L’amore non picchia: No alla violenza sulle donne

L’amore non picchia: No alla violenza sulle donne

MONDO – Il 25 Novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Importanti, anche quest’anno, le iniziative di discussione e di denuncia volte ad arrestare i casi di femminicidio. #svergognati #NonUnaDiMeno #ecavuzmesrulastirilamaz sono alcuni degli hasgtag che la rete rimbalza e che sintetizzano con grande efficacia il messaggio di sdegno, di lotta, e di non arrendevolezza.

violenza sulle donneL’armadio era bianco, interamente bianco, in legno lavorato, solido, imponente. Dominava sulla parete di fondo della camera da letto, un gigante buono e silenzioso messo a guardia del talamo solenne. Anita e Giulio lo avevano ricevuto in dono dal padre di lui, un uomo rispettabile e severo, insieme al resto del mobilio, in occasione delle nozze.

Anita era bionda, biondissima. I capelli le ricadevano in onde morbide e folte sopra le spalle tonde. Gli occhi, scuri come pozze, ridevano sempre insieme alla bocca. Sapeva ridere, Anita. E rideva tanto.

Giulio era alto, una torre solida tra le cui mura trovare riparo. Quando parlava, agitava le mani come un direttore d’orchestra. Chi l’ascoltava, ne rimaneva incantato. Aveva fascino, il carisma naturale di un uomo che riempie una stanza con la sola presenza.

Si erano conosciuti giovanissimi, durante una festa di compleanno dentro uno scantinato umido, con un paio di divani rammendati alla buona e una palla stroboscopica ad illuminare la pista. Lei indossava una gonna a ruota e le scarpe col tacco. Lui un rennino che avrebbe poi passato ai fratelli, quando fossero stati più grandi. Si giurarono amore eterno sulla coda di un pomeriggio di Maggio, al tramonto, davanti a uno stuolo vociante di amici e parenti, e a un prete annoiato. La casa era pronta da tempo, mancavano solo gli ultimi dettagli: qualche quadro alle pareti, le tende della finestra in cucina, un tappeto alla porta d’ingresso.

Lo schiaffo era arrivato una domenica mattina. Anita e Giulio stavano preparandosi per andare a pranzo dai genitori di lei. Francesca lo ricordava bene. Sua mamma era bellissima dentro quell’abito verde scuro, stretto in vita e largo lungo i fianchi: eterea, come una madonna laica ai piedi di una croce che non immaginava di dover portare.

Aveva sentito lo schiocco, Francesca. Un rumore secco, simile ad una piccola esplosione. Si era voltata d’istinto, incuriosita dal suono inatteso, ed aveva visto la scia rossa colare lenta lungo l’anta bianca dell’armadio, come una ferita aperta sopra quel gigante immobile. Nell’impeto violento del colpo, il viso di Anita si era piegato di scatto dalla parte opposta, verso il guardaroba, come una bambola di plastica che un bambino ha strapazzato troppo forte. Il sangue, zampillando copioso dal naso, aveva macchiato l’armadio e insudiciato per sempre la spensieratezza di quel giorno, e dei giorni a venire.

L’indomani, con i suoi trucchi di ragazza appena sbocciata, Francesca aveva provato a stemperare il livido violaceo che si era formato alla base degli occhi della madre. Guardandosi allo specchio, Anita pensò che la figlia avesse fatto un buon lavoro. Nessuno si sarebbe accorto di nulla. Per la paura, invece, sedimentatasi sul fondo del cuore come fanghiglia sopra il letto di un fiume, non esisteva alcun trucco, nessun abracadabra che potesse cancellare quella “carezza” violenta, che pretendeva di chiamarsi amore mentre si faceva sopruso.

Anita, Giulio e Francesca sono personaggi inventati. Esistono, nel mondo reale, ma hanno altri nomi, altre facce, altri armadi. Anita si chiama Angela, Giordana, Elda, Raffaella. Giulio potrebbe essere Luca, Marcello, Federico, Vittorio. Angela è stata picchiata brutalmente, e poi bruciata viva dal marito. Giordana, invece, l’ha massacrata il suo ex fidanzato con 48 coltellate. Aveva vent’anni. Elda è morta strangolata per mano dell’uomo che aveva sposato e del quale, probabilmente, si fidava. Raffaella è stata freddata con un fucile da caccia.

La loro storia è una storia di numeri. 6 milioni 788 mila sono le donne che, nel corso della vita, hanno subito una violenza fisica o sessuale. 128 le donne ammazzate in Italia nel 2015. 136 i femminicidi italiani del 2014. 179 quelli del 2013. 157 le donne assassinate nel 2012. 116 quest’anno, 86 delle quali in famiglia. Una vera mattanza. Un bollettino di guerra. Lo dicono i dati Istat, lo raccontano i giornali, ne discute la cronaca.

