Venezia 82, Jay Kelly e la complessità dell’Io

Venezia 82, Jay Kelly e la complessità dell’Io

VENEZIA 82 – Alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Noah Baumbach presenta in concorso Jay Kelly. Un film che si configura come un sofisticato gioco di riflessi tra arte e vita, e che affida a George Clooney il ruolo centrale di un attore costretto a confrontarsi con la propria immagine pubblica e privata. Tra commedia e malinconia, con Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup e Patrick Wilson, il film riflette sul confine tra realtà e finzione, sull’amore e i rimpianti. In arrivo su Netflix dal 5 dicembre 2025 (visibile anche su Sky Q, Sky Glass e Now tramite la app Smart Stick).

“Essere se stessi è un accidenti di responsabilità. È molto più facile essere qualcun altro o nessuno”.

È con queste parole di Sylvia Plath che si apre Jay Kelly di Noah Baumbach. Si intuisce subito il cuore pulsante del film: un conflitto interiore, profondo e universale.

Baumbach, alla sua prima partecipazione in concorso alla Mostra di Venezia (con un’opera pensata su misura per George Clooney, si intende) fa di questa citazione il punto di partenza per un percorso narrativo che ruota attorno alla sfida più ardua per ogni essere umano, e per ogni attore: interpretare sé stessi.

La pellicola, che si estende per oltre due ore, non si limita alla narrazione tradizionale. Piuttosto, si propone come un’esperienza stratificata, densa e coerente con la visione autoriale di Baumbach. Un cinema fatto di domande, sguardi intimi, osservazioni taglienti e riflessioni che travalicano il personale per farsi universali.

Con un tono sospeso tra leggerezza e malinconia, Jay Kelly si muove sul sottile filo che divide la recitazione dall’esistenza, interrogando lo spettatore sulle sfumature dell’identità, sul peso della fama e sul significato del tempo che passa. Baumbach confeziona così un racconto che mescola metacinema e realismo emotivo, e che, pur muovendosi nell’ambiente hollywoodiano, trova il coraggio di scavare sotto la superficie della celebrità. La sua poetica, già riconoscibile in titoli precedenti, torna qui con forza: non c’è compiacimento, ma una volontà costante di smascherare le costruzioni narrative che ciascuno, in fondo, mette in scena ogni giorno.

Jay Kelly: il film in breve

Qual è il prezzo reale del successo quando si diventa una star del cinema? Jay Kelly si costruisce attorno a questa domanda fondamentale, muovendosi con naturalezza tra momenti di ironia disincantata e frammenti più teneri e malinconici.

Il film prende forma come un tributo alla recitazione e a quelle esistenze trascorse dietro e davanti alla macchina da presa, dove le emozioni diventano scena e la vita si fonde con il racconto cinematografico. Tutto ruota in modo quasi maniacale attorno al volto e al corpo di George Clooney, in un ruolo che più che interpretare, sembra abitare. Mai come in questa occasione, l’attore e il divo si fondono in una sola identità, sovrapponendosi al personaggio fino a rendere il confine tra realtà e finzione quasi indistinguibile.

Il film nasce da una sceneggiatura firmata a quattro mani dallo stesso Baumbach e dall’attrice Emily Mortimer, che compare anche nel cast.  Insieme a loro, Adam Sandler, Laura Dern, Greta Gerwig, Riley Keough ed Alba Rohrwacher

Dopo Storia di un matrimonio (2019) e Rumore Bianco, film d’apertura della Mostra nel 2022, questa è la terza volta che Baumbach si presenta nella corsa per il Leone d’Oro, con un’opera che, in parte, parla anche della sua visione sul mestiere dell’attore e sul rapporto tra autore e interprete.

Girato in larga parte in Italia, con location tra il piacentino e la Toscana, Jay Kelly ha anche il merito di portare per la prima volta sul red carpet veneziano la coppia Clooney-Sandler. I due, legati da una lunga amicizia nella vita reale, si ritrovano qui fianco a fianco in una storia che, paradossalmente, sembra restituire proprio la sincerità e la complicità del loro legame. Un’intesa profonda che Baumbach sfrutta a pieno, facendola diventare uno degli elementi portanti del film, non solo a livello narrativo, ma anche emotivo.

