Tributo a KRIZIA (1925-2015)

A poche settimane dalla scomparsa di Mariuccia Mandelli, ripercorriamo brevemente la carriera di una creativa che ha sempre tenuto in somma considerazione una moda saldamente ancorata all'arte e alla bellezza.

1. Di Krizia mi ha sempre affascinato il nome. In un sistema moda in cui le marche assumono sempre più la configurazione di significanti puri, ovvero di qualcosa che resiste al senso (lo trasforma cioè in sostanza espressiva auto referenziale) o che ce lo presenta come se fosse una sorta di allucinazione, il nome d’arte di Mariuccia Mandelli si riconnette a frattali di cultura che, se ben interpretati, ci restituiscono significazioni decisive per l’attualizzazione delle  mode.

Tuttavia, anche negli anni in cui Mariuccia Mandelli era una delle interpreti della moda più acclamate, il giornalismo di settore si sbarazzava velocemente della scelta “filosofica” della stilista riguardo la definizione del suo brand, scrivendo frettolosamente che “Krizia” era un nome preso a prestito da un dialogo incompiuto di Platone sulla vanità femminile.

In realtà Socrate, Timeo, Ermocrate e Critia, i personaggi del dialogo platonico in oggetto,  non parlano affatto di vanità femminile. Critia prende la parola dopo un lungo discorso di Timeo e racconta agli amici una leggenda appresa da un suo omonimo avo dagli antichi sacerdoti egizi. Si tratta della storia di Atlantide che il dio Poseidone punì scatenando la guerra con Atene. Che cosa avevano combinato i re della leggendaria isola/continente? La loro colpa imperdonabile fu di far prevalere l’elemento umano rispetto a quello divino. Come descrive Platone, attraverso Critia, questa demarcazione tra la legge di Poseidone e gli uomini? Più o meno la racconta con queste parole: all’inizio i re e i cittadini di Atlantide furono ossequienti alle leggi e devoti all’elemento divino congenito in loro… apprezzavano sopra ogni cosa le virtù e disdegnavano i beni che possedevano… e poiché non si lasciavano ubriacare dal lusso e non perdevano per la ricchezza il dominio  di se stessi, non commettevano passi falsi. Ma quando l’elemento divino mescolandosi con la natura mortale si estinse in loro e il carattere umano prevalse, essi degenerarono e cominciarono ad ambire fuori di ogni misura l’ingiusta avidità e potenza.

A questo punto il testo platonico si interrompe. Un vero peccato per i filosofi, ma agli occhi di Mariuccia Mandelli, nel mito di Atlantide vi erano contenuti tutti i significati profondi che attraversano la moda da sempre. Significati riassumibili in una domanda: Qual è il posto del lusso in una forma di vita che si vuole consapevole e responsabile dei propri desideri? La teoria dei tre concetti di lusso che Mariuccia Mandelli implicitamente ci ha invitato a pensare è una risposta autorevole a una questione che ciclicamente polarizza il senso comune. Dovremmo distinguere dunque un lusso fine a se stesso – suggerisce Krizia – da un lusso utilizzato per strategie di potere e infine, separato dai primi due, dovremmo privilegiare un lusso che si compenetra con la componente divina del soggetto arricchendo attraverso la qualità del bello i significati della vita.

Aver imbricato nel nome proprio che in ogni mondo possibile avrebbe certificato il senso della propria creatività, la distinzione tra un lusso negativo ed un lusso gravido di contenuti che una forma di vita non può sottovalutare, è stato un atto di fede e un colpo di genio che non poteva rimanere una semplice trovata a sfondo comunicazionale. Di fatto Krizia, mi riferisco ora agli abiti e agli oggetti moda che abbiamo conosciuto con questo nome proprio, è stata per decenni una delle marche più coerenti e al tempo stesso innovative presenti sul mercato, a partire dal 1954. Intendiamoci, le sue collezioni non disdegnavano certo ciò che il senso comune percepisce come una forma sofisticata del lusso, ma solo chi era pieno di preconcetti contro la moda poteva non accorgersi della straordinaria sintesi culturale rappresentata dai concetti portanti scelti da Krizia nel work in progress delle sue collezioni.

Il dispositivo simbolico delle mode ci porta sovente a sopravvalutare la portata della novità di una collezione. In altre parole, il clamore mediatico che tacitamente accettiamo come un “valore” irrinunciabile, fa sì che spesso non ci accorgiamo dell’importanza dei tratti invarianti per la cristallizzazione di ciò di cui, in realtà, siamo particolarmente avidi ovvero dello stile.

