Rapsodia in Blu: street-art a Bologna tra creazione, conservazione e cancellazione

“L’arte o è plagio o è rivoluzione” (Paul Gauguin). Ovvero quando l’assenza diventa più ingombrante della presenza

Rapsodia in Blu: street-art a Bologna tra creazione, conservazione e cancellazione

BOLOGNA – Il 12 marzo scorso  dopo la richiesta di cancellazione dai muri del capoluogo emiliano di tutte le opere di Blu ci siamo fermate a riflettere sul significato della street-art. Ecco le nostre considerazioni sui vari street artist contemporanei.

ha infatti oscurato con una mano di grigio tutte le sue opere bolognesi, in aperta opposizione alla mostra “Street Art. Banski & Co” in cui alcuni dei suoi lavori sono stati inclusi dopo essere stati rimossi dalle facciate degli edifici che li ospitavano.

Si è fatto un gran parlare a Bologna, in queste ultime settimane, di Street Art, dibattito innescato dalla sconcertante e repentina cancellazione dai muri del capoluogo emiliano di tutte le opere di Blu. Il noto artista e writer bolognese, riconosciuto dal Guardian come uno dei 10 migliori street artist contemporanei, il 12 marzo scorso ha infatti oscurato con una mano di grigio tutte le sue opere bolognesi, in aperta opposizione alla mostra “Street Art. Banski & Co” in cui alcuni dei suoi lavori sono stati inclusi dopo essere stati rimossi dalle facciate degli edifici che li ospitavano.

Il gesto non poteva certo passare inosservato ed è infatti rimbalzato a più riprese su tutte le maggiori testate italiane e internazionali, assieme a mille punti interrogativi su quello che la Street Art è e come dovrebbe (o non dovrebbe) essere fruita.

Mentre l’opinione pubblica si divide a sostegno dell’una o dell’altra parte, abbiamo pensato di approfondire la questione allargando il punto di vista, per vedere dove ci portava il filo del ragionamento.

Ecco di seguito le nostre riflessioni.

L’espressione “street art”, chiaramente di matrice anglosassone, sta ad indicare ogni forma di arte intesa come operazione creativa, di materia fatta quindi con le mani.
Gli anglosassoni, più pragmatici e possibilisti di noi, alla parola “art” fanno corrispondere più valori o disvalori ma tutti riconducibili a ciò che si crea laddove prima non esisteva o che si modifica laddove la scelta o la necessità, nonché l’estro di chi la pratica, ne lascino intravedere la possibilità.

Cosi come la definizione “literature” è sinonimo di qualsiasi forma scritta, e include quindi l’insieme delle opere scritte da grandi autori ma non solo, analogamente per “art” accade lo stesso. Nel caso specifico stiamo parlando di Street Art, un genere che per sua natura è pensato per “l’esterno”, dove vive e si evolve. e dove ha un fruitore casuale (o spesso più di uno). La collettività, il sociale o il gruppo allargato ne sono l’interlocutore ideale e reale insieme; chi invece volesse non fruirne, basta che distolga lo sguardo.

La Street Art ha quindi per definizione una sola ragione d’essere: la sua collocazione esterna. La strada, con i suoi umori, sentori e impressioni, crea con essa un connubio uno scambio, che ne costituisce l’anima stessa.

Ma cos’è in definitiva la Street Art?

E’ un processo creativo che si innesca e tende al recupero di ciò che è desueto, inutilizzato o dimenticato e che in sostanza non avrebbe più molta ragione di essere, un tentativo di dare un’ultima chance, anche la più estrema, a cose che non ne hanno, un modo fantasioso di recuperare l’irrecuperabile, recuperando al contempo quello che sta dentro del suo autore in un gesto di condivisione costante.

Ogni oggetto o spazio che sia “dimenticato” e lasciato a sé entra in un inequivocabile stato di abbandono, il degrado va da sé, spontaneo. Nasce da qui la voglia di dare una sorta di eutanasia o di agonia addolcita, di offrire una possibilitò ulteriore allo spazio, anche il peggiore, il tutto motivato da una sete di bellezza o di estetica condivisa. L’abilità del fautore sta solo nel saper leggere fra i resti di un muro scalcinato, di un condotto abbandonato o di qualsiasi altro luogo da paria o oggetto reietto, una possibilità ulteriore di vita, un’opera di redenzione se vogliamo, ma tant’è.

