ROMA – Intervista al Maestro, l’Architetto Massimiliano Fuksas
In un’epoca dominata da algoritmi, sostenibilità tecnica e standardizzazione, c’è ancora spazio per l’utopia di un’architettura capace di emozionare, oltre che di funzionare?
Non ho mai creduto troppo nei sistemi che promettono di spiegare tutto. Nella mia vita ho attraversato periodi molto diversi, città diverse, culture molto lontane tra loro — e ogni volta quello che restava era l’imprevedibile. Gli algoritmi sono strumenti, la sostenibilità è indispensabile, ma l’architettura non nasce lì. Nasce in un momento più fragile, più incerto. Come tante cose che racconto anche in “È stato un caso”: non c’è quasi mai una linearità, una costruzione perfetta. Ci sono deviazioni, errori, incontri inattesi. L’emozione viene da lì, da qualcosa che non è completamente controllabile. Ed è quello che continuo a cercare.

Quanto conta per lei “rompere” l’equilibrio di un contesto urbano?
La parola “rompere” non mi appartiene del tutto. Però mi appartiene il dubbio, l’interferenza. Ho vissuto in città che sembravano immutabili e altre in trasformazione continua. Ho capito che l’equilibrio urbano spesso è solo apparente. E allora sì, a volte è necessario introdurre una discontinuità. Non per manifestare ego, ma per riattivare uno sguardo. Nella vita, spesso, ciò che ti cambia non è una scelta perfetta ma qualcosa che interrompe un percorso. Un incidente, un incontro — un caso. Anche l’architettura, quando funziona davvero, ha dentro questa stessa energia.
Esiste un linguaggio universale dell’architettura o ogni progetto appartiene alla cultura locale?
Ho passato anni muovendomi tra continenti, e ogni volta ho dovuto rimettere in discussione quello che pensavo di sapere. C’è una base comune — il modo in cui percepiamo lo spazio, la luce — ma tutto il resto cambia radicalmente. E quando provi a imporre un linguaggio uniforme, fallisci.
In “È stato un caso” ci sono molti episodi in cui mi sono trovato in situazioni impreviste, fuori controllo. È esattamente lì che capisci quanto sia importante ascoltare il luogo, invece di sovrapporgli un’identità. Ogni progetto nasce da quella tensione tra ciò che sei e ciò che trovi.

Quando ha capito di avere una voce autonoma e riconoscibile?
Non lo so se l’ho mai capito davvero. Se guardo indietro, non vedo una linea chiara. Vedo episodi, salti, momenti anche difficili. Molto di quello che è successo non era pianificato. È una cosa che ho raccontato apertamente: la mia carriera è fatta anche di casualità, di deviazioni impreviste. Forse la “voce” nasce proprio lì, quando accetti che non puoi controllare tutto e continui comunque. Quando smetti di inseguire un modello e inizi a seguire una necessità.

Cosa manca oggi ai giovani architetti?
Non direi che manca qualcosa in assoluto. Vedo però una difficoltà ad accettare l’incertezza. Oggi tutto spinge verso la rapidità, la definizione immediata. Ma io credo che sia fondamentale attraversare anche momenti in cui non sai esattamente dove stai andando. Nel mio percorso ci sono stati molti momenti così — e rileggendoli oggi, capisco che erano fondamentali. Non erano deviazioni inutili, ma parti essenziali. A volte pensi che sia “andata così per caso”, ma quel caso ti costruisce.

Che atteggiamento la colpisce in un giovane architetto?
Mi colpisce chi si espone, chi non ha paura di non avere tutto chiaro. Ho lavorato con persone di ogni provenienza, e alla fine quello che fa la differenza non è la precisione, ma l’intensità. Chi osserva davvero, chi si lascia sorprendere. Non sopporto invece chi si protegge troppo, chi resta neutrale. Questo è un mestiere in cui devi rischiare, anche di sbagliare. Anche di perdere tempo. È lì che succede qualcosa.

Courtesy Studio Fuksas
C’è un progetto che sente più vicino alla sua identità? E uno che rifarebbe?
Ogni progetto è legato a una fase della mia vita, a un contesto molto preciso. Non puoi separarlo da tutto il resto. Ci sono lavori che hanno rappresentato momenti di apertura, di libertà. Altri più complessi, più condizionati. Ma tutti hanno qualcosa di non previsto all’inizio. Se li rifarei oggi? Sì, ma non per correggerli. Perché io oggi guardo le cose in modo diverso. L’architettura non è mai definitiva, è sempre un passaggio.
Quando progetta, si sente più urbanista, artista o regista?
Direi regista, ma senza uno script definitivo. Quando ti muovi tra contesti internazionali, capisci che il progetto non è mai completamente sotto controllo. Devi tenere insieme elementi diversi, ma anche accettare che qualcosa sfugga. È un processo aperto. Come nella vita: puoi organizzare tutto, ma poi succede qualcosa che cambia il senso delle cose. E spesso è la parte più interessante.
Dopo decenni di carriera internazionale, cosa la entusiasma ancora davvero dell’architettura?
Il fatto che non smetta mai di sorprendermi. Ogni progetto è un nuovo inizio, anche dopo tanti anni. E ogni volta c’è una parte che non riesci a prevedere. Riguardando tutto il percorso, mi accorgo che molte delle cose più importanti non sono nate da un piano preciso. Sono accadute. Incontri, possibilità, deviazioni. E allora sì, continuo a pensarla così: puoi lavorare moltissimo, costruire tutto con rigore… ma alla fine, una parte resta sempre fuori controllo. E forse è proprio questo — quel margine di caso — che rende ancora questo mestiere necessario, e per me, ancora appassiona.

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