Giovanna Ricotta “si mostra” al MAMbo

Giovanna Ricotta, artista e performer di spessore e di elevata msensibilità artistica. L’abbiamo già incontrata in un’intervista “a tu per tu” ( qui il link ). Ora torniamo a parlare di lei ed in particolare del lavoro presentato il 12 maggio Non sei più tu, un’ installazione site-specific curata da Silvia Grandi e Fabiola Naldi, già edita, infatti, pensata e realizzata per Palazzo Pretorio di Cittadella nel 2015, in occasione della mostra GR|Giovanna Ricotta.

Questa volta l’ha intitolata Non sei più tu. Azione 02 e ce l’ha proposta al MAMbo di Bologna, nella grande Sala delle Ciminiere. Ed effettivamente l’incredibile combinazione di maestosità ed essenzialità del salone ha fatto si che la location fosse calzante per l’azione performativa dell’artista. La scarna essenzialità dello spazio, dai soffitti altissimi e dai muri bianchi, ha conferito rilievo all’allestimento che constava di una striscia di carta posizionata sul pavimento al termine della quale era posta un’urna. La maestosità, invece, di spiccata suggestività, reclamava un’atmosfera di attesa, di solennità per il processo di trasformazione che sarebbe avvenuto di lì a poco.

Al calar delle luci abbiamo assistito all’ingresso di Giovanna nella sala, che ha presentato se stessa e la sua fisicità con estremo minimalismo: una tuta nera, capelli raccolti, niente trucchi, a differenza di come siamo abituati a vederla. È proprio “in scena” che l’artista ha dato inizio ad un processo di vestizione, facendo schioccare i lacci delle ginocchiere e delle gomitiere che stava indossando, come fosse un guerriero con la sua armatura. Un gesto ed una ritualità che ha evocato immediatamente la carica combattiva della performance Fai la cosa giusta (2010), anche quest’ultima realizzata al MAMbo e immaginata, ugualmente, come un percorso in cui alla partenza vi è l’artista e alla fine, dal lato opposto, in contrapposizione, si pone un oggetto. Oggetto che diventa il fulcro dell’azione.

Non sei più tu, effettivamente, è il titolo dell’oggetto, dell’urna, che si trova dalla parte opposta della “tela”, perché è alter ego dell’artista, oggetto accentratore, misterioso e simbolico, oggetto che assume il ruolo di pseudo corpo, e corpo che si trasforma in quell’oggetto.

Questo pensiero esprime il legame esistente tra l’urna e l’artista, avvalorato dal fatto che è stato progettato e costruito da lei stessa, tramite una stampante 3D. Un processo, dunque, lungo e indiscutibilmente sentito, tanto che la stessa Giovanna Ricotta ha dichiarato che la performance, in realtà, è durata 8 giorni e 9 ore, ovvero il tempo che la stampante ha impiegato a concretizzare l’urna.

Da essa, durante la performance, l’artista ha estratto della polvere di grafite, prendendola con le mani nude, richiamo alla cenere, ma anche materiale artistico per eccellenza, e l’ha cosparsa lungo tutto il foglio percorrendolo a ritroso. Tornata al capo iniziale, Giovanna ha iniziato a stendere la grafite con il corpo, utilizzando tutti gli arti, lavoro certosino e faticoso. Si affannava avanzando e retrocedendo, cercando di stendere con cura la polvere. Il suo corpo era un tutt’uno con i materiali, con gli oggetti, stava subendo quel processo di metamorfosi: trasformare il corpo in oggetto, in questo caso un pennello, che costruisce in maniera automatica, non c’è nulla che lo guidi, che lo controlli.

Per completare la visione del lavoro di Giovanna Ricotta, al termine della performance, sono stati proiettati tre video di altrettanti suoi lavori:

Falloavvenire (2002) in cui la vediamo seduta ad un tavolo accompagnata da un’altra performer, intente a far roteare delle palle da bowling. In tutta l’azione predomina, indisturbato, il bianco.

