Le corse contro il tempo dei rider di Barcellona

Le corse contro il tempo dei rider di Barcellona

BARCELLONA – Ogni giorno, armati di biciclette, motorini, zaini in spalla e mascherine, attraversano i quartieri d’Europa e del mondo per portare spesa e beni di prima necessità ai residenti. E i rischi di incidenti e le scarse tutele contrattuali sono i problemi più grandi da affrontare. Sono i rider, categoria di cui si parla molto in questi giorni, una categoria che vogliamo conoscere meglio attraverso la testimonianza di un fattorino che preferisce restare anonimo. 

Diciamolo con sincerità, la vicenda di Angelo Tuttomondo, il rider di Glovo che recentemente ha vinto la causa contro il proprio datore di lavoro ottenendo l’assunzione con un contratto a tempo indeterminato, disegna una storia di cui ci siamo innamorati un po’ tutti. Una realtà apparente che delinea il classico lieto fine in cui chi si schiera di fronte alla parte del potere, e non al suo fianco, ha ragione e soprattutto vince.

Le ombre di questo settore sono però molte. Lati oscuri tra i quali si nascondono abusi di potere e coperture assicurative a carico del lavoratore, alimentati dalla corsa contro il tempo quotidiana per evitare il pasto gratis a carico dell’azienda. In questi casi la verità diventa un bagliore in grado di mostrare la realtà nel buio più profondo.

Barcellona. Foto di Enrico Perini da Pexels

Barcellona è un rettangolo di vita interrotto solo da quel mare sconfinato che continua fino a mischiarsi con l’orizzonte. Sei circondato da persone ma non noti nessun tipo di ostentamento ed è sufficiente rimanere in silenzio ad ascoltare le grida festanti e le frasi pronunciate in ogni lingua provenienti dai palazzi per respirare l’accoglienza della città.

Barcellona però è anche povertà e per capirlo basta rispolverare l’indagine dell’ Employment Report for Barcelona del 2017 che metteva in luce una situazione critica mostrando una città divisa in due parti. Una porzione che si è ormai ripresa dalla terribile crisi finanziaria; mentre un’altra dove si vive davvero alla giornata sperando di non sprofondare tra licenziamenti, tasse e sfratti.

La maggioranza dei rider che vivono e lavorano a Barcellona occupano quest’ultima enorme fetta. Tra questi anche un ragazzo sudamericano con cui condivido l’alloggio, che cordialmente ha sopportato la mia curiosità sull’argomento rispondendo ad alcune mie domande a patto di non mostrare la sua identità per motivi precauzionali. Per questo motivo nell’intervista trascritta il rider si identificherà con “A”.

VITA DA RIDER: INTERVISTA A UN FATTORINO ANONIMO DI BARCELLONA

Crediti foto: Pexels

Da quanto tempo vivi a Barcellona?

A. Quasi sei anni.

Quando hai cominciato a lavorare come rider?

A. All’inizio del 2019

Per quale società?

A. Glovo

In Spagna la legislazione vi considera come veri e propri dipendenti, in quanto Glovo “si avvale di distributori che non hanno una propria organizzazione aziendale autonoma e che forniscono i propri servizi subordinatamente al datore di lavoro.” Vero?

A. Sì ma non tutti i rider sono dipendenti. Due anni fa, ad esempio, la maggioranza erano rider autonomi.

Quindi prima un autonomo poteva scegliere quanto lavorare e quanto farsi pagare?

A. Assolutamente no. Era la medesima cosa ma con l’obbligo di partita IVA e senza copertura assicurativa. Erano falsi lavoratori autonomi. Un inferno.

Ora la copertura assicurativa è inclusa nel contratto?

A. Sì, ma solo se vengo ricoverato per tre giorni.

Ah, e se a causa di un incidente ti rompessi un osso ma in ospedale ci rimani solo due giorni, le spese sarebbero a carico tuo?

A. Sì.

Ti è mai accaduto qualcosa di simile?