Ebbene il tratto invariante dello stile Krizia era la consistenza etica/estetica che ho cercato di recuperare dall’anima del suo marchio.

E’ come se il talento e la sensibilità di Mariuccia Mandelli in ogni suo salto creativo, per decenni, avessero sempre avuto una bussola interna capace di configurare forme moda impeccabili senza mai essere stucchevoli o volgarmente provocatorie.

Cosa possiedono di particolare i creativi della moda del calibro di Mariuccia Mandelli? Nessuno meglio di Umberto Eco, grande studioso dei segni e raffinato scrittore, ha saputo descrivere il dono che Krizia ha fatto a più di una generazione di donne. Il creatore veramente immaginativo, scrisse nell’84, fa scoprire al proprio pubblico ciò che esso non sapeva ancora di desiderare. E’ probabile che Umberto Eco, come gran parte degli intellettuali della sua generazione, disdegnasse la moda e che abbia sempre vissuto con una certa irritazione lo tsunami mediatico che ne accompagna le performance, ma in queste due righe ci ha restituito un aspetto strutturante dello stile Krizia che raramente viene sottolineato: era una donna imprenditrice con un piede ben parcheggiato nel presente ma con l’altro proteso verso i visionari scenari che rappresentano quell’altrove spazio/temporale nel quale si configura “l’altra scena” . In realtà, gli addetti ai lavori sanno che la stilista non ha mai fatto riferimento a ciò che potremmo definire la circolazione immediata di idee sulle nuove pseudo tendenze, utilizzate dalle aziende della moda per costruire effettivamente le forme che inonderanno i mercati.

Come tutti i grandi della moda, il metodo strategico di Krizia si basava sul guardarsi intorno e sull’assimilare la lezione di modellizzazione estetica che in un qualche modo la incuriosivano o semplicemente attiravano la sua attenzione. In seguito avrebbe trasformato gli effetti di queste eruzioni nervose in storie di moda. Si trattava di un metodo apparentemente molto libero, forse troppo per i puristi delle varie discipline estetiche, ma in realtà è da sempre una delle strategie creative più difficili da interpretare.

Assimilare la regola dei colori e i tessuti di Sonia Delaunay o il concetto estetico del cappotto di Dick Tracy disegnato da Chester Gould; tessere a maglia una tigre che possieda la forza visiva di un animale di Ligabue o plissettare una gonna con la perfetta armoniosità dell’involucro della chiocciola, non sono esercizi da sottovalutare. Solo persone assolutamente prive di immaginazione possono pensare che la trasduzione da certi segni ad altri in un contesto di cambiamento della materia espressiva, sia cosa scontata.

E se ci pensate bene è grazie all’empatia con i sintomi culturali emergenti del sociale, passione che pochi stilisti hanno in sommo grado, che possiamo attribuire all’abito più che ad altri oggetti, la responsabilità di rappresentare il simulacro dei desideri e delle attese dei soggetti di un dato tempo storico.

2. Se la valenza etica/estetica è stata uno dei tratto invarianti dello stile di Krizia, la sua strategia creativa è il risultato di un’esperienza applicata affinatasi nel corso del tempo e quindi in costante mutazione. Io credo che sia stato importante per la stilista formarsi in una Milano che intorno agli anni sessanta era una delle capitali mondiali del design e della grafica. In quel periodo la riscoperta del Bauhaus, l’influsso di personaggi carismatici come Munari, Steiner, Huber, Crepax , conferivano alla grafica poteri inediti sulle merci. Ed è la sensibilità nel disegno di Krizia, maturata in un contesto eccezionale,  a farci capire una delle magie dei suoi abiti. Quando guardiamo una delle sue collezioni storiche, ne percepiamo  immediatamente i concetti guida. Grazie ad un design pregnante, i suoi abiti ci trasmettono aldilà della scontata bellezza, la chiarezza di senso che trasforma soluzioni compositive complesse in forme che sentiamo consistenti e leggere nello stesso tempo. In tal modo Krizia riesce ad essere sensuale e razionale; seducente e intellettualmente stimolante; passionale e distaccata.

