Socialmuseums: il mondo della cultura fra post e tweet

Dopo la pubblicazione e la presentazione del suo X Rapporto #SOCIALMUSEUMS. Social media e cultura fra post e tweet, incentrato sul rapporto fra social media e mondo della cultura, l’Associazione Civita, ha svolto Giovedì 24 Novembre 2016 alle ore 10.00 presso la Sala Gianfranco Imperatori della propria sede romana, uno stimolante workshop dal titolo “Nuovi musei, nuova Comunicazione”. Un nuovo momento di confronto sul modo in cui l’utilizzo delle tecnologie social abbia inciso sull’organizzazione dei musei stessi e su quali siano le modalità per verificarne l’efficacia.

Copertina X Rapporto Civita sulla nuova comunicazione per le imprese culturali
Copertina X Rapporto Civita sulla nuova comunicazione per le imprese culturali  Socialmuseums.

ROMA- I musei possono diventare luoghi “emozionanti” o sono destinati a restare, agli occhi dei più, come “cimiteri di monumenti” che “vanno visitati”, pena il mancare un doveroso appuntamento con la propria “vacanza intelligente”? Quanto il tentativo di far apparire “trendy” i luoghi della cultura è compatibile con la realtà? In che misura l’elemento della “non spazialità” e la categoria del virtuale, che hanno reso più complessa l’odierna vita comunitaria, hanno influenzato il modo in cui le organizzazioni culturali comunicano se stesse ai propri pubblici? Qual è in tal senso lo stato dell’arte in Italia rispetto al resto del mondo?

A tutte queste domande l’Associazione Civita ha tentato di fornire una risposta in occasione del workshop Nuovi musei, nuova comunicazione, tenutosi Giovedì 24 Novembre 2016 presso la Sala Gianfranco Imperatori della propria sede romana in Piazza Venezia. Il momento di confronto si è posto nel solco della recentissima pubblicazione e presentazione del X Rapporto Civita #SOCIALMUSEUMS. Social media e cultura fra post e tweet, denso e documentato studio articolato in due sezioni, di cui la prima analizza da una parte il modo in cui le istituzioni museali abbiano modificato le proprie politiche di offerta in seguito all’avvento dei social e dall’altra le modalità e le aspettative con cui gli italiani si interfaccino online con il mondo della cultura, mentre la seconda dà conto dei diversi aspetti di questa nuova comunicazione culturale attraverso il punto di vista di alcuni fra i maggiori esperti italiani.

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Lara Anniboletti, Responsabile Social Media della Soprintendenza di Pompei

Coordinati dal moderatore Gianluca Comin, Founding Partner Comin and Partners, si sono alternati al microfono cinque relatori di primissimo livello: Lara Anniboletti, Responsabile Social Media della Soprintendenza di Pompei; Prisca Cupellini, Responsabile Digital della Fondazione MAXXI; Francesca Spatafora, Direttore del Museo archeologico regionale “Antonino Salinas”di Palermo; Daniele Chieffi, Responsabile ufficio stampa Web, social media management e reputation monitoring ENI; Nicolette Mandarano, Esperta di comunicazione digitale del patrimonio culturale.

I social network come Facebook e Twitter sono entrati nella nostra vita quotidiana da almeno un decennio e il loro utilizzo rientra ormai nell’abitudine di gran parte della popolazione mondiale, se si escludono le aree maggiormente afflitte da conflitti e povertà. Le potenzialità offerte da questi mezzi di comunicazione sono state colte dagli attori commerciali, dalle imprese e dagli studiosi di marketing.

Tuttavia, come è emerso tra i punti precipui del dibattito sin dagli interventi di apertura, tenuti dal Vice Presidente Civita Emanuele Francesco Maria Emanuele e dal Vice Presidente del Comitato scientifico Civita (nonché curatore del X Rapporto Civita) Pietro A. Valentino, si rileva che la maggioranza delle istituzioni culturali italiane resta oggi legata a un’impostazione

Pietro A. Valentino, Vice Presidente Comitato Scientifico Associazione Civita e co-curatore del X Rapporto Civita
Pietro A. Valentino, Vice Presidente Comitato Scientifico Associazione Civita e co-curatore del X Rapporto Civita

tradizionale, in cui la condivisione e il coinvolgimento rispetto ai fruitori attuali e potenziali che caratterizzerebbe la vision del cosiddetto “museo relazionale” o del participatory museum statunitense sembrano di là da venire.

Superare i vincoli finanziari e normativi che ostacolano l’acquisizione di personale specializzato nelle mansioni inerenti la comunicazione appare fondamentale per andare incontro non sono alla generazione dei nativi digitali (costituente una fetta di popolazione sempre più estesa e meno giovane), ma anche degli “emigranti digitali”. Sui circa 37 milioni di Italiani che usano i social, si è stimato che più di 9 milioni li usano per avere relazioni con il mondo della cultura. Naturalmente quando si parla di social network non ci si riferisce ai soli facebook e twitter, ma anche a molte altre piattaforme più specifiche e diversificate come forsquare o google+, ciascuna delle quali necessita di approcci differenti e adeguati circa la produzione di contenuti chiari e idonei a svolgere funzioni di promozione, teasing e fidelizzazione di pubblici.

