È Zalone-mania: Epifania trionfale per “Quo Vado?” al botteghino

Sindrome da italiano medio o fisiologica necessità di riso-amaro in tempo di crisi?

Il quarto film di Checco Zalone registra cifre da capogiro per il cinema italiano e non solo: il suo Quo Vado?, uscito il primo Gennaio in circa 1.250 sale, diretto da Gennaro Nunziante, è stato prodotto da Taodue e Medusa Film (che lo ha anche distribuito) con un budget molto alto per un film italiano (oltre 10 milioni di euro), ampiamente ripagati da un incasso di circa 7 milioni di euro soltanto nel primo giorno. Fino a questo momento, il film che in Italia aveva incassato di più nel suo primo giorno nelle sale era stato Harry Potter e i Doni della Morte Parte 2 (3,3 milioni di euro, nel 2011). Quo Vado? ha anche battuto il record per il numero di spettatori avuti da un film in una sola giornata (e non necessariamente il primo giorno in sala), record che era stato segnato dallo stesso duo Nunziante-Zalone con Sole a catinelle nel 2013. Nell’arco della prima settimana il successo non ha accennato a diminuire, salendo a 37.2 milioni di euro il 6 Gennaio pur rivaleggiando con un gran numero di ottime produzioni (fra cui il grande blockbuster Star Wars, Il risveglio della forza) uscite nel periodo natalizio e che restano comunque nei gradini inferiori del podio:  Il Piccolo Principe, film d’animazione che sale a 4.9 milioni di euro in cinque giorni, il già citato Star Wars VII, al terzo posto con 23.6 milioni di euro, puntando ai 25 entro fine weekend, seguito al quarto posto dall’ottimo Il Ponte delle Spie di Spielberg, che sale a 8.4 milioni di euro.

Un Natale di grandi uscite (forse anche troppe se concentrate in un solo periodo cui ne corrispondono tanti altri di quasi vuoto), dunque, in cui ci domandiamo legittimamente il significato di un successo così bruciante di una commedia italiana in un’arena così spietata.

Dopo aver visto questo film credo di riuscire a dar-mi/vi delle risposte, per quanto non dirimenti.

Come i precendenti film, Quo Vado?, scritto e sceneggiato dall’ex comico di Zelig, si fonda su un’intelligente satira di costume del popolo italiano, contestualizzata nei tempi sempre più grigi della crisi finanziaria post-2008. Il pregio di queste produzioni è la capacità di saper reinverdire la ricetta vincente di partenza in modo sempre originale pur mantenendone inalterati gli ingredienti-base: quelli di un’ironia pungente e analitica quanto genuina sul panorama socio-culturale nazionale contemporaneo, che risulti godibile per grande pubblico pur non essendo mai dozzinale. La capacità di centrare questi obiettivi credo sia il principale punto discriminante fra prodotti come questo film e, ad esempio, il filone dei cinepanettoni che si può far risalire a Vacanze di Natale, del 1983 che grande popolarità riscosse negli anni ’90 con il duo Boldi-De Sica, trasformandosi però già nelle prime manifestazioni in una stanca (e stancante) litania fatta di luoghi comuni e di una triviale comicità che già allora faceva rimpiangere i tempi in cui quest’ultimo cognome richiamava nella mente dei più (come speriamo richiami ancora) ben altro cinema, per quanto di diverso genere.

L’intreccio dell’ultima fatica dell’attore barese ci catapulta subito a bordo di un’auto a velocità sostenuta su un esotico sentiero sterrato, da cui tre sapienti utilizzi grammaticali del modulo del dialogo innescano altrettanti mini colpi di scena immediati e necessari a portarci senza inutili preamboli nel cuore della storia: quella di un giovane che grazie a una buona dose dell’arrivismo opportunista tutto italico è riuscito a condurre una vita tanto comoda da suscitare invidia, al riparo da sostanziali responsabilità sino all’età di uomo adulto. Una delle sicurezze di cui è fatta la quotidianità di Checco è rappresentata dal posto fisso nel pubblico impiego, tema meta-cinematograficamente oggetto di critiche e apologie annosissime, messo in crisi, nel caso del protagonista, dal taglio delle province disposto dalla riforma della pubblica amministrazione del 2015, da cui ha origine una vera e propria odissea all’insegna di una paradossale mobilità. Zalone intraprende infatti una guerra di logoramento con le istituzioni pur di conservare il suo posto di lavoro, in una sequela crescente di proposte e ripicche, da parte del ministero, volte a farlo cedere per risolvere definitivamente il suo contratto.

La commedia, sostenuta da una regia brillante che ne sa tenere sempre alto il ritmo, apre in ipertesto, sotto una superficie umoristica capace di strappare sorrisi anche allo spettatore più esigente, tutta una serie di problematiche sociali e di costume attuali, come la dissoluzione del concetto di famiglia tradizionale nella modernità liquida, l’amore libero e l’assottigliamento dei diritti sociali, che si riscontrano oggi a margine di tutte quelle caratteristiche che da sempre ci fanno amare e odiare il nostro Paese, come il rapporto spesso morboso tra il figlio maschio e la madre (tipicamente diffuso, iconicamente, nel centro-sud) o il classico identikit dell’inciviltà urbana che connota l’italiano per eccellenza (alla guida, ai semafori o durante le code al supermercato e negli uffici pubblici). Troviamo anzi la caricatura perfetta di quello che Costanzo Preve definiva «il copione teatrale dell’anti-italiano (che, ndr) consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori e di fingersi un sofisticato lord anglo-scandinavo capitato per caso in un mondo di trogloditi mediterranei».

Una conclusione tutt’altro che scontata contribuisce a conferire alla pellicola il giusto spessore, senza scadere in convenzionalismi borghesi e creando il mix vincente tra la leggerezza di cui il pubblico attuale ha evidentemente bisogno e l’elemento riflessivo portatore di un necessario bagaglio valoriale, altrettanto necessario in questo momento.

Ciò spiega molto probabilmente il dominio prolungato delle sale da parte di questo film, la cui proiezione nel multisala da me visitato era inserita alternativamente all’interno di ogni spazio utile lasciato dalla programmazione degli altri film.

Ve lo avevamo preannunciato in: https://www.mywhere.it/?s=zalone

e, se ancora non siete stati al cinema per vedere questo Quo vado?, siete invitati a farlo senza esitazione. Non ve ne pentirete!

 

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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