Alessandro Michele. Il senso del disordine

Alessandro Michele. Il senso del disordine

Marco Bizzarri e Alessandro Michele hanno riportato Gucci ai vertici del lusso. Come e perché ci sono riusciti?  Quanto durerà la ventata di euforia che ha convinto il mercato?

Alessandro Michele

Alessandro Michele riceve entusiasti consensi alla fine della prima sfilata Gucci come direttore creativo

  1. La svolta

Quando nel gennaio 2015 Alessandro Michele divenne il Direttore creativo di Gucci, quasi tutti gli addetti ai lavori si dichiararono sorpresi financo perplessi della scelta effettuata da Marco Bizzarri, il nuovo Ceo della celebre marca.

Bisogna aggiungere che, in quei giorni, pochi addetti ai lavori conoscevano le reali capacità, competenze e potenzialità dello stilista arrivato in Gucci nel 2002 per volontà di Tom Ford ( protagonista insieme a Domenico de Sole della rinascita e del successo del brand negli anni ’90 del novecento), e divenuto dopo la dipartita dello statunitense, fedele collaboratore di una subito celebratissima Frida Giannini.

Si può dire quindi che, la carriera di Alessandro Michele, deviò bruscamente da un onesto semi-anonimato quando Marco Bizzarri prese il posto di Patrizio di Marco e contro ogni pronostico scelse di dare fiducia a un collaboratore interno all’azienda. Poco più avanti nel tempo, quando Gucci diverrà un clamoroso caso da manuale del marketing, il Ceo ricorderà quella fatale e fortunata decisione con queste parole: “Quando ho incontrato Alessandro ho intravisto il talento, ma se dicessi che ho capito quello che sarebbe diventato le direi una balla colossale” ( da una intervista rilasciata a Beppe Severgnini per il Corriere della sera).

Il cambio di rotta di Gucci, pur facendo parte delle procedure standard dei grandi marchi del lusso quotati in borsa, fece discutere animatamente gli addetti ai lavori. Patrizio di Marco era da 13 anni nel gruppo Kering (prima in Bottega Veneta, poi in Gucci: curiosamente, per certi versi lo stesso percorso o carriera del top manager subentrante) e da alcuni anni si era impegnato in una relazione sentimentale con Frida Giannini sfociata in un felice matrimonio.

Tutti sapevano che con la sua caduta anche la sorte della stilista romana era segnata. Entrambi scontavano un andamento del mercato al di sotto dei desiderata degli azionisti. E probabilmente la loro relazione non appariva di certo rassicurante per chi auspicava decisi cambiamenti di strategia.

Tuttavia, credo di poter affermare che la stilista romana, malgrado gli esiti tutto sommato fisiologici per la manutenzione di un organismo aziendale complesso (nel terzo millennio sembra difficile per lo stilista mantenere a lungo la leadership creativa di un grande Brand della moda), Frida Giannini dicevo,  rimarrà nella storia della moda come uno dei grandi interpreti dello stile Gucci. Quando nel 2004/5 raccolse il testimone da un Tom Ford bruciato dall’esperienza di orchestrare come direttore creativo, simultaneamente le collezioni Gucci e Yves Saint Laurent (la marca più gloriosa di Francia fu comprata da Mr.Pinault, il proprietario di PPR ribattezzata poi Kering, dopo rocambolesche avventure finanziarie), Frida Giannini, dicevo, diede una svolta ai look delle collezioni lavorando sull’immaginario femminile in modo sostanzialmente diverso da quello evocato dal glamour hollywoodiano, fortemente erotizzato dello stilista statunitense. La Donna narrata dalla Giannini era all’inizio forse meno sexy, certamente meno provocante, ma a conti fatti risultava più forte perché sostanzialmente libera da un desiderio contaminato da una eccessiva aggressività erotica. La stilista con coerenza e ingegno sviluppò collezioni impostate su una visione della donna certamente elegante e sofisticata ma anche carica di energia vitale (più che alle star del cinema holliwoodiano, perno centrale dell’immaginario di Tom Ford, Frida si dichiarava ispirata ai mood della musica rock fine sessanta, anni settanta del novecento). Bisogna aggiungere che la stilista era apprezzatissima dal pubblico femminile di addetti ai lavori anche per suo carisma personale e per gli investimenti etici per i quali si prodigava. Durante gli anni di Patrizio di Marco e Frida Giannini, Gucci divenne un “modello” di azienda moda, esemplare dal punto di vista della responsabilità sociale e culturale. Per non dare adito a equivoci, aggiungo subito che Marco Bizzarri ha mantenuto se non consolidato la rotta etica tracciata da chi lo aveva preceduto.

Dopo il 2008, con un timing diverso da Brand a Brand, anche i quartieri alti della moda, chiamatela pure lusso, entrarono in un territorio che mi piace definire Estremistan ovvero precipitarono in una fase caratterizzata da una discontinuità diversa da quella di un normale ciclo di espansione seguito da crisi, e poi di nuovo da uno sviluppo. Gucci non fece eccezione e intorno al 2011/12 cominciò a perdere in ricavi.

Gli effetti della globalizzazione, le esasperazioni del mondo finanziario, lo shock tecnologico provocato dalla crescita esponenziale di tutti i processi connessi con internet, la pressione di una generazione “liquida” che si riconfigurava velocemente attraverso identificazioni virtuali sui social e il web, costrinsero i Brand della moda a prendere decisioni radicali sia per quanto riguarda lo stile creativo e sia nell’allestimento di un nuovo immaginario utile per disegnare i contorni del mondo possibile di marca, necessario per catalizzare il tribalismo ad opzioni dei Millennials, dei fashion blogger, dei new influencers.

Di passaggio, sottolineo il fatto che fa parte della logica delle situazioni moda far costantemente cominciare la riconfigurazione del contratto fiduciario con vecchi e nuovi pubblici, con interventi su oggetti e forme tali da rimodellare l’ingaggio percettivo ed estetico con i possibili fruitori. Da ciò discende l’enfasi data alla creatività dello stilista e all’esilarante clamore percettivo delle sfilate. Ovviamente sappiamo tutti quanto nella attuale modazione siano decisive le operazioni finanziarie e del marketing. Tuttavia, rispetto ad altri comparti economici, per la moda il mito della creatività è particolarmente fecondo, dal momento che gli oggetti-moda subiscono la porta stretta di una doppia misura: devono far emergere a livello di percezione la possibilità di uno stile estetico pregnante fatalmente contestualizzato e, nello stesso tempo aderire alle vibrazioni di corpi desideranti. Processi percettivi e cognitivi lavorano insieme per stabilire la valenza/pregnanza dell’oggetto che, in un preciso momento, interagirà con corpi-menti di individui. Il design creativo sull’oggetto o forma dunque, è immaginato poter essere la fonte di ciò che a livello di fruizione si presenta come un ordine percettivo emergente nei fatti di stile. Da qui la fiducia nel colpo creativo esemplare in grado di riconfigurarlo (altrimenti fine del mito della novità e per estensione fine della forma moda così come oggi la conosciamo).

Per tornare a Gucci, è legittimo congetturare che la visione strategica di Marco Bizzarri avesse come perno centrale il riposizionamento della marca tra i nuovi pubblici che animano il mercato del lusso. Per farla breve, la leggera ma perdurante perdita di fatturato di Gucci negli ultimi due anni di gestione Giannini, agli occhi del Ceo, era certamente un sintomo di disaffezione verso la marca da parte di clienti disamorati e un inquietante indizio dell’infezione più temuta dai brand primari della moda che potremmo definire perdita progressiva di contemporaneità. Anche se non si poteva parlare di una situazione di mercato catastrofica, le previsioni per il futuro (importanti per il modus operandi del pensiero finanziario) erano molto più problematiche del pur evidente impasse del fatturato.

Occorreva legarsi e/o coinvolgere gruppi di influencers capaci di far emergere un nuovo immaginario Gucci, in sintonia con fluttuazioni del gusto che Frida Giannini, sicuramente circondata da tanti giovani collaboratori ma anche un po’ troppo prigioniera del proprio stile, non riusciva più a declinare in modo efficace. Era giunto il momento di una svolta creativa radicale, altrimenti il rischio di un drammatico declassamento del Brand sarebbe divenuto inevitabile.

Probabilmente Marco Bizzarri, quando si incontrarono, riconobbe nella visionarietà di Alessandro Michele, oramai libero di dire quello che pensava sui problemi dell’azienda, qualcosa che dava concretezza e spessore ai parametri astratti del cambiamento che come manager sentiva di dover intraprendere. La visione strategica della modazione che il nuovo Ceo considerava pertinente con la trasformazione del mercato, imposta dai fattori estremi elencati sopra, privilegiava cambi di rotta radicali.

Probabilmente, il fatto che Alessandro Michele conoscesse meglio lui il mondo Gucci essendo stato per ben oltre un decennio un fidato collaboratore di due grandi creativi come Tom Ford e Frida Giannini, poteva permettergli di ipotizzare che il colpo di creatività fuori dagli schemi (rispetto al brillante concetto di moda di Frida Giannini, divenuto purtroppo inefficace) sul quale intendeva scommettere, avrebbe avuto tutti gli ancoraggi che si possono intuire dal momento che il nuovo direttore creativo era in grado meglio di chiunque altro, sia di riconoscere ciò che di ancora vivo (cioè spendibile sul mercato dell’immaginario dello stile) si era stratificato nella storia del Brand e di conseguenza anche ciò che sarebbe stato percepito dal pubblico come fortemente innovativo.

In breve, la scelta di Alessandro Michele era meno temeraria di quanto non apparisse a caldo, di certo non priva di rischi, ma anche in parte rassicurante. La questione vera era: il nuovo direttore creativo avrebbe avuto a disposizione il tempo necessario per reinventare il mondo Gucci, per trasmetterlo ai vecchi e nuovi clienti per fare mercato?

Infatti, non si dovrebbe mai dimenticare che i brand dai costi operativi importanti ed esposti in borsa, non possono prescindere dall’imperativo di fare immediatamente fatturato in misura compatibile con le aspettative degli investitori. Ecco perché le mosse del nuovo Ceo Gucci potevano essere considerate agli occhi degli analisti, audaci e rischiose. Una svolta creativa radicale dello stile delle collezioni, accompagnata da una rivoluzione semantica delle narrazioni che accompagnano gli oggetti moda nel momento in cui cominciano a circolare tra i pubblici diretti e indiretti, anche se accompagnate da clamore mediatico, non implicano affatto uno scontato successo economico. Il mondo della moda è pieno di soggetti estremamente creativi o situazioni mediatiche apparentemente efficaci, caratterizzati da una singolare asimmetria tra l’accresciuta notorietà del brand e la reale capacità di fare mercato degli oggetti moda effettivamente distribuiti.

Diciamo subito che l’audace strategia promossa da Marco Bizzarri non passerà alla storia come una delle tante bolle mediatiche create con la potenza di fuoco che un super brand come Gucci indubbiamente possiede e nemmeno come una anomalia creativa di successo, di cui tutti parlano ma che pochi comprano.

Detta come vuol detta, il successo della strategia è stato clamoroso. A fine Luglio 2017, Sara Bennewitz su la Repubblica, presentò la rendicontazione semestrale della marca con queste parole: “Gucci in un semestre ha fatto più ricavi di Prada nel 2016 (2832 milioni contro i 2528 di Miuccia). Ha aumentato la crescita delle vendite di oltre tre volte rispetto a Lvmh nello stesso periodo (più 43% contro il 12% del colosso mondiale). Ha registrato un margine operativo superiore di un terzo rispetto al fatturato 2016 di Tod’s (907 milioni contro i 559 milioni di ricavi della griffe marchigiana). Se Gucci continua a crescere così a fine anno avrà un giro d’affari superiore al marchio che è l’emblema del lusso: le stime su Hermés sono di 5,5 miliardi di ricavi nel 2017…I numeri della Gucci di Marco Bizzarri e Alessandro Michele, sembrano quelli della Apple di Steve Jobs. Come il gruppo di Cupertino ha reinventato la tecnologia, quello fiorentino sta reinventando il lusso”.

Se consideriamo che solo un anno prima, gli analisti finanziari, visto l’andamento drammatico del 2015 culminato con il licenziamento della coppia Giannini-Di Marco, ritenevano un fatturato stabile  un successo già di per sé rilevante per Alessandro Michele, allora possiamo certamente accodarci al tono magnificativo della giornalista citata. Nel 2016 l’aumento dei ricavi era già stato in doppia cifra. Nel febbraio 2018, furono divulgati i risultati definitivi dell’annata 2017. Gli esiti si rivelavano ancora una volta entusiasmanti per Gucci. Cedo volentieri la parola alla già citata Sara Bennewitz, autrice di una sintesi esplicativa del bilancio aziendale, Gucci da record per vendite e utili, pubblicata su la Repubblica del 14-2-2018:

“La Gucci di Alessandro Michele e Marco Bizzarri è il più grande marchio del lusso per fatturato. Con 6,2 miliardi di ricavi, nel 2017 …l’utile operativo della griffe è balzato a 2,124 miliardi è pari a una redditività record del 34,7% dei ricavi”.

Sara Bennewitz, quando scrisse queste parole, non poteva sapere che Chanel fatturava molto di più ovvero oltre 8 miliardi. Si può dire che furono le performance di Gucci celebrate da articoli come il suo, a far uscire allo scoperto il grande brand del lusso francese, fino a quel momento, sulle questioni legate ai fatturati, arroccato dietro a un muro di impenetrabile silenzio. Ma, che Gucci fosse primo o secondo del ranking del lusso, non cambiava di una virgola il senso generale veicolato dall’articolo, dal momento che erano le percentuali di incremento a destare una forte impressione.

Dunque, si può senz’altro dire che in tempi brevissimi con lo strabiliante 2017, Marco Bizzarri abbia pilotato Gucci ai vertici delle gerarchie del lusso, un risultato che analisti finanziari paragonano subito all’impresa che fecero Tom Ford-Domenico de Sole, quando nel 1994/95 non solo salvarono dal fallimento l’azienda, ma in pochi semestri posizionarono il brand nell’élite della moda.

La domanda politicamente scorretta che a margine dell’argomento centrale di questo script, vorrei sviluppare è questa: a chi spetta il merito maggiore della performance Gucci? Al direttore creativo o al Ceo? Allo stilista o al top manager?

Ovviamente so benissimo che le anime belle, con un sorrisino sulle labbra e una alzata di spalle, risponderebbero alla domanda più o meno così: entrambi! Il merito è di entrambi i protagonisti, dal momento che al manager spetta il riconoscimento di aver intuito le potenzialità fino a quel momento inespresse dello stilista, e quest’ultimo lo ha ricompensato generando colpi a ripetizione di genuina creatività che hanno fatto la differenza.

Questo tipo di narrazione si invola a partire da un piano di concretezza la cui fecondità tutti facilmente intuiscono. Per i super brand della moda il cui mercato è grande quasi quanto il pianeta, la sincronia tra la dimensione manageriale e quella creativa risulta assolutamente centrale. L’atto moda efficace dunque, nella contemporaneità, cioè nell’epoca in cui i Brand che fanno più clamore sono             quotati in borsa e che qualsiasi informazione li concerni può attivare feedback negativi sulla loro immagine, dovendo dimostrare ossessivamente la loro profittabilità, presuppone sia l’efficienza manageriale e sia l’efficacia simbolica del colpo creativo.

Fine del discorso? No! Anche le domande un po’ cretine, qualche volta, meritano di essere sviluppate. Senza sottovalutare l’importanza di una visione del management che premia la sincronia, dal punto di vista euristico la domanda cretina ha le sue ragioni. Infatti, aldilà delle preferenze personali di ciascuno di noi, dovremmo essere tutti molto interessati al perché di certe decisioni, quanto esse influiscano sulle variabili del mercato, quali sono le conseguenze intenzionali e inintenzionali che si attivano. E per farlo dobbiamo capire meglio come si è presentato concretamente sul fronte della moda il nuovo corso di Gucci.

alessandro michele                                                   Foto 1. Marco Bizzarri con Alessandro Michele

2. Lo stilista come teorico dell’ineffabile

Alessandro Michele, oltre ad aver dimostrato di essere un geniale creativo, i suoi look non sono passati certo inosservati, si è presentato alla pubblica opinione con parole estremamente pertinenti se rapportate alla particolare visione della moda indotta dall’osservazione delle collezioni da lui concepite per Gucci.

Ma prima di affrontare questo argomento consentitemi una breve digressione sul rapporto tra creatività (nella moda) e i concetti che ne modellizzano gli effetti di senso.

Spesso gli stilisti, nelle interviste rilasciate alla stampa, amano ricordare che quando parlano o scrivono di una collezione o di se stessi, non intendono teorizzare alcunché, ma è semplicemente il loro modo di descrivere cosa succede quando creano abiti.

Tuttavia, ho il sospetto che il poco velato timore nei confronti del pensiero teorico, arrivi spesso da individui che quasi mai sono interessati a classificare con rigore ciò di cui si parla. In primo luogo vorrei dire ai presunti nemici del pensiero critico, che “teoria”, probabilmente, deriva da theoria che per gli antichi greci significava vedere meglio  le cose, le idee, le situazioni. E poi vorrei aggiungere che anche le teorie si fanno con la stessa intensità e passione necessaria a configurare gli oggetti ai quali si applicano.

Forse, la timidezza dei creativi nei confronti del pensiero teorico, riflette una ostilità che appartiene in realtà più al senso comune della moda: apparentemente per i modanti, ciò che conta sono gli oggetti-moda e ascoltandoli viene da pensare che, per molti di essi, le teorie sarebbero un po’ come le nuvole nel cielo, lontane dalle pratiche da cui dipendono le cose. Ma cosa succederebbe alla terra se non ci fossero le nuvole? Fuor di metafora, a me sembra strano che vi siano tante resistenze a concepire le teorie come il risultato di un fare. Probabilmente, il problema principale deriva da fatto che la pratica teorica lavora con i concetti che collochiamo tra le cose, quando ne interroghiamo la plausibilità, le ragioni, l’efficacia. Le teorie sulle mode non sono le mode, bensì interrogano i concetti che la moda suscita e utilizza per raggiungere i suoi fini. Cioè le teorie implicano certamente un livello d’astrazione che spesso al senso comune appare come un allontanamento dai fatti. Ma in realtà è solo con questa “distanza” che possiamo interrogare il come i fatti hanno preso una certa piega piuttosto che l’altra.

La discesa degli oggetti-moda tra la vita concreta degli individui è il risultato dell’interferenza tra molte pratiche, tra le quali un certo modo di fare teoria riveste un ruolo certamente non indifferente soprattutto nella super contemporaneità (cioè nel nostro presente in quanto disancorato dal passato e  cieco nei confronti del futuro).

In passato, con molta discrezione tra l’altro, non era infrequente che couturier e stilisti si misurassero con teorie che investivano il senso del loro lavoro primario.

Oggi, io credo che ciò che chiamiamo “teoria” ovvero una visione strutturata che non solo spiega il perché di un determinato ordine di fatti ma mette ordine al come pratiche eterogenee vengono sincronizzate per fare emergere oggetti-moda, ciò che chiamiamo teoria dicevo, rivesta un ruolo ben più rilevante.

Mi piace pensare che Alessandro Michele sia un buon esempio di quanto la pratica teorica incida sulla visione necessaria per immaginare scenari articolati, senza i quali fare moda non avrebbe l’efficacia economica attuale.

Avanzo l’ipotesi dunque che, tra le professioni di couturier, di stilista e art director è riconoscibile in quanto emergente una nuova figura professionale che provvisoriamente etichetterò con il termine creative director caratterizzata tra le altre cose da una maggiore responsabilità teorica nei confronti dei concetti strutturanti l’immaginario del Brand.  Ci tornerò in modo diffuso più avanti. Per ora diamo la parola allo stilista:

La mia idea di moda, ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione, perché la perfezione a che fare con l’errore. Prendi Roma. Quando ci vivi, quando ci nasci, tutto ti sembra simmetrico. Ogni via, ogni palazzo sembrano disegnati, sembrano vivere in una simmetria. Poi ti giri e d’un tratto trovi l’errore, un edificio che non c’entra nulla, qualcosa che guasta tutto. In quello sta la grandezza della città, nella prospettiva che l’errore mette nella bellezza. È come il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettive nuove al bello. Chi ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? Il fattore inquinante per me è fondamentale…” (intervista raccolta da Simone Marchetti, d.Repubblica.it).

Con queste parole, lo stilista, ci invita a osservare la realtà (e a maggior ragione i suoi abiti) da una prospettiva eccentrica rispetto la percezione ordinaria degli oggetti-moda, i cui effetti sono tradotti nel linguaggio naturale da altre parole come bellezza, eleganza, fascino.

I concetti che usa per alludere a ciò che anima il suo fare creativo sono imperfezione  e la bizzarra idea che la “bella forma” vada in qualche modo guastata, inquinata.

Ora, il fatto di riconoscere alle parole di Alessandro Michele una valenza teorica non significa che i suoi ragionamenti siano facilmente integrabili in termini di maggiore comprensione o addirittura di spiegazione del suo modus operandi creativo. Infatti le suggestioni teoriche vanno interpretate e contestualizzate.

Partiamo dal concetto di imperfezione. Di solito usiamo questa parola per evocare la mancanza di qualcosa che impedisce la perfezione. I sinonimi sono: incompiutezza, anomalia, deformità, difetto.

Sono termini contrari a unità lessicali apparentemente piene di valori (di senso) come impeccabilità, eccellenza, completezza.

Alessandro Michele, tra le altre cose, è uno straordinario interprete del design di accessori, è un perfezionista del dettaglio. Per esempio, le sue borse sono considerate tra le meglio costruite e più belle in circolazione. Sono entrato nella boutique Gucci di Bologna per osservare, toccare i suoi oggetti, e sia la risposta percettiva e sia quella cognitiva, al netto delle mie personali preferenze estetiche, sono molto più vicine all’impasto semantico prodotto dalla convergenza delle già citate “impeccabilità”, “completezza”… Insomma, nessuna mancanza, nessun difetto. Ma allora che cazzo c’entra l’imperfezione? C’entra, eccome se c’entra; bisogna però capire lo scenario giusto che rende pertinente il concetto, in relazione al mutamento di stile (o, per meglio dire, al superamento del mito dello stile) del quale Alessandro Michele è uno dei protagonisti.

