Morbo K: la miniserie sulla malattia che salvò gli Ebrei a Roma

Morbo K: la miniserie sulla malattia che salvò gli Ebrei a Roma

ITALIA – Il 27 ed il 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, è andata in onda su Rai 1 la serie Morbo K. Una miniserie intensa e necessaria, che rievoca un coraggioso atto storico di Resistenza e racconta la vera storia della malattia inventata da un medico italiano per salvare gli ebrei di Roma dalla deportazione. La serie, che ha riscosso un grande successo, è stata diretta da Francesco Patierno. E vanta un cast di altissimo livello. Tra gli interpreti, spicca un magnifico Vincenzo Ferrera, affiancato ancora una volta da Giacomo Giorgio. E, come si dice, squadra che vince non si cambia. Profondamente toccante la presenza di Antonello Fassari, che ci regala una delle sue ultime e più intense interpretazioni, rendendo il racconto ancora più commovente e lasciando un segno indelebile nel cuore degli spettatori.

Ci sono storie che non solo meritano di essere raccontate, ma pretendono di essere ricordate. Questa, senza alcun dubbio, è una di quelle. Una storia che molti, forse, non conoscono e che proprio per questo ha ancora più bisogno di una voce. Una voce potente, coraggiosa, inflessibile. Soprattutto oggi. Soprattutto in un tempo come il nostro, in cui, nonostante le atrocità che continuano a consumarsi sotto gli occhi di tutti ed il dolore che ancora attraversa il mondo, sembra che in troppi abbiano dimenticato ciò che è accaduto non poi così lontano nel tempo.

Nel Giorno della Memoria, la Rai ha scelto di rendere un omaggio profondo e necessario alle vittime dell’Olocausto con la messa in onda della miniserie Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero, diretta da Francesco Patierno. Ispirata alla storia vera del dottor Giovanni Borromeo, la vicenda racconta come il medico, insieme alla sua équipe, riuscì a sottrarre numerosi ebrei al rastrellamento del ghetto di Roma, inventando l’esistenza di un morbo contagioso e trasformando l’ingegno in un atto straordinario di Resistenza e umanità.

Tutte le puntate sono ora disponibili su RaiPlay.

La trama

Nel cuore del ghetto ebraico di Roma sembra una giornata durante la guerra come tante altre. Ma non è così.

Il ghetto, ed in particolare la famiglia Calò, viene travolto da una notizia che cambia tutto: i nazisti pretendono cinquanta chili d’oro entro ventiquattro ore, minacciando in caso contrario una deportazione collettiva. Nel disperato tentativo di raccogliere oggetti preziosi per salvare i propri cari, Giacomo Calò viene colto da un improvviso malore. La nipote Silvia (Dharma Mangia Woods), insieme al piccolo Marcolino, si precipita così all’Ospedale Fatebenefratelli in cerca di aiuto.

È qui che Silvia incontra il dottor Pietro Prestifilippo (Giacomo Giorgio), al quale racconta la drammatica situazione che sta vivendo il ghetto. L’incontro tra Pietro e Silvia si rivelerà essere un vero e proprio colpo di fulmine. Ed anche per questo, lui prenderà ancor più a cuore questa storia.

Nel frattempo, il direttore dell’ospedale, il professor Matteo Prati (Vincenzo Ferrera), insieme al collega Vittorio Sorani (Flavio Furno), riflette su come opporsi alla persecuzione e offrire una possibilità di salvezza agli ebrei in pericolo. Nasce così un piano tanto rischioso quanto geniale: allestire un reparto fittizio dedicato a una presunta malattia altamente contagiosa, il cosiddetto Morbo K, per nascondere e proteggere chi rischia la deportazione. Pietro condivide l’idea con Silvia, ma la sua famiglia, il nonno Moisè (Antonello Fassari) ed i genitori Ugo ed Ester, faticano a credere che la minaccia possa davvero trasformarsi in realtà. Sono certi: non saranno mai deportati. Il generale ha dato la sua parola. Una speranza destinata presto ad infrangersi.

Intanto, il colonnello Kappler (Christoph Hulsen) entra in possesso dell’elenco con gli indirizzi degli ebrei romani e dà ufficialmente avvio al rastrellamento del ghetto.

Il vero storico

Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero è una storia ispirata ad un episodio reale troppo poco conosciuto, trasformandolo in un racconto potente di coraggio e disobbedienza morale. Al centro della storia ci sono Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti. Medici che, durante l’occupazione nazista, scelsero di opporsi alla violenza non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e un profondo senso di umanità. In un contesto segnato dall’orrore della Shoah, la serie costruisce una narrazione che unisce tensione, sentimento e speranza. Ma anche (e soprattutto) tanta cruda verità.

