Sopravvivere a Picasso

Sopravvivere a Picasso

Ogni volta è la stessa storia. Quando si decide di andare a vedere una mostra, immancabilmente chi è con me mi guarda e si aspetta che io gliela illustri come una guida. “Tanto ci sei tu che sei esperta, mica come noi che siamo ignoranti!” Tu sorridi imbarazzata e, andando in ansia da prestazione pensi: ora come faccio?

In teoria, vista la mia laurea in storia dell’arte ci si aspetta che io abbia imparato qualcosa, il che non è del tutto falso, ma da qui a fare la guida ce ne passa. Soprattutto quando la mostra in questione è una personale vastissima, dedicata a uno dei più grandi artisti del Novecento. Forse basterebbe sparare frasi a caso dalla semantica complessa e dalla logica inesistente, a quel punto mi ascolterebbero come un vero critico d’arte. Ma io non riesco, quando parlo di cose che non so nel mio cervello scorre un nanetto che urla “ehi se ne stanno accorgendo che bluffi!”

Mi preparo quindi a modo mio, e prima di entrare a Palazzo Reale sintonizzo l’iPhone su Wikipedia poi, una volta entrata, mi stampo in faccia l’espressione da esperta che aggrotta un po’ il sopracciglio e brontola.

Mi avvicino alle tele, sospiro, faccio commenti sottovoce di cui si sentono due parole su quattro, e a quel punto solitamente chi è con me lascia perdere, o perché pensa che sono un’odiosa snob o perché mi crede in trance. Anche questa volta quindi l’ho scampata!

La verità è che di una guida in questa mostra si può fare a meno: è raccontata con precisione e semplicità e talmente ricca da togliere il fiato.

Ho sempre creduto che l’arte fosse esattamente questo per chi guarda, l’emozione del momento, quel secondo in cui il tuo sguardo si posa su quella tela e tu senti qualcosa, oppure no.

Un po’ come all’asilo. Questo mi piace, questo no. E puoi tornarci davanti cento volte, analizzarlo e fare teoremi, se comunque non ti ha emozionato penserai sempre “no”.

Poi ci sono mille altre intricate questioni che legano un’opera alla storia, al contesto, alla letteratura, alla vita, all’innovazione, al genio, all’idea, ma nessuna di queste sostituisce l’empatia iniziale.

E Picasso è emozione allo stato puro, in un percorso lungo quasi cento anni l’artista spagnolo ha destrutturato l’immagine per arrivare all’essenza di ciò che dipinge.

A Palazzo Reale sono stati in grado di ricostruire la sua instancabile ricerca grazie ad una sapiente selezione di oltre duecento opere, provenienti dal Museo Nazionale Picasso di Parigi.

Un’occasione per vedere grandi capolavori come Ritratto di Dora Marr (1937), Paulo vestito da Arlecchino (1924), ma anche per godere delle sculture e delle meno note acqueforti e acquetinte.

Una mostra grandiosa, così immensa e densa di opere che ogni tanto bisogna sedersi e chiudere gli occhi, per prepararli a ricevere nuovi stimoli visivi (anche questo è un gesto da finto espertone in trance, provare per credere).

Interessante sia la sezione fotografica, che riunisce scatti della vita privata dell’artista svelando alcuni tratti della sua personalità, sia quella video in cui è possibile vedere il documentario Picasso di Luciano Emmer.

Sono state anche queste immagini a rendere Picasso il più noto artista del suo tempo. Una pecca? I vetri sopra le tele non consentono di apprezzare al cento percento le opere, che vivono anche della stesura del colore, del suo impasto e della sua densità materica.

Ma queste sono piccolezze, manie da finti esperti che ora posso abbandonare!

 

PABLO PICASSO.
CAPOLAVORI DAL MUSEO NAZIONALE PICASSO DI PARIGI

Palazzo Reale
Piazza Duomo, 12
Milano
Fino al 6 gennaio 2013
www.mostrapicasso.it

 

 

 

Maria Letizia Tega

Sono una maniaca, nella peggiore accezione del termine, di make-up, cosmetici e profumi.
Ho astucci, scatole, ceste e cassettiere pieni di ombretti, blush, matite, terre, primer, creme e rossetti di ogni colore, poi finisco per truccarmi sempre allo stesso modo.
Bolognese trapiantata a Milano, ho portato la mia esse spessa e la mia zeta mancante qui in cerca di fortuna dopo la laurea in storia dell’arte, ma ancora sogno di guadagnarmi da vivere con la mia passione più grande, la politica.
Maria Letizia Tega

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3 Responses to "Sopravvivere a Picasso"

  1. Tania   8 Ottobre 2012 at 16:31

    Viene voglia di andarla a visitare questa mostra così puntualmente e semplicemente raccontata! … possibilmente da sola poiché, come te anch’io, vivo sempre l’ansia da prestazione da “guida”, avendo lavorato in un museo d’arte contemporanea. Altrimenti mi sarà utile seguire alla lettera i tuoi consigli per mantenere quell’aura da intenditrice in trance.

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  2. Daniele Di Giorgio
    Daniele Di Giorgio   26 Dicembre 2013 at 23:58

    “Sono state anche queste immagini a rendere Picasso il più noto artista del suo tempo.”

    E’ stato il suo spirito rivoluzionario, la voglia di spingersi oltre al punto di voler cancellare il colore e qualunque geometria delle forme dalle sue tele.
    E’ stato il coraggio nel 1907 di ritrarre “4 prostitute” dipingendole con volti africaneggianti come omaggio all’ormai anziano Matisse e alle sue statuette africane che probabilmente collezionava.
    E stato il pianto preoccupato di Gertrude Stein, quando di fronte a “Mademoiselle D’Avignon” si sentì dire: “da oggi dipingerò solo in questo modo”, non rendendosi conto che nasceva l’arte moderna.
    E’ stato il coraggio di interpretare la realtà e non di rappresentarla, liberandosi definitivamente da qualunque vincolo di committenza.
    Sono stati i suoi occhi, magnetici, surrealisti. Le sue mani, decise, cubiste.

    Grazie della tua interessante testimonianza.

    Daniele

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  3. Daniele Di Giorgio
    Daniele Di Giorgio   27 Dicembre 2013 at 00:10

    Rettifico…erano cinque

    Rispondi

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