Innanzitutto mi chiedo: esistono contesti nei quali la parola imperfezione subisce una trasformazione della propria valenza semantica al punto da rivestirsi quasi di un’aura etica? La risposta è sì! Esistono occorrenze di questo tipo e hanno una consistenza culturale che potremmo considerare nettamente superiore alla valenza normalmente attribuita ai contenuti moda. Per esempio, sentite cosa dice il premio Nobel Rita Levi Montalcini: “L’imperfezione e non la perfezione sono alla base dell’operare umano”. Di cosa sta parlando la celebre scienziata? Sta ricordando ai suoi lettori quanto possa essere tortuoso, non programmato e in definitiva imperfetto il percorso delle ricerche scientifiche. Cambiamo contesto. Michelangelo Buonarroti, il fuoriclasse del nostro Rinascimento, faceva spesso incazzare i suoi committenti perché sembrava interrompesse bruscamente molte delle sue opere lasciandole incomplete. Probabilmente, in quei giorni, si stentava a capire che l’ossessione per la perfezione era in contrasto con i suoi ideali religiosi. Solo Dio, essere perfetto, può accedervi. Gli umani devono fare dell’imperfezione lo stretto sentiero che li porta a concepire un ordine di bellezza formalmente non-finita dal momento che essa implica come causa finale o come effetto, l’attivazione di una reverente partecipazione emotiva. Cioè la perfezione non ha a che fare con le forme (fatte dall’uomo) bensì con un anelito idealizzante, considerato come la divina traccia interiore che ciascun uomo, anche il più sgangherato, si porta dentro. Se non vi piace questa interpretazione, trovatene una migliore voi. Ma, anche se ritenete sia più verosimile immaginare che Michelangelo fosse semplicemente un po’ nevrotico e che quindi in determinate circostanze risultasse per lui impossibile, terminare il lavoro come volevano le convenzioni del periodo, ciò nondimeno la tecnica del non-finito, nel corso del tempo è divenuta un nuovo paradigma dell’arte, al punto che spesso se volete capire gli artisti a noi contemporanei dovete partire dall’imperfezione.

Per ritornare a contenuti storici più vicini agli scopi della moda, vi ricordo che suppergiù nel periodo in cui Michelangelo si occupava più di fortezze difensive per i fiorentini che di pittura o scultura, ovvero intorno al 1528, Baldassarre Castiglione dava alle stampe uno dei bestseller del secolo intitolato “Il cortigiano”, dove oltre al ritratto ideale di una società di corte votata alla perfezione, troviamo il concetto di sprezzatura, un termine che ha molte note assonanti con un uso strategico dell’imperfezione. Il cortigiano di successo (cioè l’uomo di corte che sopravvive ai tiramenti di culo del Principe sollecitati dagli intrighi dei suoi invidiosi pari), ci fa capire l’autore, deve certo aderire all’ideale figura del gentiluomo, tuttavia non deve mai cercare la perfezione bensì dissimularla. Quindi il suo modo di apparire, il suo stile di conversazione, i suoi gesti, i suoi abiti dovranno evitare l’affettazione, l’artificiosità, la sfrontatezza e ovviamente l’incuria. Forzando un po’ l’interpretazione del Castiglione, cioè se separiamo nel suo libro la finzione di valori idealizzati dai passaggi in cui intuiamo l’attrito della realtà della vita di corte sugli attori che l’animavano, potremmo dire che la naturalezza e la disinvoltura dello stile risultano più performanti della ricerca di perfezione, la quale costringe i giochi di relazione a irrigidirsi nell’artificiosità a rischio di ostentazione, nella teatralità e nella supponenza. Per farla breve, in una società di corte consacrata alla perfezione, la sua attualizzazione era sostenibile solo deviandone la traiettoria. Aggiungo che, questo rilievo, oltre a essere pertinente con le mie congetture, segnala la profondità storica e umanistica dell’idea che persino una forma di bellezza, intesa ai tempi del Castiglione come grazia, potesse essere pensata come il risultato di una sapiente e sottile regolazione di studiate imperfezioni.

Il Castiglione celebrava i rituali di mondi sostanzialmente chiusi, gerarchici, nei quali l’emulazione verso l’alto poteva risultare rischiosa. Nell’arte della conversazione e dell’apparire, il cortigiano doveva evitare ogni squilibrio cioè simulare di essere pari agli altri, il suo look non doveva mai emulare quello del Principe. Tuttavia doveva al tempo stesso far emergere segni differenziali. Ecco perché la sprezzatura può essere interpretata come una ricerca di singolarità attraverso dettagli, verso il basso, posto che il alto vi sia la perfezione.  Oggi, la moda in un mondo aperto ha come motore un doppio legame fatto da differenziazioni ed emulazioni che si susseguono senza soluzione di continuità. L’ostentazione non è più sanzionabile e comunque produce all’individuo assai meno danni del fuori moda. Tuttavia è significativo riscontrare che tra il mondo chiuso delle corti nel quale sono apparse le prime avvisaglie della moda come l’intediamo oggi, e il mondo aperto delle attuali società di mercato, esistano delle strutture del senso che connettono tattiche estetiche comuni. L’imperfezione (la sprezzatura) nel tempo del Castiglione esaltava una bellezza prudente. Nel nostro tempo, per contro, l’imperfezione nell’arte e nella moda ne ravvivano i contenti espressivi accentuando la disposizione dei mondanti a mettersi in gioco e a teatralizzare le identità. Ai tempi del Castiglione l’identità era un designatore rigido di valori non negoziabili. Nel nostro tempo, soprattutto chi utilizza con passione il web e i social, l’identità tende ad assomigliare a inconsapevoli giochi di ruolo. Una certa dose di teatralità e artificio vengono dunque tollerate, anche se paradossalmente tutti i millennials o quasi si dichiarano fedeli primariamente solo a se stessi. Comunque, anche se dai tempi del Castiglione i qualia dell’imperfezione sono cambiati in valenza, tuttavia ne conservano le tracce. È altresì importante sottolineare che oggi nelle scelte pratiche tra i soggetti immuni e reattivi al conservatorismo delle tradizioni, le negazioni estreme di ciò che provvisoriamente funziona da modello ideale si rivelano essere spesso le più decisive e performanti.  L’imperfezione, il disordine percettivo in qualche modo controllato dal designer, che discende da esse, creano una via d’uscita al paralizzante problema della scelta tra ordine e caos, tra canone estetico e le sue negazioni, tra buon gusto e cattivo gusto. Non è privo di importanza segnalare che in questi territori estetici esplorati da audaci creativi, possono prima di altri riconoscersi i soggetti che hanno la propensione ad amplificare la spinta delle nuove mode verso valori percepiti come congruenti alle loro esperienze di vita. Ed è ciò che fanno regolarmente i millennials: le loro preferenze rendono esponenziali i tratti di stile che disordinano la modazione ordinaria, creando senza soluzioni di continuità asimmetrie tra progetti estetici aziendali (le tendenze programmate dalle aziende) e ciò che appaiono eventi moda. L’atto moda, divenuto grazie allo strabiliante successo “ il caso Gucci”, è più vicino alle caratteristiche dell’evento che a quelle di un progetto.

Le suggestioni culturali evocate sopra, permettono di comprendere l’appropriatezza del concetto avanzato da Alessandro Michele, aldilà del significato contingente che possiamo recuperare guardando le sue creazioni ( in altre parole, vi sto suggerendo che per capire ciò che a suo modo lo stilista sta teorizzando, dipende dalla capacità di vedere i fenomeni scalari in quella sorta di mappa indefinita che diviene il processo creativo quando, attraverso feedback continui o per tentativi ed errori come sosteneva Karl Popper, si avvicina alla provvisoria configurazione finale: l’oggetto può essere perfetto, ma al tempo stesso la sua superficie pregnante, ovvero il luogo in cui l’oggetto diventa significante, può risultare disturbata, contrastata, imperfetta).

Osservate, per esempio, la serie di immagini montate in parallelo di alcuni dei look dell’ultima collezione di Frida Giannini (a sinistra) e quelli del nuovo art director Gucci (destra).

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Foto 2-3-4. A sinistra delle tre immagini si possono osservare i look dell’ultima sfilata di Frida Giannini; a destra immagini dei look velocemente creati da Alessandro Michele quando presentò la sua prima collezione Gucci

Vi ricordo che in quei giorni Alessandro Michele aveva avuto a disposizione pochissimo tempo per mettere le mani sugli abiti che la collega aveva concepito per concludere in modo esemplare i dieci anni di carriera come responsabile creativa del Brand. Non sappiamo con esattezza cosa sia successo, ma a poco più di una settimana da una delle sfilate più importanti della stagione, Frida e Marco Bizzarri devono aver avuto un contrasto insanabile che comportò la rimozione o l’abbandono immediato della stilista. A questo punto Alessandro Michele non poteva certo creare una collezione ex novo. Eppure, se osservate le immagini, in pochissimo tempo riuscì a deviare il mood degli abiti dando a essi un surplus di energia e freschezza. Nessuno sano di mente può mettere in discussione la fattura e l’eleganza degli abiti di Frida; il loro glamour è coerente con le note di stile chic-rock che aveva attraversato un po’ tutte le collezioni orchestrate dalla stilista. Ma il paragone con ciò che in pochissimo tempo realizzò il collega è impietoso: i look di Alessandro Michele sono vivaci senza risultare sfrontati, con alcune sovrapposizioni geniali (penso ai baschi da ragazza alternativa e altri elementi genericamente Street) e con una tavolozza di colore più contrastata rispetto il mood da ragazza dark cheselatira di Frida.

Frida Giannini cerca le “armoniche” tra i vari elementi dei look, Alessandro Michele, per contro, aumenta le citazioni e mixa i contrasti come un Dj di provata esperienza. Frida cerca coerenza, distinzione, e non si accorge della patina di seriosità che trasuda dai suoi abiti. Michele rischia l’incoerenza, il disordine percettivo ma stupisce e diverte. Mettiamoci nei panni di Marco Bizzarri nel preciso momento in cui deve aver visto i nuovi look di Frida (della quale aveva già “programmato” l’uscita dall’azienda dopo la sfilata in oggetto). Cosa può aver pensato? Nessuna svolta possibile con la nuova collezione e quindi un’altro semestre di probabili sofferenze finanziarie. Con il rischio di poter essere ritenuto in parte corresponsabile dell’andamento negativo del Brand, dal momento che ora sono io che lo dirigo. Ancora: Frida da creativa di razza sta giustamente glorificando se stessa, sta tenendo duro con il suo stile che piace a molte giornaliste influenti almeno quanto risulta indigesto al cluster di clienti fondamentali per riportare i fatturati al livello desiderato dal proprietario e dagli azionisti di Kering (holding che controlla Gucci). Probabilmente, la sfilata di Frida se realizzata e rinforzata dagli investimenti in relazioni pubbliche, verrebbe magnificata da tanti intermediari culturali che l’apprezzano come stilista, come persona sensibile e impegnata sul fronte dell’etica aziendale e sociale. A questo punto, il riverbero del fall out positivo generato dai media non potrebbe che suscitare sconcerto nell’opinione pubblica (e ovviamente tra i possibili acquirenti di Gucci). Perché Frida così brava è stata cacciata? Che colpe può mai avere una persona di cui tutti si dicono entusiasti? Sono queste infatti, alcune delle prevedibili domande ingenue motivate dall’asimmettria informativa tra manager che hanno a disposizione tutti i dati sensibili del Brand e il pubblico diffuso della moda che vive soprattutto di miti, di emozioni, di narrazioni. Ricordo al lettore che l’ultimo anno di gestione della coppia Di Marco-Giannini i ricavi erano scesi del 9%.

Sulla base delle congetture che ho esposto si può immaginare l’impietosa volontà del Ceo di risolvere anzitempo il contratto con la stilista, per giocarsi in anticipo la carta di Alessandro Michele con il quale, l’abbiamo detto sopra, dobbiamo supporre vi fosse una sostanziale condivisione riguardo gli scenari e le visioni moda necessarie per il rilancio del Brand.

Ritorniamo per un attimo alla domanda un po’ cretina che mi sono posto nella prima parte dell’articolo: a chi spetta il merito dell’inattesa e strabiliante performance di Gucci? Al manager o al creativo? Io opterei per un sostanziale bilanciamento tra i due, dal momento che il ragionamento articolato che ha portato Marco Bizzarri, contro ogni previsione, a dare fiducia allo stilista e la rapidità del suo intervento, a mio avviso, vale quanto il colpo creativo del secondo che ha permesso a Gucci di smarcarsi da suo recente passato e di diventare una icona della super-contemporaneità.

Immagino che qualche estremista del marketing possa obiettare che Marco Bizzarri da profondo conoscitore della produzione, distribuzione, commercializzazione nel settore del lusso, sia stato assolutamente determinante per il decollo delle vendite. Segmentazione, posizionamento, arrivi più frequenti nelle boutique, la ristrutturazione degli spazi di vendita, investimenti importanti in comunicazione, sono tutte decisioni che sicuramente lo hanno visto assoluto protagonista. Non c’è dubbio che misurando l’efficacia delle sue decisioni sul veloce processo di ristrutturazione del mondo Gucci, attraverso la lente del famoso schema di P.Kotler (R => STP => 4P => I => C), pur avendo avuto a mia disposizione dati deplorevolmente precari (letture di articoli, interviste, qualche commento), la percezione emergente che ho maturato sia stata quella di una magistrale interpretazione dei fondamentali del marketing in un contesto che implicava un loro rimescolamento. In altre parole, se vogliamo dirlo con i termini dello schema citato, la mia impressione è che, per esempio, Marco Bizzarri al posto o prima della R (ricerche Mk ordinarie, cioè praticamente inutili in Estremistan) abbia optato per una rischiosa C che sta per un atto di creatività radicale (con l’obiettivo di connettersi con i millennials). Si può immaginare che questa decisione lo abbia, per così dire, costretto a riconfigurare la valenza di tutti gli altri fattori del marketing standard. In realtà, non credo che Marco Bizzarri abbia mai agito semplicemente implementando (I) un piano Mk precostituito. Aver posto C in posizione dominante, lo ha collocato nella posizione giusta per evitare l’errore classico del marketing proiettivo ovvero forzare i fattori portanti dei processi del mercato ad entrare nel piano strategico; a favore di un dispositivo decisionale costantemente in allerta per riconfigurare, colpo dopo colpo, l’organismo del brand alle trasformazioni dovute alle conseguenze intenzionali e soprattutto a quelle inintenzionali che a cascata discendevano dall’aver posto C in posizione dominante. In altre parole, a me pare che Marco Bizzarri abbia evitato la trappola della semplificazione e dell’eccessivo schematismo nella quale cade spesso chi crede che economia, finanza, marketing abbiano scoperto leggi universali che rendono irrilevanti sia il contatto permanente con la complessità (cioè il mercato in Estremistan) e sia con lo studio di sequenze storiche (cioè di esperienze e/o creativi del passato). Le decisioni che ho brevemente descritto, hanno a mio avviso, posto in rilievo tre disposizioni ampiamente sottovalutate dalla sconcertante arroganza che contraddistingue di solito i protagonisti delle strategie manageriali della moda: la prima è l’umiltà (il marketing al servizio della creatività e non viceversa); la seconda potremmo definirla pragmatismo ( il  brand come partner dialogante i propri referenti); la terza sarebbe la propensione ad essere coraggiosi, da cui discende una più sottile e raffinata regolazione della dimensione del rischio (per me chi ha coraggio non sottovaluta mai i rischi, bensì si prepara ad affrontarli). Se le congetture che mi è sembrato poter cogliere dalle decisioni visibili attraverso la stampa (di comunicati, di interviste e altro) sono plausibili, allora posso avanzare una ulteriore ipotesi: Marco Bizzarri non ha agito pianificando (nel senso proiettivo che segnalavo sopra), bensì ha interpretato l’agire manageriale come arte di navigare tra istituzioni spontanee complesse (i mercati, i nuovi media, nuovi canali distributivi) e soggetti imperfetti: qui complessità e imperfezione significano l’impossibilità di calcolarne in modo esaustivo le costanti diffrazioni rispetto le attese e, indirettamente, marcano l’errore catastrofico di chi invece agisce pensando che i modelli utilizzati misurino scientificamente mercati e consumatori e che quindi l’implementazione sia qualcosa di meccanico. Ora, e ritorno alla questione del confronto tra valenza dell’atto manageriale e quello creativo, ciò che ho appena scritto non conferma forse una posizione dominante del Ceo Gucci?

Risponderei sottolineando che Alessandro Michele non si è limitato a creare collezioni performanti ma ha anche saputo trasdurle in altre entità segniche a loro volta corresponsabili dell’emersione di un immaginario di devastante efficacia, che a mio avviso ha trasformato i suoi abiti in immediate piccole mitologie indossabili. Anticipo quanto svilupperó più avanti, affermando che lo stilista si è dimostrato essere un regista di forme dell’espressione e del contenuto multimediali, di straordinaria efficacia. Non è certo un caso se oggi Gucci (Gucciplay) ha un numero di follower di gran lunga superiore agli altri brand italiani. I dati a mia disposizione parlano di oltre 23 000 000 di contatti (dati 2018). Evidentemente per raggiungere simili performance, non bastano i prodotti, occorre indovinare interazioni efficaci con le tribù del web. Di passaggio, chiarisco al lettore che uso il concetto di trasduzione (dal latino trasducere, ovvero condurre di là, far passare) per marcare cosa avviene quando passiamo da un sistema di segni ad un’altro che possiede una sostanza e forma espressiva diversa; per esempio gli abiti di un look possono essere trasdotti in una immagine fotografica, in modo tale che risuonino sia note semantiche comuni prodotte con segni diversi e sia supplementi di significazione. Aggiungerò qualche parola sul trasdurre più avanti.

Quindi, posto che il confronto tra azione manageriale e atto creativo abbia senso, rimango convinto che il termine bilanciamento, rifletta meglio di ogni altra opzione le valenze di entrambi i protagonisti nel processo di modazione che ha visto Gucci, negli ultimi anni, prevalere su molti altri player sia come fatturato, e sia come prestigio e notorietà, senza dimenticare l’impulso che l’azienda ha dato al brand activism declinato forse al culturale piuttosto che al sociale.

Al netto delle solide competenze professionali, che evidentemente non sono in discussione, entrambi si sono assunti quote di rischio inusuali. Entrambi hanno dato prova di possedere una non comune immaginazione e, come ricordava Albert Einstein, in determinate fasi l’immaginazione è più importante della conoscenza.

Avanzo quindi l’ipotesi che Alessandro Michele con il termine imperfezione voglia stabilire la plausibilità, in un preciso momento, dell’efficacia dell’anticipo logico del lavoro dell’immaginazione sull’oggetto-dispositivo della moda, per liberarlo dai modi della creatività sin lì considerati alla stregua di un paradigma e spingerlo di forza verso la percezione di un disordine controllato. Diciamolo in pochi essenziali passaggi:

  1. Armonia, perfezione, coerenza (con il passato), nel nostro tempo, non sono valori assoluti. La pressione esercitata da nuove generazioni di soggetti, unitamente alla saturazione degli effetti dovuta alla ripetizione di atti creativi dominati da somiglianze di famiglia che producono l’ottundimento delle componenti emozionali che animano ciò che definiamo sorpresa, curiosità, risveglio dell’attenzione, ebbene queste due componenti (pressione-saturazione), in determinate fasi, rendono urgente una rottura delle regole e l’attivazione delle asimmetrie compositive ad ogni livello: la necessità di rompere gli schemi sconvolge la valenza attribuita all’immaginazione: da attività tutto sommato residuale (cioè imbrigliata da schemi dati), diviene la fonte generatrice primaria dell’atto moda;
  2. Il lavoro dell’immaginazione creativa implica la gestione delle forti emozioni che accompagnano il flusso dei sentimenti anticipatori di idee, immagini, pensieri che normalmente e frettolosamente chiamiamo “intuizioni”;
  3. Il pensiero intuitivo (nella moda) non scaturisce necessariamente da concetti estetici e tantomeno da una sistematica messa in ordine di idee; una intuizione nasce spesso per caso, alimentata da esperienze emozionali che eccedono lo specifico della moda;
  4. Immaginazione creativa, intuizione, caso e l’asimmetria compositiva implicano l’assunzione di rischi creativi; da ciò discende, come forma di controllo, una maggiore propensione teorica.
  5. Nelle creazioni di Alessandro Michele più che la forma dell’abito è la rete di segni eterogenei che ne configura la superficie a catalizzarne l’impatto emozionale che lo rende immediatamente efficace: io vedo in questo passaggio dal design di un abito al de-sign di superficie applicato a forme date, uno smarcamento creativo dal senso interpretato come funzione (della forma dell’abito), a favore di una significazione intesa come sfruttamento del potenziale passionale di un look (il prefisso de di de-sign oltre ad esprimere una privazione ha un valore reversativo cioè pone come centrale il ribaltamento del modello saussuriano di segno cioè s/S trasformato in S/s, con il quale la materia espressiva si presenta primariamente come investimento pulsionale).

3. Conseguenze dell’imperfezione: il disordine programmato ovvero lo strano ordine degli oggetti-moda di Alessandro Michele

La filosofia dell’imperfezione di Alessandro Michele, che ho cercato di interpretare con concetti più articolati rispetto alle vertiginose sintesi discorsive proposte dallo stilista nelle numerose interviste rilasciate ai giornalisti (molti creativi sono certo dei teorici, ovvero amano raccontarci perché e come fanno le cose che attirano la nostra attenzione, ma sono anche dei “teorici inconsapevoli” nel senso che parlano per metafore, saltano di palo in frasca, chiariscono solo proponendo nuovi enigmi), l’appello all’imperfezione delle stilista dicevo, si è concretizzata attraverso una non comune abilità nel comparare l’incomparabile, scompaginando pseudo codici e compaginando materie, tessuti, forme presentate alla cognizione alla stregua di segni appartenenti a registri culturali dissonanti, riuscendo tuttavia a farli risuonare all’unisono in maniera inedita. Definirei provvisoriamente questo modus operandi, come ho già scritto sopra, asimmetria compositiva. I suoi contrasti risultano attualmente meno forzati di quelli che siamo soliti ammirare nelle collezioni di Miuccia Prada. Tuttavia sembrano anche molto indisciplinati, visionari, irridenti quindi più vivaci e divertenti (penso al gioco di sovrapposizioni che accompagnano accessori e look). Le entropiche con-fusioni di sostanze e materie espressive apparentemente eterogenee, delle quali è indubbiamente un abile bricoleur, mi fanno pensare all’effetto prodotto dal bambino sapiente che dentro di noi chiede di poter continuare a giocare. Non mi sorprende che le sue borse decorate con figure che sembrano uscite da libri illustrati, abbiano avuto un successo devastante tra le millennials. Sembra quasi che Alessandro Michele abbia il dono di scorgere nuove configurazioni estetiche là dove altri avrebbero visto solo un guazzabuglio di elementi dissonanti oppure simil collage di ingenuità ludiche. La sua abilità nel giustapporre fino a farli cortocircuitare elementi che appartengono all’élite della moda con altri manifestamente “bassi” e/o involuti, nasce da una visione estetica centrata sul ribaltamento semantico di cosa significhi (per la percezione della creatività prima di tutto) l’imperfezione.