Questa capacità di dominare i contrasti attraverso sintesi formali mai fuori tono, ha consentito alla stilista tra la fine degli anni settanta e l’intera decade degli ottanta di creare una memorabile sequenza di collezioni. Nell’autunno-inverno 1979/80 troviamo la linea a S… Immaginate una giacca/pelliccia  chiusa da un doppiopetto molto alto e sovrapposto che con il collo montante fa emergere in rilievo una armoniosa S…Autunno-inverno 1980/81, linea Grandi Manovre: giacca stretta sui fianchi, spalle larghe, collo nascosto…un look molto serioso, addolcito da rifiniture dorate… La donna in stile “dolce guerriera” continua ad essere al centro delle attenzioni di Krizia nell’1981/82…In questo caso l’ispirazione viene dalla Cina: per la collezione autunno-inverno la linea a onda con spalle arcuate e l’idea del collo montante e corposo venne presentata come un riconoscimento all’eleganza dei seimila soldati cinesi di terracotta vecchi di duemila anni e appena scoperti dagli archeologi. Nell’82-83 Krizia comincia a esplorare la forza espressiva degli angoli. Nella sfilata autunno-inverno fanno la loro apparizione incredibili abiti con alette e nodi a cresta di dinosauro…Per la primavera estate 1983 è la linea costruttivista, a decostruire, perdonatemi il gioco di parole, l’abito…Un gioco di mezzi cerchi alternati a triangoli del tipo spalla arrotondata e giacca con linee pure che si incrociano…Un po’ come Malevic o i neoplastici come Van Doeseburg si divertivano a ricomporre l’oggetto artistico con frammenti di geometria emozionale. Nell’84 con la linea onda su onda i virtuosismi plissettanti di Krizia lasciano a bocca aperta i più esigenti opinion leader delle nuove tendenze…

3. Impossibile in questa sede ricordare tutte le collezioni e le ineffabili scoperte visive (applicate all’abito) che fecero di Krizia una stilista amata in tutto il mondo.

Ma qual è la struttura che connette questo vertiginoso alternarsi di forme che citano il meglio della cultura pop chic?

La risposta è implicita nella domanda: la fonte di questi giochi di moda così contrastanti nei suoi effetti è l’amore di Krizia per l’arte. Questa sensibilità al bello unito al suo istinto per il design ci ha donato forme che, come un geroglifico difficile da leggere ma facilmente percepibile come intensità del senso, promuove un’idea di bellezza che aspira a cogliere universali del gusto. Ecco perché, malgrado una creatività degna delle avanguardie quindi a volte un po’ folle, Krizia è sempre stata attraversata da una tensione classica.

Il suo approccio all’arte era molto istintivo. Ciò che colpiva i suoi sensori estetici si trasformava in esperienza. Insomma, Mariuccia Mandelli non era una contemplativa, non si accontentava del piacere estetico. In un certo qual modo doveva incorporare la “cosa” della bellezza e tradurla nel suo stile Krizia. La sua visione della moda si fondava sull’idea che lo scopo degli abiti ai quali dedicava la propria vita, potessero nobilitare il soggetto che li esibiva se e solo se in qualche modo si riconnettevano a valori solidi, condivisibili. In tal modo potevano risultare efficaci per la quotidianità delle fortunate clienti e al tempo stesso fungere da collante per ciò che potremmo definire il gusto di un’epoca.

