ROFF20- Diario di due giornate alla Festa del Cinema della capitale. Ieri il film di Riccardo Milani La vita va così che ha inaugurato la manifestazione. Oggi nella sezione Special Screenings il film di Sepideh Farsi Put your soul on your hand and walk.
RoFF20 si è aperta ieri con la proiezione del film La vita va così di Riccardo Milani. Ad ispirare il regista la vicenda vera del pastore sardo Ovidio Marras che nel 2010 si rifiutò di vendere i suoi pascoli, impedendo la costruzione di un resort. Da una storia come questa bisognerebbe trarne un film e così è infatti. Nel film, è il fiero pastore Efisio Mulas a contrapporsi al Presidente (Diego Abatantuono) di un potente gruppo immobiliare.

La casa di Mulas è quel piccolo puntino rosso sulla carta geografica che giganteggia nell’ufficio di Giacomo, l’immobiliarista milanese. Mulas è l’unico ancora ad aver rifiutato di vendere, mentre tutti gli altri lo hanno fatto piegandosi di fatto ad una sorta di ricatto mascherato da offerta di lavoro. Ed è per questo che l’ostinato pastore si ritrova contro tutta la comunità che lo ritiene l’unico ostacolo alla futura ricchezza che investirebbe il paese con l’arrivo del resort e quindi di turisti.

Ed è qui che ci si divide. Da una parte la necessità di lavorare, dall’altra la difesa e la protezione di un territorio e di una cultura. Mulas non si lascerà corrompere e la sua dignità è salva. Milani ci parla quindi di attaccamento alla terra, di radici, di dignità, di coraggio, di resistenza, di giustizia. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il desiderio di vivere nella propria casa sulla propria terra. Lo dice ad un certo punto Francesca (Virginia Raffaele), la figlia del protagonista. E allora forse questo film ci parla non solo della Sardegna. Perché, parafrasando, nessuno dovrebbe morire per il desiderio di vivere nella propria terra.
Put your soul on your hand and walk

Infatti si è colti da un brivido quando si sente esclamare Fatma Hassouna, nell’ultima videochiamata con la regista Sepideh Farsi, che anche, potendo (e non poteva), non si sarebbe allontanata mai da Gaza. Il film è costruito montando conversazioni su schermo tra la regista e la giovane fotografa, pezzi di notiziari e le foto scattate da Fatma che documentano l’orrore. La giovane donna racconta della sua vita tra le rovine, lo strazio delle morti di familiari e amici, la fame, la paura. Eppure il suo sorriso illumina lo schermo, il sorriso di chi spera, di chi lotta, di chi sente la responsabilità di documentare l’orrore.
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