Jay Kelly e l’identità

Al termine delle riprese dell’ennesimo successo cinematografico, Jay Kelly (George Clooney), attore di fama mondiale, si trova improvvisamente travolto da un senso di smarrimento profondo. Una crisi d’identità, che lo costringe a rimettere in discussione ogni aspetto della sua esistenza: il rapporto con la celebrità, con la famiglia, il valore del suo passato e l’incertezza di ciò che verrà. Inizia così a interrogarsi non solo su ciò che ha costruito, ma anche su cosa stia realmente lasciando in eredità. Come uomo.

Due eventi in particolare lo scuotono: l’addio della figlia minore, in partenza per l’Europa, e la morte imprevista di un vecchio amico, proprio il regista che lo aveva lanciato. A tutto questo si aggiunge un faccia a faccia con Tim, ex compagno di corso di recitazione, con cui riaffiorano antichi dissapori mai risolti. Uno scontro fisico, ma ancor più emotivo, che risveglia in Jay un dubbio devastante: ha forse inconsapevolmente sottratto la vita, e la carriera, a qualcun altro? Ha vissuto il destino che spettava a un altro uomo? Assalito da questo tarlo, Jay decide d’impulso di seguire la figlia in un viaggio tra Francia e Italia, cercando di uscire dalla prigione dorata della sua quotidianità e ritrovare un senso che sembra essersi dissolto.

Al suo fianco c’è Ron (Adam Sandler), fedele manager e amico di lunga data. I due partono insieme, ognuno con le proprie domande taciute, in un percorso che si trasforma presto in un’improvvisata fuga dall’ordinario… ma anche in un’esplorazione dolorosa e necessaria del proprio vissuto.

Identità, rappresentazione, verità e maschera: sono questi i nuclei tematici centrali che Noah Baumbach porta in scena, senza mai separarli nettamente. Come dichiarato in conferenza stampa, per il regista non si può parlare dell’uno senza toccare l’altro, perché questi concetti convivono e si riflettono a vicenda. In Jay Kelly, vengono decostruiti e messi in discussione con continue variazioni, senza mai fornire risposte univoche, lasciando allo spettatore il compito di cercare il proprio senso dentro le contraddizioni del protagonista.

Nel corso di questo percorso europeo caotico e riflessivo, Jay e Ron sono costretti a fare i conti con le scelte del passato, con le relazioni che hanno coltivato (o trascurato)  e con ciò che rimane di un’identità costruita per gli altri. Il loro rapporto, che nel film assume tratti di una tenerezza non detta, diventa la chiave per entrare nel cuore emotivo della storia.

Il loro legame, infatti, è uno dei pilastri della narrazione: due uomini apparentemente diversi, ma uniti da un vincolo profondo. Jay, divorato dalla consapevolezza di aver messo il lavoro davanti a tutto. Ron, che ha sacrificato se stesso per restare nell’ombra della celebrità. Due esistenze parallele che, forse per la prima volta, si incontrano davvero.

Baumbach concentra l’attenzione soprattutto su Jay, il cui mondo crolla sotto il peso delle sue stesse scelte. È convinto che la sua carriera stia finendo, e con essa anche una parte sostanziale della sua identità. Tutto ciò che ha inseguito sembra aver avuto un prezzo altissimo: la distanza dalle figlie, il fallimento dei rapporti umani, e l’impressione che ogni momento importante sia stato vissuto attraverso il filtro di un copione.

Ecco il panorama che Jay Kelly vuole portare alla luce: una Hollywood dove ogni stella è il prodotto di un sistema, un’impalcatura fatta di addetti stampa, manager, PR e assistenti che lavorano instancabilmente per creare l’illusione di spontaneità e perfezione. In questo mondo, la celebrità è un progetto da mantenere, non una condizione da vivere. Il protagonista è circondato da persone che oscillano tra il ruolo di collaboratori e quello di figure quasi genitoriali, chiamate costantemente a tamponare i vuoti emotivi lasciati dalla notorietà.

