Retrospettiva Gus Van Sant, tra creatività e trasgressione

TORINO -Un’idea brillante per un pomeriggio festivo è la retrospettiva dedicata a Gus Van Sant, uno dei più stimolanti registi americani, che trova la sua più degna collocazione nell’edificio della Mole Antonelliana fino al 9 gennaio, e spinge il visitatore a visitare col medesimo biglietto d’ingresso l’intero edificio fino alla cupola, da cui si gode una vista spettacolare di Torino, la città del cinema e dei primordi della televisione italiana, dotata anche di una delle Film Commission più attive nelle produzioni contemporanee.

Autore di un cinema desacralizzato con la c minuscola, ma profondamente incisivo e perturbante, in grado di indagare nel ventre molle della società statunitense dove scoppiano i veri drammi contemporanei lontano dal glamour delle metropoli, Van Sant viene efficacemente descritto nel catalogo della mostra da uno dei curatori, il critico francese Matthieu Orléan: ”Tra i maggiori esponenti del rinnovamento del cinema d’oltreoceano, Van Sant è stato ispiratore o paladino di una libertà artistica che nasce da una marginalità; e lo ha fatto sommessamente, in modo non aggressivo, senza grandi clamori e manifesti”.

E tuttavia, occorre subito aggiungere, è indubbio che la sua cinematografia è accuratamente pianificata per disorientare lo spettatore, a partire dai temi più strettamente legati alla disperazione giovanile fino a quelli di denuncia sociale e di impegno civile… ma la realtà che ci circonda è forse tranquilla e rassicurante?

La maggior parte delle opere esposte furono già presentate presso la famosa galleria d’arte Gagosian di Los Angeles nel 2011 e da lì è poi partita la rivelazione del laboratorio emotivo del cineasta, che racconta attraverso fotografie, acquerelli, disegni, ritratti e cortometraggi la gioventù affamata di vivere e per questo disponibile a tutto pur di conquistare il proprio posto al sole; peraltro la mostra si è aperta proprio negli stessi giorni in cui il dibattito culturale italiano dava ampio spazio al libro di Saviano sui giovani camorristi e al documentario di Santoro Robinù: a dimostrare che queste tematiche ritornano in tutte le società sviluppate in cui si registra la scomparsa dell’infanzia e la morte dell’innocenza.

Fra i punti di forza della mostra due corti di Van Sant in 16’ mm e in bianco e nero sull’argomento: Switzerland del 1985 in cui il vissuto adolescenziale viene interpretato come una costruzione sociale della menzogna e il drammatico Five way to kill yourself dell’anno successivo, che sintetizza in pochi minuti la tendenza alla dissipazione di sè da parte dei giovani. Ma non si può perdere la visione privata nel salottino delle proiezioni del videoclip Fame 90 dedicato al famoso pezzo di David Bowie oppure la magnifica sequenza del dialogo fra William Burroghs e Matt Dillon in Drugstore Cowboy, da antologia dell’assurdo, in cui il grande scrittore sembra un personaggio del teatro di Beckett e riesce perfino ad assomigliargli.

Probabilmente l’ufficialità della sede espositiva smorza in parte la carica provocatoria dell’opera di Van Sant ma certo non ne diminuisce la forza; del resto nessun autore rifiuterebbe un omaggio del prestigioso Museo del Cinema in collaborazione con la Cinémathèque Francaise, col Musée de l’Elysée e la Cinémathèque Suisse.

Peraltro lo spettatore viene immesso al piano terra nella più bella arena d’Italia, in cui si può rimanere comodamente sdraiati anziché semplicemente seduti e immergersi nel flusso di immagini trasmesse da due megaschermi, proprio di fronte alle scenografie fisse che accompagnano gli ambienti che ricostruiscono ai vari piani la storia del cinema mondiale.

Riflettendo sulle fotografie e sulla bella serie dei cut-up in cui l’autore gioca con l’ambiguità dei volti umani (su cui sapienti giochi di luce lasciano calare maschere oppure evidenziano particolari che assumono speciali connotazioni) comprendiamo che in una ideale proporzione matematica i materiali esposti stanno al suo cinema come lo shooting dei paesaggi di Wim Wenders sta alle storie del regista tedesco in cui il viaggio è sempre il focus dell’opera.

Quando giro un film– dichiara Van Sant- la tensione fra narrazione e astrazione è essenziale; nasce dall’aver imparato il cinema attraverso film fatti da pittori, attraverso la loro maniera di rielaborare il cinema senza aderire a regole cinematografiche tradizionali, a volte perché non sanno niente di quelle regole, a volte perché non vogliono seguirle e trovano la propria strada , come sono abituati a fare in pittura”. E gli acquerelli di Gus (dai ritratti di adolescenti come il giovanissimo River Phoenix a quelli di donne bellissime come Nicole Kidman)al pari dei disegni di Fellini rappresentano di volta il volta l’antecedente logico dei film oppure una sorta di pre-montaggio in quella officina segreta che costituisce il labirinto mentale di un autore prima di affrontare i percorsi della visione.

In definitiva il nostro viaggio nell’America di Van Sant ci dimostra l’estrema coerenza dell’analisi sulle lacerazioni intergenerazionali, dai primi film autoprodotti alle pellicole da Oscar: uno sguardo su problematiche sempre attuali e continuamente riproposte in una poetica che si ispira a fatti di cronaca e pulsioni omicide come in Belli e dannati, Elephant o Paranoid Park oppure a dilemmi etici e personaggi reali come in Promised Land, Will Hunting o Milk , ma conserva intatta la sua originaria vocazione.

Fra il blow up di William Burroghs (che testimonia un’amicizia durata dal 1975 al 1994 e terminata solo con la morte dello scrittore) e i progetti con Andy Warhol e Kurt Cobain, accanto alle sintesi grafiche delle sue sceneggiature, ai pannelli con gli storyboard e alle foto di scena, scorrono le immagini di Gus con la sua simpatica aria da psicopatico, addolcitasi negli anni in cui malgrado gli sforzi per rimanere un maledetto è divenuto suo malgrado un saggio; e il racconto della sua esperienza dal Kentucky a New York e da Los Angeles a Portland ce lo consegna come uno degli ultimi figli della Beat Generation.

Gus van sant

Gennaro Colangelo

Negli ultimi venti anni ha insegnato nei corsi di laurea triennali e specialistici,nell’ illusione di stimolare gli studenti ad approfondire le culture visuali e la comunicazione. Attualmente si dedica all’alta formazione,nel tentativo di traghettare i giovani creativi al lavoro attraverso master di culture management.Contemporaneamente continua a illudersi che gli Italiani possano appassionarsi al proprio patrimonio artistico e agli eventi del made in Italy.Quando avra’ finito di coltivare illusioni, si ritirera’ in un’isola greca per coltivare soltanto la passione di leggere e quella di scrivere…
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