Ovviamente questo modo di entrare in dialogo con forme estetiche consolidate, per coinvolgerle nella creazione di abiti, fa storcere il naso ai puristi dell’arte. Ma a cosa serve veramente l’arte? L’arte è importante perché ci cambia la vita interiore, sembrava suggerirci Krizia. Parafrasando una espressione indovinata del filosofo Kant, possiamo dire che per Mariuccia Mandelli, l’arte pur non riuscendo a raddrizzare il legno storto dell’umanità, può per un momento illuderci sulla possibilità di una via d’uscita al caos, al disordine, all’orrore. Non nego l’ambiguità e l’eterogeneità dei contenuti culturologici che da decenni amiamo sovrapporre alle forme che definiamo artistiche. Lo sappiamo tutti che negli stessi anni in cui la stilista magnificava un certo ideale di bellezza, altri creativi sceglievano l’esatto opposto, ovvero cercavano il caos, il disordine, la sovversione. Molti grandi stilisti, negli anni in cui Krizia presentava le sue collezioni nelle quali oggi riconosciamo i segni di un modo italiano di declinare la bellezza di un abito, destrutturavano le forme del bello, trasformando la moda in un sintomo dei disagi di una generazione. E ci sta che un’orda di disadattati abbia trovato negli abiti decomposti qualcosa che rifletteva e/o rassicurava il loro odio per l’ordine che la vita civile impone. Posso anche capire l’importanza “politica” di una creatività che, nel nome dei più deboli, incitasse alla ribellione. Ma non dovremmo dimenticare le ragioni di chi si è rifiutato di trasformare l’estetica della moda in un catalizzatore di residui, di rifiuti, di stravaganze utili solo per soggetti borderline. L’atto di creare avendo ben presente la bussola della bellezza intesa come armonizzazione e ricerca di grazia, tipico di Krizia, ha un significato pragmatico che va ben oltre alle classificazioni e alla tessitura di parole con le quali adeguiamo le mode ai problemi del nostro tempo, parole che a volte rischiano di annichilirne il potere degli abiti di cambiarci in meglio la vita. Arte non significa solo ribellione o libertà di fare ogni genere di cose. Di fronte a ciò che ammiriamo, le nostre pulsioni possono deviare dal loro obiettivo originario. Sigmund Freud chiamava tutto ciò “sublimazione”, cioè una perdita della nostra libertà di distruggere che tuttavia aggiunge alla nostra vita il sentimento di trovare l’ordine aldilà  del caos. Credo che sia questo il dono che ci fa l’arte che lotta contro chi ne cerca solo il “negativo”.  Ebbene, ci sono persone fortunate che riescono a cogliere i nervi dell’arte e a trasformarli in nuove forme che mantengono intatto questo potere di sublimazione del bel abito. Nel suo contesto Krizia è stata tra queste fortunate persone e forse quando colpiti dalle sue creazioni che a volte risultavano un po’ crazy, dopo un primo respiro di pensiero, cominciavamo a percepire l’adagio della bellezza in esse contenute, in realtà, senza rendercene conto, in quel preciso momento siamo stati partecipi a quel passaggio di testimone tra creativi che dura da più di duemila anni, orientato a preservare la faccia sublimante del bello.

Non è un caso se tra gli stilisti che conosco Mariuccia Mandelli è stata la prima a costruirsi una specie di osservatorio sui mutamenti dei gusti estetici della gente. Dal 1984 lo Spazio Krizia a Milano, multifunzionale e multimediale, ha presentato rassegne di eventi culturali e artistici di valenza internazionale degni di figurare nel palinsesto delle migliori Gallerie d’Arte Moderna italiane. Si tratta certo di una testimonianza del proprio amore per tutte le espressioni artistiche, ma nessuno può togliermi dalla testa l’idea che questo contatto con l’arte in motion sia servita anche al suo alter ego Krizia come laboratorio per le sinergie estetiche che abbiamo visto essere la struttura che connette le storie delle collezioni della stilista.

In un’epoca in cui si cominciava a divulgare il vangelo creativo che tutto può essere arte, dal quale discendeva un troppo ottimistico “tutto può essere moda”, Krizia aveva trovato un modo tutto suo di dialogare con la contemporaneità preservando l’irrinunciabile barriera etica del bello.

4. Una personalità dal carattere deciso e irruente, supportato dal talento, del calibro di Krizia non poteva non avere un impatto decisivo sulla moda italiana e internazionale.

Insieme a Walter Albini e a Missoni all’inizio degli anni settanta contribuì a spostare il baricentro della moda italiana dalle sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze a Milano. Dopo pochi anni con il contributo organizzativo di Beppe Modenese, con Armani, Versace, Ferrè, Trussardi trasformò il pret à porter italiano e la stessa Milano nel centro della moda internazionale. Il mito del Made in Italy decollò anche grazie al sostanzioso contributo di Krizia.

Nel 1995 una importante mostra antologica dedicata al lavoro di Mariuccia Mandelli allestita al Palazzo della Triennale di Milano e intitolata “Krizia.Una storia”, rese evidente al grande pubblico lo straordinario contributo creativo della stilista al grande decennio della moda italiana. Un riconoscimento forse più prestigioso arrivò nel 1999 con la grande mostra alla Grey Art Gallery della New York University.

Cito queste mostre dal momento che l’incalzare degli eventi tipico del sistema moda e il doping comunicazionale che li contraddistingue, ci fa perdere il punto di vista storico sui grandi image makers dello stile. Quindi per lo sguardo critico risulta molto utile, ogni tanto, rivedere la sequenza di abiti che avevamo ammirato nelle sfilate o sulla stampa, circondati da un’aura culturologica capace di farci riflettere sui loro valori immateriali.

