Brasserie ungaro viennese a Budapest

Brasserie ungaro viennese a Budapest

Giornata lunga, tentata visita al museo ma arrivati tardi (17.15), il museo chiude alle 18, ma alle 17 non fanno già più entrare nessuno, la biglietteria è chiusa (in questo sono un po’ teutonici..;); ritornati quindi a piedi (quasi 2 km) percorrendo Andrassy Utca, bellissimo viale alberato, contornato da ville liberty eleganti e, man mano che ci si avvicina ai giardini in Erszebet ter cominciano a comparire negozi alla moda, moderni, sia di firme note a livello internazionale che di stilisti emergenti ungheresi.
Giusto il tempo per una doccia e raccogliere un po’ le idee che è ora di cena, stasera niente taxi (che non parlano quasi mai inglese e capirsi è decisamente un problema) siamo ospiti dell’ES Biztrot, uno dei due ristoranti del Kempinski Hotel. Accoglienza calda, senza eccessi, elegantemente alla mano, sempre il sorriso dominante nelle persone, anche qualche battuta, in inglese, con la cameriera biondissima e due occhi svelti e simpatici, brava a creare quell’atmosfera familiare che ci fa sentire ospiti graditi e coccolati senza dimostrazioni eccessivamente affettate che suonerebbero false.
Un’occhiata al menu, con la sempre biondissima cameriera che cerca di intuire i nostri gusti e alla fine la nostra scelta cade su un piatto tipico ungherese, il “Tafelspitz”. In realtà è un piatto acquisito dalla cucina austriaca, diventato tradizionale in Ungheria da un paio di secoli. Semplificando si tratta di un bollito di manzo; in realtà è molto carino il rituale della degustazione. Si inizia sorbendo il brodo, leggero, profumato e speziato, un po’ più salato dei nostri tradizionali italiani e più saporito dei consommé francesi, con pezzi di ortaggi che galleggiano  A seguire il maitre d’eccezione, il responsabile del Es Biztrot, preleva il midollo delle ossa bollite, lo spalma su fette di pane integrale abbrustolito e ce le serve come intermezzo, decisamente saporito ma delicato, leggermente dolce. Lei ha una punta di indecisione, superata dall’invito ad assaggiar del Maitre che nel frattempo racconta come la sua “mamma” lo faceva a casa nei giorni di festa.
E finalmente arriviamo al “lesso o bollito” (come si chiamerebbe in Emilia). Una bella fetta di carne tenera ma consistente con un filo di grasso su un lato, un po’ come le carni di manzo brasiliane per il churrasco. Sono servite accompagnate da tre salsine molto originali: un passato di mele mantecato con formaggio tenero, una bianca a base di yogourt, leggermente acida, tipica dei paesi dell’est e l’ultima a base di spinaci. La prima è decisamente molto originale, vagamente simile alle mostarde padane, molto più delicata per non coprire il gusto della carne, anzi, esaltarlo. Un po’ di bratkartoffeln, patate lesse saltate in padella a completare i sapori.
Abbiamo “innaffiato” tutta la cena con due vini importanti, un Bukolyi, blend di uve rosse Merlot, cabernet franc e “kekfrancos”, importante, dal sapore pieno, corposo, ma con una punta eccessiva di alcool non perfettamente armonizzato, ed un Hangacs di Sant’Andrea, probabilmente meno nobile del primo, ma decisamente più interessante, ben fatto, corposo senza graffiare e  perfettamente armonico nel sapore e nel grado alcolico, all’altezza di molti vini di qualità nello stile italiano, di semplicità e purezza.
Passiamo al dolce, anche se siamo già pieni e un po’ allegri dopo due bottiglie di rosso. Prendiamo solo un assaggio, un piatto unico con due forchettine che “attacchiamo” sui due lati: si tratta di due pezzettini di Strudel di mele con una crema al limone, pezzi di croccate sottile con leggera panna e nocciole e un assaggio di crema ai frutti di bosco.
Siamo rimasti solo noi tra chiacchiere, sorrisi e piacere della tavola il tempo è volato. Usciamo a fare due passi, un po’ per smaltire “il carico” e un po’ per vedere la “movida” nei dintorni del Kempinsky, piena di ragazzi e turisti a passeggio anche se sono già passate le 23, in un’atmosfera splendidamente magica che solo questa città sa regalarti.

Brasserie ES BISTRO ITA

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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