Giovanni Gastel (1955-2021)

Giovanni Gastel (1955-2021)

Il COVID-19 si è preso Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi della sua generazione, diventato famoso per le sue foto di moda e in seguito per la maestria nel ritrarre personaggi iconici del nostro tempo. Ma si può dire che non vi siano stati limiti di genere per la sua pulsione creativa, culminata nell’emersione di uno stile nel quale i tratti invarianti  esaltano l’estetica eterogenea delle immagini di cose e corpi.

La domanda sul perché è come sono diventato un fotografo mi ha sempre messo nell’imbarazzo. Devo ammettere che il mio coinvolgimento in questa professione è avvenuto per caso e, per certi versi, rimane un mistero. Da giovanissimo ero molto interessato alla creatività: scrivevo poesie, facevo l’attore…La scrittura soprattutto mi convolveva molto, Sono approdato alla fotografia a 17 anni. Fotografavo in perfetta solitudine e senza maestri. In sette o otto anni percorsi le tappe dell’apprendimento del linguaggio fotografico. Poi un giorno alcuni amici, vedendo gli scatti che facevo, mi spinsero a insistere e mi ritrovai senza volerlo aggrappato in modo ambivalente alla macchina fotografica. Infatti, giorno dopo giorno mi appassionavo sempre di più alle sfide formali implicite nel linguaggio della fotografia. Ma non sono mai riuscito a colmare la distanza che sentivo con la scrittura. Solo quando scrivo sono coinvolto in profondità. Con  la fotografia è tutto troppo legato ai nervi, all’attimo, all’estrema sintesi”. Con queste parole pubblicate sul catalogo della mostra, Giovanni Gastel, accompagnava la scelta di scatti fotografici che documentavano in estrema sintesi la sua attività come fotografo di moda, presentati in una esposizione collettiva che organizzai a Portofino verso la metà degli anni novanta del novecento. Sono passati tanti anni e quindi non sono sicuro che durante la fase di completa maturità professionale il grande fotografo non abbia cambiato idea. Quello che posso dire è che a mio avviso le sue immagini hanno sempre fatto emergere tracce di “pensiero” nel fotografabile. Per usare una espressione forse più giusta, potremmo dire che la tipica foto di Gastel tende a presentarsi come una “forma di pensiero poetico” nel senso che la configurazione dell’oggetto (o del soggetto) fotografato e i contenuti ad esso aggregabili si presentano come una unità duale leggermente sfasata. Una specie di scrittura quindi, non lineare e di conseguenza “poetica”. In altre parole, io non trovo nelle sue foto alcuna ossessione tecnica/formale tipica di molti grandi fotografi e ovviamente nemmeno un dominio del senso ordinario delle cose (la foto realistica interessa Gastel fino ad un certo punto): sì certo! sono foto magistrali, ma la loro perfezione non sembra dipendere in modo specifico dalla tecnica e nemmeno dal senso immediato della composizione. Forma e contenuto dell’immagine presentano leggere asimmetrie che non permettono di scegliere l’uno o l’altro come centrale nella sua visione. Come spiegare diversamente la percezione di ironia, di straniamento surreale e lo stupore di una bellezza immersa in colpi di scena mai fuori tono, che provo guardando le sue foto icona? In esse vedo delinearsi uno stile creativo nel quale i tratti invarianti sembrano al servizio di qualità dell’immagine dominate dall’eterogeneità. Insomma, uno stile libero da ogni definizione rigida, aperto a sperimentazioni. È chiaro che in questo modo di intendere il processo creativo, scompare l’antinomia tra un interno responsabile dei contenuti e un esterno portatore delle stigmate dello stile. Lo stile al quale pensa Gastel non è tecnica e autonomia della forma. Quando guardi una foto basata non su ciò che intendiamo normalmente per “realtà“ (come potrebbe essere uno scatto di un reporter) ma che risponde in qualche modo alle vibrazioni di una sensibilità in processo, sembra suggerirmi Gastel,  tu vedi una immagine-superficie, bucata o resa porosa dalla sua distonia rispetto il reale, con la simultanea domanda di senso che emerge fin dall’inizio di ogni fenomeno percettivo. Ecco perché anche con le immagini si può fare “poesia” ovvero mettere in movimento la sensibilità e alludere a sussulti interiori, considerati dai filosofi esperienze essenzialmente private ma che gli artisti spesso riescono a trasmettere in modo convincente.