Ciò richiede la capacità di saper guardare e vedere quali possibilità vi siano anche nel deteriore, una capacità che solo l’occhio esperto di un architetto o di un vero artista possono avere.

La natura aborre il vuoto, un muro “libero” idem: chiunque può essere attratto dalla possibilità di lasciarvi sopra un segno. L’horror vacui in natura viene compensato da una colmatura vegetale che nella giungla urbana viene sostituita dai segni e dai colori dei writers. L’arte di strada opta per questa direzione.

Talvolta il confine fra ciò che è “arte” e vandalismo tout court può essere labile; nondimeno però esiste.

Chi scrive di fatto ha in mente un confine netto: i migliori street artists hanno ricevuto una formazione idonea (spesso escono dall’accademia), alcuni sono autodidatti ma in genere tutti amano, conoscono e rispettano l’arte. Un antico portale, la facciata storica di un palazzo, il muro di una chiesa non sono certo gli spazi che i writers consapevoli adottano come tela, non sarebbe il caso: chiese, monumenti, antichi palazzi non sono transitori né cercano nulla – salvo una ragionevole manutenzione – e infatti quasi mai sono presi di mira dai veri artisti di strada.

Il palazzo antico, il castello, ti guardano e ti sfidano, la contemporaneità spocchiosa si deve quindi arrestare.
I tags, le firme o gli scarabocchi beceri sono un’altra questione.

Come recupero quindi lo spazio? Con un’operazione di sottrazione: eliminando il vuoto, il brutto, il degradato, il cattivo, diventano qualcosa di più bello, più dignitoso e più buono.

Attraverso un’azione gratuita, di amore verso l’estetica a vantaggio di tutti. Attraverso un procedimento in cui tutta l’enfasi del gesto creativo è posta sul processo, a dispetto di quanto accade quando l’attenzione è collocata invece sul prodotto: processo vs prodotto, ad essere chiari e sintetici.

Il processo lo controllo, se credo, ma non lo “fermo”, non lo fisso, qui sta tutta la sua grande forza, poiché se lo fermassi lo ucciderei. Solo il tempo è autorizzato a intervenire. Al contrario del “prodotto” che invece ha una sua finitezza, il processo è vitale, è dinamico, è in divenire, è o può essere meno sorprendente ma è sempre o comunque inarrestabile, come un fiume in piena, πάντα ῥεῖ (panta reis, tutto scorre ndr). E’ quindi lo scorrere e il trasformare o il trasformarsi insieme che da valore all’arte di strada.

Non esiste il prodotto, il “quadro/parete” della Street Art, se non per la durata relativamente breve della creazione esposta agli elementi esterni: perchè è nella sua natura non essere durevole.

Se durasse diverrebbe mero prodotto, quindi tutelabile se meritevole di attenzione da parte dei critici.

Ma il prodotto non interessa la Street Art se non nella sua fase transitoria.

Ecco perché di norma si utilizzano materiali e colori molto “umili”, da poco, poiché non è ovviamente né richiesta né quantomeno prevista la durata nel tempo. I manufatti, le creazioni devono avere termine, altri avranno lo stesso “diritto” di intervenire su quello spazio, non esiste “proprietà privata” se non in forma transitoria, anche l’estetica è coerentemente ciclica.

E’ tutto qui il segreto, l’essenza della Street Art: un’arte che come una sorta di fenice, nel fuoco della combustione trova il suo rinnovamento.

Un’arte che nasce (e rinasce) continuamente dalle proprie ceneri, che si rigenera e si evolve, in un processo ciclico e continuo che è vitale solo se è e rimane “processo”.
Per questo analogamente questa stessa arte “muore” – o raggiunge il suo nadir – nel momento in cui si cristallizza e diventa “prodotto”.

Perché accanirsi allora nel preservare qualcosa che per definizione non deve durare?
Nessuno conserva le straordinarie sculture di ghiaccio che vengono annualmente create nei più importanti raduni, neppure quella che si narra fu eseguita da Michelangelo per ordine di Piero de’ Medici….

