ITALIA – Intervista ad Alberto Lori, noto giornalista, scrittore, esperto di comunicazione, una delle voci più significative dei documentari televisivi della RAI, da Mixer a Superquark.
Dal giornalismo alla televisione, dalla voce alla scrittura, fino alla ricerca sull’uomo e sulla coscienza: il percorso di Alberto Lori è una lunga ricerca guidata dalla curiosità. Giornalista, scrittore e divulgatore, ha attraversato alcune delle stagioni più significative della televisione italiana, da Mixer a Superquark. In questa intervista racconta il suo percorso e il filo conduttore che lo ha accompagnato negli anni: il desiderio di comprendere l’essere umano e ciò che si nasconde dietro la superficie della realtà.
Lei ha attraversato alcune delle esperienze più significative del giornalismo e della televisione italiana, lavorando con figure come Maurizio Costanzo, e partecipando a programmi come Mixer e Superquark, fino ad arrivare alla direzione editoriale. Ci può raccontare il suo percorso, la sua formazione e le tappe che lo hanno caratterizzato? E, guardando oggi a quella strada, quale di queste esperienze sente che sia stata più significativa nella sua crescita professionale e personale?
“Il mio percorso professionale non è stato propriamente lineare. A guardarlo oggi, direi piuttosto che è stato guidato dalla curiosità. Ho sempre avuto bisogno di capire che cosa ci fosse dietro ciò che vedevo, dietro una notizia, un comportamento, un avvenimento. E questa curiosità, nel tempo, mi ha portato dallo speakeraggio Tv al giornalismo televisivo, dalla divulgazione alla scrittura, fino alla ricerca sull’uomo e sulla coscienza. In realtà, però, quest’ultima ricerca viene da molto lontano. Già negli anni Settanta nacque Dimensione Uomo, che considero l’inizio del mio percorso speculativo. Ero molto giovane, naturalmente, ma alcune domande erano già presenti: che cos’è realmente l’essere umano? Quanto conosciamo di noi stessi? Che rapporto esiste tra ciò che percepiamo e ciò che chiamiamo realtà? Non avevo certamente le risposte, e forse non le ho nemmeno oggi in senso definitivo, ma avevo scoperto qualcosa che sarebbe diventato fondamentale nella mia vita: il valore delle domande. Il giornalismo mi ha insegnato poi un’altra cosa essenziale: a confrontare quelle domande con i fatti. Sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 1985 e ho avuto la fortuna di vivere una stagione straordinaria dell’informazione e della televisione italiana, lavorando e collaborando in contesti nei quali ho incontrato grandi professionisti e differenti modi di intendere la comunicazione. Esperienze come quelle legate a Mixer, a Superquark, l’incontro professionale con Maurizio Costanzo e, più in generale, il lavoro televisivo mi hanno insegnato che comunicare non significa semplicemente possedere delle informazioni. Significa riuscire a trasformarle in qualcosa che possa raggiungere l’altro. Puoi conoscere perfettamente un argomento, ma se non riesci a renderlo comprensibile, vivo, capace di suscitare una domanda, quella conoscenza rischia di rimanere chiusa in se stessa. È stata probabilmente questa la lezione professionale più importante che ho ricevuto dalla televisione e che ancora oggi porto con me nella divulgazione: la complessità non deve necessariamente produrre un linguaggio complicato. Al contrario, credo che uno dei compiti di chi comunica sia proprio quello di attraversare la complessità per restituirla agli altri nella maniera più chiara possibile, senza banalizzarla. Se però mi si chiede quale esperienza sia stata la più significativa, faccio fatica a indicarne una sola. Ogni passaggio ha lasciato qualcosa. Il giornalismo mi ha insegnato il rispetto dei fatti e delle fonti; la televisione il valore dell’immagine, del ritmo e della sintesi; la voce mi ha insegnato quanto possano essere importanti una pausa, un tono, persino un silenzio; la scrittura mi ha consentito invece di fermarmi e andare più in profondità. Ma soprattutto tutte queste esperienze mi hanno riportato, ogni volta, alla domanda dalla quale ero partito tanti anni prima con Dimensione Uomo: dietro la notizia, dietro la scienza, dietro la storia che stiamo raccontando, dietro persino la persona che racconta, chi è l’uomo? Forse, guardando indietro, mi accorgo che non ho fatto tanti mestieri diversi. Ho semplicemente cercato, con strumenti diversi, di rispondere sempre alla medesima domanda”.
