Metamorfosi. Il Viaggio – parte I – Roma parla ancora latino?

Metamorfosi. Il Viaggio – parte I – Roma parla ancora latino?

ROMA – Si è appena conclusa allo Spazio Diamante la tre giorni di Metamorfosi. Il viaggio, il nuovo spettacolo diretto da Raffaele Latagliata nato per celebrare il bimillenario della morte del poeta latino Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17 d.C.). L’entusiasmo con cui era stata accolta la prima del 10 marzo a Sulmona teneva alte le nostre aspettative. Saranno state mantenute le promesse anche per gli spettatori più esigenti? 

Di fronte a un uomo dal volto celato dietro larghe tese di panama chiare, cinque figure accoccolate una vicina all’altra emergono dalla foschia della bruma notturna. Sotto il cielo stellato, una luce fioca disegna i contorni di cappelli e abiti dalla foggia di un secolo fa. Ruvide valigie di cartone custodiscono radici, delusioni, speranze e desideri stipati dentro l’inquietudine della partenza verso un futuro ignoto. In sottofondo, il soliloquio del mare. Mentre osserviamo il molo caricarsi di tensione e di presenze, questo si fa sempre più piccolo. Senza l’avvertimento del sipario, Metamorfosi. Il viaggio  ci ha già condotto al largo, subdolo come una corrente oceanica. Muovendo dalla suggestione di atmosfere conradiane, il regista Raffaele Latagliata e il suo equipaggio, composto da un brillante cast che unisce attori di esperienza ad altri più freschi di Accademia, ci sospingono a bordo della canoa di carta (espressione con cui Eugenio Barba definisce il teatro) in una traversata che punta la bussola indietro nel tempo di duemila anni. Ad attendere lo spettatore c’è un coacervo di storie che prendono il via dalle premesse dell’io narrante incarnato dal viaggiatore solitario (Adriano Evangelisti), alias il poeta Ovidio stesso, che trovandosi al porto con i compagni di ventura innesca un’apologia dialettica della poesia e dell’utilità dell’apparentemente inutile. Se tante sono le ragioni per cui si parte, tante le storie, tanti i destini che si incrociano, tante le Metamorfosi che vengono compiute, il fischio di sirena che si ode dalla banchina squarcia il nostro presente e quello dei migranti primonovecenteschi per traghettarci nelle profondità archetipiche dei miti antichi, non meno insondabili del cuore di tenebra rappresentato dalla giungla di Kurtz.

Le vicende di partenze e di separazione dagli affetti e dalla terra natia fanno da ormeggio che lega passato e presente. Ad unire in un triplice rapporto lo spettatore, i viaggiatori e i personaggi ovidiani, dei, uomini o ninfe che siano, è la ciclicità dell’eterno ritorno che sta alla base della trasformazione alchemica, mai ultima e definitiva neppure qualora si oda il grido: Terra! Terra!. Dopo una lamentazione da parte del poetanarratore sui motivi (carmen et error) della relegatio dai propri luoghi e dalle poche certezze che conserva, il ritmo dei dialoghi e dell’azione si fa serrato per farci compiere un balzo sul carro del Sole, che l’incauto Fetonte, spinto dall’urgenza di dar prova della sua discendenza divina, ha supplicato il padre Apollo di poter guidare. La musica di Patrizio Maria D’Artista, insieme alle luci di scena, si cuciono da qui in poi in un potente tandem che non perde un colpo sino alla fine. Fetonte compie la sua corsa estrema sul carro paterno perdendo via via il controllo dei cavalli divini; quattro quanti sono gli altri attori sul boccascena a trasferirci l’impeto dell’azione con sguardi e voci degni di un coro di Erinni che perfora la quarta parete. Specchio dell’inadeguatezza e dell’invalicabilità del limite da parte della volontà umana sembrano gli elementi stessi di cui è composto il carro di Fetonte: le fragili valigie su cui sedevano i viaggiatori e che costituiscono l’unità di misura dell’essenziale scenografia di Attilio Cianfrocca. L’epitafio funebre (citato in modo pressoché palmare da Metam. II, vv. 327-328) e l’immagine esanime del protagonista dell’episodio, efficacemente resa da Domenico Macrì, che si distreca con disinvoltura nei tre ruoli di Fetonte, Cupido e Narciso, mettono a tema un’altra cifra di fondo delle Metamorfosi ovidiane, come del pensiero antico tout court. La trasformazione, che come in Apuleio e in molti passi del poema è simboleggiata da umani che assumono forme animali, è sempre frutto di un atto di eccesso, termine che solo in parte traduce l’espressione greca übris. Ogni volta che un uomo o una donna tentavano di travalicare lo steccato dell’antico principio Mēden agān (Nulla di troppo), inciso proprio sul tempio di Apollo a Delfi, venivano respinti oltre il confine opposto rispetto a quello che intendevano superare. La punizione poteva essere la morte, come nel caso di Fetonte, colpito dalla folgore di Zeus, oppure la vita in condizione disumana (animale o vegetale), come atto di misericordia da parte della divinità. Oltre che con un atto di arroganza, il confine invalicabile con la sfera divina poteva essere violato da mortali non direttamente colpevoli, ma che ritenessero di bastare a sé stessi e di non aver bisogno del divino, oppure che non concedessero i propri favori a una divinità innamorata di loro. Escludere l’alterità divina dalla vita umana equivaleva per un uomo considerarsi alla stregua di un dio, il che non era perdonato dal pantheon greco-romano.
A queste casistiche si riconducono i successivi quadri ovidiani scelti dal regista: quelli di Alcione e Ceice, di Apollo e Dafne, e infine di Narciso. Se il concetto del cattivo infinito raggiunge il nostro presente, che gli ha però lasciato libero sfogo, dominato com’è da forme turbocapitalistiche di colonizzazione sistematica della forma merce ai danni del vivere sociale (si pensi allo slogan di un recente spot pubblicitario di una nota compagnia telefonica: Vuoi avere tutto senza limiti?), un altro elemento di forte attualità che nello spettacolo Metamorfosi. Il viaggio si lega implicitamente al precedente è quello della poesia quale mezzo in grado di cantare un amore che trasforma le cose e le rende immortali, oltre il tempo e le distanze. In ciò appaiono eloquenti le parole di Eco, in scena una straordinaria Agnese Fallongo che ha modo in più momenti di dispiegare la sua duttilità recitativa e canora:

Tu hai parlato di amore, oh Ovidio, che va oltre questo mare, oltre questo viaggio.

La delicata sensibilità con cui lo spettacolo è in grado di toccare temi caldi e controversi come il fenomeno migratorio, allorché il poeta-narratore parla dell’amarezza del suo esilio come di un piccolo carico aggiunto alla nave fuggiasca, riconosce al regista il pregio di restituire l’universalità dei temi letterari con il giusto garbo scevro dalla tentazione di sottotesti politici.
Ottimi anche Alessandra Fallucchi e Davide Paciolla (già Apollo) che, rispettivamente nei panni di Alcione e Ceice, vivificano le tinte calde e pastose di un amore d’altri tempi, dipinto iconicamente dal cinema americano a partire da Via col vento.
Avviandosi verso la conclusione, Metamorfosi. Il viaggio illustra altri due miti senza accennare cali di ritmo. La Dafne di Alessandra Barbonetti descrive a dovere la tensione dell’amore non corrisposto tra la ninfa e il dio Apollo, sino a giungere col giusto crescendo al momento topico reso eterno tanto dalla poesia quanto da opere scultoree come quella del Bernini.
L’approdo verso nuovi porti è infine suggerito da un mito che racchiude intuizioni di stampo psicanalitico ante-litteram. La storia di Narciso coinvolge infatti la divisione fra corpo e anima, l’attaccamento per l’altro da sé e per un’illusione che si vorrebbe lontana ed eterna per poterla amare. Ancora una volta Domenico Macrì fa il suo dovere insieme al resto del cast, in una scena corale di grande effetto fatta di convergenze di gesti, immagini riflesse e armonie musicali che nell’ultima data romana allo Spazio Diamante hanno strappato al pubblico un lungo e meritatissimo applauso. Anche noi di MyWhere ci siamo trovati dinanzi a uno di quei non frequentissimi casi in cui lo spettacolo dal vivo regala esperienze intense ed emozionanti, mantenendo la capacità di coinvolgere tanti giovani che sembrano vieppiù disinteressarsi al mondo della cultura. Per tutto questo siamo grati a quanti con costanza, sacrificio e passione, ci consentono di vivere per qualche ora in uno spazio altro, nella dimensione dell’altrove strappata al peso dell’abitudine: quella dimensione è il luogo dove nascono i sogni ed è il regno del Teatro.
Al termine dello spettacolo abbiamo potuto avvicinare il regista Raffaele Latagliata e alcuni membri del cast. State con noi per scoprire cosa ci hanno raccontato.

Metamorfosi. Il viaggio

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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