Molti opinionisti hanno utilizzato la parola “ibrido” per catturare il senso olistico dell’atto moda del creative director di Gucci. In genetica ibridare significa l’incrocio tra due animali o piante, portatori di uno o più caratteri puri capaci di generare una sottospecie o una nuova varietà. A prima vista può sembrare una metafora efficace di uno degli stilemi che caratterizzano Alessandro Michele. In realtà il suo uso, non è così semplice e scontato per motivo che, dal post modernismo in poi, quasi tutta la moda è fatta di ibridazioni.  Di conseguenza questa parola/concetto non ci restituisce alcuna specificità relativa alla singolarità del creativo anche se sembra descrivere in modo suggestivo la forma finale. Io sono più interessato a cogliere la processualità dell’atto moda in oggetto. Ecco perché trovo più proficuo esplorare il senso delle deviazioni dall’ordine della moda (ordine, ricordiamolo, sempre provvisorio e/o debole) prodotte con l’intenzione di provocare asimmetria formale e di senso che si lascia percepire come un dolce disordine estetico, accompagnato come un’ombra fedele dal rischio del disagio percettivo, come nucleo originario del modus operandi creativo di Alessandro Michele. Il disordine controllato, reiterato su tutti i livelli in gioco, dai materiali alla citazioni artistico/stilistiche, dai look degli abiti e accessori alla condensazione di idee che essi promanano, dagli eventi alla visionarietà dell’immaginario fotografico…La ricerca di un certo disordine controllato, dicevo, sembra essere la struttura che connette le diverse fasi del fare creativo di Alessandro Michele.

A tal riguardo aggiungerei che, diversamente dagli stilisti in passato autori e protagonisti di un paradigma estetico della moda caratterizzato invece da un disordine traumatico, penso a Martin Margiela, all’inizio dell’avventura europea di Kawakubo, a McQueen; penso oggi a Gareth Pugh, rispetto a questi autori, Alessandro Michele appare meno radicale e al tempo stesso, più esplosivo ed efficace negli effetti (cioè nel creare valore per gli oggetti moda Gucci). Perché? Come riesce a dare senso al disordine senza passare dal trauma?

La mia ipotesi è questa: Alessandro Michele non mette tanto in discussione le forme dell’abito bensì lavora sulla sua superficie. Voglio dire che, sinora, i suoi look dal punto di vista della struttura degli elementi che ne determinano la portabilità non sembrano raccontare qualcosa di fondamentale (salvo quando gioca con l’aumento dei volumi). Naturalmente non sto sottovalutando la sua propensione a mescolare con abilità forme appartenenti a stili d’abbigliamento eterogenei. Ma questa appropriazione, sovrapposizione o conflitto di configurazioni vestimentarie che pur sorprendono nostre attese, sono una modalità costruttiva ben conosciuta da tutti gli stilisti che classifichiamo come avanguardia. Le imitazioni, le repliche, persino le copiature sono da sempre una delle tattiche con le quali i creativi producono l’implosione del senso attraverso il quale stabilizziamo un certo oggetto, al fine di ottenere note emozionali che i formalisti russi chiamavano straniamento.

Uno dei meriti di Alessandro Michele è di avere spostato il conflitto principalmente sulla superficie, togliendogli profondità ma esaltandone la materialità decorativa che dai contrasti improbabili trae una forte fonte di energia visiva. Forse il sentimento di stare percependo qualcosa che ha a che fare con una bellezza straniante, provato davanti alle sue creazioni, dipende proprio dalla trasformazione di qualcosa che sappiamo appartenere a forme dotate di una certa profondità (storica) in effetti di superficie.

Se le mie congetture sono corrette allora si può dire che lo strabiliante successo del nuovo corso di Gucci disceso in parte dalla narcotizzazione della profondità (pensate all’uso disinvolto della tradizione, al pirotecnico citazionismo che annulla lo spessore della traccia culturale per amplificare il livello espressivo dell’abito-ornamento), utile per favorire una fruizione percettiva assorbita dalla superficie, è sia un sintomo di come sta cambiando tra i Millennials  il modo di guardare la materialità dell’abito, e sia un indizio del fatto che, per il gusto contemporaneo, la questione dell’ordine estetico sta subendo una regolazione diversa dal passato. Queste considerazioni mi consentono di congetturare la consistenza affettiva del senso del disordine e che il disagio percettivo può essere vissuto come una fonte di piacere più efficace del bisogno di regolarità e di ordine i quali, indubbiamente, a livello di processi vitali, rimangono disposizioni assolutamente primarie della nostra mente. Chissà, forse ci troviamo di fronte a un nuovo paradigma estetico dalla valenza storica, imposto dal successo di macchine creative che conosciamo come Prada, Gucci e Gvasalia (in questo momento più efficaci di altri, per via della convergenza tra diffusione mediatica e performance commerciale).

Il disagio percettivo che ho evocato mi fa pensare al gusto per l’eccesso un po’ esoterico che Susan Sontag attribuiva all’effetto Camp ovvero qualcosa di cui è difficile parlare perché la sua efficacia estetica precede la configurazione mentale che chiamiamo idea. La celebre autrice nelle “Note sul Camp”, pubblicate nel libro “Contro l’interpretazione” (Mondadori, 1987), individua in un anticipo della sensibilità, l’attività emozionale che promuove l’emersione di sentimenti come messa in valore di un oggetto, di un evento o altro, senza che questo processo debba per forza concludersi o riconfigurarsi in un quadro concettuale ordinato (quindi facilmente verbalizzabile, logico, coerente). Se il mio ragionare sulle parole raccolte nelle note che sembrano aforismi, dedicati da Susan Sontag a ciò che in qualche modo attrae e nello stesso tempo lascia perplessi, lasciandoci divisi e incerti nella classificazione dell’evento mentale esperito, va nella direzione tratteggiata dall’autrice, allora, posso dire che l‘atto creativo di Alessandro Michele è Camp, ovviamente diverso dalla fusione degli eterogenei oggetti culturali che, tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta diffusero tra le avanguardie dello stile dominate da omosessuali, questo specifico sentimento, tuttavia dicevo, malgrado le differenze, Alessandro Michele è molto Camp. Un passaggio del testo di Susan Sontag merita di essere ricordato:”Sono enormemente attratta dal Camp e ne sono quasi altrettanto offesa”. Questa ambivalenza sinora è facilmente riscontrabile negli oggetti per corpo proposti dal nuovo corso di Gucci e probabilmente può aiutarci a capire il loro successo traumatico senza traumi. Tuttavia va ricordato che il “Camp”, nel preciso momento in cui grazie alla Sontag può essere pensato anche come un concetto e non solo come sentimento o disposizione emozionale del soggetto, ci porta a riconoscere una vasta geografia della moda che in forme eterogenee esibisce configurazioni ricollegabili alla fonte generativa Camp. Galliano, Gvasalia, Moschino, Versace…ma anche James e persino Worth con l’effetto parossistico della sua silhouette, possono facilmente rientrare nei territori umorali ai quali allude il concetto sotto osservazione. In definitiva dal dandy in poi, porre la “forma” in posizione dominante rispetto a un contenuto granuloso, ha sempre consentito a frange della moda (chiamatele pure, se volete, avant-garde) di rinnovare il guardaroba di persone in attesa di qualcosa che scontornasse un’identità in processo (instabile, diversa…). La percezione che oltre all’abito-segno ( di status, di identità, di professione, di genere…) entri in gioco, la questione dello stile tale per cui questa seconda dimensione classifichi la prima, attivando valenze estetiche spesso apparentemente insensate, nel corso della storia delle apparenze è via via divenuta una esperienza attraversata da una moltitudine di soggetti. Il Camp, grazie alla Sontag, può offrire le lenti giuste per osservare meglio un fenomeno di distruzione creativa e dei suoi effetti parodistici sulla cultura e sulla vita della gente.

A tal riguardo, vorrei proporvi ora, un esempio di quanto possa essere esteticamente deflagrante l’orchestrazione di un look se fatta da una mente creativa diversamente calibrata rispetto le attese generate da una pseudo tradizione o se lo preferite da abitudini di lungo corso.

Vittorio Feltri lo conoscete tutti spero. È senza dubbio uno dei più conosciuti e importanti giornalisti italiani, famoso per la sua ostilità all’asfissiante “politicamente corretto” di cui si cibano fino all’obesità i progressisti al potere. Oltre allo stile diretto e tagliente delle sue argomentazioni non vi sarà sfuggita l’eleganza dei look che sfoggia negli innumerevoli talk show televisivi ai quali partecipa. Indubbiamente è uno strenuo difensore di un‘eleganza classica, ordinata, punteggiata da studiate incursioni british. Bene, leggete ora cosa ha scritto del nostro Alessandro Michele, sul Il Fatto Quotidiano del 24-06-2017, a commento di una pagina pubblicitaria Gucci:

“Ma questa pagina, che intende propagarli e perpetuarne il successo internazionale, è un suicidio. Una immagine disgustosa, repellente che suppongo allontanerà dai negozi Gucci sparpagliati ovunque, qualsiasi cliente. Il problema non è certo il fatto che l’individuo ritratto sia nero…Ciò che impressiona è altro: l’orrendo abbigliamento inflitto all’uomo utilizzato quale indossatore, offendendolo. Vi prego, cari lettori, di osservare l’istantanea e di esaminare non tanto il volto del suddetto signore quanto il vestito che costui sfoggia con malcelato orgoglio. Un completo, giacca e pantaloni, a quadri di colori azzardati: blue verde, che sortiscono un’effetto cromatico censurabile. Camicia bianca e cravatta a righe, in cui spicca la tinta arancione, un pugno nell’occhio. Le calze poi sono rivoltanti: rosa pesco. Un autentico vomito. Le scarpe infine sono comiche. Sembrano quelle di un prete gay ottocentesco. L’insieme è ributtante, aggravato da anelli enormi che l’uomo esibisce sulla mano destra quasi che fosse il capo di una tribù del centro del Katanga…”.

Marco Bizzarri e Alessandro Michele

 Foto 5.  Immagine pubblicitaria commentata da Vittorio Feltri

La furia di Vittorio Feltri termina poche righe dopo con un lapidario: “Eliminiamo Gucci dal guardaroba”. Non so cosa pensiate del Direttore, del suo modo di interpretare il giornalismo, dei suoi commenti politici. Sono fatti vostri. Permettetemi solo di dirvi che le sue colorite osservazioni sulla pagina pubblicitaria Gucci non sono affatto prive di ragioni. Alessandro Michele quando ha scelto la strada dell’imperfezione, del disordine controllato, suppongo sapesse benissimo quanto irritante poteva risultare il colpo creativo che avrebbe inflitto ai cultori di un concetto di eleganza con gli occhi rivolti al presente-passato. Le invettive di Feltri sono quindi una paradossale conferma della giustezza del suo atto moda vincolato a un presente-presente che potremmo definire la supercontemporaneità. Vi ricordate cosa cosa dicevamo all’inizio sul riposizionamento del Brand? Ve lo ripeto: era urgente che Gucci trovasse in tempi brevi la stretta via che porta a primeggiare tra gli opinion leader generazionali la cui pressione stava modificando gli equilibri. I nuovi influencer, conosciuti anche con l’espressione Millennials, oltre a vivere in simbiosi con il mondo digitale e quindi a privilegiare di gran lunga l’interazione dominata dalle immagini, sembrano avere la propensione a immergersi tra i valori estetici secondo un principio di fluttuazione/sperimentazione molto diverso dall’assiologia maturata dalla generazione di Feltri.

Per dirla in concetti sintetici, i nati nell’era del web e soprattutto quelli nati dopo lo scollinamento del secondo millennio, sembrano più interessati a giochi di identificazione progressivi e discontinui, piuttosto che a problemi di identità tipici della seconda parte del novecento. Se focalizziamo le forme delle apparenze emergenti tra questo cluster di soggetti, eterogenei per cultura, è facile accorgersi che tradizione, armonia, bellezza glamour, perfezione del look, tra essi, sono diventati disvalori. Quando il loro interesse sembra avere la freccia del tempo rivolta al passato, essi ne attualizzano escrescenze improvvise preferendo l’anacronismo alle rigorose contestualizzazioni. Le forme emergenti che suscitano le loro passioni perdono di coerenza e l’ancoraggio a significazioni stabilizzate. Con i limiti segnalati sopra, possiamo definirle forme ibride, non semplicemente nel senso di qualcosa che si fonde con un’altra secondo uno schema preordinato, bensì come intendono il concetto i genetisti da laboratorio: sperimentazioni di incroci tra diverse specie.

La magica sintesi di “imperfezioni” concepite da Alessandro Michele, che dal punto di vista euristico sembrano essere il risultato della mescolanza tra stili eterogenei, dunque, è apparsa subito ai loro occhi sia come la conferma della loro specificità estetica e sia come un motore a icone al quale appellarsi per dare senso ad una paradossale bellezza svincolata dalle classificazioni ordinarie implicite nelle narrazioni standard della moda.

Ricordate le ultime parole di Vittorio Feltri? Eliminiamo Gucci dal guardaroba. Risposta del mercato: Gucci si appresta a divenire il primo marchio al mondo per fatturato. Ritornando alla pubblicità che ha destabilizzato il direttore, possiamo aggiungere che certo il giornalista non era tenuto a conoscere il mondo soul, Funky e rapper dei neri americani, e nemmeno l’African Style o la Sape. Quindi non poteva sapere che da decenni, dall’Africa, ci arrivano i segnali di un movimento di stile per certi versi assimilabile al nostro dandismo metropolitano. I giovani delle metropoli centroafricane chiamati sapeur ai quali Alessandro Michele sembra strizzare l’occhio nel look che ha scandalizzato Vittorio Feltri, praticano una sorta di resilienza nei confronti della classe dirigente del proprio paese, tra le più corrotte e impresentabili del pianeta, che passa attraverso la trasformazione festosa dei loro look. Quindi, un sistema di potere di merda combattuto dai giovani ai quali ha tolto il futuro, con un modo di apparire festoso, carnevalesco, stravagante. Non mi sorprende che Alessandro Michele abbia intercettato l’energia che i sapeur trasmettono e abbia cercato di incapsularla nei suoi bricolage estetici. Può anche darsi che il “messaggio” dell’immagine sotto osservazione, quella del calzino rosa indossato dal modello di colore, per intenderci, come sostiene Vittorio Feltri, evochi un detestabile buonismo progressista nei confronti dell’immenso e destabilizzante problema dell’immigrazione. Preferisco pensare che il messaggio imbricato in quella serie di immagini presentino il nero, il diverso, come un significante del mondo Gucci e quindi, grazie alle estesie della moda, lo trasformino in un oggetto di valore. Naturalmente oltre a ciò è anche un indizio dello sguardo attento dello stilista verso i momenti in cui la moda intercetta un’energia che si confonde con la vita sensibile. Penso che sia quest’ultimo passaggio a far cortocircuitare la mentalità della quale Vittorio Feltri è un campione. Il direttore appartiene a un mondo per il quale la moda deve essere essenzialmente una questione di (buon) gusto. Per creativi come Alessandro Michele per contro, la moda è prima di tutto un impasto pulsionale, emotivo, passionale che mette in movimento dei desideri, li scombina presentando configurazioni che creano la potente illusione di cavalcare l’ondata di uno stile inafferrabile che rende i soggetti più sicuri della loro presenza nel mondo. Per raggiungere questo obiettivo lo stilista ha dovuto attraversare i territori simbolici che nel primo atto del Macbeth di Shakespeare fanno dire alle streghe: “ Fair is Foul and Foul is Fair (Il bello è brutto, il brutto è bello) ”.

Tra l’altro, e mi scuso con il lettore evoluto per il quale le parole che seguono appariranno come ovvietà, mi piace ricordare quanto la cultura dei giovani neri, soprattutto nel contesto underground americano, si sia incuneata con forza nel cuore pulsante dell’estetica occidentale. Musica, sport, cinema, spettacolo, da almeno mezzo secolo hanno ricevuto enormi contributi creativi da generazioni di artisti di colore.

Nel 2017, con la collezione Gucci Tailoring, Alessandro Michele, forse divertito dal provincialismo culturale ostentato dal famoso giornalista, confermò il suo interesse per l’estetica visionaria di artisti di colore, utilizzando come testimonial Dapper Dan, uno stilista di Harlem molto noto negli Stati Uniti negli anni ‘70 e ‘80 per le sue creazioni sartoriali su misura molto ambite da star dello sport e della musica del periodo. Tra l’altro Dap fu uno dei primi a utilizzare illegalmente l’uso indiscriminato di marchi famosi come una sorta di guerriglia semiologica contro l’ordine imposto dalla logica manageriale. Se i brand della moda che conta utilizzavano i tratti pertinenti per il riconoscimento del logo per territorializzare il gusto, Dap falsificandoli e disordinandoli provocava la loro implosione creando dinamiche centrifughe che, a distanza di qualche decennio hanno interessato Alessandro Michele.

alessandro michele

Foto 6. Glen Luchford – Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

Vorrei proporvi un ulteriore esempio di contaminazione con la cultura afro. Le immagini della campagna pubblicitaria Gucci uomo Pre/Fall 2017 si ispiravano a un’altro creativo di colore. Glen Luchford (fotografo) e Alessandro Michele riproposero indirettamente all’attenzione del pubblico le foto di Malick Sidibé, allievo di Seydou Keïta, divenuti entrambi, a partire dagli anni ottanta del novecento, dei fotografi/artisti molto apprezzati da collezionisti di tutto il mondo.

Keïta nato a Bamako (dal 1960, capitale del Mali) nel 1921, scomparso a Parigi nel 2001, divenne un grande ritrattista. Le sue foto in b/n sviluppate in gelatina e sali d’argento per ottenere contrasti ben marcati, evocano un sentimento di bellezza ideale in soggetti colti nel loro stile di vita tipicamente locale. Sidibé fu certamente il suo allievo più talentuoso. Nato nel 1936 (morto a Bamako nel 2016), raggiunse una notorietà internazionale quando si diffusero le sue foto di reportage, scattate tra la metà dei sessanta e gran parte dei settanta, che documentavano l’irridente vitalità della gioventù malinese colta nei momenti di socializzazione tipici di quell’età ovvero mentre balla in un locale o esibisce le proprie apparenze come nei giochi moda più sofisticati.

Osservate alcune sue immagini: raffigurano giovani africani che a loro modo, interpretano giochi d’identità che non abbiamo difficoltà ad avvicinare ai rituali della gioventù europea e occidentale in una fase storica, i famosi anni sessanta, caratterizzata da una ribellione di stile oltre che politica.



alessandro michele

alessandro michele

Foto 7-8-9. Malick Sidibé, foto di reportage scattate negli anni sessanta sulla gioventù malinese

 

Ispirandosi a queste immagini, Alessandro Michele, insieme al fotografo, cercava di dare un valore in termini di “nuovo immaginario” per la figura di dandy multiculturale oppure, se volete, di Global Dandy, che dobbiamo considerare come la figura chiave intorno a cui si sviluppa sinora la sua visione della moda. La libertà di espressione artistica stimolata da musica e ballo diviene il tratto che connette un modo dell’essere con ciò che lo rappresenta presso l’altro. Il dandy multiculturale di Alessandro Michele risulta quindi molto diverso dal modello rappresentato dal classico Beau Brummel: al posto del rigore minimalista troviamo una esuberante energia; dal punto di vista delle forme e dei contenuti estetici, al posto di logiche (creative) sottrattive troviamo sintesi ( creative) aggiuntive.

Il discorso sull’imperfezione e sul disordine controllato allora, diviene una ipotesi di sintesi necessaria per con-fondere tratti estetici incompatibili per il senso comune della moda, ma rappresentativi di una volontà di stile immanente alle apparenze scelte come apparato significante del proprio esserci nel mondo.

 Alessandro Michele

6. Glen Luchford - Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

6. Glen Luchford - Dapper Dan interprete del look Gucci Tailoring 2017

Foto 10-11=12. Glen Luchford – campagna pubblicitaria Gucci Pre/Fall 2017

 

 

Naturalmente la figurazione del dandy multiculturale o Global Dandy di Alessandro Michele, per coerenza interna con i ritmi della moda, deve per forza essere sottoposto a una costante trasformazione.

E infatti, dopo le contaminazioni afro, underground, soul, nella collezione e della campagna pubblicitaria citata sopra, possiamo osservare come il focus del concetto si sposti nello spazio e nel tempo, andando a riscoprire l’estetica dandy nella Shanghai di inizio novecento.

Nel sito aziendale gucci.com, in Stories, Christopher Breward, professore e studioso della moda, autore tra l’altro di un pregevole testo intitolato “Fashion” (Oxford University Press, 2003) che vi raccomando, ha scritto un breve intervento nel quale dichiara la sua ammirazione per il “logico eclettismo” di Alessandro Michele, capace di aver colto il genere, il gusto e il costume della complessa ecologia urbana di Shanghai, grazie alla sua abilità nel combinare e reinterpretare codici sartoriali, scrive: “Esiste un termine cinese che descrive perfettamente il sofisticato richiamo al lusso di Shanghai e la concreta volontà interpretativa di Alessandro Michele: Pinwei, traducibile grosso modo con il sottile piacere dell’uomo per le cose belle. Un concetto che rimanda alle norme indicate nei manuali che i giovani inglesi d’inizio ottocento leggevano avidamente nella speranza di diventare veri gentleman: una specie di dandismo alla Beau Brummell con rimandi alla tradizione cinese”. Secondo Christopher Breward dunque, Alessandro Michele sceglierebbe da diversi contesti culturali ciò che sente affine alla suo gusto e cercherebbe poi di armonizzare il tutto in una nuova sintesi estetica. Se portiamo alle estreme conseguenze il ragionamento dell’autorevole studioso della moda, lo stile di Alessandro Michele, in un certo qual modo, si riconnetterebbe alla lunga catena di contaminazioni estetiche che, a partire dalle considerazioni che fece Winkelmann intorno al 1700 sulla pittura dei Carracci, imposero il concetto di eclettismo nella cassetta degli strumenti della critica d’arte. Ovviamente Breward  dice anche che la mescolanza di elementi eterogenei fatta dallo stilista è “logica”, cioè non incoerente e improvvisata. In tal modo gli evita la scontata critica rivolta storicamente contro gli stili classificati come eclettici, basata sulla loro assimilazione a un sincretismo estetico tra elementi spesso contraddittori.

In tal modo Breward può avvicinare le forme dello stilista al bello attraverso le sfumature della parola Pinwei ( da quello che posso capire dai dizionari consultati, è un termine che si avvicina a ciò che intendiamo quando usiamo la parola “gusto” per riconoscere in noi o in altri la capacitazione a attribuire valore a qualcosa che piace come quando assaporiamo un buon cibo ).