A un certo punto del suo percorso, la sua attività di giornalista e divulgatore sembra allargarsi dalla ricerca e dal racconto dei fatti a un’indagine più profonda sulla mente umana, sulla consapevolezza e sulla crescita personale. Che cosa ha fatto nascere in lei questa esigenza? C’è stata un’esperienza, un incontro o una domanda che ha segnato questo passaggio?
“In realtà non credo ci sia stato un momento preciso in cui sono passato dalla cronaca alla ricerca sull’uomo. Se guardo indietro, mi accorgo che le due strade hanno camminato insieme quasi fin dall’inizio. Dimensione Uomo, nata negli anni Settanta, ne è forse la testimonianza più evidente. Prima ancora che il giornalismo diventasse pienamente la mia professione, c’era già in me il desiderio di capire qualcosa che andasse oltre la superficie degli avvenimenti. Mi interessavano i fatti, certamente, ma mi interessava soprattutto l’uomo che quei fatti li produceva, li subiva, li interpretava. Con il tempo questa curiosità è diventata sempre più consapevole. Il giornalismo mi portava a chiedere: che cosa è successo? Perché è successo? Quali sono le cause, quali le conseguenze? La ricerca sull’uomo aggiungeva però un’altra domanda: che cosa accade dentro di noi mentre tutto questo accade? È una differenza apparentemente piccola, ma apre uno spazio enorme. Ho cominciato così ad approfondire i meccanismi della mente, la percezione, il rapporto tra pensiero ed emozione, la memoria, l’immaginazione, fino ad arrivare progressivamente al grande tema della coscienza. E più procedevo, più mi rendevo conto che ciò che chiamiamo realtà non è qualcosa che semplicemente registriamo dall’esterno. Noi partecipiamo alla sua interpretazione attraverso la nostra storia, le nostre convinzioni, le nostre paure, le aspettative, il linguaggio con cui abbiamo imparato a descriverla. Non c’è stato, quindi, un incontro particolare o una sorta di illuminazione improvvisa che abbia cambiato la direzione della mia vita. Ci sono stati piuttosto molti incontri, molte letture, esperienze, persone conosciute attraverso il giornalismo e la televisione, e soprattutto domande che invece di trovare una risposta definitiva ne generavano continuamente altre. Con gli anni ho anche imparato ad apprezzare proprio questa condizione. Quando si affrontano territori come la mente e soprattutto la coscienza, credo sia importante conservare la capacità di dire “non lo so”. Per un giornalista può sembrare quasi una contraddizione, perché siamo abituati a cercare risposte. Per un ricercatore, invece, riconoscere ciò che ancora non sappiamo è spesso il punto da cui comincia la ricerca più interessante. Forse è per questo che non ho mai percepito una vera separazione tra il giornalista e il ricercatore. Il metodo può cambiare, cambiano gli strumenti e naturalmente cambiano i territori nei quali ci si muove, ma rimane la stessa curiosità. Quella curiosità che avevo da ragazzo e che, in fondo, continua ancora oggi a suggerirmi la stessa domanda: quanto conosciamo veramente dell’essere umano e quanto, invece, dobbiamo ancora scoprire?”.
Il giornalismo tradizionalmente racconta gli eventi e cerca di spiegarne cause e conseguenze. Ma quanto è importante, per comprendere davvero ciò che accade, interrogarsi anche sulla mente, sulle emozioni, sulle paure e sui meccanismi interiori delle persone che quegli eventi li determinano? Secondo lei il giornalismo di oggi dovrebbe aprirsi maggiormente anche a questa dimensione per offrire una lettura più completa della realtà?