Fin dagli anni sessanta e per tutti i settanta, Krizia è stata una trend setter. L’intuizione più feconda il quelgl’anni fu la reinterpretazione della maglieria come simulacro di libertà, di praticità e di una nuova valenza della sensualità femminile. A tal riguardo, solo il grande Missoni regge il confronto con ciò che creò Krizia. I suoi look femminili non avevano la portata storica di quelli creati da Armani, ma la sua visione della donna andava in quella direzione anche se cercavano di suggerire una eleganza forse più sensuale e polarizzante. Negli anni ottanta la perfezione degli abiti, sia dal punto di vista delle linee, sia dei materiali e sia per le lavorazioni artigianali divenne veramente ragguardevole.

Ricordo che nei primi anni di quella decade, nelle immancabili chiacchiere al maschile sulle donne, ancora sotto lo choc del decennio dalle mode più brutte mai viste (che io colloco nei settanta), non senza una certa ingenuità,  agli amici confessavo il desiderio di uscire a cena con un’amica, per una volta, vestita veramente bene, o Krizia o Armani, aggiungevo. Gli amici intellettuali che guardavano al glam e al punk, non mi perdonarono questa caduta di tono e a lungo mi sbeffeggiarono, dandomi del reazionario borghese. Ora, rivedendo nelle mostre gli abiti di quei giorni, quasi sempre immortalati da fotografi straordinari, mi rendo conto che non era solo ingenuità, ma stavo vivendo in diretta una piccola rivoluzione del sex appeal femminile che in buona parte possiamo ascrivere agli stilisti e tra questi, nelle prime file, collocherei  Krizia. Le plissettature, la tuta a bruco, a farfalla, l’abito a chiocciola, a spirale rivelano una rara capacità di fondere il design con uno studio rigoroso dei materiali e del corpo femminile. Sì , col senno di poi, sottoscriverei ciò che allora dissi più per reazione ad un pseudo femminismo straccione e assolutamente inelegante che per reale convinzione. La femminilità non è affatto naturale e richiede raffinati artifici. La moda, quella seria, quella che cambia il mondo, si prende cura di questa piega che il nostro desiderio ha costruito nel discorso della natura.

5. Mi rendo conto di aver indugiato sinora forse troppo sulla Krizia degli anni settanta/ottanta. In realtà con gli anni novanta e nel primo scorcio del nuovo millennio il potenziale creativo della stilista raggiunse culmini di efficacia per niente inferiori a quelli che caratterizzarono i suoi anni migliori. Ricordo per esempio una delle ultime sfilate alle quali ero stato invitato e le immagini della relativa collezione (autunno-inverno 2006). Io vi trovai superbe sintesi formali che raccontavano di una donna d’avanguardia più che di tendenza, dal sex appeal che si ricordava bene perché non stordiva. Rimasi estasiato dalla finezza dei tessuti che suggerivano una ricerca permanente sulla materia stessa della moda, attenta a valorizzarne i contenuti immateriali. Non trascurai di notare le piccole trasgressioni che rivelavano l’inesauribile desiderio di Krizia di mettersi in gioco, rinunciando in alcuni casi alle troppo scontate certezze del suo virtuosismo con forme, linee e tessuti. Erano immagini di una moda che ci diverte senza perdere quella serietà di fondo che abbiamo visto essere l’invariante dello stile Krizia.

C’è da aggiungere che dalla metà degli anni novanta la stilista aveva cominciato a disegnare collezioni per l’uomo e la crescita impetuosa del suo business la portò a modulare le sue collezioni sui bisogni estetici dei nuovi mercati, Cina e Giappone sopra tutti. A partire da quei giorni Krizia ogni anno disegnava non meno di una trentina di collezioni e controllava dall’alto della sua direzione artistica le numerose licenze che diffondono il suo stile… profumi, occhiali, cravatte, orologi … Il suo business, forte di oltre 50 boutique monomarca in tutto il mondo, rafforzate da centinaia di negozi che richiedono i suoi prodotti, la collocarono nella ristretta cerchia di creativi capaci di associare al talento, l’arte di condurre in una grande azienda della moda.

Ma il bisogna aggiungere che fa parte dei giochi di moda e soprattutto se si ha uno stile ben definito, scoprire che tutto ciò che nel passato aveva garantito efficacia deve essere messo in discussione. Il tipo di Donna al quale pensava Mariuccia Mandelli, dopo i primi anni del terzo millennio, soprattutto in Europa, cominciò a guardare altrove. I mercati che più l’avevano premiata nei suoi anni d’oro non erano più affidabili. Probabilmente occorreva una svolta che la stilista non voleva e/o non era in grado di effettuare, sia per carattere e sia gli inevitabili problemi che spesso accompagnano la vecchiaia.