Personalmente trovo intelligente la sintesi concettuale di Breward. Tuttavia la “logica eclettica”, sia pure con le precisazioni fatte dall’eminente studioso, mi pare troppo schematica, lineare e olistica per risultare convincente fino in fondo. Infatti eclettismo può suggerire l’idea che l’atto moda di Alessandro Michele disorienti per accumulo di divagazioni completamente sprovviste di un apparente “centro”. Io penso piuttosto che sia il lavoro da bricoleur sui segni che rimandano alle traiettorie degli stili che in un preciso momento lo interessano, a generare il campo di forze semiotiche sulle quali agisce  lo stilista, trovando tra esse la sregolazione efficace che funziona come una sorprendente messa in ordine, contraddittoria finché volete, ma anche percepita dai primi referenti (chiamateli pure millennials, qualsiasi cosa pensiate di essi) come configurazione unitaria. Inoltre non si dovrebbe dimenticare che se dal punto di vista espressivo per i critici della moda sembra evidenziarsi una reazione che sopra ho definito “disorientamento”, per i suoi primi referenti oltre alla funzione espressiva e/o emotiva, i look dello stilista hanno una valenza argomentativa. In altre parole, sono tentativi di risolvere un problema estetico per essi vincolante che coinvolge modi dell’identificazione che trasformano potenziali conflitti e contrasti  in ricettacoli di un gusto ironico, gioioso e proattivo (scegliendo Gucci, a me pare che per i primi referenti emerga un sentimento partecipativo, per certi versi incomprensibile, come se fossero anch’essi protagonisti un’effervescenza creativa di scala più grande rispetto  a quella che seguendo le convenzioni riteniamo originaria cioè l’atto moda dello stilista).

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Foto 13-14. Glen Luchford – Gucci Global Dandy in Pre/Fall 2017Copripiumino-damascato-bianco-135-200-60-80-bianco_1_Farbe_weissVorrei aggiungere inoltre che lo stile eclettico, come il concetto di ibrido, può essere spalmato sulle forme di un numero incredibilmente alto di creativi della moda. Dal mio punto di vista dunque, e spero che Christopher Breward non me ne voglia, è poco informativo e risulta pressoché inutilizzabile per comprendere il tipo di soluzione concepita da Alessandro Michele. Reputo per contro più suggestivo il riferimento alla parola pinwei  cioè  il bello che si assapora. Infatti le modalità decorative delle quali il nostro stilista è un virtuoso compositore/assemblatore, si prestano molto bene a essere percepite come sinestesie (e quindi tradotte in enunciati metaforici che mettono in gioco non solo le attività visive, ma anche musicali, tattili e gustative). Tuttavia, secondo me esiste un’altra parola cinese  ricordata da A.O. Lovejoy nel suo The Chinese Origin of a Romanticism (apparso in tedesco nel 1933 e ristampato in Essays in the History of Ideas del 1960, tradotto in italiano per i tipi del Mulino col titolo L’albero della conoscenza: saggi di storia delle idee, 1982), che ci consente un approccio pregnante alla collezione Gucci in oggetto e ai modi della creatività di Alessandro Michele. La parola/concetto a cui mi riferisco è sharawadgi con il quale si discorsivizza qualcosa che appare come bello e mirabile  ma che al tempo stesso è privo di un ordine e di una proporzione canonica. Ricordo al lettore che A.O. Lovejoy nel saggio citato, esplora la valenza della parola soprariportata in riferimento al modo di concepire la bellezza nell’arte del giardinaggio nella Cina del seicento, per poi configurare una teoria utile per spiegare la differenza tra il giardino all’inglese rispetto a quello classico. Per quanto mi riguarda, la rottura di simmetrie convenzionali, l’inosservanza di norme o proporzioni, una immaginazione rivolta a valorizzare figure capaci di colpire l’occhio, che abbiamo visto rivestire un ruolo importante nella costruzione di un immaginario romantico, sono dimensioni che ci permettono di dare una lettura razionale, al disordine controllato di Alessandro Michele.

Naturalmente invito il lettore a interpretare quanto ho scritto nei termini di congetture nate come risposta alle perplessità interrogative che la semiosi contrastata delle entropie semantiche dello stilista fatalmente produce. Comunque credo che le ipotesi avanzate funzionino meglio degli idealizzanti spiritelli temporali chiamati in causa ogni volta che un creativo raggiunge un successo fuori dall’ordinario. Il rischio di essere assorbiti da interpretazioni che glorificano Alessandro Michele come se fosse il genio che ha saputo interfacciarsi con il fashion zeitgeist è verificabile osservando quanto comincino ad essere numerosi i tentativi di imitarlo ( come se il semplice concetto di “mescolanza anticonvenzionale” fosse sufficiente per restituirci il senso del suo atto creativo). Lo spirito dei tempi (zeitgeist) di hegeliana memoria non esiste, ma può produrre danni. Compatibilmente ai limiti che la razionalità deve accettare quando si confronta con fenomeni estetici, a mio avviso sono da preferire tentativi di comprensione che partano da un appproccio teorico per quanto possibile realista cioè rispettoso del del fatto che prima delle generalizzazioni olistiche ci troviamo di fronte alle scelte creative di un individuo. Riconoscere poi, che scelte individuali hanno conseguenze inintezionali di straordinario impatto, è un’altra questione.

4. Un geniale Creative Director multimediale

La brutale disamina di Feltri dell’innocua pagina pubblicitaria Gucci sulla quale ho abbondantemente insistito, mi permette di focalizzare l’attenzione nei dintorni di uno dei tratti determinanti del successo mediatico della coppia Alessandro Michele/Bizzarri, finora poco frequentato dai critici.

Gli abiti e le collezioni, sono certamente importanti nella modazione, ma da soli non possono, passatemi l’espressione un po’ mielosa, arrivare fino in cielo. Voglio dire che oltre a look efficaci, la pervasività di un Brand ovvero la sua capacità di diffondersi ovunque acquistando o imponendo valori e significati nuovi, dipende in larga misura dalla costruzione di un immaginario sovrapponibile alle forme moda proposte.

A tal riguardo, Alessandro Michele (insieme ai suoi più stretti collaboratori, suppongo) ha dato prova di possedere una non comune abilità nel trasdurre lo stile dei propri abiti in narrazioni fotografiche e audio-visive di notevole impatto, orchestrando ad arte il grumo di contrasti semantici che suscitano un parallelismo profondo con la struttura compositiva dei suoi look.

Lo ripeto: uso il concetto di trasduzione (dal latino trasducere, ovvero condurre, far passare) per marcare la specificità del passaggio da un insieme di segni (per esempio un abito, una collezione di look) ad un’altro, caratterizzato da una materia espressiva diversa dal primo (per esempio la foto dello stesso abito), creando unità di contenuto più profonde, comuni ad entrambi. Perché non le chiamo semplicemente traduzioni o interpretazioni? Una traduzione (il latino traducere, deriva anch’esso da trasducere) può facilmente trasmettere l’idea di una equivalenza informativa tra gli abiti di un look e l’immagine che li rappresenta nel contesto fotografico/editoriale. Una interpretazione invece, allontana la significazione dell’immagine dall’oggetto-moda in quanto oggetto creato per agire sulla sensorialità, sul corpo; l’interpretazione tende a produrre una astratta cognizione autonoma (dall’oggetto).

Una trasduzione, secondo il mio punto di vista, non si pone tanto problemi di rappresentazione (di un’abito, di un look, di uno stile) ma di “efficacia simbolica” di una coerente configurazione visiva e/o audiovisiva. Si trasduce trasformando la forza potenziale di un oggetto-moda in un dispositivo simbolico che punta a cambiare la percezione che indurrebbe se fosse catturato solamente in quanto oggetto d’uso o di scambio. In altre parole le trasduzioni efficaci, nella moda, attraverso narrazioni punteggiate da sinestesie, puntano a cambiare il senso propriaccertivo della corporeità del soggetto; puntano a modificare l’intensità emozionale passionale. Aggiungo che una buona trasduzione (di un fatto o di un oggetto-moda), se diamo per scontata una strategia di approccio multimediale, deve affrontare il problema dell’integrazione tra input visivi, tattili, musicali…A tal riguardo, il concetto di multisensorialità può risultare utile. D’altronde già Aristotele sottolineava come per studiare, ad esempio, un albero, non fosse sufficiente leggere un testo ma occorreva toccare le foglie, annusarle, camminare in un bosco. Per farla breve, avanzo l’ipotesi che la costruzione di un immaginario per fornire a una collezione lo spazio simbolico e la forza per decollare verso la conquista del mondo, dipenda da trasduzioni efficaci cioè dall’integrazione di immagini, oggetti, messaggi, musiche, architetture, orchestrati in narrazioni complesse dal punto di vista dell’espressione ma omogenee come contenuti.

Si tratta di un agglomerato di segni che sembra prendere un effetto di senso a partire dall’investimento passionale implicato dalla configurazione che lo concretizza come fenomeno di testualità sincretica. La sua significazione possiede un innesco estesico cioè ha a che fare con ciò che normalmente definiamo la sensibilità che a sua volta mi induce a ipotizzare che la percezione di un oggetto-moda che mi impatta sia esperita dalla mente come il simulacro di trasformazioni del corpo.

Facciamo degli esempi. È chiaro che le immagini create da Alessandro Michele (come Creative Director dell’immaginario Gucci) in collaborazione con il fotografo Glen Luchford, durante l’arco di tempo che possiamo già archiviare come prima fase della ri(e)voluzione del Brand, possiedono certo un contenuto cognitivo (per esempio, ci informano sugli abiti di Gucci) e grazie a studiate contestualizzazioni si prestano a interpretazioni che retroagiscono sul senso dell’abito rappresentato, incapsulandolo in stanze semantiche più ampie. Ma oltre alle scontate funzioni informative e interpretative, riconosco nelle foto citate una intenzione trasformativa che di colpo fanno decollare la significazione, facendola planare in territori del senso spesso trascurati dai modi della fotografia di moda standard.

Osservate alcune delle foto di una delle ultime campagna Gucci controllate da Frida Giannini e subito dopo guardate quella della coppia Alessandro Michele/Glen Luchford. Naturalmente il secondo era già considerato uno dei più geniali fotografi di moda fin dalla fine degli anni novanta del novecento, e quando lo stilista, all’inizio della sua avventura creativa come Art Director Gucci, cercò la sua collaborazione sapeva benissimo quanto la propria eccentricità avesse bisogno di essere alimentata da confronti con fotografi che parlassero la sua lingua. Quindi non ci sono dubbi sul fatto che Glen Luchford più che un semplice bravissimo fotografo, abbia funzionato e funzioni tutt’ora come partner creativo. Io credo che Alessandro Michele non potesse permettersi deleghe in bianco sulla trasduzione delle sue collezioni. Di conseguenza lo immagino presente e proattivo sulla scena video/fotografica di centrale importanza nell’ingaggio con il tipo di pubblico con il quale ha fatto la differenza. Mi riferisco ovviamente ai fin troppo citati Millennials.

Ritorniamo ora al confronto con l’approccio visuale con Frida Giannini. Le prime (foto 15-16) risultano coerenti con un contratto narrativo implicito tra Brand e il suo “fruitore modello” (il fruitore modello è la configurazione del cliente ideale progettata dalle menti pensanti dell’azienda) che ha come tema centrale le figurazioni di un glamour volutamente sfrontato, per una Donna determinata e forte, ma che mi appare segnato da più di una nota di arroganza; il look risulta un po’ rigido e contratto, accentuato dalle posture e dai gesti delle modelle; qualità percettive fatalmente trasmesse agli oggetti-moda disseminati nel testo visivo delle immagini.

alessandro michele

Alessandro Michele

Foto 15-16. Immagini campagne pubblicitarie nella fase terminale della cartiera di Frida Giannini in Gucci

 

 

Guardate ora alcune foto di campagne pubblicitarie orchestrate da Alessandro Michele (17-18)  per creare uno spazio immaginario nei dintorni delle sue collezioni.

alessandro michele

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                                                    Foto 17/18. Campagna Gucci 2016

Non credo occorra essere degli esperti di fotografia di moda per leggervi un significativo cambio di marcia. Le studiate pose glamour, approvate da Frida Giannini (o da chi era responsabile delle sue campagne pubblicitarie), lasciano il posto a un taglio fotografico apparentemente meno teatrale, nel quale valori come spontaneità, una disinvolta autenticità, una fragile naturalezza (vedi foto 17) emergono come sentimenti dominanti della rappresentazione.

La foto 17 inoltre, ci parla senza dubbio della evidente figurazione dell’effetto street che sinora rappresenta una delle fonti di stile quasi sempre presenti nel sincretico programma creativo dello stilista. Ma aldilà delle etichette verbali non si può non ammirare il contrasto tra la visionarietà del look del soggetto che indossa l’enunciato-moda Gucci, immerso tra le anonime figure della quotidianità. Non stiamo osservando l’ennesima raffigurazione dell’eroe del fashion moment e nemmeno del suo contrario cioè l’antieroe ribelle. Ovviamente i look sincretici di Alessandro Michele sono sempre a rischio di oltrepassare la linea di confine che li introdurrebbe nei territori del bizzarro, del grottesco. Bisogna aggiungere che spesso il debordamento appare come la cornice primaria della significazione. La stessa cosa avviene nella costruzione dell’immaginario. Ma è notevole che questo scivolamento in aree estetiche in movimento, in realtà non comprometta affatto il valore dell’esperienza che percepiamo. Cosa voglio dire? I suoi look e le congruenti messe in scena, sono estesiche ovvero ci costringono primariamente a sospendere le categorie estetiche con le quali classifichiamo un oggetto-moda, per ritrovarci immersi in una fase precategoriale dominata da uno sguardo più affettivo (o passionale) che cognitivo.

Voglio dire che, sinora Alessandro Michele, è riuscito a circondare di un involucro passionale le sue collezioni, sia quando in esse vedevamo essenzialmente abiti e sia quando incontravamo la loro messa in testo ( immagini e audiovisivi). Senza nulla togliere ai suoi look il suo approccio all’immaginario di marca si è rivelato particolarmente efficace a trasmetterci una forte impressione sensibile e/o percettiva di discontinuità, tale per cui la sorpresa, il piacere ludico di vedere scompigliata la tavolozza cromatica di ciò che inferivamo come “bello” o di tendenza, ha subito convinto i già citati Millennials.

Alessandro Michele non fa della moda, ma gioca con le sostanze materiali ed espressive della moda. Che differenza c’è? Fare della moda significa in ultima istanza presentare prodotti, belli, brutti di tendenza, ma sempre merci. La dimensione di gioco stabilisce la possibilità dell’illusione cognitiva di una cooperazione ludica tra soggetto che interroga l’oggetto e il creativo che lo certifica.

Sembra che, per il cluster di individui che a ripetizione ho citato lungo il testo, individui oggi al centro degli interessi della aziende, certamente sopravalutati, la costruzione di un nuovo immaginario richiede la rapida integrazione di più sostanze e forme espressive. Probabilmente la ragione di tutto ciò è legata in parte alle loro particolari modalità di ingaggio con la cosa della moda. Per essi lo schermo ha risonanze psicologiche in misura non riscontrabile rispetto ad altre generazioni. La loro vita di relazione con il mondo scivola sulla superficie schermata degli smartphone o del computer. L’attività sui social vale per essi, almeno quanto quella dei rituali aggregativi polarizzati sulla fisicità del luogo e del contatto. Da ciò discende il fatto che la schermatura, la superficie, per essi deve essere pensata diversamente dal passato. Per il cluster di individui che in ossequio ai sociologismi di comodo, abbiamo preso l’abitudine di categorizzare con la parola Millennials, lo schermo (grazie al web) non riflette tanto un messaggio, una storia, bensì si rivela poroso ovvero permette una comunicazione sintomale che funziona secondo un dominante principio ludico, anche se spesso deborda nell’aggressione critica. Questa esteriorizzazione del sintomo sulle superfici non produce primariamente conoscenze ( di sè, dell’altro, di qualcosa), bensì godimento del nulla. Cosa voglio dire? Appellandomi all’ultima fase dell’esperienza intellettuale dello psicoanalista Jacques Lacan (Vol.18 dei Seminari: Le sinthome, ed.Seuil, 2005), credo sia proficuo ipotizzare che vi sia un livello della vita del soggetto nella quale l’aggancio con il reale passa attraverso sintomi la cui significazione risulta interminabile ( cioè non riducibile a un discorso dal sapore definitivo, un gioco dunque). Come scrive benissimo Massimo Recalcati nel suo “Il mistero delle cose”(Feltrinelli), il sintomo non verticalizza ma si muove in orizzontale. Ritroviamo dunque la figura della superficie come luogo in cui la soggettività è presa dal gioco della catena significante cioè da incessanti spostamenti metonimici, il cui scopo è la soddisfazione della pulsione. Gli psicoanalisti che seguono la categorizzazione lacaniana del processo, definiscono questa soddisfazione jouissance (godimento). Ecco perché dall’effetto Street della immagine che ho commentato si può passare velocemente allo stile ritratto romantico della campagna presenziata da Vanessa Redgrave e ancora, alla fantasiosa e ironica ripresa degli stilemi di una fantascienza anni cinquanta (vedi foto 19), in una perfetta incoerenza, è un grande successo di pubblico.

 

 alessandro michele

                                                      Foto 19: campagna Gucci 2017

Comprendiamo benissimo che tutto ciò rientra in parte negli effetti della strategia di articolate differenziazioni del Brand. Ma genera stupore la scoperta che collezioni diversificate, create nel segno dell’incoerenza, comunicate con una velocità di spostamento metonimico  dei temi dell’immagine mai visto in passato, produca come effetto una generale entusiasta adesione.

Mi colpisce la sensazione di trovarmi di fronte non a deludenti storicismi o a citazionismi di comodo ma a studiati anacronismi che fanno rivivere forze visive dalla freccia del tempo rivolta al passato che conferiscono una efficacia intrigante alle intuizioni dello stilista.

C’è da aggiungere che, con grande lucidità, Alessandro Michele ha colto il rischio legato al citazionismo e all’incoerenza, allestendo nel sito ufficiale di Gucci (Stories), una vasta rubrica dedicata sia agli eventi che scandiscono la presenza della marca in contesti vari, e sia le fonti delle contaminazioni che fungono da ispirazione per la sua creatività. Illustratori/artisti come lo spagnolo Ignasi Monreal, la giapponese Yuko Higuchi, Helen Downie alias Unslilled Worker, Jayde Fish…: ancora, musicisti, fotografi, testimonial dello star system, backstage, brevi film seriali, ma anche scienziati e colti umanisti, raccontano agli internauti la vasta e qualche volta bizzarra nicchia esperenziale, dalla quale prendono forma il mondo di marca Gucci e nello stesso tempo l’Intertestualitá degli oggetti creati da Alessandro Michele.

Per dirla con una parola che piace molto ai sapientoni del web-pensiero, Alessandro Michele è stato un vero direttore d’orchestra dell’ondata di “memi” utili per mantenere alta la soglia dell’eccitamento dei social nei dintorni del brand, creando alleanze tattiche con stilist, illustratori, artisti, registi di qualità, molto attivi nel web, riuscendo a mantenerne le sperimentazioni estetiche, a volte bizzarre, quasi sempre ironiche, nell’orbita del brand Gucci. Ricordo al lettore pigro, che il meme è una idea, un video, uno stile che si propagano,riadattandosi, in modo virale nel web. Da dove viene questa parola magica? Il meme è un costrutto concettuale inventato dal biologo Richard Dawkin, riportato nel suo celebre testo apparso nel 1976, intitolato “Il gene egoista”, grazie al quale avanzava una audace (e controversa) teoria sul come si diffondevano le informazioni culturali. Ma non credo che i sapientoni del web abbiano letto questo libro. Credo piuttosto che abbiano estratto la parola da un articolo di Mike Godwin pubblicato nel 2013 su Wired (una specie di Bibbia per i fanatici del digitale). Godwin postulava un parallelismo tra memi biologici e quelli generati da internet con la differenza che mentre i primi sono soggetti a mutazioni casuali e rispondono alle procedure della “selezione naturale”, i secondi, quelli di internet, lasciano scie di impronte permanenti (finché funzionano l’energia elettrica che alimenta i computer e i software che li trasformano in oggetti cognitivi) e sono sottoposti a intenzionali modificazioni prodotte dalla creatività umana. Il termine memi, proprio perché evocava una forte impressione di scientificità, si è subito diffuso e viene comunemente usato al posto di immagini e video. Comunque la pensiate, Alessandro Michele si è mosso da vero stratega multimediale utilizzando forme, immagini, video per rivitalizzare il brand Gucci. Se volete veramente comprendere il suo clamoroso exploit non dovete concentrarvi solo sui suoi abiti o accessori, bensì osservare con attenzione a come ne ha trasfigurato il concetto soprattutto per il posizionamento in Internet. Come esempi posso citare #Guccigram, un nuovo modo di fruire o giocare con l’arte visiva, creato in collaborazione con un piccolo gruppo di artisti; oppure #TFGucci, una campagna mai vista prima per far conoscere gli orologi del brand, sempre concepita a più mani, entrambe seguite da un numero sterminato di internauti.

Quindi, e ritorniamo al sito Gucci Style nel quale sono ammassati tutti i memi utilizzati dal brand, se osservate come sono stati impaginati questi supplementi alla significazione de i look vi accorgerete facilmente che l’unico ordine è quello sequenziale delle collezioni e degli accessori. In altre parole troviamo un raffinato intervento della scrittrice Elisabeth Currie sul rinascimento fiorentino e subito sopra un video sulla reinterpretazione della sneaker decorata proposta da una ventina di artisti digitali. Oppure, un servizio sul LACMA, un grande museo d’arte americano, circondato dal reportage di Vogue, campagne pubblicitarie, gli scatti di Peter Schedinger ispirati ai Film di Dario Argento etc.

Emerge di nuovo la figura del disordine controllato che abbiamo visto funzionare come concetto operativo di sintesi dell’atto creativo di Alessandro Michele, corroborata dai supplementi narrativi che consentono all’internauta di evitare l’Overloud di domande e rumore (cioè di chiedere troppo o troppo poco) sul fanta-mondo Gucci: in realtà, questo a mio avviso è il meta-messaggio che trasuda dal modo in cui è organizzato nel web il mondo Gucci, non c’e nulla di nascosto o di segreto, tutto è rivelato, tutto è visibile, tutto è trasparente, tutto è vero perché falso (nel senso stiracchiato di quando usiamo questa parola per sottolineare l’appropriazione fuori contesto di elementi in qualche modo codificati).

Io vedo in tutto ciò, non solo il tentativo di adattarsi alle logiche dei social, ma anche una lucida tattica per arginare la macabra propensione dei Millennials, qualsiasi definizione diate di essi, a passare dalla mitizzazione all’ingiuria, dall’amore all’odio, dalla curiosità alla noncuranza.

 

 5. Cosa succederà ora?

 

Il prodigioso successo di Gucci degli ultimi tre anni mi induce a congetturare la possibilità dell’arrivo di inediti problemi. Abbiamo visto sopra, seguendo i report della giornalista Sara Bennewitz (la Repubblica) quanto sia stato irrefrenabile il recupero in termini di fatturato del Brand guidato da Bizzarri. È lecito attendersi che, perdurando nella crescita, presto sia raggiunto il limite oltre il quale gli azionisti non potranno più avere garantita l’aumento di profittabilitá attuale. Cosa potrà accadere? Gucci farà nuove acquisizioni? Aumenterà la brand extension? Opererà per stabilizzare il suo mercato? Ma in questo caso come reagiranno i suoi presunti attuali fans, i millennials, notoriamente infedeli,inclini ai disamoramenti e ostili al marketing esplicito?