“Credo che il giornalismo debba innanzitutto continuare a fare bene il proprio mestiere: cercare i fatti, verificarli, confrontare le fonti, distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo. È una funzione essenziale, oggi forse ancora più di ieri. Ma i fatti non accadono nel vuoto. Nella maggior parte dei casi sono prodotti, interpretati o vissuti da esseri umani. E gli esseri umani non prendono decisioni soltanto sulla base della razionalità. Entrano in gioco emozioni, paure, desideri, convinzioni, appartenenze, aspettative, pregiudizi. Ignorare questa dimensione significa, qualche volta, raccontare perfettamente ciò che è accaduto senza riuscire a comprendere fino in fondo perché sia accaduto. Pensiamo alla paura. Una paura collettiva può modificare comportamenti, consumi, scelte politiche, rapporti sociali. Pensiamo al bisogno di appartenenza, che può condizionare il modo in cui interpretiamo una notizia ancora prima di verificarla. Oppure alle convinzioni: siamo naturalmente portati a prestare maggiore attenzione alle informazioni che confermano ciò che già pensiamo e a respingere più facilmente quelle che lo mettono in discussione. Tutto questo fa parte della realtà tanto quanto l’avvenimento che finisce sulla prima pagina di un giornale. Per questo penso che il giornalismo possa aprirsi maggiormente alla conoscenza dei meccanismi interiori dell’essere umano, ma con una precisazione per me fondamentale: non deve trasformarsi in psicologia improvvisata e tantomeno sostituire i fatti con le interpretazioni. Dovrebbe, semmai, aggiungere profondità al racconto. C’è poi un altro aspetto che mi interessa particolarmente: anche il giornalista è un essere umano. Anche chi racconta la realtà possiede una propria storia, convinzioni, sensibilità e inevitabili filtri percettivi. L’obiettività rimane un principio fondamentale verso cui tendere, ma credo che la consapevolezza dei propri filtri renda il giornalista più rigoroso, non meno rigoroso. Ed è qui che, secondo me, l’interiorità incontra davvero il giornalismo. Non per sostituire il “che cosa è accaduto?”, ma per affiancargli altre domande: perché reagiamo in un certo modo a ciò che è accaduto? Perché la stessa notizia produce paura in una persona, rabbia in un’altra, indifferenza in un’altra ancora? E quanto il modo in cui raccontiamo un evento contribuisce a costruirne la percezione collettiva? Oggi disponiamo di una quantità di informazioni che sarebbe stata impensabile quando ho cominciato questo mestiere. Paradossalmente, però, avere più informazioni non significa necessariamente comprendere meglio la realtà. Forse il giornalismo del futuro avrà proprio questa responsabilità: non soltanto aiutarci a sapere che cosa sta accadendo nel mondo, ma offrirci qualche strumento in più per comprendere che cosa accade dentro di noi mentre cerchiamo di interpretarlo”.

Ci può raccontare che cosa rappresenta per lei Dimensione Uomo? Qual è l’idea da cui nasce questo progetto e quale spazio vuole esplorare rispetto al rapporto tra informazione, conoscenza, consapevolezza e crescita dell’individuo? E a chi si rivolge oggi?
Dimensione Uomo è, in qualche modo, il luogo dal quale tutto è cominciato. Nacque negli anni Settanta, quando ero ancora molto giovane, da un’esigenza che allora forse non avrei saputo definire con precisione, ma che riconosco oggi come il filo conduttore di tutto il mio percorso: cercare di comprendere l’uomo al di là delle definizioni che di volta in volta gli attribuiamo. In quegli anni Dimensione Uomo rappresentò l’inizio del mio percorso speculativo. Mi interessava capire che cosa ci fosse dietro ciò che appariva evidente, interrogarmi sui meccanismi della mente, sulla coscienza, sulle possibilità ancora inesplorate dell’essere umano. Da allora sono cambiate molte cose, naturalmente. Sono cambiate le conoscenze, gli strumenti, il linguaggio; sono cambiate perfino alcune delle domande. Ma quell’interrogativo di fondo è rimasto sorprendentemente intatto: chi siamo veramente e quanto conosciamo di noi stessi? Oggi Dimensione Uomo riparte proprio da qui, con alle spalle più di cinquant’anni di giornalismo, televisione, divulgazione, ricerca e scrittura. E forse è proprio questa la differenza fondamentale rispetto alle origini. Allora c’era soprattutto il desiderio di cercare; oggi c’è anche la possibilità di mettere in relazione esperienze, discipline e conoscenze maturate nel tempo. Non considero infatti informazione, conoscenza, consapevolezza e crescita come territori separati. L’informazione ci mette davanti a un fatto o a un’idea; la conoscenza ci permette di comprenderli; la consapevolezza comincia quando ciò che abbiamo compreso modifica il nostro modo di osservare noi stessi e la realtà. È in quel momento che la conoscenza può diventare crescita. Ed è questo lo spazio che vorrei esplorare con Dimensione Uomo: una terra di confine nella quale scienza, psicologia, filosofia, coscienza e grandi interrogativi sull’esistenza possano dialogare senza pregiudizi, ma anche senza rinunciare al senso critico. Non per offrire verità definitive – diffido sempre di chi sostiene di possederle – ma per formulare domande migliori. A chi si rivolge? A chi conserva curiosità. A chi non si accontenta della superficie delle cose. A chi, indipendentemente dall’età o dalla formazione, sente che conoscere il mondo è importante, ma che prima o poi quella ricerca finisce inevitabilmente per riportarci verso noi stessi. Forse, dopo tanti anni, ho scoperto che Dimensione Uomo non era soltanto il nome di un progetto. Era già la direzione di un viaggio che, senza saperlo, avevo appena cominciato.
