutto, una grande artista e una bellissima persona che lascia splendide tracce di sè nel mondo e nel cuore di tutti. Una perdita incolmabile. Una ‘Dame’ – come amava definirla il suo studio di Londra – che è riuscita a elevare l’architettura da una serie di calcoli e formule matematiche a una danza fluida e leggera, una sinfonia di linee e volumi capaci di dialogare tanto con gli spazi dei più svariati contesti urbani quanto con quelli della natura più impervia e del paesaggio alpino (io adoro in particolare il Messner Mountain Museum Corones, che si staglia sul panorama in forma splendidamente paradossale, tanto uguale e tanto diverso dalle rocce circostanti).
    A dispetto di chi considera invasivi i suoi progetti più ambiziosi, io credo che quelli che vengono spesso interpretati come “capricci” da Archistar non siano altro che l’estrema evoluzione di quella spinta all’integrazione organico-paesaggistica che fu di grandi geni come F.L.Wright (WaterfallHouse altro mio grande mito) e soprattutto Ero Saarinen, con la sua poetica delle forme organiche e i primi esperimenti di travalicazione dei limiti imposti all’architettura dalle forme geometriche (vedi la splendida allegoria del volo realizzata in cemento armato per il terminal della TWA).
    Un’eredità che passando per Ghery e Koolhaus la Haziz ha saputo interpretare a suo modo, con le sue futuristiche visioni, e portare a livelli di audacia impensabile.
    Rivendicando anche per l’architettura quella capacità di spingersi sempre oltre il limite e dare forma all’impensabile che è tipica delle più alte espressioni artistiche.
    RIP Zaha

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   4 Aprile 2016 at 10:35

      Ah Daniela anche tu nomini il grande F.L.Wright ! Si assolutamente, anche io paragonerei Zaha a lui.
      C’entra poco con l’architettura ma hai mai letto “il mio amato Frank”? E’ il mio libro preferito. Racconta la sua vita artistica ed affettiva, non ho mai capito perchè non ne traggano un film….struggente, drammatica e meravigliosa al tempo stesso.

      Non ho visto Messner Mountain dal vivo ma i concetti e la similitudine di visione con Waterfall House è indubbia! E vedo che anche tu non citi tra i punti di riferimento la nostra Gae Aulenti,(anche lei recentemente scomparsa ma ancora attiva dal punto di vista lavorativo fino a qualche anno fa e vincitrice di numerosi premi…) che è stata sicuramente una grandissima architetto, ma che secondo me non è riuscita ad imporre una sua strategia originale. Non credi?

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      • Daniela Cisi
        Daniela Cisi   6 Aprile 2016 at 12:46

        Non ho letto il libro sulla sua vita artistica ma me lo sono già segnato… 😉
        Grazie del consiglio!
        Gae Aulenti non conosco bene, so che ha fatto molto e varie cose anche di grande rilievo ma effettivamente non ha certo raggiunto il successo e la visibilità di Zaha Hadid.
        Può essere una banalità ma di base io credo che ci sia il fatto che ancora oggi non è facile per una donna farsi strada ed affermarsi in un settore come l’architettura, tradizionalmente maschile.
        Sarebbe un discorso lungo e complesso, ma penso sia anche un settore in grande divenire, Zaha Hadid ce l’ha dimostrato e sopratutto ha rotto tanti schemi che sicuramente getteranno le basi per tanti cambiamenti a venire.
        O almeno io così spero…

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  5. Paolo Riggio
    Paolo Riggio   4 Aprile 2016 at 16:57

    Zaha Hadid, un vero e proprio genio dell’architettura. Il suo stile ha cambiato le città!

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   4 Aprile 2016 at 17:42

      Paolo intendi questa città così conservativa ed “antica” nell’accezione peggiore del termine? chiaramente non parlo di cultura dalle radici “antiche”…

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  6. Stefano Maria Pantano
    Stefano Maria Pantano   4 Aprile 2016 at 17:27

    Queste righe appassionate pongono la necessaria attenzione sul fatto che per associare la grandezza al Medio Oriente non si sia oggi costretti a ricordare unicamente un passato nostalgico che ci riconduca a “Le Mille e una Notte” o ad Avicenna ed Averrois. Il mondo arabo, attualmente associato nelle pagine di cronaca occidentale per lo più a sub culture che faticano a integrarsi con il mondo del XXI secolo e a cui si guarda con timore e sospetto, conserva ancora al suo interno i tesori preziosi delle notti d’oriente. Ancor più significativo è il fatto che a lasciare testimonianze tangibili nel tessuto urbano della cultura degli anni ’10 del 2000, che certamente parleranno anche attraverso i prossimi decenni, sia stata una donna nativa di Baghdad, annoverata dal TIME tra le 100 persone più influenti al mondo, ma che difficilmente avrebbe potuto avere vita facile in madrepatria… Senza qui entrare nel merito di quanto sia cambiata, in meglio o in peggio, la situazione politica dell’Iraq dall’arrivo della “democrazia” occidentale.