Tra l’altro, non è banale ricordare che uno stile creativo rigido, prima o poi, finisce con deludere i committenti della moda. Un sistema estetico altamente conflittuale dove in teoria tutti possono imitare/emulare tutti, inflazionando i look e per il quale due volte all’anno sono previste “prove di affidabilità” (tra le quali possiamo annoverare le famose fashion week, dove con grande clamore mediatico indirettamente avviene il confronto tra le strategie estetiche di marca di fronte ad un pubblico specializzato), il cambiamento, la novità, la sincronia con le tendenze (vere o presunte, non importa) del momento, possiamo certo vederle come un “gioco” a patto di non dimenticarne la crudeltà di fondo. I rumori di questa guerra simbolica mai dichiarata tra marche sfuggono al largo pubblico. Ma basta fermarsi ogni tanto a guardare il resoconto delle aziende in difficoltà per comprendere il lato cruento di avventure imprenditoriali apparentemente focalizzate su questioni ludiche (una volta si parlava di industria dell’effimero). Anche i fotografi di moda sono fatalmente presi dal processo di progressivo scivolamento estetico che svuota determinate forme di ogni contenuto efficace e ne impone altre. Gastel come fotografo di moda è stato un grande costruttore di modi di apparire/essere immaginari, sfruttati dalle marche per comunicare i propri prodotti. Probabilmente non ha tardato molto a comprendere che il concetto di stile interpretato come una struttura rigida favoriva certamente il riconoscimento di una identità creativa e ne massimizzava l’eventuale successo, ma toglieva alla creatività di un autore spazio e opportunità per modificare secondo un regime di cambiamento dai ritmi imprevedibili, gli stilemi necessari per mantenere la narrazione visiva leggermente più avanti rispetto alle aspettative consapevoli del pubblico mainstream. A mio avviso la passione per l’arte e la sua sensibilità poetica lo hanno aiutato moltissimo a delocalizzare lo stile, trasformandolo da schema o struttura rigida in qualcosa di sfumato, interiore più vicino all’etica che all’estetica.
Di passaggio, mi piace sottolineare un ulteriore aspetto: la scoperta, dopo anni di allenamento da autodidatta, che anche con la fotografia era possibile l’afflato poetico forse, apres coup, ci aiuta a comprendere il perché Gastel, malgrado la mancanza di profondità delle immagini rispetto alla scrittura, denunciata nella sua fase giovanile, è diventato un grande fotografo e non uno scrittore dello stesso rango. 

Infatti se guardiamo il repertorio di immagini che lo hanno reso famoso (guardate un qualunque catalogo delle sue numerose mostre) è scontato rilevarne la diffusa pregnanza artistica, qualunque sia il soggetto dell’immagine. Anche quando lavora per l’advertising di prodotti ordinari gli oggetti/soggetti che ritrae a me sembrano presenze simboliche che rimandano ad altro. Gastel è un fotografo che quando si scontra con l’interessante, non sente il bisogno di catturarlo con l’immediatezza dell’atto fotografico, bensì ha bisogno di riprodurne gli effetti in studio. Il suo approccio alla realtà della cosa fotografabile richiede una mediazione. Credo che sia questa la fase decisiva che lo caratterizza come artista non solo perché il suo approccio reclama controllo, sottrazione di stimoli, focalizzazione di effetti (ripulitura dalla scena dell’eccesso di reale che normalizza l’immagine). Non è solo una questione di orchestrazione di stimoli. Il fatto è che in questo modo Gastel colloca ciò che chiamiamo stile all’interno del processo, là dove di solito pensiamo ci siano i contenuti o le idee. Infatti le sue immagini non sono mai decorative o catturate dal bisogno di abbellire tipico di un certo immaginario della moda e del design. Le configurazioni di elementi formali che Gastel traduce in immagini pregnanti creano equilibrio tra l’apparire ed essere. Il messaggio sembra essere questo: il modo in cui le cose appaiono è il loro modo di essere. Quindi tra stile e la verità non c’è alcuna antinomia. Non ci credete?

Vi invito a guardare con attenzione i suoi ritratti (sono stati esposti al Maxxi di Roma fino al 5 marzo nella mostra The people I like): non pare anche a voi che il loro segreto sia che la maschera è il volto? Ovvero che nel nostro apparire risuoni il nostro modo di essere!

Al Maxxi sono stati esposti 200 ritratti di Gastel: da Barack Obama a Marco Pannella, da Germano Celant a Ettore Sottsass, da Bebe Vio a Luciana Littizzetto, da Monica Bellucci a Miriam Leone, da Vasco Rossi a Tiziano Ferro.