Nel Dicembre del 1999, con la risoluzione 54/134, l’ONU designava il 25 Novembre come Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, invitando Governi e Ong a rendersi partecipi dello spirito di denuncia di un fenomeno che trova, nelle donne, le sue vittime designate, in ragione di quel retaggio di matrice patriarcale che le vorrebbe acquiescenti, remissive e subordinate ad ogni costo. Ammazzandole, se necessario. O assoggettandole psicologicamente, terrorizzate dalla forza bruta di certi uomini violenti, da un amore che avrebbe dovuto proteggerle, incoraggiarle, e che invece le braccava come prede, le reclamava sull’attenti, ossequiose, incapaci di esprimere un’opinione, un’esigenza altra. E che non sognassero mai di provare a scappare da quella trappola per topi, di dire no, grazie, me ne vado, amo un altro. Perché poi erano botte, erano lividi e ossa rotte, era morte per mezzo di un coltello, di un cazzotto, di un cavo elettrico stretto forte intorno al collo.

A Napoli, dal 20 al 27 Novembre, prende il via la rassegna #svergognati – Un atto d’amore. Una serie di eventi e manifestazioni realizzata dall’Assessorato alle Pari Opportunità in collaborazione con gli Assessorati all’Istruzione, al Welfare, ai Giovani e alla Cultura, la Città Metropolitana, le 10 Municipalità e gli organismi di parità, tra i quali il CUG e la Rete Antiviolenza Interistituzionale.

Roma ha invece scelto l’hashtag #NonUnaDiMeno per il corteo promosso da D.I.RE (Donne In Rete contro la violenza), UDI (Unione Donne in Italia) e IO DECIDO che, il 26 Novembre, alle 14.00, partirà da Piazza della Repubblica e terminerà in Piazza San Giovanni. Il giorno seguente, presso la scuola elementare Federico Di Donato, in via Nino Bixio 83, alle ore 10.00, si terrà un’assemblea nazionale divisa in otto tavoli tematici con l’obiettivo di elaborare un piano femminista contro la violenza di genere. Per info ulteriori, visitare il sito: https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/27nov/

Music for peace” è il nome dell’evento musicale che, il 25 Novembre, avrà luogo a Firenze, al Teatro Everest, e i cui ricavati saranno devoluti in favore del progetto Nautilus 1, che punta ad aiutare le minori straniere vittime di tratta.

E’ di queste ore, inolte, l’hashtag #tecavuzmesrulastirilamaz – lo stupro non può essere legittimato – che ha iniziato a rimbalzare su tutti i social dopo la notizia del disegno di legge, avanzato dal partito Akp del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che sospenderebbe i processi e le condanne fino al 16 Novembre 2016 a carico di uomini accusati di abuso sessuale su minore se l’atto è stato compiuto – si legge nella bozza – “senza l’uso della forza, minacce o altre restrizioni del consenso” e se l’aggressore “sposa la vittima”. Una forma feroce di matrimonio riparatore. Immediata la reazione di sdegno dell’opinione pubblica mondiale rispetto ad una norma che, se diventasse effettiva, inasprirebbe ulteriormente l’incubo delle “spose bambine”, costrette a maritarsi con uomini adulti rinunciando al candore dell’infanzia, alla sua innocenza, molte volte alla vita stessa, che scelgono di togliersi pur di non essere obbligate a diventare mogli, ad affrontare gravidanze che non desiderano, a subire maltrattamenti, ingiustizie e vessazioni fisiche ed emotive. Il Governo turco si difende dalle accuse, definendole una distorsione intenzionale delle reali finalità della legge. Il Ministro della Giustizia turco ha dichiarato: “Quando nasce un figlio da un rapporto tra un adulto e una minore l’ospedale avvisa le forze di Polizia e il padre viene subito incarcerato procurando un grave problema finanziario al nascituro. Questa legge serve per risolvere questo problema”.

Numerose, in generale, le iniziative che, anche ques’anno, offrono spazio di confronto e discussione al tema del femminicidio, del rispetto dei diritti umani. Il diritto di appartenere unicamente a sé stesse, ad esempio. Non ad un uomo. Perché una donna non è un bene di cui disporre, una somma di denaro da riscuotere, una proprietà che si possa reclamare. A questo bisognerebbe educare certi uomini, all’amore che rispetta, che non esige, che sa accettare un no come risposta. Alla dolcezza. Alla libertà.

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Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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