George Clooney sul Red Carpet di Jay Kelly

Tra realtà e finzione

Jay Kelly è una di quelle figure cinematografiche in bilico tra invenzione narrativa e riflesso speculare del suo interprete. George Clooney, infatti, dà corpo a un personaggio che sembra disegnato sulla sua immagine pubblica, ma che affonda nel privato con una sincerità disarmante. Il gioco metacinematografico su cui si fonda il film si nutre proprio di questa ambiguità: Kelly è al tempo stesso un alter ego ed una caricatura.

Come ha sottolineato Noah Baumbach in conferenza stampa: “Tutti conosciamo George, così come i personaggi nel film conoscono Jay. Era fondamentale che lo spettatore sentisse questo legame”.

Ecco perché Clooney, nel ruolo, non interpreta semplicemente un attore in crisi: incarna l’idea stessa di celebrità che invecchia e si interroga.

“Una star del cinema recita due volte; quando interpreta una parte e quando interpreta sé stesso.” Ma dove finisce il set e dove comincia la vita reale? Chi è Jay Kelly quando smette di essere Jay Kelly?

Il personaggio vive infatti una fase di profondo spaesamento. Il tempo è passato, le figlie sono adulte e lo definiscono un “involucro vuoto“.

 Attorno a lui si muove una “famiglia” professionale che lo assiste e lo accompagna in ogni situazione: il manager di lunga data Ron (Adam Sandler), figura silenziosa ma indispensabile, e Liz (Laura Dern), addetta stampa dalla doppia natura, tra ruolo materno e protettivo e rigida custode delle regole dello show business.

Adam Sandler e Laura Dern sul Red Carpet

Sandler, in un’interpretazione intensa e misurata, dà vita a Ron con uno sguardo che alterna devozione e stanchezza.

“Una delle mie battute preferite è quando dico: ‘Tu sei Jay Kelly, ma pure io sono Jay Kelly!’”

Una frase che svela il commovente paradosso di chi ha sacrificato tutto per supportare un altro, fino a confondersi con lui.

Due vite opposte, si, ma legate a doppio filo.

La nostra recensione

Con un sorriso che nasconde più di quanto riveli, George Clooney si cala con sorprendente aderenza nel ruolo di Jay Kelly, una figura che sembra recitare ininterrottamente la parte di sé stesso, come se non riuscisse più a distinguere tra il personaggio e l’uomo.

Accanto a lui, Adam Sandler interpreta Ron, il manager di fiducia, con una delicatezza che trasforma un personaggio “secondario” in una delle colonne emotive del film. Il suo affetto per Jay è reale, tangibile, anche quando quest’ultimo si comporta in modo egoista o distante. Ron è il classico “amico che prende il 15%”, certo, ma è anche molto di più: un compagno di viaggio, un padre putativo, un complice silenzioso che ha rinunciato spesso alla propria vita privata per tenere insieme quella di Jay.

Il viaggio che i due intraprendono, spostandosi tra la Francia e l’Italia, diventa un’occasione di confronto interiore e reciproco. Non è solo un itinerario geografico, ma un lento avvicinamento alla consapevolezza, un tentativo di capire chi si è diventati e chi, forse, non si è mai stati.

Come accade spesso nel cinema di Baumbach, il fulcro non è tanto nell’azione, quanto nei dialoghi. Frasi che sembrano leggere ma che colpiscono in profondità, battute che svelano crepe e fragilità. L’evoluzione dei personaggi non è eclatante, ma questo sembra far parte della riflessione stessa del film: cambiare davvero è così semplice?

Tra riflessioni esistenziali e momenti di struggente ironia, Jay Kelly è prima di tutto un racconto sull’identità, sull’illusione della performance e sul peso dell’immagine pubblica. È un film che alterna leggerezza e profondità, con qualche cliché inevitabile, ma con una sincerità che rende la visione scorrevole e coinvolgente. Le critiche che lo definiscono “troppo leggero per un concorso” sembrano ignorare che nella semplicità a volte si annida la complessità più autentica. Non c’è volontà di romanticizzare gli errori, quanto piuttosto di restituirli per ciò che sono: umani, dolorosi, inevitabili.