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   4 Aprile 2016 at 17:53

      Sì Stefano sarebbe da ragionare abbondantemente sulle origini sociali e storiche di Zaha così come di tanti personaggi della cultura che emergono proprio grazie a quelle meravigliose radici culturali del DNA.
      Infatti ancora soffro alla solo idea, (e sono certa con me il mondo intero), di quando la furia degli jihadisti dello Stato Islamico si è abbattuta ancora una volta sul patrimonio archeologico iracheno ed hanno raso al suolo, (utilizzando dei bulldozer!!!), l’antico sito archeologico assiro di Hatra, nell’Iraq settentrionale patrimonio storico dell’Unesco… E’ orribile poter pensare che si possa emergere solo al di fuori del proprio paese, ed è un andamento che noi europei, italiani in particolar modo, per altre ragioni spesso ci ritroviamo a voler/dover percorrere…

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  7. Daniela Ferro
    Daniela Ferro   4 Aprile 2016 at 17:51

    Kazuyo Sejima, sì conosco la sua opera, francamente è molto lontana, secondo la mia percezione dallo stile di Zaha. In parte perché le linee morbide e ondulate di Zaha le preferisco (colpa di Walt Disney?) lei stessa aveva acquisito la lezione di Le Courbusier ma restituendo un prodotto nuovo, e pensare che era irachena! Cresciuta in un ambiente privilegiato e sicuramente diverso dall’Iraq attuale.
    L’architetto giapponese opta per la linea retta (sono generica, lo so!) che è molto “orientale” anche lei predilige il bianco.
    Zaha è l’apoteosi della “line of beauty” (W. Hogarth) aggiungo e ribadisco ancora che Zaha Hadid non si è concentrata solo sull’architettura, ha disegnato gioielli, disegnato anelli per Swaroski, scarpe per Kartell e tanto altro ancora e secondo me tutto piuttosto bene, non è una cosa scontata mai per nessuno.
    Per quanto riguarda F. L. Wright…non sono d’accordo con voi, limiti miei che non ho un occhio così attento, forse credo il progetto newyorkese del Guggenheim Museum potrebbe assomigliare un po’ a certe costruzioni di Zaha, venendo cronologicamente prima Wright dovrei dire il contrario, lei avrà sicuramente assorbito da Wright.
    L’Americano piace comunque anche a me. Come si può sostenere il contrario?

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    • Daniela Cisi
      Daniela Cisi   4 Aprile 2016 at 19:41

      Guarda WaterFallHouse Dani, il capolavoro di edilizia residenzale di Wright e poi guarda il suo inserimento nel paesaggio del Messner Mountain Museum Corones e capisci subito cosa voglio dire. E’ il principio che è lo stesso in quel caso specifico. l’approccio, uno studio delle rocce e della natura in cui poi va a integrarsi il lavoro, che diventa una cosa completamente diversa ma prende dalla natura circostante le linee e i volumi, ne assorbe avidamente la linfa per rielaborarla in una forma nuova e unica all’interno del contesto, come unica è ogni roccia tagliente e spigolosa che emerge dalla montagna.
      Lei stessa diceva di ispirarsi e studiare le forme della natura per poi rielaborarle nelle sue futuristiche visioni, anche da lì vengono tante linee curve e sinuose. E’ quello il paradosso che mi affascina.
      Poi se ti fermi alla superficie è chiaro che le linee e le forme del resto delle loro opere non possono essere più diverse, Wright con linee geometriche che si sviluppano preferibilmente in superfici orizzontali e si appiattiscono verso il basso assorbendo lo spirito delle praterie del Midwest americano, lei proiettata verso l’esplorazione di nuovi materiali e tecnologie che con strutture tensorie una volta impensabili le consentono di emulare qualsiasi cosa e sfidare i principi della natura stessa. Con esiti non sempre a tutti graditi e inevitabili accuse di narcisismo da archistar.
      Mi piace però anche questa differenza, che porta l’uno in una direzione che mi sembra tanto maschile e lei nell’altra, verso forme sinuose che sono potenti ma anche tanto femminili come dice Fabiola.
      Poi in effetti c’è anche un lato cartoon di quelle forme morbide e di parte della sua personalità che molti hanno ravvisato, nel quale sono sicura tu trovi più rispondenze 🙂
      Io da sciatrice e amante delle Dolomiti sono rimasta particolarmente affascinata dalla sua interpretazione di quel panorama a me tanto caro e da lei tanto distante come quella curiosa formazione rocciosa un po futuribile e un po futurista che esce dalla cima di Plan de Coronas