Mentre in Cina e Giappone Krizia continuava a rappresentare il meglio del Made in Italy, da noi e negli altri Paesi Europei, altre forme moda mettevano in discussione i valori sui quali la stilista aveva costruito la sua identità.

La risoluzione di questo conflitto tra uno stile che, pur con tutte le variazioni previste dall’estetica della moda, non voleva rinunciare ai tratti costitutivi di una forte identità, con un mercato del gusto divenuto incredibilmente liquido, la risoluzione dicevo, che tutti temevamo avvenne nel 2014, quando il brand venne acquistato dalla azienda cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion Co.

Con il senno di poi, c’è da dire che, forse, in quel preciso momento nessuno meglio della imprenditrice miliardaria Zhu Chong Yun, alla guida della citata azienda cinese, poteva meglio preservare i valori del brand (che in Cina rimane fortissimo).

Ma, inutile farsi illusioni. Con la recente morte di Mariuccia Mandelli, Krizia ha perso un ancoraggio ad una tradizione di stile che nessun management potrà integralmente riprodurre. Ovviamente non sto parlando di fatturati o di successo mediatico. Quella roba lì possiamo aggiustarla, migliorarla, amplificarla. Sto parlando invece dello stretto connubio che Mariuccia aveva con una visione della moda che insieme ad abiti ragguardevoli distribuiva un modo di essere fatalmente aderente alle passioni di chi l’aveva creato.

Ma giustamente, penso, questo è il destino dei grandi della moda nella post modernità: lasciare un segno destinato ad escludere in tempi brevissimi ciò che comunemente interpretiamo come il suo côté umanistico, per divenire puro contenitore di eterogenee narrazioni.

Krizia

MODA FEMMINILE, SFILATA DI KRIZIA

MODA FEMMINILE, SFILATA DI KRIZIA

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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16 Responses to "Tributo a KRIZIA (1925-2015)"

  1. Frank Pallotta   28 Dicembre 2015 at 19:19

    Krizia era bravissima. Sono uscito con amiche che vestivano i suoi abiti, ed era impossibile non innamorarsene. Con la morte di Krizia perdiamo una stella della moda.

    Rispondi
  2. luciano   1 Gennaio 2016 at 18:15

    Se il made in italy é così importante mi chiedo perché di Krizia non se ne parlava quasi più. Dovremmo avere più rispetto per chi ha creato un’immagine grandiosa del nostro paese. Capisco che é stato un lavoro di gruppo. Ma tra questi Krizia non era certo una seconda fila. Tra gli stilisti é stata una numero uno.

    Rispondi
  3. Giulia   2 Gennaio 2016 at 10:23

    Ho l’impressione che la bellezza di Krizia, molto italiana, sia stata sovrastata dalle mode provenienti dal Nord. Mode tristi e depressive. Mentre noi siamo solari, esibizionistici, armoniosi. Quindi non è che Krizia sia stata dimenticata, tutta la moda italiana è messa in discussione da stili che non accettano le regole del bel abito. Io ammiravo Krizia anche perché mi risulta che queste cose le ha sempre denunciate. Si perché vedeva come un pericolo l’eccessiva esterofilia di personaggi italiani sempre pronti ad osannare Londra e New York. Non ho mai capito cosa ci guadagnassero.

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  4. ann   2 Gennaio 2016 at 19:16

    si può essere state delle grandi della moda e al tempo stesso ritrovarsi fuori moda. Succede quasi a tutti. il fatto è che la moda italiana non è più in. Krizia nella parte finale della sua carriera ha scontato la crisi del made in italy.

    Rispondi
  5. Claudia   8 Gennaio 2016 at 11:09

    In effetti non mi risulta ci siano molte ricerche su Krizia. La moda è certamente importante per il nostro paese. Ma facciamo fatica a darle un’importanza storica. Domina il giornalismo con poca memoria, prezzolato è autoreferenziale.

    Rispondi
  6. Antonio Bramclet
    Antonio   10 Gennaio 2016 at 15:34

    Krizia è stata una grande. Peccato che la moda italiana non venga valorizzata dai nostri studiosi per l’importanza che ha. C’è anche da aggiungere che il tipo di eleganza che esprime lo stile italiano non è premiato dalle giovani generazioni. Questo succede quando si perde il senso della nostra storia. Krizia è stata una tipica storia italiana che andrebbe insegnata nelle scuole di moda. Non mi risulta che questo avvenga. I giovani designer che conosco a malapena sanno dell’esistenza del brand. Non sanno nulla di esso e gli antepongono giovani creativi che hanno avuto la fortuna di essere apparsi con qualche foto su Vogue. Ma non è tutta colpa loro. Siamo senza un museo del Made in italy e della moda. Le nostre poche riviste sono di una esterofilia provinciale. Sono curioso di vedere quanto tempo faranno passare prima di dedicare una grande mostra alla carriera di Krizia!

