Steve McCurry, Icons and Women

Forlì, Musei San Domenico.

Ama fotografare i pescatori, i bambini e la pioggia, ha attraversato diversi continenti dando un volto umano alle guerre, alle devastazioni e ai disastri naturali, Steve McCurry il fotografo americano nato a Philadelphia nel 1950, espone più di 180 scatti in “Icons and Women”, una rassegna allestita nei Musei San Domenico di Forlì curata da Biba Giacchetti.

Conosciuto in tutto il mondo per la foto copertina del “National Geographic” scattata nel 1984 in Pakistan alla giovane rifugiata afgana Sharbat Gula, Steve McCurry schiude in questa mostra lo scrigno delle infinite esperienze vissute attraverso le immagini rubate nel tempo alla storia, alla geografia, al pensiero e alla lotta. L’immagine che accoglie il visitatore nella prima sala espositiva è stata scattata in Afghanistan nel 2003 e raffigura una ragazzina con un fazzoletto bianco in testa che sull’uscio di un portone di legno verde sorride a mani giunte; i volti delle donne scrutati, osservati e immortalati dall’obiettivo della macchina fotografica di McCurry sono tanti eppure tutti diversi tra loro. Basti pensare alle donne birmane che, con i colli cinti dagli anelli d’oro, trasmettono con i loro volti pace a chi le osserva, a quella che in Yemen, grida parole con la sola parte scoperta del volto, gli occhi, oppure alla pugile sfrontata che a Rio De Jainero interrompe il suo allenamento per essere ritratta. Ripercorrendo nella mia memoria gli universi esposti nella prima sala si fa strada l’immagine di un fiume che racconta l’immensità del Taj Mahal di Agra riflesso nelle sue acque e la quotidianità di un barcaiolo che cerca le sue chiavi perdute; altra icona è quella di un gruppo di donne indiane strette tra loro poiché sorprese da una bufera di sabbia; McCurry racconta che proprio in quell’occasione istintivamente avrebbe chiuso i finestrini del taxi facendolo sfrecciare in un luogo più sicuro, eppure fu allora che capì che quello era il momento ideale per agire perché spesso le foto migliori nascono per caso, lungo il viaggio che porta nella destinazione in cui s’intende realizzare un reportage. La fotografia per McCurry è il rischio che si corre immortalando un gruppo di donne afgane al mercato, è la curiosità che si prova osservando una pastorella nomade di Rajasthan, è la meraviglia di restare senza fiato davanti all’alba di Band-e-Amir, è il senso di giustizia che trapela dalle parole della birmana Aung San Suu Kyi fotografata nel 1996 appena liberata dopo 20 anni di prigionia. “Io sono un fotografo documentarista” dichiara McCurry e a dimostrarlo vi è un’intera sezione della mostra, meravigliosamente allestita lungo un corridoio apparentemente sospeso nel vuoto, dedicata alle atrocità della guerra e ad alcuni dei più importanti eventi che hanno fatto la storia contemporanea. Grazie al lavoro di McCurry la guerra in Afghanistan diventa tangibile, vicina, anche se appartiene ad un luogo lontano e ad un tempo trascorso: un bambino impugna un fucile ignorando cosa sia l’infanzia e nel paesaggio urbano di una Herat bombardata si scorge un gruppo di persone intorno a un fuoco, simbolo di speranza e di possibile rinascita. Dei ragazzini intenti a giocare con un cannone fanno riemergere la delicata situazione del Libano nel 1982: diversi gruppi lottavano per la conquista del suo potere. E poi ancora le due torri in fiamme dell’11 settembre, il Giappone colpito dallo tsunami riflesso nei frammenti di uno specchio e il Kuwait della I Guerra del Golfo che riecheggia in un paesaggio in fiamme in cui gli animali cercano un irraggiungibile ristoro. McCurry racconta che in Kuwait il terrore delle mine antiuomo disseminate nel terreno si era impossessato di lui, nonostante ciò rubò a quella guerra importanti testimonianze che ancora oggi ricordano i 600 pozzi di petrolio incendiati da Saddam Hussein, la brutalità del conflitto e le sue conseguenze. Un’altra grande sala dedicata all’’arte di McCurry raccoglie una serie di fotografie di volti, paesaggi e situazioni che celano storie, ricordi e sentimento. I pescatori incontrati nello Sri Lanka ad esempio restano delle ore abbarbicati su dei tronchi sperando in un ricco bottino, i monaci buddisti birmani rimangono sospesi a testa in giù in equilibrio su una trave e un uomo afgano accende curiosamente una sigaretta subito dopo aver trascorso delle ore in una miniera. Sono queste e tante altre le vicende che si celano dietro ad ogni momento impresso sulla pellicola di McCurry, quella che più mi ha stupito si nasconde dietro al sorriso di un anziano indiano che, sommerso dall’acqua, porta in spalla l’unico oggetto che è riuscito a salvare dalla furia dei monsoni, una macchina da cucire. La foto apparsa sulla copertina del “National Geographic” divenne pubblica e la ditta che produceva la macchina portata in salvo dall’uomo decise di fargliene avere una nuova. Prima di uscire da questa sezione vorrei soffermarmi su una delle rappresentazioni che ho preferito, quella delle quattro monache buddiste vestite di rosa che camminano sotto la pioggia probabilmente in silenzio con cui il fotografo americano ci ricorda che il buddismo non è una religione, né una filosofia, ma uno stile di vita.

La mostra “Icons and Women” termina con la famosissima foto di Sharbat Gula affiancata all’immagine della ragazza 17 anni dopo; McCurry dopo lunghe ricerche è infatti riuscito a ritrovare la ragazza residente in Pakistan.

Chiunque visiterà fino al 10 gennaio 2016Icons and Women” imparerà qualcosa sugli usi e sui costumi di popoli lontani, sulla loro storia e sulle guerre che hanno dovuto combattere, si ricorderà che la passione può spingere un uomo a fare delle esperienze incredibili per poterla assecondare e vivrà in una sola giornata infiniti viaggi in luoghi che forse non avrà mai la possibilità di vedere con i propri occhi.

Steve McCurry – Icons and Women

AFGRL-10001

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Elisabetta Severino

Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva si concede raramente del puro relax e nella frenesia delle sue giornate convulsive da ufficio stampa di due teatri l’otium di cui sente più la mancanza è quello letterario. Rimbaud, Verlaine e Baudelaire sono tre delle tante ragioni che l’hanno spinta diverse volte a trasferirsi oltralpe. È cresciuta in una casa piena di libri e si è convinta che la vita è troppo breve per poterli leggere tutti. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui crede e quando esce di casa la mattina spera di poterci ritornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Un’enorme coppa di gelato all’amarena, un bel libro, un concerto di Ludovico Einaudi e un biglietto aereo acquistato la rendono la persona più felice del mondo.
Elisabetta Severino

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