Jay Kelly

L’inserimento di Frank (Patrick Wilson), attore meno celebre, ma ugualmente gestito da Ron, aggiunge un ulteriore livello di lettura.

Frank rappresenta i tanti volti invisibili dell’industria, quelli che sfiorano il successo ma non lo afferrano mai del tutto. Ed è significativo che il tributo venga assegnato a lui solo quando Jay sembra disinteressarsi del premio. Un gesto che rivela quanto anche il sistema dei riconoscimenti sia guidato più da strategie e circostanze che da merito.

Jay Kelly è dunque un’opera che diverte e commuove, che accarezza e punge. Una commedia intrisa di malinconia e un dramma che non si prende mai troppo sul serio.

Baumbach dirige con il suo consueto tocco calibrato, trovando nella coppia Clooney-Sandler un’energia rara. Il film si muove su due binari: quello del cinema come specchio deformante della realtà e quello dell’uomo che, perso nella sua immagine, cerca disperatamente un contatto con la propria essenza.

Il passato di Jay si confonde con i ruoli che ha interpretato. Ha costruito una carriera impeccabile, ma ha perso qualcosa lungo la strada: la paternità vissuta più nei film che nella realtà (come le figlie gli contestano), l’eroismo da copione che copre le sue insicurezze quotidiane. Ron e Liz (Laura Dern) sono diventati la sua famiglia surrogata, quasi due genitori premurosi per un uomo che, a dispetto della fama, sembra incapace di vivere senza una rete che lo sorregga.

La scena del tributo è uno dei momenti più intensi: Jay osserva spezzoni della sua carriera e per la prima volta, forse, guarda davvero. Commosso, ma non sconfitto, sceglie di immergersi nel presente con un gesto liberatorio: ballare tra la folla sulle note di Rumore di Raffaella Carrà. È un gesto teatrale, un po’ goffo, ma autenticamente catartico.

Ed è proprio questo lo spirito del film: una riflessione amara e ironica su ciò che resta quando gli applausi cessano e si torna al silenzio. Quando il pubblico se ne va e l’attore resta solo con sé stesso.

“Posso farne un’altra?”, chiede Jay, davanti alla macchina da presa e gli occhi rivolti verso di noi. E in quel desiderio di riprovare, c’è tutta la fragilità dell’essere umano.

Così come emerge all’inizio del film, così la ritroviamo alla fine.

Sandler merita senza dubbio una menzione speciale, se non una candidatura all’Oscar. In un ruolo diverso dai soliti, abbandona i toni comici per restituire un’interpretazione profonda, affettuosa e malinconica. Dimostra ancora una volta di non essere solo un attore brillante, ma anche capace di misurarsi con la complessità emotiva dei grandi ruoli.

Adam Sandler in Jay Kelly

Unico vero neo, l’Italia rappresentata a tratti in modo troppo stereotipato, tra accenti marcati e scenari da pubblicità. Un peccato, perché le sequenze italiane avrebbero potuto arricchire ulteriormente il film. Resta comunque un’operazione interessante, rafforzata anche dalla presenza di Alba Rohrwacher, forse non valorizzata quanto meriterebbe.

“Voglio andare via da questa festa!”, esclama Jay all’inizio

È un grido che racchiude la fatica di dover sempre apparire, la voglia di uscire da un copione già scritto. Ma è anche il primo segnale di una presa di coscienza: Jay vuole sparire, ma forse per la prima volta vuole anche essere visto davvero. Una perfetta metafora Pirandelliana.

Baumbach firma un film che scruta la superficie luccicante della fama per mostrarne il vuoto sottostante. Jay parla a Clooney e di Clooney, Clooney risponde a Jay: le loro vite si riflettono, si sovrappongono, si confondono.

Jay Kelly è un film elegante e lucido ma capace di toccare corde profonde. Non pretende di sviscerare ogni emozione, ma sa restare. È un film che lascia spazio. A chi guarda, a chi sente, a chi ha voglia di chiedersi cosa rimane della enorme pupazzata (direbbe Pirandello) quando tutto il resto crolla.

E in fondo, forse, ci dice anche che una seconda possibilità nella vita è necessaria.

Ludovica Italiano

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