72esima Mostra del Cinema: consigli in anteprima per le visioni dei film più attesi!

72esima Mostra del Cinema: consigli in anteprima per le visioni dei film più attesi!

Quest’anno stiamo partecipando a tutta la 72esima Mostra del Cinema, dal red carpet dell’inaugurazione, fino alle visioni dei film dai pronostici più interessanti e più attesi.  Alla cerimonia d’apertura è seguita la proiezione di Everest, un blockbuster che susciterà reazioni contrastanti. Il grande pubblico ne apprezzerà, come già si è percepito a Venezia, gli eccezionali scenari e la suspense nonché gli straordinari effetti in 3D. La critica forse rimarrà un po’ delusa dalla scarsa caratterizzazione psicologica dei personaggi e dalle loro scontate motivazioni. In ogni caso il film di Baltasar Komàkur, che ci era molto piaciuto nel suo film d’esordio “101 Reykjavíc”, e che certamente, essendo islandese, ha saputo rendere efficacemente la sfida del ghiaccio e degli spazi estremi, ci ha coinvolti anche se la lunghezza di due ore esatte ci ha messo un po’ a dura prova. Il tema, la regia e chiaramente gli scenari meritano, così come il bel protagonista Jake Gyllenhaal e più in generale gran parte del cast che si avvale, tra gli altri, di Michael Kelly e di Keira Knigktley. Interessante anche la fotografia dello statunitense di origini italiane Salvatore Totino (ricorderete la sua firma nei film ispirati ai romanzi di Dan Brown).

Poi è stata la volta del film Italian gangster di Renato De Maria, artista poliedrico che si è dedicato in passato a lavori di taglio documentaristico, a fiction televisive (“Distretto di polizia”) e ovviamente al cinema, ad esempio con il pluripremiato “Paz”. In gara nella sezione Orizzonti, il film racconta, attraverso testimonianze dirette, le imprese criminali di sei gangster italiani del dopoguerra: Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Luciano De Maria, Horst Fantazzini e Luciano Lutring. Originale nelle sue riprese e nel montaggio di flashback che fonde attori recitanti la storia, scene storiche di repertorio, spezzoni di film degli anni ’50-60 ed immagini di cronaca che ricostruiscono le vicende criminali della banda Cavallero. Il tutto rimane però spesso un po’ confuso

Il cast di De Maria utilizza deliberatamente attori poco conosciuticertamente per non indulgere in mitizzazioni di questi malviventi, ma anche per creare uno sguardo neutrale e distaccato, funzionale ad offrire un ritratto di un’Italia a cui tutti siamo in qualche modo legati. Le riprese ed il montaggio sono troppo sincopate tanto che spesso abbiamo perso i collegamenti e troviamo che sia più giusto classificarlo come documentarioComunque un film che consiglio vivamente.

Eccomi poi a vedere Francofonia, inno all’arte, al Louvre, alla poesia della cultura e alle nostre origini. Il film apre con una frase ed io sono già immensamente persa: “ noi siamo circondati dall’oceano. Ogni anima ha un oceano dentro di se”.

Al termine l’abbiamo applaudito, l’emozione era in ognuno di noi!

Infatti il film sta riscuotendo grandi apprezzamenti e curiosità. Con Louis-Do de Lencquesaing (papabile candidato al premio di migliore attore protagonista), firmato da Alexander Sokurov, che potrebbe essere una possibile mina vagante del concorso se non avesse già vinto il Leone D’Oro a Venezianel 2011 con “Faust”. Il regista russo, attraverso lo strano rapporto che si crea tra il direttore del Louvre e il capo delle trupped’occupazione tedesche (interpretatoda Benjamin Utzerath), offre al suo pubblico una riflessione sul rapporto tra arte e potere, tema riproposto drammaticamente alla cronaca recente dall’Isis a Palmira in Siria, raccontando una storia a metà fra la realtà e la finzione. Ci si interroga sul valore dell’arte e sulla responsabilità della sua sopravvivenza che deve coinvolgere ognuno di noi. Inoltre, a distanza di quindici anni, Sokurov torna a girare un film interamente in un museo (dopo l’“Arca russa”), in questo caso il Louvre di Parigi, dimostrandosi uno dei registi più originali del momento. Consigliamo questo film a prescindere, ma in particolar modo agli amanti del rapporto tra storia dell’arte e cinema, poiché arte e pittura lo caratterizzano fortemente, anche per merito della la magistrale fotografia di Bruno Delbonnel.

