ITALIA – L’Italia del calcio tocca un altro punto basso della sua storia recente. L’ennesima esclusione dal Mondiale non è più un incidente, ma il sintomo di un sistema malato. Dalle responsabilità della FIGC alle occasioni mancate, passando per le voci ignorate di chi aveva visto tutto in anticipo.
L’eliminazione dell’Italia dai Mondiali non è più una sorpresa, ma una triste abitudine. Parlare di sfortuna o episodi sfavorevoli è ormai fuori luogo: siamo davanti a un fallimento strutturale, che si trascina da anni e che continua a produrre gli stessi risultati disastrosi.
Un sistema che non evolve è un sistema che regredisce. E quello italiano, oggi, appare fermo, bloccato, incapace di leggere il presente, figuriamoci il futuro.

FIGC e le responsabilità di Gabriele Gravina
Al vertice di questo declino c’è la FIGC, guidata da Gabriele Gravina. E qui il discorso si fa inevitabilmente politico, nel senso più concreto del termine: le responsabilità non sono diffuse, sono precise.
Dopo l’ennesima esclusione, ci si sarebbe aspettati un gesto forte, netto, simbolico: scuse pubbliche e dimissioni. Invece, ancora una volta, si è assistito a dichiarazioni evasive, tentativi di ridimensionare il problema e, soprattutto, a uscite infelici su altri sport, completamente fuori contesto.
Un errore comunicativo? No. Piuttosto il segnale di una mancanza di consapevolezza ancora più grave del risultato sportivo stesso.

Le riforme ignorate: il caso Roberto Baggio
Il punto è che non si tratta di un problema improvviso. Le crepe erano visibili da tempo.
Roberto Baggio, anni fa, aveva provato a indicare una strada diversa: investimenti nei settori giovanili, formazione tecnica, programmazione a lungo termine. Una visione moderna, europea, necessaria.
Ma quel progetto è stato ignorato. Troppo scomodo, troppo rivoluzionario per un sistema che preferisce conservare se stesso piuttosto che riformarsi.
E oggi ne paghiamo il prezzo.

La profezia di Fabio Caressa dopo il 2014
Dopo l’eliminazione dell’Italia ai Mondiali del 2014 in Brasile, Fabio Caressa aveva già detto tutto. Parlava di un calcio italiano vecchio, autoreferenziale, incapace di produrre talento e ancorato a modelli superati.
Parole che allora sembravano dure, forse eccessive. Oggi suonano semplicemente lucide.
Il problema è che, in oltre dieci anni, non solo non si è intervenuti, ma si è continuato a peggiorare, alimentando le stesse dinamiche che hanno portato al declino.

Giovani, talento e immobilismo
Il nodo centrale resta sempre lo stesso: la mancanza di visione.
I giovani trovano poco spazio, i settori giovanili non sono valorizzati come dovrebbero e il sistema resta bloccato in logiche interne che premiano la conservazione. Nel frattempo, altri Paesi investono, innovano e raccolgono risultati.
L’Italia, invece, resta ferma a guardare, prigioniera di un modello che non funziona più.

Un presidente che non si assume le proprie responsabilità
Questo era il momento della verità per Gabriele Gravina. Il momento in cui serviva una presa di posizione forte, un’assunzione chiara di responsabilità.
E invece è arrivato l’ennesimo tentativo di normalizzare l’inaccettabile, ovvero l’eliminazione dell’Italia dalle qualificazioni ai Mondiali. Nessuna svolta, nessun cambio di passo, nessun segnale di discontinuità.
Quando chi guida un sistema non riconosce il fallimento, il problema diventa ancora più profondo. Perché non riguarda più solo i risultati, ma la cultura stessa della gestione.

Il rischio più grande: l’abitudine al fallimento
La vera domanda, oggi, non è più come siamo arrivati fin qui.
La domanda è se esista davvero la volontà di cambiare. Perché senza una rivoluzione – nei vertici, nelle idee, nelle priorità – il rischio è trasformare questa crisi in una nuova normalità.
E a quel punto il problema non sarà più l’assenza dai Mondiali, ma qualcosa di molto più grave: l’irrilevanza definitiva del calcio italiano.
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