La sua voce è diventata uno degli strumenti attraverso cui ha raccontato e continua a raccontare storie e idee, anche attraverso il doppiaggio e altre esperienze professionali. Come si è sviluppato questo rapporto con la voce e che cosa significa per lei utilizzarla come strumento di comunicazione? E, guardando rapidamente ai libri che ha pubblicato, quali sono i temi che ritornano maggiormente nel suo lavoro e che cosa l’ha spinta, di volta in volta, a trasformare quelle ricerche e quelle riflessioni in un libro?
“La voce è stata una compagna di viaggio molto prima che diventasse uno strumento professionale. Ho sempre avvertito che non basta pronunciare correttamente delle parole: bisogna riuscire a restituire ciò che quelle parole contengono. Un pensiero, un’emozione, un’immagine. Forse è per questo che il rapporto con la voce ha accompagnato esperienze apparentemente molto diverse della mia vita professionale, dal giornalismo alla televisione, dallo speakeraggio alla divulgazione. Con il tempo ho imparato che la voce possiede una sua particolare capacità di relazione. Può avvicinare o allontanare, può rendere semplice un concetto complesso oppure renderlo inutilmente difficile. Ma soprattutto può creare quella condizione preziosa nella quale chi ascolta non ha la sensazione di assistere a una lezione, bensì di partecipare a una conversazione. È ciò che ho sempre cercato di fare anche quando mi sono occupato di argomenti scientifici o di temi più difficili da raccontare. La divulgazione, per me, non consiste nel semplificare banalizzando, ma nel trovare il linguaggio capace di accompagnare una persona fino alla soglia di un concetto e permetterle poi di entrarvi con i propri strumenti. La scrittura è diventata naturalmente l’altra faccia di questa stessa esigenza. Nei miei libri sono tornati, sotto forme diverse, alcuni grandi interrogativi: la natura della coscienza, il rapporto tra mente e realtà, le origini dell’uomo, il mistero della nostra esistenza, il confine tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo. Ma soprattutto ritorna l’uomo, con il suo bisogno antichissimo di comprendere chi è e quale significato attribuire alla propria presenza nel mondo. Non ho mai scritto un libro perché pensavo di possedere una risposta definitiva. Al contrario, spesso ho cominciato a scriverlo proprio perché avevo incontrato una domanda alla quale non riuscivo a sottrarmi. Scrivere significa allora studiare, confrontare, mettere in relazione conoscenze apparentemente lontane e, qualche volta, avere anche il coraggio di lasciare aperto un interrogativo. In fondo credo che voce e scrittura siano per me due espressioni dello stesso desiderio: raccontare ciò che ho incontrato lungo il cammino e condividerlo con gli altri. Non per dire loro che cosa debbano pensare, ma per offrire qualche strumento in più con cui guardare. Perché, alla fine, è forse questo il senso che attribuisco al mio lavoro: non consegnare certezze, ma alimentare curiosità. E continuare, insieme a chi mi ascolta o mi legge, a fare domande”.
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