A. Un giorno ebbi uno scontro con uno scooter in Plaza de Espanya, una delle più affollate delle città. Per questione di attimi una moto riuscì a evitarmi. Restai in ospedale tutto il giorno a farmi curare il braccio e il giorno dopo tornai operativo.

E se un giorno ti svegliassi con 38 di febbre?

A. Andrei lo stesso a lavorare.

Ok, facciamo 39.

A. Mi farei sostituire. Ho condiviso con altre tre persone l’account che utilizzo per lavorare e quando ci sono imprevisti ci sostituiamo a vicenda. In questo modo il nostro rating rimane alto e allo stesso momento sembra che il lavoratore stia consegnando.

Barcellona

È una pratica diffusa tra rider?

A. Qua sì.

E sarebbe legale?

A. Non credo, ma quando cominciammo a farlo le nostre condizioni di lavoro erano così poco tutelate che chiunque nelle nostre condizioni si sarebbe comportato così.

Perché il rating è così importante?

A. È un semplice algoritmo, ma se ottieni dei valori alti il numero delle consegne che ti vengono offerte aumenta di conseguenza.

Nel maggio 2019 un rider morì investito da un camion del servizio di pulizia stradale della città. Da quel momento la vostra voce si è fatta sempre più sentire, soprattutto a Barcellona, dove poco dopo fu approvata una legge che vi considera a tutti gli effetti dipendenti. Conoscevi quell’uomo?

A. No, lo avevo visto solo un paio di volte, di sfuggita. Dopo la sua morte cominciarono una serie di proteste e manifestazioni infinite che continuano tuttora, anche se ciò che otteniamo è sempre minimo. Non riesco nemmeno a ricordarmi il suo volto, il che mi fa vergognare un po’ perché è solo grazie a lui se hanno cominciato a considerare i rider e a prendere coscienza del rischio a cui siamo esposti. Sarebbe potuto capitare a chiunque, persino a me.

Prima come eravate considerati?

A. Semplici addetti alla distribuzione senza alcun legame con l’azienda che ci paga, la quale agiva solo da intermezzo, facendo scivolare tutti i rischi e le spese a carico degli autonomi.

Ad ora le cose mi sembrano migliorate (annuisce con un sorriso forzato). Ti consideri sottopagato?

A. Assolutamente no. È un lavoro come gli altri, ma più rischioso e meno tutelato.

Il tuo stipendio viene calcolato in base alle ore o alle consegne?

A. Entrambi influiscono.

Crediti foto pexels

Non ti sembra di combattere una “corsa contro il tempo” per tentare di guadagnare di più?

A. Quotidianamente.

Lo trovi stressante?

A. I chilometri no. La “corsa contro il tempo” come l’hai chiamata tu sì. In quel momento magari non me ne rendo conto, do la colpa ad altri mille problemi che mi passano per la testa, ma se ci rifletto sì, spesso è stressante.

Ricordi la mancia più alta che hai ricevuto?

A. Sì, nei dintorni di Liceu. Non mi rivolse nemmeno la parola, a malapena i nostri sguardi si incrociarono. Un attimo dopo avevo in mano un foglio da 20€. Si tratta di un colpo di fortuna, qualche settimana dopo mi hanno detto che si trattava di un attore spagnolo, ma ad oggi non so ancora il suo nome. In media però ricevo una mancia ogni 10/15 consegne.

Passiamo a ricordi più negativi: la tua esperienza peggiore con il tuo datore di lavoro virtuale.

A. Con Glovo? Nessun problema. Alcune volte però ci sono problemi con i gestori del luogo dove viene ritirato il pasto. Si sentono in qualche modo di poter contare su una gerarchia che li mette un gradino più in alto dei rider, specie quelli stranieri. A me non è capitato nulla di grave, ma una volta un mio collega si è lamentato per l’attesa e gli è stato lanciato addosso il sacchetto contenente l’ordine che doveva portare, accompagnato da alcuni insulti razzisti.

Lorenzo Messina

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