E’ questo forse che sta alla base del gesto di Blu.

Quello che spiega perché uno dei più acclamati artisti italiani – di cui sappiamo poco e niente a parte lo pseudonimo ma che è considerato uno dei dieci street artist migliori al mondo – ha deciso di dar luogo alla dolorosa cancellazione delle sue opere: al fine di scongiurarne l’imprigionamento all’interno di spazi predefiniti, per sottrarle alla mercificazione e all’esibizione in ambiti ristretti dove per fruire delle stesse, prima in esterno e alla portata di tutti, si debba accedere previo pagamento di un biglietto.

La mostra sull’argomento, Street Art Bansky and CO, avrebbe funto insomma da semplice detonatore di un dibattito latente, attivando due diverse opinioni al riguardo.

Da un lato il comitato organizzatore della mostra patrocinato da Genus Bononiae, un’organizzazione di spicco del capoluogo emiliano, il quale sostiene che rimuovendo le opere di Blu dalle loro location originarie le si preservi dall’oblio. Dall’altro lo stesso artista che col suo gesto – poco importa se legittimo o meno – ci invita a riflettere sull’esatto contrario. Certo: l’oblio viene scongiurato, ma l’essenza della street art in questa maniera snaturata e tradita.

Poco importa allora se ci sia stato o meno un problema di comunicazione fra le parti. Poco importa se l’autorizzazione a rimuovere i graffiti sia o no stata chiesta, e sia o no stata data. Poco importa se l’atto di cancellazione di un’opera donata alla collettività sia legittimo o meno.

E’ nei confronti dell’atto stesso di sottrazione delle opere al contesto in cui sono nate – e da cui traggono linfa vitale – che il dibattito andrebbe riconsiderato.

Perché è in questo senso che in fondo ci invita a riflettere l’eclatante iconoclastia di Blu, con l’unico linguaggio che tutti gli riconoscono saper egregiamente padroneggiare: quello performativo dell’arte di cui anche questo gesto, in effetti, si configura come l’ennesima manifestazione.

La cancellazione appare in questa luce non più un atto esecrabile e gratuito, quanto piuttosto una notevole performance artistica che stimola il dibattito sul ruolo della Street Art stessa.

A stimulating artistic performance that in my opinion is part of the conversation about the role of street art our city has been having over the past years” come ribadisce tra gli altri Davide Conte, Assessore alla Cultura di Bologna, dalle autorevoli pagine del Guardian, il 17 marzo 2016.

Sotto: Blu, “MUTO”, a Wall Painted Animation

PER INFO E APPROFONDIMENTI
Per chi desiderasse approfondire, ecco una selezione indicativa (per quanto non certo esaustiva) di articoli e siti sull’argomento:

Stampa Italiana
– Bologna, Blu cancella tutti i suoi murales: “No alla street art privatizzata” (Repubblica Bologna)
– Lo street artist Blu cancella per protesta le sue opere dai muri di Bologna (La Stampa)
– Bologna alla scoperta della street art La mostra che ha fatto arrabbiare Blu (Corriere della Sera)
– Blu, graffiti cancellati. Daverio sta con l’artista di strada (Il Resto del Carlino)
– Blu cancella i murales: esempio di coerenza (QN, quotidiano.net)
– «Stacco» o abbandono, il dilemma sull’ultimo Blu (Corriere della Sera / Bologna)

Stampa Estera
– Le street artiste Blu efface toutes ses œuvres à Bologne (Le Monde)
Blu v Bologna: new shades of grey in the street art debate (The Gardian)
– The 10 best street art works – in pictures (The Gardian, Image Gallery)

La voce dei diretti interessati
– Blu (Pagina Facebook)
Blu (sito Ufficiale)
Street Artist #Blu Is Erasing All The Murals He Painted in #Bologna (Giap, WuMing Foundation)

Sotto: Blu cancella i suoi murales dai muri di Bologna (Video)

Sotto: La mostra “Street Art: Bansky and CO. – L’arte allo stato urbano (Video ufficiale)

 

Testi di Daniela Ferro e Daniela Cisi

Redazione

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