Facce da Festival

Facce da Festival

Milano.
Film Festival.
È  cominciato.
Decido di andarci, giovedì scorso.
Perché è settembre, perché fa ancora caldo, perché quando Milano si veste da città europea e si prende l’impegno di organizzare qualcosa, bisogna darle una chance, come a quei corteggiatori che ti regalano i fiori, e fa niente se quelli a stelo lungo sono orrendi, tu una chance gliela dai comunque.

Serata di inaugurazione sul sagrato (sì, lo so, il sagrato è quello della chiesa, il cinema è sacro, teniamo buona questa associazione) del Teatro Strehler, dj set di Missinred e Tommaso Toma, vino gratis, tanta gente.
Sul festival in senso stretto, che sarebbe poi il motivo di tutta una serie di eventi collaterali che si trasformano ben presto nella principale attrattiva di questa dieci giorni milanese, non mi soffermerò molto.
Non me ne vogliano i cinefili.
Non ho le competenze per farlo.
Mi piacerebbe sapere tutti i nomi dei vincitori delle ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia. (Sull’ultimo sono preparata, ma solo perché il film è italiano ed è successo in questi giorni).
Mi piacerebbe eh.
La realtà è che non li conosco.
Che vado al cinema per mangiare le stringhe di liquirizia e per scovare dei racconti che mi somiglino un po’, anche se sono meglio di come li racconterei io.
Quindi decido di evitare.
I cinefili sanno essere spietati.
Per i tecnologici qui trovate il programma di questo festival del cinema.
Per i nostalgici del cartaceo fuori dal teatro, ombelico del mondo per qualche giorno all’anno, è disponibile una versione cartacea, costo 50 centesimi, cifra nazional popolare se si dimentica il fatto che avrebbe potuto essere pure gratis, ma tant’è.

Quindi immagino vi starete chiedendo: “Sì, ok, questa scrive un articolo sul Milano FilmFestival senza parlare del festival, e quindi di cosa parliamo?”
Popolazione del festival.
Facce da festival.
Perché il fratello povero del Fuori Salone, povero in realtà non è.
Il campionario di persone, personaggi e fauna umana è similarmente variegato.
Siamo a settembre o ad aprile?
Io, seduta su quei gradini affollati, me lo sono chiesta più volte nell’arco di una sera, e non solo per colpa del vino gratis.

FACCE DA FESTIVAL: 

Cinefili:
Borsa a tracolla. Meglio se di tela. Meglio se con qualche vago e ricercato riferimento cinematografico. Occhiali voluminosi non obbligatori, ma preferibili. Per poter guardare meglio la popolazione che li circonda. A metà tra il superbo e l’incredulo.
L’incredulità deriva dal fatto che mai avrebbero immaginato che così tanti milanesi fossero estimatori del cinema.
La superbia deriva dal fatto che non credendo che tanti milanesi siano estimatori del cinema, non possono che sentirsi un’élite unica ed inarrivabile.

Fighe:
Le fighe sono ovunque, direte voi. E ne convengo. Il mio moto di invidia ed io ne conveniamo.
Ma qui ce ne sono di più.
O forse è solo che sono raggruppate tutte nello stesso spazio fisico, non saprei.
Acchittate che manco all’inaugurazione del Billionaire.
Tacchi da trampolieri. Capelli perfetti. Mercanzia in vista. Sguardo assassino.
Si aggirano da sole, rigorosamente da sole, ammiccando anche al marciapiede.
Da sole, perché le fighe mica hanno bisogno di amici.
Lo sguardo degli altri è loro amico, per la vita.

Fighi:
Perché sarà anche vero che noi povere donnine complessate dobbiamo mandar giù amarezza e autostima, insieme al vino, guardando le bocche sbavanti di maschietti arrapati di fronte all’appariscenza delle fighe di cui sopra.
Ma è anche vero che anche di fighi ce n’è di più.
Tutti concentrati nello stesso spazio fisico.
Un tripudio di ormoni.
La vera domanda è: Dove si nascondono per il resto dell’anno?
Perché l’alta concentrazione aiuta parecchio lo spirito, ma non sarebbe più sano per i nostri fisici fuori forma, godere di tanta beltà spalmandola su trecentosessantacinque giorni?

Fashion victims
Che possono essere anche fighe o fighi ma non è detto.
Qui più che la bellezza conta la ricerca del dettaglio, quello giusto.
Tutto studiato. Anche quel rossetto che pare sbuchi direttamente dalla trousse di Brenda di Beverly Hills. Anche quel cappello che, figlia mia, sarà anche cool, ma ci sono 30 gradi, potresti anche levartelo ad un certo punto.
Tutto studiato. Nessuna crisi pre-uscita davanti all’armadio. Nessuna esitazione nel mettersi le espadrillas. Neanche se, com’è noto, non slanciano minimamente la gamba.