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  8. Paolo Riggio
    Paolo Riggio   5 Aprile 2016 at 22:47

    Si è vero Roma preoccupa sempre di più, non tanto dal punto di vista propositivo. La capitale è da sempre al centro di strategie progettuali e urbanistiche. Dal 2000 in poi ha subito numerosi interventi che ne hanno arricchito l’enorme bacino architettonico e culturale. il Problema è che poi i progetti non vengono sfruttati realmente e spesso si rivelano dei grandi flop dal punto di vista economico.

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  9. Diana I.M.   11 Aprile 2016 at 16:11

    Quando per la prima volta venni a conoscenza dell’esistenza dell’estro creativo e della magnifica arte di Zaha Hadid era il 2008. Frequentavo il liceo in Svizzera ed io e la mia classe eravamo andati a visitare il museo di design Vitra a Weil am Rhein, proprio lì ebbi la possibilità di entrare in uno dei suoi primi progetti, uno dei simboli più imponenti del Decostruttivismo: La Stazione dei pompieri (Vitra Fire Station 1991-1993). La pianta di questa costruzione ricorda molto le fattezze di una nave, luoghi piccoli e angusti ma funzionali, bagni (costruiti su pavimenti obliqui) riproducevano (geniale!) il movimento del mare! Tanto da avere, poi, il mal di mare con tutto che l’edificio era immobile! (è fatto di cemento armato)…Hadid manipolò lo spazio per esaltare e creare cavità dinamiche. In una intervista ha dichiarato: “L’edificio è movimento congelato. Esprime la tensione dello stato di allarme, può esplodere in azione in ogni momento. I muri sembrano scivolare gli uni sugli altri, mentre le grandi pareti scorrevoli sono letteralmente muri mobili.”
    Sono rimasta estasiata e piacevolmente stupita dalla sua arte architettonica e dalla sua grande tenacia a realizzare uno spazio così organizzato, Hadid riusciva a dare alla sua immaginazione una forma e razionalità rendendo possibile qualsiasi cosa. Era una persona “affamata” di cultura di innovazione e si “nutriva” della sua infinita immaginazione e della sua volontà. Un esempio per me e le generazioni passate e future che rimarrà sempre scolpito nel cuore per la sua passione alla vita e al suo lavoro.

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    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   12 Aprile 2016 at 16:41

      Grazie Diana della tua citazione. Non sono mai stata in Svizzera e non conoscevo questo edificio che tu hai avuto la fortuna di visitare. Mi sono documentata ricercandone foto e, vivere dal vivo le sensazioni che descrivi tu, dev’essere decisamente emozionante.
      Si, ci sarebbe da girare il mondo solo per ripercorrere le sue opere, ma intanto sono grata a questa città che almeno per una volta, ha avuto la visione di affidarsi ad un artista come lei per rivolgere uno sguardo anche al futuro dell’immagine di questa città.

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  10. Claudia Polo
    Claudia I.M.   13 Aprile 2016 at 01:54