Oltre a un ritardo sostanziale in termini di specializzazione nell’utilizzo dei mezzi digitali da parte di biblioteche e musei italiani (su 315 musei statali solo 115 hanno un account facebook e di questi sono ancor meno quelli realmente attivi), sussiste fra la gran parte delle nostre istituzioni culturali una sorta di estraneazione, di non-sensibilità rispetto al mondo circostante e, fatto ancora più grave, di predisposizione al divieto più che all’accoglienza.

Sono sempre stato tra i più fermi sostenitori della necessità di una rigida sorveglianza e di una scrupolosa custodia del patrimonio culturale, perché questo è unico e irriproducibile e perché, oltre all’usura del tempo stesso, la più efferata attentatrice della sua integrità è proprio costituita dalla presenza di coloro che portano ricchezza economica: gli utenti o fruitori. Se a ciò aggiungiamo che stiamo attraversando una “democratizzazione dei consumi”, anche culturali, unica nella storia ma foriera di nefasti effetti collaterali, il pericolo corso dal patrimonio tangibile è ancora più elevato.

Confesso però che, giunti al riferimento del Vice Presidente Emanuele circa la presenza di personale che non di rado accompagna le nostre visite museali nell’attesa di poter estrarre il cartellino rosso al nostro minimo passo falso come se questa costituisse l’unica soddisfazione della sua giornata, non ho potuto fare a meno di richiamare alla mente un episodio recentemente occorsomi in una delle più importanti strutture espositive romane. In quell’occasione, regolarmente accreditato, avevo bisogno di scattare alcune fotografie per un articolo su una mostra in corso e fui apostrofato da un’arcigna addetta alla sorveglianza. Inutile dire che avevo motivo di credere di dietro le rimostranze dell’organizzazione non vi fosse alcuna ragione fondata all’infuori di quella di rendere le cose più difficili a chi si occupa di cultura e di informazione, e che non lasciai cadere l’episodio nel silenzio, ma questa è un’altra storia.

Francesca Spatafora, Direttore Museo archeologico regionale “Antonino Salinas”, Palermo
Francesca Spatafora, Direttore Museo archeologico regionale “Antonino Salinas”, Palermo

Restando in tema, l’intervento di Francesca Spatafora, che parlandoci della sua esperienza nella direzione del museo archeologico regionale Salinas, ha spiegato come quest’ultimo sia impiantato su una logica inclusiva all’insegna di una politica di relazionalità, partecipazione e accessibilità nei confronti dell’utenza.

Riguardo poi la necessità per le istituzioni museali e culturali in generale di fronteggiare costi di investimento per l’innovazione con risorse che, soprattutto nel caso delle piccole realtà statali e non, sono in verità difficilmente reperibili anche rivolgendosi ai fondi comunitari e ai partenariati europei, stimoli significativi in termini di proposte di engagement e di sapiente uso della web strategy sono giunti da Prisca Cupellini e Lara Anniboletti, le quali rispettivamente circa la propria esperienza di direzione del digital department del MAXXI e di responsabile Social Media della Soprintendenza speciale di Pompei (importantissima soprattutto quest’ultima testimonianza alla luce della grave crisi che colpì il sito nel 2010), hanno accennato su come sia possibile stimolare l’interattività e la creatività dei visitatori anche attraverso contest di varia natura.

A ribadire l’importanza del recupero della dimensione emozionale nelle imprese culturali è stato Daniele Chieffi, professionista proveniente dal mondo delle grandi aziende. Da responsabile ufficio stampa, social media management e reputation monitoring per ENI, Chieffi è entrato nel merito di come poter raccontare con lo storytelling (o arte della narrazione) eventi o manifestazioni in cui non è possibile fotografare, o della criticità riguardo i costi della digitalizzazione. È infatti vero che essa solo in parte abbatte i costi nello svolgimento di determinate mansioni che in passato venivano svolte diversamente, ma che pur nella contingente difficoltà espressa nelle cifre e negli studi enunciati da Nicolette Mandarano, donde si evince un forte squilibrio tra l’Italia i Paesi più sviluppati del mondo, sono presenti lievi miglioramenti.

È proprio nel solco di tali miglioramenti, timidi ma presenti, ha concluso brillantemente il Vice Presidente Vicario dell’Associazione Civita Nicola Maccanico, che occorre proseguire insieme all’impegno dell’Associazione, da sempre fortemente intuitiva e lungimirante rispetto al corso degli eventi. La mentalità d’impresa appare come fondamentale nella valorizzazione del patrimonio culturale e nello sviluppo economico di Paesi come l’Italia, in cui il social museum si ponga come punto di riferimento per le comunità nelle quali insiste e in cui la cultura possa realmente essere attrattiva per i giovani sviluppando necessariamente anche un circuito virtuoso che includa lavoro e guadagno.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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