Ovviamente, in correlazione al raggiungimento del punto critico della crescita dei ricavi, anche il futuro del contesto creativo Gucci presenta analoghi dubbi. Sinora, Alessandro Michele ha ottenuto uno strabiliante successo aumentando vertiginosamente le contaminazioni di stili e suggestioni artistiche, sfruttando abilmente anacronismi vissuti dai clienti come il non plus ultra della contemporaneità; ha giocato con le imperfezioni (nel senso che ho precisato sopra), sfruttando il suo prodigioso talento nel trovare sempre sintesi contraddittorie convincenti. Aggiungo anche che le stupefacenti parure, lasciano percepire che i suoi gioielli potrebbero rinforzare e rendere ancora più esaltanti i fatturati Gucci, Insomma, la sua complicata e originale idea di bellezza funziona e tutti ci auguriamo che continui a stupirci a lungo. Tuttavia, ora che è diventa anche un fatto culturale trovo stimolante avanzare delle ipotesi critiche.

La domanda da jettatore, cari fans di Gucci toccatevi pure, è dunque questa: di quanto potrà aumentare il già notevole carico di provocazioni percettive ed emotive dei suoi look, show e immagini, senza incorrere in una catastrofe semantica? Non possiamo infatti dimenticare che, come scriveva E.Gombrich nel suo The Sense of Order (Phaidon, 1979), la incoerente profusione decorativa e l’innalzamento della soglia percettiva dell’attenzione, alla lunga, determina stanchezza, lasciandoci il bisogno di ricominciare da zero.

A me pare che alcuni effetti del suo ultimo fashion show durante la settimana della moda a Milano nel gennaio 2018 possano essere un buon sintomo sul quale ragionare.

Guardate le foto (20). Il set evoca l’interno di una paradossale clinica estetica che trasforma gli esseri umani in cyborg (non a caso, la collezione porta come titolo questa inquietante parola). In una fredda pseudo sala operatoria, i modelli sfilano trasportando una nuova testa che, forse, sostituirà quella che indossano. Oppure, se volete, l’operazione è già stata eseguita e si trattengono come un cimelio il vecchio capoccione. Insomma scegliete voi la narrazione che preferite. La messa in testo autorizza entrambe le storie.

alessandro michele

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                                                                Foto n. 20- Sfilata Gucci 2018

Cosa voleva dirci Alessandro Michele? Coscienti dell’ambiguità (a mio avviso intenzionale) della messa in scena, PR e ufficio stampa diffusero tra i giornalisti alcune chiavi di lettura tutto sommato rassicuranti: secondo l’interpretazione suggerita, lo stilista ha voluto metaforizzare gli atti significanti di base della moda, tagli e cuciture, grazie ai quali il creativo, lavorando a suo modo materiali e forme, potrà configurare giochi di identità utili al modante per identificazioni liquide.

Tuttavia, lo ripeto, la messa in testo discorsiva dell’evento, non esclude certo altre interpretazioni. Per farla breve citerò solo le dichiarazioni di Giorgi Armani, riportate da tutti gli organi di informazione: “Uno è libero di fare ciò che vuole. Ma, fatemelo dire, se metto in pedana una testa, sotto il braccio, mozzata, siamo al limite e io non sto a questo gioco, mi tolgo da questo gioco. Non vorrei neanche che i miei guardassero ciò che hanno fatto gli altri. Se quello che fanno gli altri è questo, meglio che stiamo a casa nostra”. Vale la pena di ricordare che il più celebre stilista italiano non era nuovo a irritazioni provocate da show che considerava eccessivi. Qualche anno prima aveva criticato duramente Dolce & Gabbana più o meno con gli stessi argomenti di fondo: la mancanza di decoro e lo sfruttamento mediatico di provocazioni, a suo avviso, fini a se stesse.

Non è questa la sede per tentare un giudizio dal sapore deontologico e/o etico su decisioni  che coinvolgono la creatività, la propensione dei media all’esagerazione, sul fascino che il macabro e il cattivo gusto provoca tra gli individui più giovani (ma non guardano forse con accanimento serie Tv dedicate a vampiri, licantropi e altre mostruosità?).

Sono un ammiratore del senso dell’ordine armaniano. La coerenza e la bellezza dal sapore classico del suo stile sono valori che solo persone molto stupide possono sottovalutare. Ma bisogna pur aggiungere che è nella logica della situazione della moda contemporanea il fatto che il suo rigore, il suo ordine, il suo stile debbano entrare in competizione con una pluralità di scelte che non possiamo liquidare chiamandole semplicemente disvalori, provocazioni o altro.

Per esempio, pensate all’arte, così come è venuta a configurarsi dall’inizio del novecento: togliete l’eccesso, la provocazione, il disgusto, la sperimentazione dalla cassetta degli strumenti degli artisti post-avanguardia storica e scoprirete che ciò che rimane cioè tecnica, maestria e tradizione non è più sufficiente a garantire agli artisti la libertà espressiva necessaria per farli dialogare con nuove generazioni di soggetti.

Per la moda, come per l’arte, sembra difficile poter parlare di “progresso lineare” o di evoluzione in senso vagamente dawiniano. Ogni vantaggio è sempre apparente, controbilanciato da qualcosa che si perde. Se le attese di un vasto pubblico di modanti, oggi quant’altro mai eterogeneo, richiedono per essere soddisfatte una maggiore libertà espressiva che implica rottura con ciò che funziona da tradizione è evidente che la questione del valore di un oggetto deve essere calibrata diversamente dal tempo in cui tutto sembrava ridursi all’esperienza rituale e codificata di piccoli gruppi di privilegiati clienti che credevano nell’ordine imposto dal proprio couturier di riferimento, come se fosse un’atto di fede,

A tal riguardo il nomadismo decorativo che Alessandro Michele ha imposto alle sue creazioni è una geniale soluzione ad una deriva dei valori della moda che domina la scena dell’avanguardia da almeno due decenni, e che come tutti gli aspetti della vita degli umani, abbisognano di manutenzione e cambiamento.

Giorgio Armani potrebbe giustamente rispondermi che la fonte della sua irritazione non sono gli abiti in sé del collega, bensì il suo modo di contaminarli con rappresentazioni oltre i limiti che la moda non dovrebbe oltrepassare. Come ho già suggerito, Giorgio Armani non ha torto. Ma penso anche che, ed è l’argomentazione che ho sviluppato sopra, Alessandro Michele, al netto dei rischi che il suo modus operandi deve prendersi, lavori essenzialmente per un pubblico che non cerca nella moda coerenza e ordine, tradizione. La serietà di Giorgio Armani (e di gran parte della moda che conta) è encomiabile. Tuttavia non si può negare l’esistenza di nuovi consumatori, non facilmente addomesticabili dal marketing standard della moda, che apprezzano una moda sovreccitata, più che capricciosa, forse instabile ma in definitiva divertente. Come John Galliano nei suoi anni d’oro da Dior, Alessandro Michele diverte e ci fa apprezzare la moda come un gioco nel quale le regole funzionano spesso al rovescio.

Questo luddismo diffuso che possiamo ritrovare in tanti suoi look e negli eventi festosi che organizza, sfrutta il kitsch, cerca emozioni estreme (come nel caso della sfilata con le teste mozzate), cita l’arte colta ma anche l’illustrazione e il cinema di serie B; si racconta con tagli di immagine fotografica che sembrano fatti da un dilettante, ma poi se osserviamo meglio le immagini, scopriamo connessioni con la fotografia di ricerca.

Dal mio punto di vista, dunque, la sfilata delle teste mozzate, non mi ha provocato irritazioni o suggerito critiche al cattivo gusto dello stilista, riportatate da una stampa avida di questo genere di pseudo notizie. Ho immaginato piuttosto di poterla interpretare come un possibile inizio dei problemi dovuti all’esorbitante successo di Gucci. Che forma ha assunto il sintomo? Maggiori quantità della stessa soluzione. In altre parole, Alessandro Michele ha aumentato notevolmente la quota di disordine che percepivamo nelle sue collezioni di modo che, non solo il tema della sfilata è risultato esagerato negli effetti, ma anche gran parte dei look mi sono sembrati un po’ compromessi dal desiderio dello stilista di fare effetto. Naturalmente sono consapevole della natura privata e situazionale di questa percezione. Ecco perché ancora una volta sottolineo la dimensione di ipotesi del mio ragionamento. La prossima collezione potrebbe avere una sregolazione ancora più efficace di quelle del recente passato. Il prossimo show potrebbe convincere proprio tutti. Il fatto poi che i look della sfilata delle teste mozzate possano essere per me meno convincenti, significa ben poco dal punto di vista del mercato. Se le mie osservazioni sul talento multimediale del Creative Director Gucci reggono, allora il successo di una collezione non è più una questione di come sono fatti gli abiti. L’ossatura strategica di Gucci basata sulla costruzione di una piattaforma digitale tra le più competitive, su una sapiente stimolazione dei social (Instagram su tutti), su collezzioni work in progress (cioè detemporalizzate rispetto le scansioni del passato), e infine sullo sfruttamento del talento di Alessandro Michele come Creative Director multimediale, tutte queste dimensioni dell’apparato strategico dicevo, possono in qualunque momento cambiare a livello di mercato le performance degli oggetti per il corpo messi in vendita.

Consentitemi una breve digressione. Forse, stimolati dal fenomeno Gucci dovremmo costringerci a pensare ai nuovi oggetti per il corpo della moda con un lessico diverso. E a tal riguardo mi piace immaginare che Alessandro Michele ci abbia spinti di forza nel regno degli iper-oggetti moda. In altre parole, se il ragionamento che ho avanzato nei paragrafi precedenti tiene, allora il prodotto moda, attraversato e trasfigurato da istanze creative che coinvolgono una molteplicità di sostanze espressive (materiali, stili, immagini, link culturali e artistici, eventi, pubblico globale, immagini e chiacchiere dei social…), diviene un oggetto che per dimensioni e complessità non può essere direttamente compreso dal punto di vista logico ma che nello stesso tempo condiziona il nostro corpo e la nostra sensibilità. Ovviamente l’orchestrazione di ciò che ho provvisoriamente definito “molteplicità di sostanze espressive” richiede una maestria diversa dai parametri del passato. Chissà, forse era semplicemente questo che cercava di dirci Alessandro Michele con i concetti di imperfezione e di disordine. Ecco allora scomparire la possibilità di una facile misura di qualcosa che oscilla tra l’evento e l’esperienza estetica e con essa la difficoltà di imbrigliare in una definizione uno stile inafferrabile perché sottoposto a incessanti trasformazioni. Alessandro Michele è un fuoriclasse di Moving Creativity e il suo colpo decisivo è ciò che chiamerei TAD, Tentativo (di) Appropriazione Deviata. Per fare un paragone, la sua visione del fare creativo ha somiglianze di famiglia con quella di artisti come Maurizio Cattelan, dotati di una insaziabile vampiresca ossessione per il sangue di una tradizione sia essa uno stile, un oggetto, una forma o semplicemente una messa in scena, che stravolge la narrazione ordinaria prime facie ad essa aggregata ( è chiaro che la metafora del vampiro e del sangue implica una ferita, un morso mortale che però, alla fine, rende immortale il corpo della tradizione, anche se tutti i valori vengono ribaltati tipo la notte diventa il giorno; il giorno la notte).

Ritorniamo velocemente all’ipotesi che ho descritto all’inizio ovvero che la sfilata milanese citata, mi evocava sintomi interpretabili come una sregolazione meno efficace del passato. Non credo di dover spendere troppe parole per sottolineare il pericolo insito nella scelta tattica che ho definito maggiori quantità della stessa soluzione. Maggiori quantità della stessa soluzione per me significa imbrigliare l’iper-oggetto con contorni che, alla fine, lo riportano all’interno dei parametri cognitivi che rendono riconoscibile, enunciabile, uno stile conclamato. Per come sono fatti i Millennials uno stile riconoscibile per ripetizioni cioè coerenza è a rischio di fragilità. Aggiungerei che, come ho già adombrato sopra,, è nella logica della situazione di moda il fatto che Alessandro Michele venga presto imitato da tantissimi colleghi. È scontato prevedere che questa comprensibilissima istanza emulativa/competitiva possa amplificare gli effetti di maggiori quantità della stessa soluzione oltre i limiti, oltrepassati i quali una determinata formula espressiva apparirà al pubblico come uno stile stabilizzato, generando le reazioni da assuefazione che ben conosciamo.

Comunque, relativamente alla sfilata e alla collezione in oggetto, non è mia intenzione paventare alcuna crisi creativa bensì semplicemente ipotizzare un possibile cedimento dello stilista alla pressione psicologica dell’essere all’altezza delle attese che il suo successo ha esasperato. Per farla breve, mi sono fatto l’idea che il timore di essere superato potesse essere stato esorcizzato con la tattica evocata sopra. Devo altresì aggiungere che, la strategia del disordine controllato di Alessandro Michele, oltre ai rischi attribuisce dei vantaggi a chi ha il talento di interpretarne con maestria le sregolazioni: infatti assemblando senza preconcetti ogni fonte presente e passata di stili, forme e idee, alle quali, provvisoriamente si appella, le possibilità creative divengono pressoché infinite. E soprattutto diviene difficile per i clienti e per gli intermediari culturali, etichettare con una parola ciò che definiamo lo stile del creativo. Lo ripeto, nella moda contemporanea avere uno stile facilmente identificabile non è sempre un vantaggio. Per certi versi è molto più efficace non avere alcun stile facilmente etichettabile. Domanda: che fine ha fatto lo stile Camp evocato sopra, là dove riprendevo in sintesi l’importante contributo teorico di Susan Sontag? Io la metterei giù così: se negli anni sessanta/settanta del novecento la questione dello stile inteso come autonomia della forma rispetto ai presunti contenuti, poteva avere un significato di rottura con l’ordine estetico prodotto dalle comunicazioni di massa, forse per la prima volta nella storia dell’uomo così potenti da regolamentare, orientare, imporre le variazioni utili al profitto e all’omeostasi sociale, nell’era del web la questione risulta radicalmente cambiata. Le interferenze non programmabili o prevedibili sono all’ordine del giorno e le aziende moda più evolute hanno imparato in fretta ad interagire con la proattività di soggetti liquidi (cioè dall’identità estetica fluttuante). Tra le conseguenze della necessità di mantenersi in contatto con il disordine estetico che la moda operativa su scala globale deve affrontare, dobbiamo segnalare la perdita di consistenza del concetto di stile e al suo posto ipotizzare una diversa regolazione centrata sulla ricerca di effetti oppure, per dirla con la Sontag, con la stilizzazione. Ecco perché per ragionare sulla performatività dei colpi creativi di Alessandro Michele, ritengo più utile parlare di effetto Camp e non tanto di uno stile. L’idea di un modo facilmente prevedibile ci forza in direzione del riconoscimento di tratti pertinenti o di essenze. Gli “effetti” ci fanno pensare invece a dispositivi (estetici) pensati per corrispondere a disposizioni.

Tuttavia, non bisogna mai dimenticare il profondo bisogno di ordine connaturato negli esseri umani. Il modello Gucci sinora ha funzionato benissimo perché ha dato la risposta più efficace a una nuova generazione di clienti del lusso percepito (diverso dal lusso assoluto), in una fase della loro vita divenuta, grazie a internet e ai social, disincantata verso il passato, ansiosa riguardo il futuro e avida di presenzialità. Per questo cluster di individui considerati speciali per la moda, il problema non è il disordine estetico o del gusto, ma è provare desiderio, eccitarsi, dal momento che la loro ricerca non sembra catalizzata da questioni legate all’identità, ma piuttosto da identificazioni che, e lo dico rovesciando il senso di un famoso romanzo di un grande scrittore, permettono alla leggerezza dell’essere di risultare sostenibile. Per loro vivere dietro uno schermo non significa nascondersi alla vita; la superficie dello schermo non è una distrazione ma è un filtro col quale entrano in comunicazione partecipativa (ovvero gravida di passioni).

Con il senno di poi, non trovo affatto strano che l’abito-ornamento stilizzato di Alessandro Michele li abbia convinti. Ma credo anche che, raggiunta la soglia critica che annunciavo all’inizio del paragrafo, rispondere esasperando la tattica maggiori quantità della stessa soluzione non possa che far emergere come in rilievo l’ossatura marketing del nuovo corso Gucci, generando in tal modo, il rischio di una fuga dei millennials da ciò che ai loro occhi apparirebbe come un mondo di marca chiuso, divenuto improvvisamente troppo autoreferenziale. Per essi infatti, le impalcature del marketing, possono funzionare al meglio solo se non si vedono. Infatti l’illusione cognitiva che hanno eletto a massima etica, prevede come unica cornice quella dello schermo dalla superficie porosa, fonte del flusso percettivo/emotivo senza confini e soluzioni di continuità che per essi rappresenta una potente immagine di libertà.

 

Addenda:

Il testo riproduce con qualche aggiunta una lezione che tenni nel 2018 in una sopravvaluta scuola di moda della quale mi prendo il piacere di non enunciarne il nome per via del totale disprezzo che ho maturato nei confronti della sua dirigenza.

In quei giorni ritenevo che il confronto con l’immaginazione creativa di Alessandro Michele fosse un esercizio utile per i miei allievi per allenarli a pensare aspetti della modazione per la verità cruciali nell’attuale fase evolutiva di ciò che un tempo veniva definito sistema moda, oggi trasformato in un vasto arcipelago di isole/brand divise da dosi crescenti di pratiche di auto-leggitimazione, ma unite dalla necessità di confrontarsi con problemi e nuovi pubblici che le spingono ad accettare inedite responsabilità.

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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61 Responses to "Alessandro Michele. Il senso del disordine"

  1. lucio   16 Febbraio 2019 at 10:37

    Saggio ricco, denso di contenuti come tutti quelli che l’autore scrive in questa rubrica. ho due critiche da fare. Io credo che parlare di bilanciamento tra top manager e stilista sia sbagliato. Ma credete veramente che in una multinazionale del lusso comandino i creativi? Comanda Bizarri senza discussioni. Alessandro Michele per ora è funzionale. Alle prime crepe del fatturato salterà come è successo a suo tempo a Frida Giannini. Seconda critica. Come la mettiamo con le informazioni sul fatturato 2018 di Gucci? si perché l’autore nella parte finale del suo scritto annunciava la fine della crescita. E invece no, Gucci è cresciuta ancora. Previsione sbagliata!

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 Maggio 2019 at 12:33

      Ne sono felice. Ma i numeri volte non dicono tutto. Poi bisognerebbe conoscere meglio e in dettaglio da dove viene la somma del tutto. Per finire vorrei ricordare che il mio ragionamento è al condizionale: se…allora… Non intendeva essere una previsione, nemmeno una profezia e tantomeno una iettatura.

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  2. ann   17 Febbraio 2019 at 10:14

    caro Lucio se non si vende saltano anche i manager. Stabilire chi salta prima personalmente a me sembra un esercizio speculativo sterile. Capire perché Alessandro Michele è diventato così influente è molto più interessante. Nell’articolo ci sono molti spunti che è difficile leggere da altre parti. Non dico di essere d’accordo su tutto. Però posso dire di aver colto che un case history come Gucci a 360 gradi è molto più stimolante della pura osservazione degli abiti. sulla parte finale dell’articolo, quella che mi interessa meno, dico solo che per me chi lo ha scritto voleva fare una provocazione e non una previsione.

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  3. Antonio Bramclet
    Antonio   18 Febbraio 2019 at 18:20

    Si può parlare di uno stile Gucci reinventato da Alessandro Michele? Immagino di sì. Forse non ho letto bene l’articolo, ma non ho trovato una risposta chiara e definitiva. I millennials che hanno decretato il successo di Gucci che cosa pensano di essere indossando i suoi abiti? Dei Dandy globalizzati? Lo comprano di più i maschi o le femmine? Cosa comprano di più? Abiti o accessori?

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    • Mau   19 Febbraio 2019 at 09:13

      Di certo Gucci non veste gli umarells. Però tutta questa enfasi sui millennials è esagerata. Dove diavolo prendono i soldi per comprare Gucci i ragazzi poco più che ventenni? Io credo che siamo tutti vittime del narcisismo dei pubblicitari che inventano etichette per glorificare la loro presunta capacità di vedere fenomeni invisibili alla gente (e che spesso sono loro invenzioni abilmente enfatizzate).

      Rispondi
      • Antonio Bramclet
        Antonio   19 Febbraio 2019 at 13:09

        Ma hai un’idea di quante famiglie milionarie ci sono nel mondo che hanno figli millennials? E poi si sa che parte degli adulti segue le mode dei ragazzi giovani. Ecco perché vengono definiti influencer. Chi sono gli umarells?

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  4. mau   20 Febbraio 2019 at 16:40

    Gli Umarells sono le persone anziane. Le chiamano così a Bologna. Si contrappongono ai cinni che sarebbero poi i millennials secondo i pensionati. Sono quasi sicuro che agli umarells non gliene freghi niente della moda, tantomeno di Gucci. Un articolo come quello sopra li manderebbe in bestia. Vestono in modo ordinato abiti già fuori moda quando li comprarono. Sono molto partecipativi, per esempio se butti una cicca per strada l’umarell ti ingiuria, se ciondoli avanti indietro un paio di volte davanti a una casa a caso, così perché hai le tue paturnie, chiamano subito i vigili descrivendoti come un tipo sospetto. Se sei un writer e ti pescano a imbrattare un muro, ti conviene abbatterli subito: non ti molleranno mai. Sono rimasti gli ultimi a scrivere lettere di denuncia ai giornali e a parlare di politica con passione. Quando impareranno a usare internet saranno cazzi per tutti, altro che millennials!

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  5. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   21 Febbraio 2019 at 09:49

    Il termine bolognese è “umarel”. La “l” e la “s” sono un inglesismo inventato da un blogger/scrittore. Credo si chiami Masotti. È chiaramente una benevola presa in giro del pensionato con scarso potere d’acquisto e ancor meno propensioni verso la moda. A tal riguardo si può dire che gli umarells rappresentino una forza inerziale che fa da pendant all’esaltazione della novità tipica della nostra contemporaneità. Ovviamente non c’entrano nulla con il mondo Gucci. Anche se i creativi ci hanno abituato al saccheggio culturale indiscriminato con citazioni tratte da ogni contesto immaginabile, gli umarells sono indubbiamente difficili da reinterpretare (secondo l’estetica della moda). Il loro punto di forza è il mimetismo sociale cioè non sono retrò e nemmeno vintage. Rappresentano quel leggero fuori moda a bassissima definizione semantica, ancora accettabile (cioè non sono ridicoli bensì ordinari), che risulta praticamente immunizzato nei confronti dei creativi.

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  6. james   26 Febbraio 2019 at 11:16

    Avete visto in internet la sfilata di Milano. Sorprendente no! Alessandro Michele è sempre il numero 1.