Spaesati:
Sono quelli che sanno che ci sarà il Festival e sanno quali sono i luoghi dove tutto succede.
Ci vanno perché sperano di incontrare qualcuno che conoscono.
O se non lo incontrano potranno al massimo mandar loro un messaggio su whatsapp.
Finiscono con lo sguardo spaesato perché in realtà non hanno incontrato nessuno e il loro telefono ultima generazione è morto alle tre del pomeriggio.
Che sarà anche tecnologico, ma non ha ancora imparato a ricaricarsi da solo.

Quelli col pass
Categoria variegata.
Pass vari ed eventuali.
Qualcuno tra loro potrebbe essere un cinefilo, ma non è detto.
Ciò che li differenzia dal resto del mondo è il pass. Che non si capisce bene a cosa serva. Né quali impenetrabili porte apra loro, però ce l’hanno.
E questo li autorizza, per qualche strano perverso meccanismo, a guardarti dall’alto al basso.

Quelli che il vino è gratis
E fa niente se è gratis solo per un’ora.
E fa niente se, con tutta probabilità, sarà vino da mal di testa del giorno dopo.
Alle bevute gratis non si dice mai di no.
Se poi si riesce anche a mettersi nella borsa un bicchiere, souvenir della serata, tanto meglio.

Famiglie:
Famigliole fricchettone. Di quelle che hanno recuperato i propri figli in mezzo ad una piazza affollata. Scaricati lì dalle baby sitters che non vedevano l’ora di liberarsi della prole.
Di quelle che fa niente se mio figlio di un anno a quest’ora dovrebbe fare il bagno, mangiare e poi andare a letto.
Io prima di tutto sono una donna/uomo, mio figlio non morirà se per una sera cambia i propri ritmi, no?
E poi vedere un po’ di gente gli farà bene, no?

Gay
Come le fighe, anche loro sono ovunque.
Questo ormai è un dato di fatto. Soprattutto per le giovani milanesi ringalluzzite dal progesterone che cercano per le vie della città la propria anima gemella.
E soprattutto per le giovani milanesi già accasate che non si devono più preoccupare di essere rimpiazzate da un’altra più giovane, più bella, più intelligente.
Ma da un altro. Più giovane, più bello, più intelligente. E, sicuramente, meglio vestito.
Popolazione gay presente all’evento: folta. Ed in sensibile crescita.

Persone che potresti conoscere ma forse non conosci
Perché in mezzo a tanta gente ci sarà sicuramente qualcuno che conosci.
E ci sarà sicuramente anche qualcuno che hai conosciuto ma non ricordi il suo nome, né dove l’hai conosciuto.
E poi c’è quella persona che ti sembra proprio di conoscere.
La fissi per tutta la serata. All’inizio ti sembra una faccia familiare. Poi ti sembra solo qualcuno che potresti aver già visto.
Alla fine capisci che forse mica lo conosci davvero.
Ma che dopo tutto si potrebbe anche rimediare, visto che ha un bel sorriso e un fisico prestante.

Piccola sottocategoria, piccola e politicamente scorretta: Persone che conosci e che cerchi di evitare:
Non posso aggiungere altro, mi sembra già abbastanza il fatto di essermi nascosta dietro ad un mio amico per evitare uno di questi incontri.
Non posso sputtanarmi oltre.

Facce da Festival

 

 

 

Irene Alcano

Milanese, pure troppo. Bionda, fino all’ultima doppia punta.
“La prima volta che ti ho visto mi stavi proprio antipatica”! Questa frase me la sento dire da sempre. Colpa degli occhi normanni e del broncio. Quello ce l’ho sempre. E’ la mia espressione più socievole.
Ci sono mattine in cui mi sveglio e mi sento novant’anni e mattine in cui mi sveglio e me ne sento nove. Per sentirmi la mia età scrivo. Soprattutto sul mio blog, Non farmi soffrire le pene, (http://www.nonfarmisoffrirelepene.com/) il cui titolo fa rima col mio nome (e con altre parole non ripetibili in fascia protetta) e dove mi trasformo in BlondieIndeed, una bionda senza peli sulla lingua.
Ho messo una laurea in scienze dell’educazione nel cassetto ma non l’ho ancora chiuso a chiave, quel cassetto.
Leggo. Penso. Parlo. Scrivo. Pedalo. Mi metto il rossetto rosso. Bevo Spritz. Mangio sushi. E mi guardo attorno.Non necessariamente in quest’ordine.
Irene Alcano

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