Incontro con Fabio Novembre e la metafisica del design

Incontro con Fabio Novembre e la metafisica del design

MILANO –  Intervista al designer e architetto  Fabio Novembre per parlare di arte metafisica e non solo.

L’arte metafisica è stata una presenza costante nel suo lavoro, dalle lampade Muse per Venini fino a molti dei suoi progetti più iconici. Come è nato questo interesse per la metafisica e quali stimoli artistici ritiene oggi fondamentali per un designer contemporaneo? Il design può a sua volta diventare una forma d’arte o un motore di ricerca artistica?

Mi ha sempre affascinato la storia che una corrente artistica come la metafisica sia nata tra le mura di un ospedale militare neurologico nella campagna ferrarese. Un luogo per curare i soldati affetti da nevrosi di guerra che segna l’incontro tra Giorgio De Chirico e Carlo Carrà (quest’ultimo, peraltro, con un passato futurista). Infatti è come se al dinamismo futurista si fosse sostituita la contemplazione onirica: un gruppo di giovani uomini che scelsero una diserzione artistica per rifugiarsi in una realtà altra. Credo sia questo il compito dell’arte: aprire finestre/tele/oggetti su altri mondi possibili, far capire alla gente che c’è sempre un’alternativa. Ieri come oggi.

Prima di affermarsi come architetto e designer ha vissuto l’esperienza newyorkese studiando regia cinematografica. Cosa è rimasto di quel percorso nel suo modo di progettare? Quando immagina un oggetto o uno spazio, pensa ancora come un regista che costruisce una storia e una scenografia?

Il regista è una figura che sintetizza il lavoro di molti professionisti facendolo confluire in un risultato che armonizza le differenze. Questa definizione potrebbe essere facilmente applicata anche al lavoro di un progettista. Aggiungo che sia i registi che i progettisti che mi interessano, partono da storie che scrivono in prima persona, caratteristica che li fa definire “autori”. Diciamo che tutti questi anni ho lavorato per ritagliarmi la libertà dell’autore, ma non spetta a me dire se ci sono riuscito.

Il design oltre la forma

Molti suoi progetti, dalla sedia Nemo ai Trulli per Kartell, sono riconoscibili per la forza delle forme e dei riferimenti simbolici. Oggi, in un’epoca sempre più digitale e immateriale, il design può esistere anche oltre la forma? Quali sono gli elementi che rendono davvero significativo un progetto?

Il progetto è un vettore di significati. Quando si pensa di progettare la forma prescindendo dai suoi contenuti, si finisce in un mondo di oggetti indistinguibili, che poi è il tempo caratterizzato dall’AI che stiamo vivendo.

Ph. Livio Mancinelli

 

Nel corso della sua carriera ha progettato oggetti, interni, showroom, allestimenti e spazi commerciali in tutto il mondo. C’è un progetto al quale si sente particolarmente legato perché ha rappresentato una svolta professionale o personale? E per quale motivo?

Inevitabilmente ci sono dei progetti che risuonano in maniera diversa rispetto ad altri, che vanno a toccare corde più profonde nella coscienza popolare, e quelli diventano le hit della propria carriera. Ma nel processo creativo non c’è la consapevolezza di star dando vita a una hit, se così fosse il successo sarebbe programmabile, e non lo è mai. Quindi dal punto di vista del creativo, ogni progetto rappresenta un figlio di cui essere orgoglioso, una pietra miliare che segna la coerenza di un percorso. Le svolte professionali sono più legate a possibilità che si manifestano, a porte che si aprono, a treni che passano, su cui soltanto se ci sei salito sai dove ti hanno portato.

Dopo aver collaborato con aziende come Cappellini, Driade, Venini e Kartell, c’è un tema, un ambito o una sfida progettuale che non ha ancora affrontato e sulla quale le piacerebbe misurarsi nei prossimi anni?

Pablo Picasso ha sempre avuto nelle sue case un cartello con su scritto questo aforisma: “Yo no busco, encuentro”. In questo mi sento molto vicino al Maestro, io cerco quello che trovo.

Lei ha spesso trasformato memoria, arte e identità in oggetti. Se dovesse progettare oggi un oggetto capace di raccontare il nostro tempo, che forma avrebbe?

Per uno con la mia storia, forse la cosa più rivoluzionaria sarebbe disegnare qualcosa di intangibile come un algoritmo.

Alessandra MR D'Agostino

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