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    • Gabriele   11 Gennaio 2016 at 08:39

      Non è del tutto vero quello che sostiene Antonio. Per esempio Maria Luisa Frisa sono anni che organizza mostre sul meglio del Made in italy. Per esempio la mostra ‘bellissima’ che proprio va agli albori del fenomeno moda italiano. Persino il Victoria di Londra la scorsa stagione ha presentato una grande mostra sui nostri grandi stilisti. E se ben ricordo Krizia faceva la sua parte (la mostra di intitolava Glamour). A me risulta che Krizia si sia sempre battuta perché Milano avesse un grande museo della moda. Il problema sono i politici e gli amministratori della città che non capiscono nulla se non ciò che porta ad essi un interesse immediato. Krizia è stata una coraggiosa guerriera sul fronte delle cultura e della moda italiana. Purtroppo si è scontrata con i poteri più ottusi della prima e seconda repubblica. C’è anche da aggiungere che nelle nostre scuole di moda la creatività italiana non viene quasi mai presentata e studiata con il dovuto rispetto. Siamo veramente un paese da operetta.

      Rispondi
  7. Stefano   11 Gennaio 2016 at 09:26

    Per me sono due gli stilisti italiani che dovremmo riscoprire: Moschino (quello vero) e Krizia. Secondo me Krizia è stata molto più importante di quato puó percepire la gente di oggi. Soprattutto i giovani non conoscono quasi nulla di una creativa che ha partecipato da protagonista al successo della moda italiana nel mondo. Per me è stata una fortuna che il marchio sia stato acquistato dalla miliardaria cinese. C’è più rispetto per lo stile italiano fuori dall’Italia che nel nostro paese. Questa è la realtà.

    Rispondi
  8. Claudia   13 Gennaio 2016 at 10:41

    Qualche anno fa ho visto una meravigliosa mostra di Vivienne Westwood a Palazzo Reale. Sarebbe ora che anche i nostri prestigiosi stilisti avessero accesso a questi luoghi prestigiosi. Krizia meriterebbe una grande mostra come quella che ho citato. E’ difficile fare paragoni ma sono sicura che se prendiamo come riferimento gli abiti effettivamente indossati dalla gente negli ultimi quarant’anni, Krizia ne ha venduti di più rispetto la collega inglese. Vendere abiti a persone vere e non solo a chi fa dell’esibizionismo il proprio modo di essere non lo trovo così banale.

    Rispondi
  9. sophia   14 Gennaio 2016 at 18:25

    Non c’è solo la creatività. Il made in italy significa anche puntualità nelle consegne, flessibilità, ricerca materiali, lavorazioni perfette. Krizia in questo era all’avanguardia. Non si faceva mai mancare capi iconici che davano specificità al suo stile. Ma credo che fosse l’orchestrazione di tutti i fattori che ho velocemente elencato ad averla trasformata il una colonna del made in italy.

    Rispondi
  10. Anna   15 Gennaio 2016 at 18:43

    Quante chiacchiere. Gli abiti di Krizis erano semplicemente belli, fatti bene e molto contemporanei. Lei è stata importante anche peri giovani talenti che ha lanciato primo fra tutti Lagerfeld. Semplicemente una grande.

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  11. Lamberto Cantoni
    Lamberto cantoni   18 Gennaio 2016 at 23:41