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  7. Giuliana   24 Novembre 2019 at 17:53

    La scelta d Marco Bizzarri di sostituire Frida Giannini, prigioniera del proprio stile, con Alessandro Michele, abbiamo capito che è stata una necessità, volta al conseguente radicale cambiamento.
    La vera svolta di Gucci è stata il fatto di non temere paragoni. Tutte le teorie sulle mode, o i paragoni con Chanel, non hanno certo smontato il nuovo genio Alessandro Michele, o il manager Bizzarri, che ha dovuto fare questa scelta.
    Al contrario, penso che l’arrivo di tanto successo, è stato il frutto di interrogatori giusti al momento giusto. Cosa suscita la moda e cosa utilizza per raggiungere i suoi fini? Cosa cerca la persona, il compratore?
    Le risposte posso sembrare astratte di primo impatto, ma l’azzardo, il rischio, la follia, l’imperfezione e la non perfezione, scelte (e non è un termine a caso) sono alla base dell’operare umano.
    E queste scelte penso che siano innanzi tutto del manager, che “ha scelto di scegliere chi sceglie tutto ciò”. Il gioco di parole non è a caso. Perché di geni c’è ne sono sicuramente due. Il manager e il creativo.
    Una cosa fondamentale secondo me, è stato anche l’elemento di rischio, e soprattutto di fiducia. Come citato nel testo,” Armonia, perfezione, coerenza (con il passato) non sono, nel nostro tempo, valori assoluti”. È infatti più opportuno parlare di intuizioni, nel senso di ‘sentimenti anticipatori di idee, immagini e pensieri’.
    Bizzarri si è perciò fidato e affidato ad un genio, lasciando il dubbio del “caso”.
    Tutti i teorici inconsapevoli di cui si cita giustamente nel testo, stanno perciò sottovalutando il controllo esercitato da Alessandro Michele. Egli ha scelto di essere imperfetto, con il significato di esserci nel mondo, e di vivere il mondo al modo in cui tutti lo vivono. Trattandosi però di controllo dell’imperfezione e di disordine controllato.
    Resta dunque il dubbio esistenziale: si tratta di volontà e genio, o di tattiche di marketing? Logica manageriale o look efficaci?
    Sono dell’idea che le due cose in realtà, il più delle volte coincidano.
    Non a caso si parla nel testo anche di ‘trasduzione’, ovvero condurre, far passare.
    Un look che conduce verso i pensieri a cui il creatore vuole indirizzarci, o un look che fa passare proprio le idee che egli voleva esplicitare, è sì efficace, ma è anche questione di ottime abilità di marketing. È forse proprio quella la tattica.
    Alessandro Michele è stato dunque capace di dirigere un pensiero comune verso un tentativo di nuovo adattamento e allo stesso tempo efficacemente produttivo verso nuove strategie di marketing.
    E tutto ciò l’ha reso possibile facendo qualcosa assolutamente fuori dagli schemi, uscendo dalla zona di confort in cui si era rifugiata la Giannini. Seguendo un processo assolutamente non lineare, forse ambiguo. Giocando, non senza regole, ma applicandole al rovescio. Un tentativo alternativo di approvazione, raggiunto direi con eclatante successo.
    In conclusione, penso che sia proprio questo quello di cui il XXI secolo ha bisogno. Di “tattiche stupevoli”, e di geni di questo genere, che le sappiano attuare!
    Mi auguro che molti possano prendere l’esempio e il “modeling” da lui, o da altri che come lui abbiamo saputo appunto svoltare e far svoltare in questo modo!

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  8. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   24 Novembre 2019 at 19:46

    A un certo punto sostieni che “l’azzardo, il rischio, la follia, l’imperfezione…sono alla base dell’agire umano”. Mi sembrano parole forti che necessitano di essere precisate. Anche se conosco molte persone pessimiste che ti darebbero ragione. Ma osserva quest’altro punto di vista: nella moda operativa prevalgono le imitazioni (in tanti copiano quello che sembra funzionare) e la standardizzazione dissimulata. Succede che ogni tanto incontriamo creativi che rischiano. Forse sono dei visionari. Forse è il loro problema del momento a costringerli a osare degli azzardi. Definirli folli mi sembra eccessivo. Altra questione. Effettivamente il primo impatto con forme e oggetti che generano stupore può farci pensare a un colpo di genio. Però è anche vero che, quasi sempre, quando ragioniamo sul contesto e sulla situazione che determinano scelte estetiche radicali, l’atto creativo ci appare sotto una luce diversa, oserei dire più necessaria (per evitare la parola “razionale”) e per niente romantica.
    Concordo sul resto della tua visione del caso.

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    • Giuliana L.   29 Novembre 2019 at 09:29

      La mia non è assolutamente una visione pessimista. Penso che in questo caso l’idea del pessimismo nasca dall’associazione stereotipata di dare a questi termini accezioni negative. Ma la follia in questo caso è una follia positiva.
      Se fossero tutti bloccati nei propri schemi e nessuno uscisse (così brillantemente tra l’altro) dalla zona di confort allora non avremmo un Alessandro Michele, o un Karl Lagerfeld, o Miuccia Prada, o una Rei Kawakubo, giusto per citarne alcuni.

      Riallacciandomi all’altra questione, invece, è vero, imitare è quasi alla base della moda, ma anche lì secondo me ci sono tanti fattori come il “quando, in cosa, in che contesto, come farlo” ect. Se si trattasse di sola copia non funzionerebbe neanche quello.
      Poi ovvio che parlo di alta moda.
      Copiare a livelli di fast fashion o di catene low cost è un altro discorso.

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   29 Novembre 2019 at 10:53

        Tutto chiaro. Condivido i tuoi argomenti. In effetti dal romanticismo in poi l’artista, il creativo di primo livello è stato spesso associato a quelle linee di fuga che alcuni orientano verso la follia e altri verso il divino. O un Dio o un pazzo; sull’altare o da rinchiudere. La tua visione sembrerebbe fondere questi due luoghi semantici. La “follia positiva” trasforma l’immagine romantica dell’artista nell’attuale “creativo” ovvero in chi esercita la manutenzione del sentimento estetico attraverso la rottura percettiva degli schemi.

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  9. Vanessa L.A.B.A.   26 Novembre 2019 at 12:09

    Nel 2011 il mondo della moda è cambiato e anche le aziende di moda sono state costrette a rinnovarsi per riuscire a vendere ai nuovi clienti : i millenials. Marco Bizzarri ha dunque scelto Alessandro Michele come creativo di Gucci per riposizionare il brand tra il nuovo pubblico che anima il mercato e fu così che lo stilista è riuscito a reinventare il lusso. Alessandro Michele, nelle sue collezioni, usa concetti come “l’imperfezione” e l’idea che “la bella forma” vada guastata. Vediamo nell’articolo un confronto continuo tra Frida Giannini e Alessandro Michele, tra l’ex e il nuovo art director del brand Gucci. Sono due mondi completamente diversi e se Frida Giannini ha fatto successo al suo tempo con il suo ideale di donna forte e provocante, Alessandro Michele ha portato una svolta necessaria per far crescere le vendite del brand, parlando al pubblico di oggi che, per sua fortuna, il loro gusto combacia con il suo. E’ riuscito a creare alleanze con stilist, illustratori, artisti, registi ed è stato capace di interagire con il mondo del web per far rifiorire il brand. Per quanto riguarda la domanda a inizio articolo, che chiede di chi è il merito della rinascita di Gucci, sono d’accordo con l’autore che afferma che c’è stato un bilanciamento di merito tra il manager, Marco Bizzarri, e il creativo, Alessandro Michele, perché è vero che se M.Bizzarri non avesse scelto A.Michele quest’ultimo non poteva emergere, ma è anche vero che se A.Michele non avesse avuto il talento che ha dimostrato di avere nel saper comunicare con le nuove generazioni, la scelta compiuta da M. Bizzarri non si sarebbe rivelata così proficua com’è possibile considerarla oggi giorno.

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  10. RebeccaL   26 Novembre 2019 at 17:51

    Alessandro Michele è un vero genio visionario, ha saputo rinnovare completamente lo stile del marchio andando in contro soprattutto alle esigenze dei millennials che ha saputo catturare con un stile tra capi vintage e capi futuristici, dalle tinte neutre a quelle accese, assemblate in un puzzle perfetto. Uno dei punti di forza di Alessandro Michele, oltre al suo stile eccentrico, è secondo me il fatto che gli abiti e soprattutto le sue performance e campagne siano innovative, particolari e mai viste, attirano l’attenzione e questo fa in modo che difficilmente passino di mente, travolgendo e incuriosendo lo spettatore facendolo avvicinare al mondo misterioso, strano e
    un po’ pazzo di Gucci, che mira a creare l’atmosfera di una favola.

    Rispondi
  11. Giada L.A.B.A   26 Novembre 2019 at 17:55

    Leggendo questa articolo non posso far a meno che continuare a pensare la frase citata di Alessandro Michele:”La mia idea di moda, ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione, perché la perfezione a che fare con l’errore. Prendi Roma. Quando ci vivi, quando ci nasci, tutto sembra simmetrico. ogni via, ogni palazzo sembrano disegnati, sembrano vivere in una simmetria. poi ti giri e tutto d’un tratto trovi l’errore, un edificio che non c’entra nulla, qualcosa che guasta tutto. In quello sta la grandezza della città, nella prospettiva che l’errore metta nella bellezza. è come il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettive nuove al bello. Chi ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? il fattore inquinante per me è fondamentale…”. Leggendo queste parole si riesce veramente ad entrare nella mente dello stilista, quasi a percepire con maggiore attenzione quello che è la sua arte rappresentata nei vestiti. Lo stilista non è un semplice visionario del gusto, egli stesso è un romantico ai giorni nostri; sicuramente questo fattore attira molta attenzione. In un mondo dove fa moda tutto ciò che è perfetto e la chirurgia va a modificare completamente ogni caratteristica naturale del nostro corpo e viso, Alessandro Michele proclama la bellezza dell’imperfezione che sta in tutte le cose. L’esaltazione di ciò che tutti noi abbiamo e che ci rende unici. E’ questo eterno romantico che ai giorni d’oggi spicca in mezzo ad una “massa” di persone uguali.
    Alessandro Michele non ha voluto stravolgere forme o modelli, ha semplicemente cambiato colori o texure (“piccole imperfezioni”) in modo da fruire in maniera nuova e particolare qualcosa che già prima c’era ma cambiata in un certo contesto sembra diversa. Qui sta la grandezza di questo stilista.
    Per concludere mi trovo d’accordo quando in questo articolo si afferma ” la strategia del disordine controllato di Alessandro Michele attribuisce dei vantaggi a chi ha il talento di interpretarne con maestria le sregolazioni : infatti assemblandosi senza preconcetti ogni fonte presente e passata di stili forme e idee, alle quali provvisoriamente si appella, le possibilità creative divengono pressochè infinite”. La mossa possiamo chiamarla strategica o creativa di Michele è assolutamente efficace ma fino a che punto lo spettatore non si stancherà di continue mescolanze già prevedibili? fino a che punto l’occhio dello spettatore abituato a voler vedere qualcosa di nuovo e che lo lasci continuamente sconvolto riuscirà a non abituarsi a questo stile di far moda di Alessandro Michele?

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  12. Luca.M. L.A.B.A.   26 Novembre 2019 at 19:04

    Frida Giannini e Alessandro Michele riportano 2 cifre stilistiche diametricalmente opposte e non paragonabili. Come già ben precisato Frida, ricca di eleganza ha reso il marchio storico per oltre 10 anni, era però arrivato il momento di apportare cambiamenti significativi all’interno della Maison. Tra essi, il licenziamento di Frida e l’assunzione di Alessandro Michele, attuale direttore creativo.
    Su chi possegga il merito di cotanto successo, ovvero se del direttore creativo o del Ceo, mi trovo in accordo con il pensiero del professore Cantoni. Penso sia proprio l’equilibrio coesistente tutt’ora tra i due, la chiave di questo successo e del tutto necessaria per il marchio. Ognuno non poteva andare avanti se l’altro, o meglio , Bizzarri sarebbe comunque riuscito ad andare avanti ma molto probabilmente non avrebbe ottenuto lo stesso risultato.
    Penso inoltre che sia altrettanto interessante chiedersi, fino a che punto Alessandro Michele riuscirà a spingersi di collezione in collezione senza cadere in questo eccesso ridondante? ( a volte già risultato pacchiano secondo il mio punto di vista). Da un lato é giusto affermare che Alessandro sia riuscito a portare il fatturato di Gucci alle stelle e a risollevarlo da un momentaneo smarrimento, attraverso i suoi look fuori dalle righe e rivoluzionari. Dall’altro peró c’é il rischio che procedendo su questa linea d’onda, tutta questa abbondanza e opulenza possano provocare a lungo andare, l’effetto contrario. Piuttosto che trasmettere freschezza e innovazione, essa potrebbe portare il pubblico a stancarsi più rapidamente del previsto. Della serie “less is more” .
    Il commento del giornalista Vittorio Feltri inerente alla pagina pubblicitaria della Maison , non lo condivido in quanto ci ritrovo una piccola dose di discriminazione razziale, nonostante vada a sottolineare, che ciò che sta dicendo non lo sta basando sul colore della pelle del ragazzo, penso invece che sia proprio questo suo precisare a metterlo ancor più in evidenza. La parte restante del commento inerente all’outfit, la lascio a libera interpretazione in quanto ognuno ha il proprio gusto stilistico, aggiungo solo che forse una piccola dose di informazione in più, inerente al panorama Funky, Soul e rapper dei neri americani avrebbe portato (forse) a una interpretazione più semplice e meno “aggressiva”.

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  13. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   26 Novembre 2019 at 19:04

    Belle domande finali per un intervento che condivido. Ti ricordo che se hai la risposta alle questioni puoi senz’altro telefonare a Bizzarri e prepararti a incassare una fattura notevole.

    Rispondi
  14. Luca R. Laba   26 Novembre 2019 at 19:20

    “Autorevole, innovativo e progressista, Gucci reinventa completamente un moderno approccio alla moda” queste le parole citate nel sito ufficiale del brand che rispecchiano a pieno il percorso di Alessandro Michele esposto dall’autore dell’articolo.
    La vera forza dello stilista è celata nella capacità di delocalizzare vari elementi a lui di ispirazione, che vanno a creare quell’ imperfezione o meglio quella disarmonia che ciò nonostante ha trovato immediato consenso da parte del pubblico.
    Credo che Marco Bizzarri abbia scelto la persona giusta al momento giusto, capace di ottenere una forte approvazione da parte dei clienti, in particolare dei Millenials, che oggi rappresentano il carburante principale per il mercato della moda. La creatività di Alessandro Michele sembra non aver limite. Ai miei occhi appare come un materiale poroso, capace di assorbire nozioni ed idee da qualsiasi cosa gli si presenti ai sensi, per poi andare ad unire il tutto stravolgendo la percezione dello spettatore.
    Un esempio pratico è la perfetta coesione tra passato e presente, come se procedessero parallelamente. Per questo, durante la lettura dell’articolo mi domandavo continuamente: Il suo genio smetterà mai di sorprenderci? E fin dove si spingerà?
    In conclusione, vorrei affermare che a mio parere il modello Gucci risponde a pieno alle esigenze ed al desiderio dei clienti in quanto crea intorno a se ed ai suoi prodotti, anche grazie al perfetto uso dei social, una realtà onirica ed il merito spetta sia a Bizzarri che come già affermato ha avuto l’intuizione di mettere alla guida del brand un “Genio”, che ad Alessandro Michele che ha avuto la capacità di creare un nuovo universo mai visto fin ora.

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  15. Eleonora L   26 Novembre 2019 at 20:35

    Di chi possiamo dire che sia il merito del successo di un brand?
    Sicuramente dello stilista che sviluppa il prodotto che si va a proporre al pubblico; anche perché è suo compito il saper interpretare con quale modalità proporre lo stesso al giudizio dettato dai gusti degli spettatori. È infatti fondamentale in un ambiente commerciale conoscere e saper rispondere ai bisogni di coloro che vanno poi ad affrontare non solo un’approvazione del prodotto proposto ma addirittura ad acquistare lo stesso.
    Tuttavia è necessario dare anche alla figura del manager il giusto merito; è, infatti, grazie al suo notevole giudizio sommato ad un pizzico di fortuna che ha individuato nella figura, in questo caso di Alessandro Michele, uno stilista capace ed in grado di rappresentare il gruppo Gucci.
    È possibile notare che Frida Giannini, ex art-director di Gucci, prediligeva rappresentare uno stile di donna forte, i cui outfit erano basati su di una dominante cromatica dai toni scuri e non rappresentasse completamente l’emblema dell’ideale di donna della maison. Si evince fosse, dunque, estremamente necessario un cambio di rotta poi avvenuto infatti grazie al lavoro di Alessandro Michele.
    Concordo con l’autore nell’evidenziare una notevole differenza tra lo stile Gucci proposto dalla Giannini e quello invece di Alessandro Michele; evidenziata soprattutto grazie all’esplicita contrapposizione tra le fotografie raffiguranti gli outfit che ciascuno proponeva. Possiamo dire che il genio di Alessandro Michele risiede nel suo uso di un’irregolarità della forma, basata sul suo principio cardine secondo cui rappresentare l’imperfezione e andare oltre le norme che abitualmente regolano la vita di tutti i giorni, così come ampiamente descritto ed analizzato nel corso dell’articolo dall’autore stesso.
    Nell’articolo viene inoltre trasmesso in maniera molto chiara ed esaustiva il pensiero, che personalmente condivido, secondo cui si evince l’impossibilità di rappresentazione di un perfetto assoluto.
    Fin dall’antichità infatti si è sempre cercato in qualsivoglia prodotto umano, di tendere alla perfezione senza mai giungere ad una completa rappresentazione della stessa. Personalmente prediligo, come Alessandro Michele, eseguire la rappresentazione di un imperfetto grazie alla cui osservazione si può sempre giungere ad un qualcosa di migliore. Ritengo alquanto soggettivo il significato che si possa attribuire al termine “perfetto”. A dimostrazione di ciò vorrei portare l’esempio di quella che è tra le opere più importanti di Michelangelo Buonarroti, ovvero gli affreschi a sua cura presenti all’interno della Cappella Sistina in Vaticano. Questi possono essere considerati come un’importantissima rappresentazione della perfezione Rinascimentale che pur tuttavia venne attaccata e criticata dagli stessi fruitori ad essa contemporanei.

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  16. Lucia C (LABA)   26 Novembre 2019 at 21:10

    In un periodo storico prevalentemente dominato dalla generazione dei Millennials non c’era più spazio per lo stereotipo di donna proposta da Frida Giannini ed è stato per ciò necessario un radicale cambiamento in quello che è l’oggetto di moda.
    Gli ideali che erano in voga all’epoca dei nostri nonni o dei nostri genitori non sono più qualcosa in cui noi giovani possiamo ritrovarci e siamo per questo pervasi da una totale mancanza di punti di riferimento, non sappiamo esattamente in cosa identificarci. Sicuramente l’ideale di donna proposta da Frida Giannini è a noi troppo lontana, troppo erotica e troppo perfetta in una società in cui questo ideale di perfezione è pressoché inesistente. Ha pienamente ragione Alessandro Michele quando afferma che la moda deve avere a che fare con l’imperfezione, perché imperfetti è quello che al giorno d’oggi siamo. Non è più abbastanza creare delle ‘’belle forme’’, ma è sempre più prorompente il bisogno di un’energia e di una freschezza che ti scuotano da dentro e che rappresentino il mondo per la sua incoerenza. È proprio su questo che Michele fonda il suo design; su una sfrontatezza e un contrasto che non puoi fare a meno di guardare e che suscita in te un disordine percettivo estremamente positivo. La sua grande capacità è stata quella di creare non solo delle collezioni da acquistare perché considerate ‘’belle’’, ma degli abiti che siano efficaci in maniera devastante in quanto risultano dei piccoli racconti di vita indossati. Uno stile che non tutti sono in grado di comprendere in quanto è impregnato di grande profondità, simbolismo e metafore. Dunque non si tratta di abbinare semplicemente una camicia arancione e una calza rosa pesco (come afferma Feltri), ma di fondere culture, epoche, sostanze e materie espressive completamente opposte le une alle altre. Perché la società non è oggi un insieme di espressioni tra loro dissonanti e opposte?
    Non condivido il fatto che il successo di Gucci non sia dato dalla fattura degli abiti, ma dalla sua ‘’ossatura strategica’’ basata strategicamente sul web. Dico questo perché quella dei Millennials potrà anche essere la generazione dei social, ma è principalmente quella del nichilismo. Dove ogni certezza, ogni sicurezza e ogni punto di riferimento di noi ragazzi è stato spazzato via ed è soprattutto per questo che per noi è molto semplice identificarci in un qualcosa di totalmente imperfetto e disordinato; perché rispecchia in maniera esemplare il totale senso di inadeguatezza che proviamo.

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  17. Matilde L   26 Novembre 2019 at 21:15

    Ritengo Alessandro Michele una persona straordinaria nel suo lavoro e per i risultati che è riuscito a ottenere come creativo di Gucci.
    Ha avuto il coraggio di rischiare mettendo in gioco anche il ruolo così importante ottenuto. Ma forse questo coraggio è dato dal fatto che conosceva già molto bene questo marchio; inoltre ha saputo far percepire al pubblico di essere follemente creativo.
    Molte volte nell’articolo troviamo la domanda: a chi spetta il merito tra lo stilista e il top manager?
    Convengo con l’articolo che entrambi siano responsabili del successo ottenuto, perché ugualmente hanno un ruolo fondamentale per la società di Gucci.
    Ammiro Alessandro Michele per la capacità di osservare la realtà da una prospettiva eccentrica rispetto la percezione ordinaria degli oggetti-moda, i cui effetti sono tradotti nel linguaggio naturale da altre parole come bellezza, eleganza, fascino.
    Un altro motivo per cui ammiro il lavoro di Alessandro Michele è per l’attenzione del dettaglio; perché per quanto possa sembrare banale, a volte è proprio quella a fare la differenza.

