BOLOGNA – La rigidità dell’inverno bolognese si combatte con la frenetica attività podistica a cui ci spronano le opportunità espositive della tredicesima edizione di Art City. E allora…vai…Sotto i famosi portici gruppetti di “divoratori” famelici di arte contemporanea sembrano senza posa, curiosi globetrotters di questi nostri tempi strambi.
Dal canto mio vorrei segnalare qualche occasione da non perdere:
Niccolò Morgan Gandolfi, ospite dello storico e bellissimo WP Store in via Clavature, l’antico centralissimo mercato della città. Mushrooms, Flowers e Shells sono tre enormi stampe, all’apparenza fotografiche (scopriremo che sono immagini create attraverso lo scanner), che ci rendono brani di natura con una forza capace di inghiottirci.

La natura morta diventa paesaggio, e il piccolo frammento composto con maestria dall’artista, acquista insieme potenza e poesia. Il più piccolo particolare, ingigantito, rivela una potenza che si esalta della sua stessa bellezza. L’arte di Niccolò Morgan Gandolfi si esprime in questo dialogo titanico tra natura, uomo e arte. Fino al 28 febbraio.

Federica Marangoni
Federica Marangoni, nell’elegantissimo cortile del quattrocentesco Palazzo Sanuti Bevilacqua Ariosti ha concepito un incanto visivo, una cascata di luce che evoca la rifrazione della luce nell’acqua e genera un arcobaleno che rischiara lo spazio circostante. Una vera magia. Nel buio il colonnato, le volte, il pozzo con la fontana leonina, la loggia al primo piano risaltano con un’inedita fascinosa evidenza. Proprio Metamorfosi di una visione è il titolo e il programma dell’istallazione site specific di Marangoni (a cura di Eli Sassoli de’ Bianchi e Oliva Spatola).

L’artista veneziana è una figura importante della light art, pioniera nell’utilizzo delle più moderne tecnologie (video) e dei materiali nuovi (plastiche, neon) e antichissimi (vetro, quello di Murano naturalmente). Ogni mezzo è lecito per “fare Arte, sempre a sfondo concettuale e tesa ad esprimere un impegno anche sociale, un’analisi profonda della vita e della morte con la quale l’uomo deve sempre confrontarsi”. L’avvenimento è piuttosto inconsueto per Art City in quanto ospitato in una proprietà privata non dedicata alle esposizioni e alle aperture al pubblico, in oltre ha partecipato all’operazione come sponsor principale un privato, la Tyche Bank.

Per Barclay
Per Barclay, il settantenne artista norvegese ha avuto l’onore d’inaugurare il grande spazio della ex chiesa di san Barbaziano, restituita alla città e ad un uso più nobile dopo anni di degrado e incuria. Ora è nelle mani dei Musei Nazionali di Bologna. Il restauro conservativo appena compiuto ha interessato l’esterno della chiesa e gli infissi di finestroni e portoni. L’ampio e altissimo interno si mostra ora scarnificato, privo di ogni decorazione, ridotto all’osso dopo il lungo uso improprio (fu fienile, deposito militare, garage). Nel futuro di San Barbaziano c’è la realizzazione di un centro di documentazione sulle arti performative e circensi in cui si svilupperanno oltre all’ attività documentale, di laboratorio, di didattica anche, sfruttando l’altezza vertiginosa, esibizioni dal vivo di acrobazia aerea, giocoleria, cabaret, musica e teatro.

Ma torniamo a Per Barclay che ci offre un’inedita lettura di quel capolavoro assoluto che è La strage degli innocenti di Guido Reni. Dopo aver fotografato la tela del “divino Guido” conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, ha appeso rovesciata la riproduzione scala 1:1 sopra ad una grande vasca quadrata allagata con nero olio. Il cupo riflesso speculare così ottenuto rende la scena drammatica davvero tenebrosa e inquietante. Molto riuscita è l’istallazione nello spazio scabro e vibrante di San Barbaziano: quasi un’azione teatrale ed esistenziale in cui lo spettatore partecipa soprattutto psicologicamente. Risale al 1989 la sua prima oil room, che in seguito ha allestito in tanti prestigiosi musei mondiali.