Fai la cosa giusta (2010), che ho già menzionato, dove Giovanna veste i panni di un samurai, o forse una geisha, in tutti i casi spersonalizzando la sua individualità o, come ha affermato lei stessa: “divento una moto geisha samurai. In qualche modo la mia identità si divide in tre”.

Infine, Falene (2012), ultimo lavoro, definito dalla curatrice Fabiola Naldi “il lavoro che chiude” il percorso artistico mostratoci finora da Giovanna Ricotta. L’artista, qui, si avvale dell’aiuto di due performer, creando un trio legato da un rapporto che potrebbe ricordare quello tra una Regina madre e i suoi sudditi/figli. Falene perché le protagoniste si spogliano della loro seconda pelle, dei loro vestiti bianchi, metafora della rinascita.

Per completare l’intero panorama del percorso artistico di Giovanna sarebbe interessante visitare la mostra alla MLB Home Gallery di Ferrara fruibile fino al 26 giugno 2016. Il titolo della mostra è Furiosamente. Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, evidente rimando al primo verso de L’Orlando furioso di Ariosto. Il richiamo al poema ritorna anche nei numeri, l’artista esporrà 46 dei suoi disegni inediti che, come ha detto Silvia Grandi, sono strettamente correlati all’azione performativa del 2016 al MAMbo. Ricordiamo che 46 erano anche i canti dell’Orlando furioso.

L’idea, infatti, è quella di festeggiare il cinquecentenario dalla prima edizione del poema.

Giovanna Ricotta si mostra al Mambo

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Sara Coluccino

Sara Coluccino

Viaggiatrice appassionata nel mondo della lettura, lettrice avventurosa tra le pagine di un viaggio. Dipingo il mondo con la macchina fotografica e immortalo l’anima col pennello sulla tela. Il mio bagaglio è ricco di contrasti, così come le esperienze che ho fatto e i luoghi in cui ho vissuto. C’è un po’ di sole che mi porto dentro, quello della terra del sud da cui provengo e l’energia artistica della città dove vivo ora, Bologna. C’è una “sudata” laurea magistrale in storia dell’arte, ci sono tante aspettative per la nuova vita che sto per iniziare. C’è follia quando vesto i panni della climber, c’è equilibrio quando passeggio al parco col mio cane, il mio focolare. E c’è, ovviamente, la scrittura… quella da sempre, la mia voce, il senso con cui tocco, assaporo, annuso, ascolto e guardo il mondo.
Sara Coluccino

3 Responses to "Giovanna Ricotta “si mostra” al MAMbo"

  1. Ludovica   19 maggio 2016 at 23:19

    Mi sono soffermata con grande interesse su questo articolo, rapita dalla ridefinizione di arte intesa non più come concetto di “Arte per Arte”, l’arte fine a sa stessa, pura copia ed imitazione della realta’ (così concepita da Platone), ma più vicina al pensiero di Oscar Wilde che affermava che “la moralita’ artistica consiste nell’uso perfetto di uno strumento imperfetto”. Dal canto mio, mi sento più vicina al pensiero di G. Ricotta, l’arte è tutto ciò che può dar vita all’espressione del pensiero e del linguaggio racchiusi nel ‘corpo oggetto”, nel “corpo assente”. Comunque ci sarebbe tanto da dire ed articoli come questo sono utili ed importanti affinché idee ed opinioni diverse possano mettersi a confronto.

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    • Sara Coluccino   22 maggio 2016 at 12:50

      Trovo che sintetizzare il lavoro artistico di Giovanna Ricotta (e così come lei anche di tutti quegli artisti che lavorano e sperimentano col corpo) con il celebre aforisma di Wilde, sia una chiave di lettura calzante e originale. Grazie Ludovica per il tuo apporto. Spunti come questi sono fondamentali per un vivo e continuo lavoro critico.

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  2. Polly   20 maggio 2016 at 13:59

    Anche io seguo volentieri gli eventi di Giovanna Ricotta. Una volta ho letto che l’artista ritiene i suoi lavori aperti alle sensazioni, quindi immagino aperti a più interpretazioni. Devo dire, però, che, leggendo l’articolo, mi trovo d’accordo col tuo pensiero, anzi, ho trovato interessanti spunti riflessivi.

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