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  18. Giulia C Laba   26 Novembre 2019 at 21:55

    Penso che inizialmente la scelta di sostituire Frida Giannini prima della presentazione della sua ultima sfilata (come già concordato con la casa di moda), sia stata una mossa di marketing molto strategica, da come si può intuire dai risultati raggiunti fin ad oggi; ma allo stesso tempo anche un’enorme azzardo, perché qualsiasi altra casa di moda avrebbe scelto ‘’la via più semplice’’, ovvero quello di far sfilare Frida Giannini con la sua ultima collezione, mentre Gucci, azzarda facendo un passo molto rischioso pur sapendo a cosa andava incontro, ma sapeva che un cambiamento serviva e solo un ‘’colosso’’ come Gucci poteva permetterselo di farlo.
    Come detto prima ritengo che questa sostituzione di Frida Giannini sia stato un colpo andato pienamente a segno, Alessandro Michele oltre ad avere rivoluzionato/scombussolato quel gusto che tanto gelosamente Frida Giannini ha custodito per i suoi 10 anni di carriera, che ha portato Gucci a diventare un’icona di stile in quegli anni ma soprattutto un’icona di un ‘’immaginario impostato su una donna certamente elegante e sofisticata, ma anche carica di energia vitale’’ che però a quanto pare non attirava più, c’era davvero bisogno di questo cambiamento ma non solo a livello di immagine ma anche di pensiero legato dietro alla moda.
    E questo pensiero rivoluzionario di pensare la moda, Alessandro Michele lo spiega attraverso un’intervista :“La mia idea di moda, ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione, perché la perfezione a che fare con l’errore. Prendi Roma. Quando ci vivi, quando ci nasci, tutto ti sembra simmetrico. Ogni via, ogni palazzo sembrano disegnati, sembrano vivere in una simmetria. Poi ti giri e d’un tratto trovi l’errore, un edificio che non c’entra nulla, qualcosa che guasta tutto. In quello sta la grandezza della città, nella prospettiva che l’errore mette nella bellezza. È come il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettive nuove al bello. Chi ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? Il fattore inquinante per me è fondamentale…” penso che sia sorprendente al giorno d’oggi vedere che l’estrema ricerca di questa perfezione che più volte viene in posta soprattutto nell’ambito della moda, ora non è più la protagonista, ma anzi l’imperfezione e quel qualcosa che finalmente diventa bello, unico, che ti distingue dai soliti canoni imposti.
    Alessandro Michele proprio per le sue conoscenze riguardanti il marchio Gucci, resta legato al passato mescolando suggestioni derivanti dalla moda italiana, a rivisitazioni di capi iconici di Gucci, fino ad arrivare a prendere ispirazione da semplici tappezzerie.
    Ed è proprio questo mix di estrema confusione che lo porta a renderlo estremamente attuale anche nelle sue rivisitazioni.
    Non sono d’accordo per quanto riguarda la domanda: ‘’ a chi aspetta il merito maggiore delle performance Gucci? Allo stilista o al top Manager? ‘’
    Penso che il maggior successo a parer mio vada ad Alessandro Michele, perché riuscire in così poco tempo a rivoluzionare una collezione anche con così poco a disposizione dimostra veramente grande conoscenza ma anche una grande bravura, un pensiero di moda visionario e non semplicemente puntato su canoni di bellezza, su una continua ricerca di trasgressione di emancipazione, e di libertà che quasi tutti gli stilisti cercano di mettere all’interno delle proprie collezioni.
    Ovviamente credo che anche Marco Bizzarri, abbia un grande merito, ma credo che messo a confronto con quello di Alessandro Michele non sia proprio al pari, anche perché per una scelta così grossa, così azzardata, penso che sapesse già che in certo senso che Alessandro Michele avrebbe raggiunto questi risultati ma anche che avrebbe cambiato sia il posizionamento per quanto riguarda il brand, ma anche i nuovi valori che il brand voleva trasmettere.

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  19. EleonoraL   26 Novembre 2019 at 21:59

    Premetto che non ho ancora approfondito il personaggio di Alessandro Michele. Posso dire che ha dato vita ad una nuova versione dello stilista classico, troncando con le tradizioni di Gucci facendo emergere una nuova faccia del marchio più vicina ai millennials. Mi piace quando si parla del suo disordine ed imperfezione, secondo me Alessandro Michele attraverso questo contesto è disordinatamente perfetto.

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  20. GIADA L   26 Novembre 2019 at 22:23

    “La manovra A. Michele e M. Bizzarri” è così che verrà chiamata, nei libri prossimi di marketing, l’impresa compiuta da queste due menti complementari.
    Fino a qualche hanno fa tutto ci saremmo potuti aspettare tranne poi quello che è realmente accaduto ai vertici di una azienda di origine italiana così importante, per tutta la storia e la filosofia del padre fondatore Guccio Gucci, poi tramandata ai figli.
    Perché è così incredibile crederci?
    L’indiscutibile talento della stilista Frida Giannini, nel tempo, aveva creato profonde radici ormai consolidate tanto quanto la sua relazione con Patrizio di Marco (anch’esso una parte importante e soprattutto potente dell’azienda). Tempo che aveva permesso alla visione collettiva di associare l’immagine della stilista al marchio in un modo quasi automatico.
    Le sui doti infatti non fecero mai pensare al fatto che la crisi che colpì marchio nel 2012 potesse essere, in parte, anche colpa sua…
    Ed e stato proprio estirpando queste radici e creando fomento e scalpore per decisioni inaspettate che M. Bizzarri diede la prima spinta versò un cambiamento (ancora incerto).
    Un momento così fragile ma al tempo stesso decisivo: ed è qui che entra in gioco il bizzarro personaggio di Alessandro Michele, che agli occhi della comunità non era visto al pari della sua predecessora.
    Ed invece io penso che la bravura stilistica qui non abbia fatto la differenza; decisivo fu il cambiamento percettivo che plasmò l’allora sconosciuto Alessandro Michele: la sua prima sfilata da direttore artistico fu un trampolino di lancio verso una nuova narrazione percettiva, che spezza l’operato del decennio passato della Giannini, e rinnova con un “disordine contenuto”, avvicinandosi rapidamente al mondo dei millennials, creando euforia anche in chi già seguiva il brand.
    Anche le nuovi direzioni verso una pubblicità “fresca”, realizzata anch’essa da personaggi nuovi, ha colpito positivamente le nuove generazioni. Queste azioni ad oggi hanno svecchiato il brand, levandoli di torno quella patina aulica e datata: creando argomentazioni da condividere verso il nuovo pubblico dei millennials.

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  21. Andrea Giacani   26 Novembre 2019 at 22:28

    Alessandro Michele,
    Genio italiano della moda del 21esimo secolo.
    È stato in grado di cambiare gli schemi e la percezione della moda.
    Non crea abiti ma storie.
    Si può notare questo dettaglio dai colori accesi e abiti ispirati alla madre che era una donna sempre elegante e alla moda.
    Il cambio drastico da Frida Giannini ad Alessandro è stato per certi versi giusto e sbagliato.
    Il lato positivo è che in meno di un mese Alessandro Michele è stato in grado in grado di rivoluzionare l’intera collezione della Giannini ed affermarsi come un genio creativo e di risanare i profitti dell’azienda (aimé purtroppo questo termine ha preso il sopravvento sul termine maison).
    Il lato negativo è che hanno cacciato una dea della moda senza neanche creare l’ultima collezione, prima che gli venisse sottratto il suo mondo quello della moda.
    Ma il vero eroe di questa storia è Marco Bizzarri che ha avuto il coraggio di cacciare Frida Giannini e mettere al suo posto uno sconosciuto ma che in lui ha visto un potenziale incredibile che era represso dentro di lui.

    Alessandro Michele, genio,creativo, intuitivo, brillante, visionario ma prima di tutto persona.

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  22. Ylenia L   26 Novembre 2019 at 22:49

    Ylenia L
    “La mia idea di moda ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione perché la perfezione ha a che fare con l’errore..” Concordo pienamente con le parole dello stilista Alessandro Michele e non unicamente nel mondo della moda. Secondo me percepiamo gli oggetti-moda sempre con prospettiva eccentrica cioè rispecchiandoli sempre alla bellezza e sopprattutto all’inesistente aggettivo perfezione. Cosa c’è di più eccentrico del percepire la moda come qualcosa di perfetto quando la perfezione non esiste?
    Mi affascina il pensiero di rovinare e guastare l’idea della bella forma e quindi in qualche modo della perfezione; un concetto a mio parere strettamente soggettivo e astratto.
    L’imperfezione dovrebbe essere vista come una bellezza sempre differente e che va oltre, e non come cosa negativa.
    Ammiro fortemente la scelta e il pensiero di Alessandro Michele e per il grande valore che ha dato al brand Gucci.

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  23. Chiara L   27 Novembre 2019 at 00:04

    “Il serpente che non può cambiare la sua pelle è destinato a morire”
    Famosa citazione di Nietzsche che ci introduce la panoramica di un lontano Gucci, soffocato dal senso di abitudine. Situazione di crisi non nuova nel corso della vita del brand che negli anni Novanta ha sfiorato la bancarotta, ritrovando il successo sotto la direzione creativa dello stilista Tom Ford fino al 2004, per poi stagnare in anni di incertezze sotto la direzione della stilista Alessandra Facchinetti e infine quella di Frida Giannini.
    Seppure criticata la Giannini è stata per dieci anni la stratega di uno dei periodi più proficui del brand, dimostrando più volte la sua abilità di reinterpretazione della storia e del patrimonio dell’azienda, proiettandola verso il futuro. Futuro non troppo lontano, infatti nel 2013 le voci sul possibile divorzio tra la designer e il marchio si concretizzano con il suo licenziamento e immediato rimpiazzo con l’influente Alessandro Michele.
    Il vero errore della stilista, come riportato nel testo, è stato quello di concentrarsi principalmente su se stessa, rifiutando il confronto amaro con il gusto di un pubblico in continua evoluzione. Noi, Millennials, generazione rivoluzionaria, con una inossidabile fiducia nel futuro, siamo sempre alla ricerca del cambiamento. Tutto ciò che si ripete in modo costante presto diventa noia e la moda passa in fretta.
    E’ proprio in questa panoramica che Alessandro Michele ha intercettato le tematiche chiave: proporre uno stile no-gender, riprendere la nostalgia del passato, introdurre colore, fantasie, dettagli eccentrici, parlare di street style e di diverse culture.
    Il vero successo di una maison si ottiene quando mente strategica e creativa riescono a creare un rapporto sinergico, speciale, ed è proprio questo che è accaduto tra Michele e il CEO Bizzarri, al momento definiti una coppia di ferro che pare inattaccabile.
    Per quanto saranno in grado di mantenere il passo con una generazione in continuo mutamento? Alessandro Michele diventerà schiavo del suo stile o saprà rispettare un equilibrio tra la sua impronta e il costante desiderio di novità e sorpresa dei clienti?

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  24. Asia   27 Novembre 2019 at 00:28

    Alessandro Michele è riuscito non solo a riassestare Gucci in un momento di crisi, ma se possibile a elevarlo ancora di più, con il suo stile estremamente eccentrico, appariscente, in grado di colpire e stupire. Credo che non si possa paragonare Alessandro Michele alla precedente Frida Giannini, che con la sua estetica femminile, forte e sensuale riuscita a dare al marchio un periodo comunque positivo, senza poi riuscire, forse, ad adattarsi ai cambiamenti e rimanendo ancorata al proprio stile.
    Marco Bizzarri ha scommesso su Alessandro Michele, da una parte rischiando per via della novità e dell’anticonformismo che quest’ultimo ha apportato al marchio, ma avendo comunque la consapevolezza di aver scelto una persona da anni all’interno di Gucci.
    Infatti Alessandro Michele in pochissimo tempo ha portato una ventata di freschezza nelle sfilate e nei look imboccando una direzione opposta a quella di Frida; dove Frida è armonia Alessandro Michele è stridore. D’accordo con quanto scritto nell’articolo, credo che l’enorme successo di Gucci sia dovuto a entrambe le figure; a Bizzarri per aver intuito le potenzialità dello stilista e a quest’ultimo per essere riuscito a incuriosire e stupire con la sua estetica visionaria che è riuscita ad arrivare ai millennials. Per fare questo non ha creato solo vestiti, ma un vero e proprio universo.
    L’imperfezione di Alessandro Michele, ha sicuramente vinto e paradossalmente vince ancora di più quando scatena commenti come quello del giornalista (che trovo totalmente sbagliato nei modi e pregno di una non conoscenza delle tante sfaccettature che ha la campagna pubblicitaria e in generale l’universo creato da Alessandro Michele) che testimoniano quanto la sua estetica sappia colpire profondamente.
    Oggi Gucci è in cima, ma il gusto e l’estetica, soprattutto oggi con tutti gli imput che riceviamo, è in continua evoluzione, e la domanda che sorge spontanea guardando alle sue vittorie è: per quanto quest’estetica complessa riuscirà a stupire il pubblico? E se un domani non ci riuscisse più Alessandro Michele saprebbe essere in grado di reinterpretarla, a differenza della precedente Frida Giannini?

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  25. Sara G. Laba   27 Novembre 2019 at 10:04

    Alessandro Michele è un autore, il suo linguaggio è inequivocabile; è in grado di contrapporre elementi innovativi ad elementi classici, creando una fusione tra innovazione e tradizione. In breve tempo ha innescato un’onda d’urto dal carattere decorativo che ha trasformato il marchio fiorentino in una moda massimalista, narrativa che celebra la diversità. Lo stesso concetto di perfezione inteso come il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con la massima compiutezza è stato stravolto dallo stilista, il quale promuove un concetto di moda (e di bellezza) imperfetta, che manca cioè di qualche dote o qualità; più concretamente il difetto stesso che rende imperfetto. Alessandro Michele celebra e si serve di queste imperfezioni per creare una moda innovativa, travolgente, stravagante, un’esplosione di modernità e tradizione che trovo, finora, decisamente vincente.

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  26. Alessia L   27 Novembre 2019 at 12:34

    “Per i super brand della moda il cui mercato è grande quasi quanto il pianeta, la sincronia tra la dimensione manageriale e quella creativa risulta assolutamente centrale.”
    Mi trovo totalmente d’accordo con questa affermazione, poiché ritengo che il successo del brand di lusso, in questo caso la casa di moda Gucci , derivi essenzialmente dalla coordinazione positiva e proficua di questi due pilastri fondamentali.
    Per questo personale punto di vista , alla domanda “scorretta” su chi spettasse il merito maggiore della performance Gucci, se al direttore creativo o al Ceo, ritengo sia corretto affermare nuovamente il mio pensiero: non vi è nessun vincitore o vinto, ma bensì, il passo vincente per la riuscita sia finanziaria, sia a livello sociale del marchio, sia la sincronia armoniosa e attiva, tra il direttore creativo e il Ceo del brand.
    Un’altro passaggio dell’articolo che ha catturato la mia attenzione, è il costante paragone modatico tra Frida Giannini, ex direttrice creativa di Gucci e Alessandro Michele, attuale art director del brand.
    Personalmente ritengo insensato fare paragoni tra i due per arrivare ad uno scopo ben preciso: trovare il capo espiatorio della perdita finanziaria del marchio, prima dell’entrata nella casa di lusso, di Alessandro Michele.
    Questa perdita, a mio personale parere, penso derivi sostanzialmente dal costante cambiamento, del modificarsi della società, dalle nuove generazioni che sostituiscono e primeggiano sulle passate, in qparticolare, i Millennials.
    Ricapitolando, sostengo che Alessandro Michele sia riuscito a far risalire il fatturato dell’azienda Gucci, semplicemente perché è riuscito a captare alla perfezione quello che la società moderna necessita, quello di cui la società moderna ha bisogno, ovvero mostrare l’imperfezione, e non perché avesse più talento della Giannini.

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  27. Ludovica L   27 Novembre 2019 at 14:01

    Alessandro Michele è un grande visionario che ha saputo risollevare un’azienda da una crisi, raggiungendo risultati notevoli.
    Mi ha colpito il fatto che inizialmente era un dipendente come tanti, poco considerato e invece è riuscito a raggiungere dei grandi obiettivi.

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  28. Lorenzo LABA   27 Novembre 2019 at 16:26

    Partendo dal presupposto che a risollevare la Maison Gucci sia stato il perfetto connubio tra un rischio manageriale da parte di Bizzarri e uno stile “creativo, imperfetto e disordinato” da parte di Alessandro Michele, un rialzo che ha portato la fine del concetto di moda dell’iconica Frida Giannini, incapace di comunicare con i cosiddetti Millennial, dovuta soprattutto alla mancanza di gestione dell’attività del mercato on-line. Ad emergere fu il creativo Alessandro Michele, portando la sua teoria dell’imperfezione, che ruota attorno all’idea del “guastare ed inquinare” l’idea della “bella forma”. Punto di forza di A. Michele è decisamente la manipolazione e l’uso del dettaglio e dell’accessorio, che lo ha portato non solo alla svolta della Maison, ma lo ha anche avvicinato ai grandi titani che controllano il mondo della moda: i Millennial. Grazie a queste ed altre capacità, A. Michele è riuscito non solo ad aumentare i ricavi della Maison ma a creare “scalpore”, uno “shock percettivo” nel mondo della moda, creando dibattiti non solo tra i professionisti della moda, ma anche ad attirare l’attenzione di diverse Maison, come Armani. Il “disordine controllato” di A. Michele è decisamente interessante a parer mio, poiché mantenendo efficienza e creatività, riesce a filtrare emozioni e sentimenti nelle sue creazioni senza passare dal trauma (punto focale di molti artisti, a parer mio) riuscendo così a diventare un “visionario della moda” mettendo in discussione la superficie dell’abito, non la forma, come si era già visto in precedenza.

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  29. Federica L   27 Novembre 2019 at 17:07

    Bizzarri ha avuto esiti fortunati nella sua decisione di incaricare Alessandro Michele direttore creativo dell’azienda Gucci. Dal gennaio 2015 ad oggi si è verificato un riposizionamento fruttuoso per il brand. Chi dei due ha maggior merito di questa performance?! Penso che sia il CEO ad aver risollevato il brand, dapprima scegliendo un creativo che in poco tempo è stato capace di identificarsi nel marchio, tanto da riuscire ad esserne veicolo comunicatore, e in secondo luogo impostando quelle che si sono dimostrate favorevoli strategie di business, muovendo i fili di una dirompente ricollocazione, focalizzata sull’innovazione stilistica.
    Ma Alessandro Michele, nel rinnovato universo Gucci, ha saputo essere straordinario e sempre moderno, senza però dimenticare il vintage che, nella sua rivisitazione, egli “usa come linguaggio”, seguendo la filosofia del “non bisogna cancellare tutto per essere moderni, il fattore inquinante è fondamentale”. L’imperfezione ha a che fare con l’unicità, la perfezione con l’errore. Per esempio, Frida Giannini ha influito sulla graduale discesa di Gucci a causa della costanza stilistica dei prodotti presentati; la mancanza di una capacità interpretativa riguardo le mutevoli esigenze del consumatore ha determinato la crisi del brand. Serve soprattutto essere visionari e sempre elastici, e Alessandro Michele lo fa bene. Sa parlare ai millennial, nell’era dell’e-commerce, ma, stando alle sue dichiarazioni, che trovano fondamento nelle sue creazioni, non è esclusa anche qui una “contaminazione” fatta di un pubblico altro. È trasversale, e versatile, all’insegna della freschezza. Come rivoluzionario stilista, lo ha dimostrato sino ad ora ed è probabile che questa tendenza non tracollerà, almeno finché seguirà i suoi stessi consigli, controllando brillantemente il disordine.

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  30. Alessia L.   27 Novembre 2019 at 19:06

    ‘’Autorevole, innovativo e progressista ‘’ questi sono i 3 aggettivi fondamentali che mi vengono in mente se penso all’arrivo di Alessandro Michele in Gucci.
    Un arrivo che rivoluzionò lo stile rendendolo non più lo stile per una donna forte dato dalla Giannini, dove gli outfit erano principalmente basati su una cromia scura dominante, bensì uno stile nuovo con forme irregolari, dato da Michele, che potrebbero sembrare imperfette così da riuscire ad andare oltre alla ‘’solita normalità’’.
    L’arrivo di Michele nel brand ha sicuramente fatto in modo di rivoluzionarlo rendendo il marchio più adatto anche ai giorni d’oggi non facendolo così passare nel dimenticatoio ‘’antico’’.
    Per quanto riguarda il merito maggiore delle performance Gucci credo che sia ovvio e scontato che il merito debba essere dello stilista, dal momento che è stato proprio lui a riuscire in così poco tempo a rivoluzionare un marchio con una continua ricerca di trasgressione e di emancipazione.
    Quindi, credo che Bizzarri sia anch’esso molto importante, ma non lo qualificherei allo stesso livello di importanza di Michele a cui darei tutti i meriti per aver creato nuovi argomenti da presentare al pubblico dei millennials.

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  31. Melita L   27 Novembre 2019 at 20:25

    La moda cambia, come cambiamo noi e la nostra società. Si evolvono insieme, contemporaneamente: gli avvenimenti/cambiamenti nella realtà influiscono su di noi e quindi anche sui nostri abiti/nostro modo di vestire; a volte, però è la moda ad influenzare cambiamenti nella società.

    Le guerre di inizio Novecento e la povertà che hanno causato e lasciato in eredità, hanno fatto nascere nuovi capi d’abbigliamento, più semplici, veloci e pratici. Completamente diversi da quelli lussuosi e sartoriali di fine ‘800 e della Belle Epoque.

    Il new look di Dior diverso, così azzardato e consapevole allo stesso tempo, da quello dei decenni precedenti, ha saputo tradurre nel vestiario e gridare ad alta voce, il desiderio di rinascita, che seguiva le due guerre che hanno devastato/sconvolto l’intero pianeta.

    Come la nascita della moda casual, street e alla portata di tutti, che alla fine degli anni ’60 e inizio anni ’70 va a sostenere e identificare/differenziare i partecipanti alla rivoluzione giovanile più importante della storia dell’umanità.

    I decenni che seguirono, hanno liberato le creatività: i personaggi più all’avanguardia hanno saputo creare e proporre capi e stili fuori dal comune, e addirittura grotteschi e disprezzati: Vivienne Westwood.

    Questo cosa centra con Alessandro Michele e la sua moda contemporanea e secondo me futuristica?

    Tutti questi cambiamenti nel mondo della moda – quelli dei quali ci ricordiamo, dei quali sono a conoscenza anche persone comuni, che non per forza lavorano in questo ambito – sono stati radicali, diversi e giudicati anche in modo negativo, inizialmente. Per poi diventare il punto di partenza di stilisti, che hanno seguito e vissuto quel cambiamento.
    In questo modo è stata accolta la moda di Alessandro Michele, come anche sopra descritto: da una parte a braccia aperte, dall’altra con bastoni e forconi, pronti a colpire questa creatività “che osa troppo”.

    Da quest’articolo ho capito molti aspetti importanti che stanno dietro la moda e il successo di Alessandro Michele: dal punto di vista manageriale (l’azienda e il suo cambiamento), della società (critiche e apprezzamenti), degli spunti (mischiare stili, epoche e culture diverse), ecc. Certi concetti erano difficli da comprendere e (a me) facevano allontanare la concetrazione dal soggetto principale – la moda, il disordine e Alessandro Michele.
    Ora mi esprimo da ventenne, quindi una ragazza che è nata e vive in quest’epoca, dove il lontano è diventato vicino. Il web e la digitalizzazione hanno reso possibile il contatto e la visione ravvicinati di luoghi lontani e sconosciuti. Possiamo avere rapporti umani con persone che non abbiamo mai visto e che vivono dall’altra parte del mondo; possiamo esplorare terre sconosciute, strade mai percorse, grazie a dei satelliti che ci fanno vivere quest’esperienza fantastica/quasi non reale.
    Potrei andare avanti a scrivere un miliardo di caratteristiche positive e negative di quest’epoca: che dovrebbe essere senza confini e pregiudizi nati nel passato e già di gran lunga superati.