«La strage degli innocenti» Guido Reni, Pinacoteca Nazionale di Bolognaù
Peggy Franck
Peggy Franck, è l’artista olandese che, vivendo per un periodo dello scorso gennaio nella sala convegni della Banca di Bologna, ha creato lì un’istallazione intitolata A naked room una stanza nuda. Il grande spazio, una volta ad uso pubblico (faceva parte del novecentesco Palazzo delle Poste), ora ambiente di rappresentanza, è stato “scarnificato” e usato dalla Frank come sua dimora e studio creativo. Fulcro della sua ricerca artistica: un interno, uno spazio intrigante tra privato e pubblico, tra mondo interiore e quello esteriore dove le cose possono cambiare e connettersi in vari modi. Peggy Frank si avvale della pittura (in modo particolare quella pittura che deriva dal celebre espressionismo astratto americano), ma anche della fotografia, della scultura, dell’installazione per creare una complessa scenografia spaziale.

“E’ un lavoro di pittura che si espande, che esonda, che straripa, movimentata e volatile” spiega il curatore Davide Ferri “Le immagini dipinte si manifestano su materiali eterogenei” e non necessariamente appese alle pareti. C’è tanta vita vissuta, si percepisce il gesto e la relazione con lo spazio e la luce: proprio una reazione fisica e psicologica alle caratteristiche sollecitate nell’artista dal salone di Palazzo de’ Toschi. “La pittura di Peggy Frank è un territorio poroso e prensile, una pratica di composizione (e realizzazione di un’immagine) che coinvolge tutte le zone e le articolazioni di uno spazio”. La mostra celebra i dieci anni di mostre volute da Banca di Bologna nella sua sede di piazza Minghetti.

Echoes of Africa
Echoes of Africa, visioni contemporanee di 16 artisti collezionate da Marino Golinelli dal 2000 in poi. All’Opificio Golinelli, curata dalla Fondazione omonima, è allestita una rara occasione per vedere con altri occhi l’Africa. Subito sentiamo che siamo di fronte ad una sensibilità diversa, più diretta ed efficace, forte e dolce allo stesso tempo.

ùL’uso spigliato di materiale di scarto, un certo cliché tradizionale però tradotto con mezzi innovativi, il clima dell’Africa che ha conquistato l’Occidente (uno per tutti, Basquiat), tecniche tradizionali e simbolismo ancestrale, fanno scattare un denso dialogo necessario tra locale e globale, tra modernità e antichi costumi.

Flavio Favelli
Flavio Favelli, nella grande sala di lettura della Biblioteca Zeri è riuscito a compiere una meraviglia. Due grandi scaffalature passanti in legno, come due tramezzi ‘a giorno’ scandiscono il caldo spazio della Fondazione. Sono così ben compenetrati con l’ambiente che me ne accorgo pian piano: non libri, ma bottiglie di vetro rilucono negli ordinati ripiani. 216 bottiglie di 216 forme diverse, contenenti liquori originali. Manca solo l’etichetta, la carta d’identità che farebbe riconoscere “l’elisir mirabile”. Come non pensare, per semplice associazione d’idee, a Giorgio Morandi? E poi siamo proprio a Bologna in via Fondazza! Sono essenzialmente le forme delle bottiglie che attraggono i due artisti.

E i colori, gessosi per Morandi, totalmente artificiali per Favelli. Le reliquie di un mondo passato per sempre, le atmosfere della casa borghese col mobile bar dall’interno a specchi e neon. Tutto quello scintillio e quel profumo di zucchero e alcol che incantava il bimbo Favelli. Il curatore Roberto Pinto nota quanto l’arte e la vita siano sempre unite nel lavoro di Favelli, che “è capace di riappropriarsi di frammenti della nostra storia creando opere che parlano di radici e di dislocazione, di nostalgia, ma anche di proiezione verso il futuro”. Un gioco intrigante per il visitatore potrebbe essere quello di tentare di riconoscere i brandy, i cognac, i maraschini, le grappe, le vodke, i rum, i gin, i fernet, i nocini, i centerbe, i limoncelli visti nei bar e alla TV di una volta.

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