    Quando ho letto l’articolo su formiche.it ancora non conoscevo la grandezza di questa talentuosa architetta. Ricercando fra le sue opere sono venuta a conoscenza della sua “firma” per un luogo che ho visitato questo dicembre: la stazione marittima di Salerno sul molo Manfredi.
    In occasione delle “luci d’artista” sono stata a Salerno e, passeggiando sul bellissimo lungomare, notai subito che qualcosa dall’anno precedente era cambiato. Uno spazio bianco, immenso che quasi univa la strada alla sabbia.. Pochi gradini ed eri in spiaggia. Fu nel 2012 che l’amministrazione comunale, al termine di un concorso internazionale d’idee, affidò all’architetto Zaha Hadid il compito di realizzare la stazione marittima. L’archistar ha progettato un’ostrica proiettata verso il mare destinata a diventare uno dei simboli della nuova Salerno insieme al ripascimento della spiaggia dell’intero lungomare cittadino e alla ristrutturazione degli approdi turistici che permetteranno di vivere in pieno il rapporto intenso tra il mare e la città.
    Insomma, quando l’ho visitata non ne ero al corrente che avesse l’impronta di una tale artista, ma ricordo bene le parole che dissi “finalmente una struttura degna di valorizzare in termini di modernità e di innovazione uno dei simboli più belli della città di Salerno, spero che prima o poi riusciremo ad avere a Napoli qualcosa del genere.”
    Oltre che Salerno è anche una cittadina di provincia napoletana ad avere (nei prossimi mesi in conclusione) un lavoro firmato da lei.
    Ad Afragola (Na) è in costruzione un’altra opera: la stazione ferroviaria del treno ad alta velocità. Avrà un ponte sospeso in aria la nuova stazione di Napoli-Afragola sarà come un ponte sopra i binari. L’idea del ponte nasce dalla considerazione di allargare la passerella, necessaria per collegare le varie banchine, fino a trasformarla nella principale galleria passeggeri della stazione, essa inoltre è progettata anche con un occhio rivolto all’ambiente; infatti sulla galleria è prevista una vetrata di oltre 5 000 m² con shader al fine di permettere una diffusione controllata della luce solare diretta. Nell’area in cui sorgerà la stazione, oltre alla galleria commerciale, si prevede la realizzazione anche di un parco naturalistico tecnologico, di attrezzature per lo sport e di un grande centro espositivo.
    Qui il link http://divisare.com/projects/16790-zaha-hadid-architects-stazione-alta-velocita-napoli-afragola
    Che dire una grande artista, progettista e architetta sempre molto minimal ma con stile.
    Credo che ci siano poche donne che hanno delle idee innovative, ma quando le hanno spiazzano tutti; la Hadid era così, una donna eclettica capace di avere l’occhio più lungo del normale, capace di rendere vivente un’opera immobile.
    Il mondo ne sentirà la mancanza, in attesa di visitare il Maxxi (magari proprio per Alta Roma), sarò felice di visitare i suoi immensi spazi nei miei prossimi viaggi all’estero.

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  11. Rita Ricciardelli
    Rita I.M.   23 Aprile 2016 at 00:42

    Il mio commento arriva solo ora, ma ci tenevo a spendere delle parole sulla archistar Zaha Hadid, che conoscevo solo di fama perché il suo nome mi veniva ripetuto come un mantra dai miei amici architetti. Allora più che documentarmi, mi sono immersa nel suo meraviglioso mondo. Anche io come il professore Cantoni sono folgorata dalla follia di Gehry, in cui architettura e scultura si fondono; anche se la costruzione tra le montagne del Messner Mountain Museum Corones, con il gioco a specchio che riflette l’intero paesaggio vale alla Hadid un meritatissimo pareggio. Quello che colpisce della Hadid é la sua filosofia del design, un nuovo modo di concepire lo spazio e il tempo che diventano un tutt’uno nella sua architettura fluida e sinuosa, nella sua ricerca del movimento. Nelle interviste appare una donna femminile e determinata che si avvaleva di un team di giovani professionisti provenienti da tutto il mondo e che apportavano sempre qualcosa di nuovo e ben accetto, poiché la Hadid ha fatto della innovazione la sua firma stilistica. Ed é con il suo team che ha sperimentato e ha vinto sfide off limits, le piaceva osare. All’interno del suo team vi era una sezione dedicata alla ricerca di nuove forme e linee perché era solita precorrere i tempi, non solo starne al passo. Da qui l’uso di nuove tecnologie, modelli digitali che fanno da padroni nella sua architettura. Le strutture sono futuristiche ma mai fredde, sempre modellate sull’uomo, per l’uomo e per il suo viaggio nel mondo.

    Rispondi
    • Fabiola Cinque
      Fabiola Cinque   23 Aprile 2016 at 09:43

      Grazie Rita di aver ricordato quanto la Hadid investisse nelle nuove generazioni di architetti designer ed artisti di tutto il mondo. Si la sua creatività era frutto di un grande scambio multiculturale che aveva già nel suo sangue per le sue origini.
      Bello vedere che ognuno di noi conosce o apprezza opere diverse di questo magnifico architetto. È come se ognuno di noi conoscesse e rimanesse affascinato da un aspetto ed una prospettiva nuova (o diversa) delle mille sfaccettature della sua arte così come della sua personalità.

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