The Revenant, la prova estrema di Leonardo Di Caprio

“The Revenant” è un film dalla difficile digestione. Una volta finito di vedere si percepisce come un pugno allo stomaco ed un disperato bisogno di metabolizzare, capire ed assimilare quanto abbiamo appena osservato. La fotografia è la vera protagonista, un qualcosa di incredibile e meraviglioso, che ci trasporta in un mondo essenziale e vero. Va ricordato che questo film è girato (con grandissime difficoltà) solo con l’utilizzo della luce naturale, e dunque anche questa volta Emmanuel Lubezki fa un ottimo lavoro come direttore della fotografia. La performance di Leonardo di Caprio è molto complessa, soprattutto da giudicare, in quanto l’attore pronuncia pochissime battute durante l’arco del film. È quindi una recitazione basata tutta sugli sguardi e sulla mimica del volto. L’attore cerca di farci percepire lo stesso dolore sia fisico che psicologico che lui si trova costretto a sopportare. L’argomento che in questi giorni è sulla bocca di tutti è se Leonardo di Caprio riuscirà o meno a vincere il premio Oscar. Credo che sicuramente questa sia una delle sue migliori interpretazioni, in quanto l’attore ha lavorato tantissimo di sottrazione, rispetto a quanto è abituato a fare. La storia è incentrata tutta sulla vendetta di quest’uomo, che sfidando il sacrificio e la morte stessa, mira a farla pagare a colui che gli ha ucciso il figlio e causato indicibili sofferenze. Quest’ultimo personaggio negativo è interpretato da un immenso Tom Hardy, che dimostra ancora una volta di essere un attore versatile, profondo e meticoloso. La sua candidatura come miglior attore non protagonista agli Oscar, non mi stupisce affatto. Il film certamente ha delle pecche, quali a parer mio l’eccessiva durata, la presenza di momenti forse estremamente lenti e la storia un po’ scarna. In special modo il rapporto empatico tra padre e figlio viene rappresentato in maniera troppo frettolosa, facendo sì che lo spettatore non riesca ad immedesimarsi fino in fondo nel dolore di Glass (Di Caprio) una volta perso suo figlio. Nel complesso però questo film risulta essere un affascinante spettacolo per gli occhi, che merita di essere visto su grande schermo, in quanto sfrutta al massimo la magia che il cinema (inteso proprio come grande sala) sa regalare. Il regista, Alejandro González Iñárritu, dopo “Birdman” (che lo scorso anno fece incetta di premi Oscar), decide di cambiare atmosfera. Passiamo dalla nevrotica ed attuale New York al North Dakota del 1823. Dunque un ritorno alle origini, dove cerca l’essenziale, la realtà intesa come adesione al vero. Ci riesce in pieno utilizzando il dolore e la vendetta come catarsi. Iñárritu sconfigge dunque “artisticamente” il male nascosto nell’egoismo dell’animo umano e ne punisce l’avidità, utilizzando la sofferenza del redivivo Glass. Iñárritu continua, anche con questa sua ultima opera, a confermarsi come grande maestro, ed a parer mio uno dei migliori registi viventi. Personalmente amo di più “Birdman” come genere di film, ma questo suo ultimo lavoro è un esperimento interessante e sicuramente imperdibile per chi volesse andare al cinema ed assistere ad un vero e proprio viaggio emotivo di 156 minuti.

Edoardo Andreotti

Divoratore di cinema e grande sognatore. Confezionato nel 1992, sono laureato in Comunicazione a Roma, ma vengo dalla Toscana. Mi piace scrivere, recitare, e fare tardi la sera. Viaggio per trovare il mio posto nel mondo. L’indipendenza e la libertà sono il mio ossigeno. Troppo pigro per essere un vero sportivo, troppo attivo per restarmene in casa. Diritto alla meta.
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