Il progetto televisivo non è una ricostruzione storica in senso stretto, ma una libera rielaborazione ispirata ai fatti realmente accaduti all’Ospedale Fatebenefratelli. Dopo la Liberazione, l’impegno e il coraggio di Borromeo vennero ufficialmente riconosciuti con importanti onorificenze, tra cui la Croce al Merito dell’Ordine di Malta e la Medaglia d’Argento al Valore. Anni dopo la sua morte, arrivò anche il titolo di Giusto tra le Nazioni, a suggello di un’azione che contribuì concretamente a salvare numerose vite.

Su questa base storica si innestano elementi di finzione, come le vicende della famiglia Calò e il legame tra Silvia e Pietro che ampliano il racconto e lo rendono ancor più intimo.

Morbo K: il cast

Al centro di Morbo K c’è il professor Matteo Prati, interpretato da un Vincenzo Ferrera di straordinaria misura e profondità. Primario dell’ospedale Fatebenefratelli, Prati è l’uomo che, davanti alla minaccia concreta delle deportazioni naziste, sceglie di reagire con l’arma più potente che possiede: l’intelligenza. È da lui che nasce l’idea del fantomatico Morbo K, una messa in scena rischiosa e geniale pensata per sottrarre quante più vite possibile alla furia nazista. Accanto a lui agiscono Vittorio Sorani (Flavio Furno), medico ebreo protetto dallo stesso Prati, e Pietro Prestifilippo, giovane studente di medicina interpretato da Giacomo Giorgio, coinvolto suo malgrado in una rete di scelte estreme e irreversibili.

Ed è proprio il ritorno in scena della coppia Ferrera–Giorgio a rappresentare uno dei punti di forza più evidenti della serie. Dopo il successo di Mare Fuori, i due attori si sono ritrovati in contesti molto diversi, dimostrando ogni volta una sintonia rara e mai scontata. Basti pensare alla loro intensa prova in Per Elisa – Il caso Claps: ruoli lontanissimi, registro completamente differente, eppure la stessa forza espressiva. In Morbo K accade di nuovo. Funzionano, convincono, e soprattutto riescono ogni volta a essere altri, credibili, immersi fino in fondo nei personaggi che interpretano. Un duo ormai collaudato, ma mai ripetitivo.

Sul versante più intimo del racconto troviamo la famiglia Calò: Silvia (Dharma Mangia Woods), Marco (Marco Fiore), voce narrante della storia, i genitori Ugo (Renato Marchetti) ed Ester (Marina Limosani) e il nonno Moisè. Ad interpretarlo è Antonello Fassari, che regala al pubblico una prova di grande delicatezza e umanità, destinata a rimanere impressa. Morbo K segna infatti la sua ultima, intensa interpretazione, e la serie gli rende omaggio con una dedica sentita che compare al termine di ogni puntata, trasformando il ricordo in un atto d’amore e di memoria ancora più potente.

La recensione

Un anziano signore entra in ospedale. I tempi sono quelli di oggi, moderni. Lo vediamo varcare la soglia dell’ospedale Fatebenefratelli con un passo sospeso, a metà tra l’emozione e la paura. È lì perché sta per nascere la sua nipotina: sta per diventare bisnonno.

Solo più tardi scopriremo che quell’uomo è Marcolino, uno dei pochi sopravvissuti dei protagonisti di questa storia. Ed è attraverso i suoi occhi azzurri e innocenti che si snoda l’intera narrazione: gli stessi occhi che ritroviamo in quell’anziano signore che, nello stesso ospedale che anni prima gli ha salvato la vita, assiste ora a una nuova nascita. Silvia. Proprio come sua sorella. Quando si raccontano storie come questa, il rischio di scivolare nella retorica o nella ripetizione è sempre altissimo. E invece Morbo K riesce a evitarlo. Accanto alla verità storica, alla crudezza e alla brutalità di ciò che è realmente accaduto, trova spazio un intreccio narrativo che funziona, che colpisce e che, soprattutto, fa piangere. Tanto.

La sensazione prevalente, a mio avviso, è quella di una assoluta imprevedibilità. Cosa fare? Cosa è giusto fare? Silvia vede la sua famiglia portata via. Non una, ma due volte. La prima riesce a salvarli. La seconda comprende che non ci sarà alcuna possibilità. E allora rinuncia all’amore con Pietro, si assicura che Marcolino sia al sicuro e sceglie di salire su quel treno che sa benissimo la condurrà verso la morte. Istintivamente viene da chiedersi: perché lo ha fatto? Perché questa scelta? Poi però si realizza che queste cose accadevano davvero. E quante Silvia sono esistite, quante famiglie Calò sono state spezzate. E allora si capisce che, forse, una scelta giusta non esiste. Che davanti all’orrore siamo tutti uguali: fragili, vulnerabili, umani.