Poi eccoci ad un altro film in concorso: Beast of No Nation: ritratto vivido di una guerra permanente con la quale si nasce, si cresce, precocemente si muore ,e quelle rare volte in cui si sopravvive, il passato rimane scolpito nelle ferite del corpo e dell’anima. Illustrazione impietosa delle guerre in Africa, il film è stato girato in Ghana e si ispira al romanzo omonimo di Uzodinna Iweala, ma potremmo essere in Sud Sudan o altrove. Non importa il luogo e la tribù di appartenenza, qui esistono solo le leggi della sopravvivenza. Vivere immersi nelle campagne e tra le foreste di un territorio ricco di tutti i colori dell’iridee tragicamente povero, dove l’arte della battaglia s’impara da piccoli.

Ambientato in una delle tante guerre dell’Africa, “A Beast Of No Nation”, racconta la violenza più odiosa da descrivere, quella sui bambini e la trasformazione di un bambino solo di nome Agu, interpretato dal bravissimo Abraham Attah,

Abrahan Attah, giovane esordiente in "A Beast Of No Nation"
Abrahan Attah, giovane esordiente in “A Beast Of No Nation”

 in una orribile bestia,  (qui in foto accanto al regista per la proiezione della prima). Così il piccolo protagonista magistralmente interpreta il guerriero che segue l’ascesa e la caduta del suo capitano. Catturato da piccolo viene graziato a patto che diventi un vero combattente. E nel suo tragico cammino riuscirà, malgrado tutto, a dimostrare una leadership inattesa nella sua timida espressione.

Con un cast di esordienti, il film farà sicuramente grande scalpore anche fuori dal festival. Noi l’abbiamo applaudito con vigore. Incredibile la qualità delle riprese e la tecnica di Fukunaga che si insinua con precisione nel silenzio e nelle atrocità della guerra, mostrandoci tutto l’orrore possibile.

In pochi forse conoscono il nome del californiano Cary Fukunaga ma, per chi non lo sapesse, era lui il regista della prima stagione di “True detective”, ormai un cult fra le serie tv. Si tratta del suo primo film proiettato a Venezia.

Il secondo lungometraggio proiettato a Venezia è stato “Looking for Grace” caratterizzato dai paesaggi sterminati e maestosi dell’Australia occidentale ma non solo.

La storia della scomparsa di una ragazzina in viaggio con una sua amica nelle sterminate aree rurali australiane, e dei tentativi della sua famiglia di rintracciarla, è il pretesto per mostrare l’imprevedibilità della vita. La regista e sceneggiatrice Sue Brooks, operando su diversi registri – racconto di adolescenza, giallo, dramma familiare (il film è anche a tratti molto divertente) – ci mostra un lato particolare dell’amore, quello familiare appunto, con i suoi momenti di grazia e i suoi momenti di apparente disinteresse.

Il film di Sue Brook è un’altra delle tante scommesse di Venezia 2015 accolto da applausi mescolati a qualche fischio. A noi ci ha lasciato un po’ perplessi.
Così come Neon Bull del regista brasiliano Gabriel Mascaro dove, se non fosse stato per la bellissima interpretazione della piccola Aline Santana, (qui in foto al Red carpet),

Aline Santana, giovane protagonista del film "Boi Neon"
Aline Santana, giovane protagonista del film “Boi Neon”

 avremmo avuto difficoltà a seguirne la trama. Storia che comunque si interrompe in una fine senza pathos, (aggiungeremo senza senso), dove non è chiaro se valga la pena o no rincorrere le proprie aspirazioni. E qui ogni sogno emerso con vigore finisce nel nulla, così come termina il film senza consenso.

Poetico, delicato ed in tutte le sue accezioni “francese“, Marguerite, il nuovo film di Xavier Giannoli,  racconta la storia di una cantante lirica terribilmente stonata, esaltata falsamente dai suoi ammiratori. La sua vita cambierà quando deciderà di lasciare la sua “campana di vetro” per esibirsi di fronte ad un pubblico vero. Il ruolo della protagonista è interpretato da una bravissima Catherine Frot. Qui sì, i sogni della protagonista vengono rincorsi e premiati in una sequenza di amara ironia, delicatezza e drammaticità, e la semplicità si fonde alla determinazione e a una chiara visione dei sogni più irraggiungibili.

Tifiamo anche per un altro film: Spotlight che ci ha coinvolti e colpiti  e che siamo sicuri, farà molto discutere dentro e fuori dal Festival; diretto da Tom McCarthy,  racconta la  vera storia di un Premio Pulitzer vinto da  una squadra di giornalisti investigativi, del Boston Globe “Spotlight” che nel 2002 scosse la città e il mondo rivelando un sistematico insabbiamento della Chiesa cattolica di casi di pedofiliaperpetrati da più di 70 sacerdoti locali. Il film, è stato accolto da applausi convinti e scroscianti a Venezia 72 e, nonostante sia un “fuori concorso”, ha tutte le carte in regola per essere uno degli argomenti predominanti della settimana a Lido; il cast è di livello altissimo:  Mark Ruffalo, Michael Keaton e un apprezzatissimo Stanley Tucci

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Venezia 72: primi film

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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