    Alessandro Michele, con il Ceo di Gucci: Bizzarri, hanno avuto un tale successo, che ha permesso il ritorno del marchio, in vetta alla classifica della moda mondiale. Come? andando a proporre uno stile nuovo, fresco, dinamico, senza confini: insomma che rispecchia in tutto e per tutto la società moderna/contemporanea. Alessandro Michele ha permesso alla moda del ventunesimo secolo di allontanarsi da quella precedente. Attenzione! Senza mai negarlo e dimenticarlo.
    La moda, lo stile, la visione, la teoria proposta dall’attuale creative director di Gucci è senza confini, perchè unisce culture e parti del mondo lontane. In un suo capo possiamo trovare caratteristiche puramente occidentali, unite con decorazioni, stampe, tagli legati alle culture orientali. Ha fatto un po’ come ha fatto il web/internet con la società.
    Inoltre è riuscito ad unirli con caratteristiche e particolari legati a diverse epoche del passato.

    Traduzione? Il chaos della società e del mondo contemporaneo, chaos che secondo me potrebbe essere descritto anche con la parole miscela/mix/miscuglio, può essere bello e positivo come gli abiti prezioni e lussuosi, ma freschi e dinamici di Alessandro Michele; senza però mai dimenticare e tagliare fuori tutte le scoperte e raggiungimenti delle epoche passate: non dimenticare mai come abbiamo/stiamo raggiungendo la libertà – che è un concetto ancora molto lontano e forse ideale.

    Questo mio ragionamento si distacca un po’ da quello fatto nell’articolo, ma credo che sia un’aggiunta anche semplice, a invece tutta la spiegazione esaustiva alla quale faccio riferimento.
    Concludo con l’affermare che lo stile e la moda di Alessandro Michele cambieranno come cambierà la società. Alessandro Michele dovrà essere geniale nel dare sempre quello che le persone non si aspettano, senza diventare kitsch e fuori moda. Senza diventare egoista, che non vede che la società cambia, che lui stesso cambia, e chhe per questo motivo deve evolveris e cambiare anche la sua moda (per poter sopravvivere appunto).

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  32. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   27 Novembre 2019 at 21:20

    Complimenti per il coraggio e l’eleganza con i quali hai detto la tua. L’idea di una moda senza confini è molto forte.

    Rispondi
  33. Davide (L.)   28 Novembre 2019 at 09:57

    La situazione del brand era statica e ci voleva un cambiamento, è per questo che la creatività di Alessandro Michele ha avuto così successo. I millenials sono una generazione liquida e non vanno molto d’accordo con le abitudini, perciò la moda interpretata dallo stilista, piena di colore, fantasie e dettagli (di conseguenza anche di disordine) in una chiave no-gender, ha rimpiazzato positivamente le collezioni di Frida Giannini, che hanno lasciato comunque una traccia a Gucci, con la loro impronta stilistica che riprendeva il “rock” in maniera sofisticata. La risalita del brand è cominciata quando alle redini sono arrivati Marco Bizzarri e Alessandro Michele, per altro nessuno si aspettava nulla dall’attuale stilista, perciò si tratta di creatività e genio, o di tattiche di marketing? Logica manageriale o look efficaci?
    Sono dell’idea che le due cose in realtà, il più delle volte coincidano.
    Non a caso si parla nel testo anche di ‘trasduzione’, ovvero condurre, far passare.
    Un look che conduce verso i pensieri a cui il creatore vuole indirizzarci, o un look che fa passare proprio le idee che egli voleva esplicitare, è sì efficace, ma è anche questione di ottime abilità di marketing. Forse è proprio quella la tattica. Alessandro Michele è stato dunque capace di dirigere un pensiero comune verso un tentativo di nuovo adattamento e allo stesso tempo efficacemente produttivo verso nuove strategie di marketing.

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  34. Sara97   28 Novembre 2019 at 11:10

    Testo molto interessante, sono stupita come una persona come Alessandro Michele sia riuscita ad osare, mettendoci la faccia, creando qualcosa di “diverso”. E’ riuscito ad entrare perfettamente in simbiosi col mondo Gucci, rinnovandolo.
    Per questo sono arrivata a tale conclusione: Alessandro Michele è perfetto nelle sue imperfezioni.

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  35. NoraL   30 Novembre 2019 at 21:13

    Alessandro Michele senza dubbio ha rivoluzionato un marchio storico, come quello di Gucci, riportandolo all’apice del mondo della moda.
    Una nuova figura per Gucci, contemporanea, curiosa e cangiante, che grazie a queste qualità è riuscito a coinvolgere un target molto importante come quello dei millennials, che negli ultimi anni il brand si era fatto sfuggire, perché concentratosi maggiormente nella propria esaltazione stilistica (Frida Giannini).
    Così facendo Alessandro è riuscito, economicamente parlando ad aumentare più del 40% del fatturato annuo del brand, mentre professionalmente si è conquistato la nomina di figura più influente tra le nuove generazioni di stilisti.
    Unico nel suo genere, in grado di associare intelligentemente modernità e vintage, proponendone un connubio fresco; le sue creazioni rappresentano la contaminazione di tutte le sue passioni dall’arte, al cinema e alla musica.
    E’ un’ottima rappresentazione per i giovani, in quanto testimonia che impegno, dedizione e soprattutto TALENTO e ORIGINALITÀ appagano sempre, dal momento in cui è riuscito a conquistarsi la carica di direttore creativo di un pilastro della moda mondiale come Gucci, non essendo stato all’epoca un personaggio molto noto di questo ambiente.
    Per concludere, Alessandro Michele è un vero e proprio visionario, che ha saputo seguire il proprio istinto e le proprie passioni dando vita ad una nuova e geniale estetica.

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  36. vinc   1 Dicembre 2019 at 12:23

    Ogni tanto guardo su you tube i video delle sfilate. Effettivamente quelle di Gucci mi sembrano particolari. Però mi chiedo quanto in definitiva contino per il business. E poi siamo sicuri che la gente compri quegli abiti? Nell’articolo però ho letto che lo stilista ci tiene molto alle sfilate. Ma è così perché bisogna fare spettacolo o perché effettivamente è così che si vendono abiti?

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  37. Camilla L   3 Dicembre 2019 at 18:34

    Con gli effetti della globalizzazione e shock tecnologico collegato alla crescita mediatica di internet, e la costrizione dei Brand ha portato a questi, a dare un maggior impatto visivo agli spettatori, tra i quali Millennials e influencer ad accelerare la creatività e immaginazione di situazione mediatiche efficaci, che portano poi alle sfilate; modellando l’aspetto percettivo ed estetico nei confronti del fruitore e per dare maggiore impatto e stupore. Tutto questo subendo, inevitabilmente, processi di studi e marketing. È necessario però tenere in considerazione, nella fase di ideazione dello stile, la contemporaneità sotto tutti i suoi aspetti e bisogni.
    Su queste basi Bizzarri ha avuto il coraggio di intraprendere una nuova esperienza con Alessandro Michele, proprio perché in lui aveva visto quella creatività e grinta giusta che secondo lui poteva fare alzare le vendite, di conseguenza tenere il Brand sotto un’ottima luce e riportarlo al lusso.
    Per quanto mi riguarda, il merito del rialzo e del decollo di Gucci si deve al diretto creativo, alle sue iniziative ma soprattutto alla sua forza creativa; nulla toglie però a Marco Bizzarri che ha creduto nel suo talento, nelle sue capacità sensoriali, emotive ed artistiche, riorganizzando poi una nuova strategia di vendita.
    Forza creativa che viene da una prospettiva di vita e della realtà eccentrica con elementi chiave come la bellezza, eleganza e fascino, che fanno parte dell’imperfezione che paradossalmente è uguale alla perfezione, non visiva e statica ma mentale, rispetto all’ordinario rivisitato. Alessandro Michele va oltre il concetto di perfezione e imperfezione come lo conosce la società, tentando di spiegare l’imperfezione che è proprio l’essenza dei criteri di bellezza sia fisica che psicologica, con tutti i propri difetti e “mancanze”.
    Oggi i Millennials infatti, cercano di trovare soluzioni che vanno contro l’ordinario creando tendenze con continue asimmetrie senza però, dare tanta importanza a quelli che sono i materiali e tessuti ma cercando di dare lo stesso un impatto innovativo rispetto al passato.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 Dicembre 2019 at 21:46

      Concordo con la tua ricostruzione. Attenzione alle note finali: non sono d’accordo sul tuo giudizio su materiali e tessuti. Non credo siano dimensioni che i millennials e tantomeno Gucci sottovalutano. Pensa per esempio alla sostenibilità, alla trasparenza dei tracciati produttivi…

      Rispondi
  38. Anna Chiara (L)   3 Dicembre 2019 at 19:05

    Il cambio del direttore creativo, da Frida Nannini ad Alessandro Michele si è rivelata una manovra azzeccata. Infatti fin da subito A. Michele, ha dimostrato di essere dotato di una mente eccezionale capace di prendere spunto da diversi campi e sintetizzarli armoniosamente insieme: epoche passate, sintesi tra barocco e punk, vintage e modernità.
    I vestiti che disegna e realizza ne sono la prova: c’è un continuo sguardo al passato, alternato da uno alla contemporaneità. Le sue innumerevoli passioni sono esse stesse fonte di ispirazione per la creazione dei suoi capi, riuscendo a far dialogare cultura e innovazione riesce a trasmettere qualcosa ai millennials.
    Tra le genialità che contraddistinguono questo personaggio, troviamo nelle sue creazioni una sessualità meno d’impatto ed associabile a un genere ben preciso, avviene un mescolamento dei ruoli. Questa non è solo una mossa provocatoria ma ha anche lo scopo “strategico” (se cosi vogliamo definirlo) di adeguarsi alla contemporaneità e di comprendere una fetta di mercato decisamente più ampia permettendo al marchio di fatturare maggiormente.
    Lui definisce la moda è “un frullato di bellezza” “che deve tamponare le cose brutte della vita.” E a mio avviso riesce perfettamente nel suo intento, la moda da lui creata è senz’altro motivo di stupore, e la sua figura è una testimonianza di dedizione e coraggio ad esporsi oltre i limiti già tracciati.

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  39. ChiaraB. Laba   3 Dicembre 2019 at 23:14

    Penso che Alessandro Michele sia stato un genio: riuscì a risollevare il marchio Gucci, in un periodo di massima di crisi e a emergere nonostante la pressione di una generazione “liquida”, riuscendo a percepire il cambiamento della società e di quello che le persone cercavano nella moda, cosa che purtroppo Frida Giannini non riuscì a percepire, scegliendo di rimanere ancorata al suo stile, dico purtroppo perché, da come ho potuto dedurre nel testo appena letto, F. Giannini è stata davvero una grande stilista e rimarrà nella storia della moda come una delle grandi interpreti dello stile Gucci. Ammiro molto Alessandro Michele perché prende a cuore la perfezione dei dettagli, ma dall’altra parte dice che la sua idea di moda ha a che fare con l’imperfezione, come cita nell’intervista di Simone Marchetti: “La mia idea di moda, ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione, perché la perfezione a che fare con l’errore. Prendi Roma. Quando ci vivi, quando ci nasci, tutto ti sembra simmetrico. Ogni via, ogni palazzo sembrano disegnati, sembrano vivere in una simmetria. Poi ti giri e d’un tratto trovi l’errore, un edificio che non c’entra nulla, qualcosa che guasta tutto. In quello sta la grandezza della città, nella prospettiva che l’errore mette nella bellezza. È come il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettive nuove al bello. Chi ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? Il fattore inquinante per me è fondamentale…” Dopo questa citazione, posso dire che Alessandro Michele sia un genio dell’estetica perché nonostante le scelte azzardate delle sue collezioni, ha sempre riscontrato grandi successi tra le Millenials, tutto ciò grazie alla sua visione estetica centrata sul significa di imperfezione. Alla domanda: a chi spetta il merito dell’inattesa e strabiliante performance di Gucci? Al manager o al creativo? Secondo me, il merito va ad entrambe, però dobbiamo riconoscere che Marco Bizzarri ha avuto un gran coraggio a mandare via Frida Giannini affidando il grande marchio Gucci ad Alessandro Michele, personaggio che non conosceva ma vide in lui subito un grande talento. Secondo me ha fatto una scelta più che giusta: A. Michele, un grande artista, creativo, brillante visionario che riuscì a rinnovare e a dare un tocco di freschezza allo stile del grande marchio Gucci.

    Rispondi
  40. Ilaria L   3 Dicembre 2019 at 23:30

    Ho trovato l’articolo molto interessante, formativo e ricco di spiegazioni a cui non si è soliti pensare.
    L’idea che mi trasmette Alessandro Michele è quella che sia riuscito a capire in maniera eccellente la società di oggi individuando i bisogni dei Millenials e riuscendo a capire cosa erano desiderosi di vedere. Se è vero che siamo dominati dai social, sappiamo che l’attenzione di chi è sul web è veramente ridotta. Le persone scorrono le loro home dei loro profili in velocemente, quasi in maniera compulsiva , senza mai fermarsi ad osservare veramente un’immagine. Quando però l’immagine è di Michele, ci si ferma, si è attratti e incuriositi dalle forme e soprattutto dalle superfici dei suoi abiti (come riportato anche nel saggio). Alessandro Michele è riuscito a giocare e a sfruttare la situazione multimediale di oggi: siamo sommersi, in maniera eccessiva, da immagini e video, che vediamo ma non guardiamo mai perché sono banali o perché sono già viste. Attraverso le sue superfici, le decorazioni, le stampe e gli accostamenti che utilizza fa in modo che le persone si fermino a guardare davvero per poi giudicare in maniera positiva o negativa che sia. Il successo che ebbe per la sfilata con le testa mozzate fu strabiliante e condiviso moltissimo sui social, anche da persone che di moda non si interessavano.
    Per quanto riguarda il successo delle vendite invece, credo si innesti soprattutto in questa epoca culturale il desiderio di essere da un lato tutti uguali e dall’altro di distinguersi, di essere stravaganti, di farsi notare e ad oggi acquistare Gucci significa anche condividere il pensiero dello stilista e di conseguenza sentirsi diversi dalla massa, dalla solita moda passeggera.
    Alessandro Michele ha un background troppo ampio per poter dire che il suo successo sia dovuto solo a questo discorso ma sono convinta che se fosse vissuto negli 40 o 50 non sarebbe stato apprezzato come lo è oggi nella nostra società, dove è stato accolto a parere mio a braccia aperte facendoci vedere qualcosa di nuovo, dove il concetto di nuovo soprattutto nella moda, sembra quasi irraggiungibile.

    Rispondi
  41. MartaB LABA   3 Dicembre 2019 at 23:31

    Penso che Alessandro Michele sia un vero e proprio rivoluzionario, è riuscito a far rinascere l’impero di Gucci da quello che ormai era polvere, è riuscito a dare una nuova immagine a una maison che ormai non aveva quasi più successo, lo stile vintage e confusionario del “nuovo” Gucci è quello che è stato segnante per l’intera azienda, il suo stile cattura, viene criticato ma al contempo apprezzato dalla maggior parte della gioventù, ormai il nome di Gucci è diventato un simbolo tra i millennials, un “must”, uno stile di vita. Quello che ha fatto è qualcosa di assolutamente straordinario, a tal punto che oggigiorno è sempre sulla bocca di tutti. Davvero strabiliante.

    Rispondi
  42. Asia L   3 Dicembre 2019 at 23:47

    La rinascita di Gucci è dovuta alla visione strategica e futuristica del ceo che si traduce nella scelta del cambio di rotta sostanziale e poco prevedibile di Alessandro Michele . Marco Bizzarri intravede che il mercato è pronto ad un rapido cambio artistico e sceglie Alessandro Michele quale artefice di questa strategia. Alessandro Michele riesce a comprendere le nuove esigenze del mercato e avendo collaborato con la Giannini e Tom Ford è riuscito a prendere quello che di buono il marchio aveva e interpretarlo in chiave moderna .

    Rispondi
  43. Chiara C. (L)   4 Dicembre 2019 at 17:44

    A mio parere è stato interessante osservare le fotografie degli anni ‘60-‘70 da cui Alessandro Michele ha preso ispirazione. Non studio moda ma ritengo che l’unione di diversi stili, sia in senso temporale che in senso fisico, risulti un esercizio artistico di livello perché bisogna unire capacità artistiche personali a studi di marketing che facciano in modo che i prodotti possano essere venduti. Con il termine temporale intendo l’abilità di portare ai giorni nostri texture o capi ormai datati e con il termine fisico ho voluto indicare quell’intelligente passaggio da fotografia a moda o ad altri campi artistici.

    Rispondi
  44. Mario   5 Dicembre 2019 at 08:18

    Per me è esagerato quello che dicono molti commenti. Gucci non è una rivoluzione e il suo stilista non è un rivoluzionario, è solo un grande businnes ben congegnato. Anche la parola genio la trovo esagerata e ingenerosa per tutti quelli che hanno contribuito al successo di Gucci dei quali nessuno parla. Io credo sia un bravo Direttore Artistico capace di motivare la sua squadra a dare il massimo.

    Rispondi
  45. maurizio   5 Dicembre 2019 at 08:39

    Il design di stilisti come Alessandro Michele non è più solo moda. Citano l’arte, si collegano a problemi sociali, diventano fenomeni di comunicazione globale. Pensare alla moda è restrittivo.
    Secondo me esprime la vocazione del migliore design del terzo millennio ad essere espressione di valori primari e vitali.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   5 Dicembre 2019 at 08:49

      Mi incuriosisce quello che sostieni, anche se non sono sicuro di averti capito…

      Rispondi
      • maurizio   5 Dicembre 2019 at 09:21

        Semplice, la moda non è più solo moda, l’arte non è più solo arte, il design non è più solo design.

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   5 Dicembre 2019 at 09:25

          Complicato, capisco sempre di meno.

          Rispondi
          • maurizio   5 Dicembre 2019 at 09:35

            Consiglio una spazzolata al cervello.

  46. Lamberto Cantoni
    Lamberto   5 Dicembre 2019 at 09:59

    Fatto. Continuo a non capire un cazzo!

    Rispondi
    • maurizio   6 Dicembre 2019 at 16:23

      Non pensavo fosse un problema capire che la moda oggi si ispira a tutto fuori che a se stessa.

      Rispondi
  47. vincenzo   6 Dicembre 2019 at 16:11

    Premetto che personalmente non mi vestirei mai come un albero di Natale come prevedono i look Gucci ai quali si riferisce l’articolo. Detto questo aggiungo anche che trovo Gucci molto divertente e spiritoso. Il suo advertaising è diverso dagli altri. Mi incuriosisce. Secondo me con Gucci bisogna evitare il total look e comprare dei pezzi per poi mischiarli con cose che si possiedono.

    Rispondi
  48. Alberto L   9 Dicembre 2019 at 17:38

    Articolo ben strutturato che mi ha chiarito soprattutto le dinamiche sviluppatesi intorno al marchio durante il cambio di direzione creativa e che mi han portato a due riflessioni:
    Trovo la “mossa” di interrompere, nel senso proprio di rompere bruscamente, il rapporto di lavoro con Frida Giannini che fino a poco tempo prima era stato meraviglioso (tralasciando la sua vita privata e la relazione con il predecessore di Bizzarri), si forse azzardata ma, da un punto di vista comunicativo, molto molto intelligente: in un mondo dove non esiste più la buona o la cattiva (vedi critiche per clienti potenzialmente pro Frida) lanciare la notizia dell’allontanamento di questa mi è sembrato molto un urlo di forza e di orgoglio di un marchio da sempre i,portante per quanto soggetto come tutte le cose del mondo ad alti e bassi, un messaggio chiaro che intendeva “tutti gli occhi a noi ci serve la vostra attenzione”..non é forse Bizzarri un’artista del marketing? E di conseguenza, nel mondo dell’apparire, non è il marketing un’arte egualmente accettabile? A questo punto passerei ad Alessandro Michele, che considero un’artista alla stregua di Bizzarri in quanto a leggere e capire determinate situazioni si, interne, ma soprattutto esterne all’azienda. Per quanto possa apprezzare il modo di operare concetti in maniera armoniosa e coerente, trovo anch’esso, come detto prima, un’artista e, diciamocelo, per essere artisti bisogna anche essere anche un po’ paraculi (senza alcun tipo di malizia). Forse si, sono un’animo gentile che si ritrova a dar ragione a entrambi i membri della coppia per quanto riguarda il successo di Gucci, ma non tanto da un punto di vista estetico o stilistico quanto da un punto di vista manageriale.

    Rispondi
  49. "Finta Bionda" L.   10 Dicembre 2019 at 00:22

    Dato per assodato che Alessandro Michele sia ad oggi uno dei massimi esponenti ed esperti in fatto di moda, ritrovo in questo “genio” del buon gusto un talento che va al di fuori delle pietre miliari del campo stilistico. Confermo che il suo estro sia comunque legato soprattutto a un fattore di marketing e che molte linee guida rivolte al passato, lo aiutino a rivisitare le sue creazioni artistiche. E’ facile così pensare che la sua ideologia di “moda legata all’imperfezione” sia figlia di un’altra detentrice di stile, diva dalle tante sfaccettature, la quale ha influito sul gusto in modo indelebile. La cara Marilyn citava “L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.” , frase del tutto plasmabile su un art director dalle collezioni prismatiche come Alessandro Michele. Tutto ciò che ci regala in passerella è sempre un’enigma e non posso fare a meno di pensare alla collezione “Cyborg” 018, nella quale vengono ostentate queste teste-trofeo un po’ come Davide fece con Golia.Insomma insolita, pungente ed eclettica ma mai irriverente. Senza dubbio con A.M. si è sempre in uno stato borderline, in bilico fra provocazione, arte, propaganda e innovazione. Ma il suo stile opulento e sopra le righe per quanto ancora riuscirà a stupirci?. Non voglio ora metterci la mano sul fuoco ma credo che anche se si presentasse con una collezione ” anonima” dai toni freschi, sarebbe sempre sconvolgente agli occhi della gente. Sempre che “anonimo” sia il termine giusto da poter affibbiare ad un personaggio della sua stazza. Potrebbe passare da un punto A ad uno diametralmente opposto che tanto il suo successo è palpabile. Si è costruito una reputazione che pochi come lui hanno fatto e l’asticella delle aspettative sarà sempre alta per chi lo studia da fuori.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   10 Dicembre 2019 at 08:13

      Alessandro Michele = Marilyn. Non ci avevo pensato. Il nostro eroe approverebbe senz’altro. L’altro parallelismo che proponi non funziona bene. Vedi, è come se Davide invece di tagliare la testa al nemico, fosse ritornato dai suoi tenendo in braccio il proprio capoccione. I guerrieri delle tribù di Israele non lo avrebbero certo acclamato Re.

      Rispondi

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