La scena in cui Silvia si ricongiunge alla sua famiglia in quel vagone del treno, stipato come un carro merci, apre una voragine. Il nonno Moisè, interpretato da un immenso Antonello Fassari, è distrutto: “Perché lo hai fatto, Silvia?”. Perché, ci siamo chiesti anche noi.

Perché restare avrebbe significato non essere più nulla, perdere sè stessa. Forse il tentativo, disperato e destinato a fallire, di restare uniti, di affrontare insieme l’orrore, ha avuto la meglio. E Pietro?

La loro storia d’amore è struggente. Un colpo di fulmine. Pietro ci viene inizialmente presentato come un ragazzo leggero, quasi un piacione. Ma non è così. È sensibile, dedito al suo lavoro, profondamente giusto. Leale, attento, presente. È possibile scegliere la morte invece di una vita “felice” con lui? Se è vero che si tratta di una finzione narrativa, e che un lieto fine (per quanto amaro) lo avremmo desiderato, è altrettanto vero che questa scelta rende il racconto ancora più potente. Perché aderisce alla realtà. L’amore non salvava. Nessuno aveva pietà. Non contava chi fossi: donna, bambino, incinta. Si era solo numeri da eliminare. “Gli ebrei sono la malattia e noi siamo la cura”, dice il generale Kappler. E mai frase è stata più gelidamente reale.

Giacomo Giorgio, nel frattempo, si riconferma ancora una volta. Intenso, misurato, mai uguale a se stesso. Uno dei volti più promettenti del presente, e del futuro, del cinema italiano. Passa con naturalezza dal criminale di Mare Fuori allo scrittore ottocentesco di Belcanto, dal Mario di Carosello in Love fino a questo Pietro Prestifilippo: integro, appassionato, profondamente fedele a ciò che ritiene giusto. Un uomo disposto a rischiare tutto, anche la vita, per amore. Giorgio ha una qualità rara: può recitare anche nel silenzio, con lo sguardo. Nei suoi occhi passa tutto: paura, speranza, rabbia, fede. Ed è impossibile distogliere lo sguardo.

Ed è forse inevitabile che questa magia sia amplificata dalla straordinaria sintonia con Vincenzo Ferrera. I due, ormai quasi padre e figlio anche sul set, portano in scena un’intesa autentica, mai costruita, che si traduce in una forza emotiva travolgente. Ferrera regala una delle prove più alte e toccanti della sua carriera: Matteo Prati è fermezza e compassione, razionalità e cuore. Un personaggio scritto e interpretato con tale profondità da rendere un omaggio sincero e potente alla figura reale di Giovanni Borromeo. Soffriamo con lui, lottiamo con lui, ci emozioniamo con lui. Ed è in quel momento che capisci di essere davanti a un grande attore.

La scelta narrativa di mostrarne l’assassinio, pur discostandosi dalla realtà storica, assume un valore simbolico fortissimo. Matteo Prati non si piega, non cede al potere, non accetta l’ingiustizia. Lotta fino all’ultimo, proprio mentre nasce sua figlia. Perché chi salva una vita salva il mondo intero. E oggi più che mai avremmo bisogno di uomini così: pronti a esporsi, a rischiare, a non voltarsi dall’altra parte.

Dal punto di vista tecnico, Morbo K è un prodotto di altissimo livello. La fotografia non si limita ad accompagnare il racconto, ma lo amplifica: luci fredde, ombre profonde, interni che sembrano chiudersi sui personaggi e stringerli in una morsa costante. Ogni inquadratura restituisce il peso della paura, dell’attesa, del pericolo imminente. È un lavoro visivo elegante e doloroso allo stesso tempo, capace di trasformare gli spazi, corridoi, stanze, reparti, in luoghi dell’anima, oltre che della Storia.

La colonna sonora di Stefano Lentini, poi, è una presenza costante e mai invasiva. Accompagna, sostiene, ferisce. Entra in punta di piedi e resta addosso, guidando le emozioni senza mai manipolarle. È una musica che sa quando farsi sentire e quando, invece, lasciare spazio al silenzio, che in Morbo K pesa quanto le parole, se non di più.

E infine il finale. Un finale che non cerca consolazione, non offre riparo, non concede tregua. Tutti i personaggi sono lì, fermi, sullo schermo. Guardano dritto in camera. Guardano noi. Non c’è distanza, non c’è finzione, non c’è più tempo. È uno sguardo che attraversa lo schermo e colpisce allo stomaco, al cuore, alla coscienza. È impossibile sottrarsi. In quel momento non siamo più semplici spettatori: siamo testimoni.

Perché quello sguardo non chiede solo memoria. Chiede responsabilità. Chiede di non essere dimenticati e di fare in modo che tutto questo non accada mai più… ancora.

Ludovica Italiano

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