    Sono parzialmente d’accordo con chi sostiene che nel nostro paese trattiamo i nostri grandi stilisti con noncuranza. Parlare di moda nelle Università italiane fino alla fine degli anni ottanta era difficile e sconveniente. Senza sopravvalutare il valore degli studi accademici, possiamo senz’altro dire che il contesto anglosassone è molto più sensibile e attento verso le implicazioni culturali della moda. Dal punto di vista della notorietà degli stilisti, la noncuranza degli studiosi, ha avuto uno scarso significato. In definitiva siamo un paese nel quale si vendono pochi libri e la cultura popolare ha vissuto di televisione e giornalistese. Probabilmente la mancanza di attenzione della cultura alta ha prodotto una ignoranza diffusa tra i giovani che si avvicinavano ai mestieri della moda. Durante la loro formazione da anni si propinano “buoni esempi” soprattutto guardando mode nate in città come Londra, Parigi, Anversa, New York. Dobbiamo sorprenderci dunque se per le giovani generazioni di futuri creativi o protagonisti nella moda, locuzioni come “gusto italiano” o “stile italiano” non significano più nulla? Krizia in tutto ciò è una vittima eccellente. Io credo che abbia ragione chi sostiene sia tuttora sottovalutata. L’impostazione creativa della stilista era molto seria e sofisticata. Ricordo per esempio come la collezione dell’83, ispirata da alcuni disegni degli anni venti di Kudriashev, rielaborava mirabilmente il design concepito dalle avanguardie storiche russe. Le forme geometriche delle giacche di quella collezione erano un piccolo capolavoro di astrazione. Le spalle ampie e arrotondate erano in stile Krizia ma le linee oblique e l’insistenza su angoli acuti e ottusi rimandavano ai progetti di abiti di Varvara Stepanova. Insomma, come ho cercato di spiegare nell’articolo, il metodo progettuale della stilista partiva sempre da una situazione artistica di valore conclamato per la cultura occidentale (Krizia amava tantissimo ispirarsi al dadaismo, al suprematismo, al futurismo anche se a volte preferiva il kitsch sofisticato all’arte), da trasferire nelle spaziature dell’abito. Certo, penserete, lo fanno in tanti! Sono d’accordo, ma è a questo punto che si fa sentire la mancanza di una vera critica storica. Senza di essa si confonde il citazionismo con l’elegante esercizio intellettuale che cerca di far dialogare frammenti di culture separate nello spazio e nel tempo, in un abito. Per quanto ne so io, Krizia, negli anni in cui era nel pieno possesso della propria autonomia, non scadeva mai nelle banalità. La sua capacità di fare indossare alle donne che la seguivano, significati o simboli che appartenevano a narrazioni culturali pregnanti, era ragguardevole… Credo che dovremmo fare uno sforzo per capire perché stiamo facendo di tutto per dissipare ciò che ha fatto la grande generazione del made in Italy.

    Rispondi
    • Roberto   19 Gennaio 2016 at 14:49

      Perché scrive “parziale” e poi si dimostra così determinato nella difesa di Krizia?

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   21 Gennaio 2016 at 00:39

        Volevo fosse chiaro che i problemi della nostra moda nazionale non dipendono principalmente dall’argomento che ho sviluppato nel commento.
        L’attuale competizione di stile (ed economica) post globalizzazione dei mercati rappresenta un contesto molto diverso dal contesto Europa-Stati Uniti-Giappone di fine anni ’70. I players nel mercato della moda sono cambiati. La nostra grande generazione di stilisti non poteva reggere all’infinito. Siamo di fronte ad un ricambio generazionale complicato. Certo che il masochismo tutto italiano, un misto di provincialismo, fatalismo e presunzione, non ha aiutato. Krizia (intendo la Krizia culturale) così come altri protagonisti del nostro sistema moda non vengono misurati per il loro reale impatto storico. Questo significa dissipare i contenuti che trasformano l’esperienza storica in una tradizione.

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  12. Max   24 Gennaio 2016 at 07:47

    Premetto che sto studiando economia e conosco la moda superficialmente. Ma aggiungo che ho trovato nel’art spunti interessanti per la ricerca che sto facendo sul Made in italy. A parte questo non ho capito cosa intende l’autore quando dice che “i protagonisti del nostro sistema moda non vengono misurati per il loro impatto storico”. Eppure lo sanno tutti che la moda italiana è ai vertici.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   24 Gennaio 2016 at 16:26

      Caro Max dissento dalla tua affermazione relativa ad una sorta di primato della moda italiana. È vero che abbiamo la filiera moda più qualitativa del mondo. Ma da economista dovresti sapere che vi sono dimensioni molto più decisive per l’efficacia del business, sulle quali abbiamo qualche problemone. Ti consiglio di ricercare le informazioni strutturali degli ultimi anni e di confrontarle con quelle degli anni ottanta e novanta. Per non parlare di altri aspetti sui quali non posso in questa sede darti indicazioni precise, ma che puoi facilmente recuperare da altri miei articoli che troverai in archivio.
      Riguardo la frase che hai ritagliato dalla mia risposta a Roberto, probabilmente hai ragione nel ritenerla poco chiara. Volevo solo sottolineare l’insufficiente attenzione che le istituzioni e gli intermediari culturali hanno riservato ad una generazione di creativi e stilisti che hanno cambiato in meglio l’immagine del nostro Paese.

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