MONDO – Esce per ECM il nuovo album intestato al pianista indiano e al trombettista afroamericano. Un duo rodato, che segna traiettorie nuove. Una musica non preordinata ma straordinaria. “Defiant Life” parte dalla sofferenza che viviamo, o che vediamo attorno a noi, per farsi, anche tramite le dediche a Patrice Lumumba e a Refaat Alareer, inno alla capacità di resilienza dell’uomo e della sua sfida al Potere.
E’ il 1968 quando la Delmark dà alle stampe il rivoluzionario “3 Compositions of New Jazz” a nome Anthony Braxton. In quei solchi c’è anche “The Bell”, composizione del trombettista Leo Smith. In linea col resto dell’album, è un mix di jazz e musica contemporanea colta. Nuove coordinate. “Il jazz è morto? Dipende da quante cose sai” scandiva un’altra tromba, Lester Bowie, in un coevo capolavoro a nome Roscoe Mitchell, “Sound”. Il percorso di Smith prosegue, oltre che con dischi e concerti, con libri come “Notes (8 Pieces) Source A New World Music: Creative Music”.

Qui il compositore mette a punto una strategia notazionale per scrivere musica, che chiamerà Ankhrasmation. Esso prevede che ai musicisti venga sottoposta non uno spartito ma una notazione grafica. Con picchi e colori che i musicisti devono interpretare. Come mi spiegò anni fa lo stesso musicista chicagoano: se un trombonista deve interpretare un grafico di colore rosso, può decidere che quel rosso appartiene alla forma di una ciliegia.

A quel punto, occorrerà però ‘interpretare’ con lo strumento i vari strati della ciliegia. La buccia, la polpa, il nocciolo, ad esempio. Evidente strumento per sbloccare il flusso creativo di un musicista e dare input alle sue intuizioni – sono pochi quelli che riescono a suonare nel vuoto, ad esempio l’inglese Evan Parker, per sua stessa ammissione – l’Ankhrasmation si colloca sullo stesso piano dei Game Pieces di John Zorn o delle ‘strategie oblique’ di Brian Eno.
Dalla teoria alla pratica, sotto l’egida (anche) di Miles Davis
Arriviamo così al 1979, quando ECM dà alle stampe “Divine Love”, primo tentativo di Smith di creare musica con quelle coordinate. “Tastalun” è il primo esempio di questo sistema che tenta di fondere composizione e improvvisazione – in realtà chiamato inizialmente Ahkreanvention – e vede una formazione peculiare con tre trombe, un flauto, un clarinetto basso, un vibrafono e una marimba. La critica scomoderà Miles Davis, seppure un Davis aggiornato ai canoni di Darmstadt.
Ma se il trombettista di Alton resta comunque uno dei modelli di Smith – il quale rivendica la propria ‘connessione spirituale’ con l’illustre collega – la musica si fa meno guidata da una propulsione o figurazione ritmica. E più preda di tensioni interne, oseremmo dire da una propria anima. Arriviamo così ai giorni nostri.
Smith in realtà ci aveva preoccupato un poco ultimamente. Leggevamo di concerti in cui nostri colleghi più blasonati su riviste di settore lo davano preda di una qualche forma di autoreferenzialità. A dire il vero un lavoro dello scorso anno, il disco in duo con la pianista Amina Claudine-Myers – ora presidentessa dell’AACM di Chicago, l’associazione di cui Smith fa parte da quando suona, praticamente – uscito per la Red Hook, ci aveva consegnato una musica in parte non all’altezza di quanto prodotto in passato. Seppure a tratti molto interessante e bella.

Sinuosità muezzinica
Ma questo “Defiant Life” di recente pubblicazione è un vero gioiello. Vijay Iyer, partner ‘storico’ di Leo Smith – anche se non l’unico: segnaliamo ad esempio la collaborazione col batterista tedesco Gunther ‘Baby’ Sommers – si alterna al pianoforte, ai Fender Rhodes e all’elettronica creando una struttura che permette al compare ora di infilarsi sinuosamente ora di svettare col suo classico richiamo muezzinico.

Un richiamo meno icastico del solito, più meditabondo. Come viene affermato dei due artisti nelle note di copertina, che riportano frammenti da un loro dialogo, questa musica nasce non da un pensiero astratto ma da una pratica. La sua caratteristica infatti è la imprevedibilità, e non da oggi. Eppure, eredità di un periodo compositivo fertile come quello che aveva dato vita al quadruplo “Ten Freedom Summers” (Cuneiform, 2012), vede i Nostri imboccare la strada di una riflessione oltre che di una pratica della musica.

La malattia dell’uomo secondo Leo Smith e Vijay Iyer
La musica, infatti, suggerisce Smith, trasporta l’ascoltatore lontano dalle tensioni che vive quotidianamente e, in questo modo, gli consente di sperimentare uno spazio di libertà. Libertà che poi può essere, almeno tentativamente, portata anche nella quotidianità stessa. Oggi infatti, le persone sono spaventate da ciò che vedono al punto di dubitare, appunto, di ciò che hanno visto.

La cura dell’arte di Vijay Iyer e Leo Smith
Questa incapacità di vedere la verità, che è una vera e propria malattia dell’anima sempre secondo il trombettista, fa sì che gli esseri umani siano bisognosi di un dispositivo che in qualche modo li ‘risvegli’. Questo dispositivo può essere una creazione artistica. Dotato di un suono non invasivo – sospetto gran cura nella scelta dei microfoni e della sala di registrazione – al punto di richiedere all’ascoltatore di ‘avvicinarsi’ alla musica stessa, questo disco rimette Wadada Leo Smith e il compagno Vijay Iyer dove spetta loro di diritto: al centro della riflessione e della pratica della musica contemporanea.
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