Perché insistere sullo stile di Gastel? Non potrebbe essere più proficuo concentrarsi sul significato delle sue immagini? Il problema nasce nel momento che non possiamo liquidare le sue immagini con etichette discorsive lineari. Per esempio: le sue foto sono bellissime ma di una bellezza spesso insensata, più vicina allo stupore che alla percezione armonica. 

D’altra parte se Gastel ha sempre ricordato nelle sue interviste. il primato di una creatività capace di prendersi dei rischi di certo non intendeva riferirsi a standard o a codici che garantiscono l’immediatezza di un senso lineare. “I creativi devono lavorare su ciò che li differenzia dagli altri: la propria unicità”…Ecco una frase che ripeteva spesso. Ai giovani fotografi diceva:“La creatività ha bisogno di un punto di vista, e questo punto di vista deve essere il tuo. Ogni essere umano ha dentro di sé uno stile, ognuno di noi è unico nell’universo, c’è una assoluta unicità in tutti noi”. Ma allora come mai i creduloni prevalgono? L’unicità si perde facilmente. Impariamo in fretta a narcotizzare le lievi distonie che rendono uniche le nostre percezioni. E infatti proviamo conforto e soddisfazione nel conformarci a opinioni generali. Ecco perché sono importanti gli artisti che lavorano sulle proprie distonie trasformandole in stili individuali. Essi divengono i difensori di valori altrimenti soffocati dalla rassicurante forza delle abitudini. Uno di questi valori lo chiamiamo creatività e se seguiamo le indicazioni di Gastel il lavoro creativo consisterebbe nel vedere tutto da una posizione distonica. L’idea che la creatività debba essere leggermente distonica cioè disponibile ad alterare a disordinare attese e disposizioni si compenetra perfettamente con un progetto estetico basato su uno stile individuale che fonde maturazione tecnica con esperienze interiori che lo ancorano nel campo della sensibilità più che del senso (che come ricordava R.Barthes ha sempre a che fare con il gregge).

Il senso deviato, un po’ storto, delle immagini di Gastel è divenuto il suo marchio di fabbrica. Prendiamo come esempio l’ultimo scatto ufficiale della sua vita professionale fatto per la capsule  AvantGarde di Chiara Boni.

Il personaggio raffigurato è Malika. Il simbolo della conchiglia, già utilizzato dall’autore in un altro celebre scatto appartenente alla serie “Metamorfsi”, dalla quale discende, credo, la tonalità calciforme e monocromatica del ritratto, in questa occorrenza rimanda certamente al ricciolo attualmente più usato al mondo che è @ della tastiera del vostro computer, delle e-mail in internet. Ovviamente come simbolo ha una storia molto più antica. Ma è anche un guscio a forma di spirale che riveste e protegge un gasteropodo. Evoca la bellezza sia per la forma che per le proprietà antirughe e antisecchezza della bava di lumaca (il volto quasi trasparente di Malika poeticamente collega la forma chiocciola al contenuto ricordato). 

Lascio al lettore il piacere di trovare le narrazioni possibili che lo scatto di Gastel può far emergere in correlazione con il progetto moda da valorizzare (la capsule AvantGarde P/E 2021 Chiara Boni, of course!). Personalmente vedo un ingegnoso tentativo di fondere biologia, poesia visiva e moda: abiti che come una seconda pelle ringiovaniscono/curano le imperfezioni del corpo.  

Ma dove riscontro lo stile Gastel? Nel desiderio arbitrario di mettere in gioco elementi discordanti senza mai cadere nel kitsch, nella volgarità o in ciò che potremmo percepire come bruttezza. La sua bellezza potrà apparire surreale, il gioco del senso ingiustificato e arbitrario, ma sfido chiunque a non provare alla fine dello sguardo quando dalle prime percezioni si gerarchizzano le informazioni che l’oggetto (la fotografia che stiamo guardando) ci trasmette, sfido chiunque a negare il sentimento di strana bellezza che Gastel riesce a farci fruire. 

Guardate la foto con la gabbietta per gli uccellini ai piedi della modella. L’elemento surreale cioè oggetti apparentemente insensati, dalla valenza onirica, presi nel campo visivo, sono arbitrari e al tempo stesso necessari come le regole di un gioco inventato ad hoc dal fotografo. In questa immagine trovo una sorta di tributo ad uno dei fotografi che probabilmente hanno maggiormente influenzato Gastel ovvero Irving Penn, una leggenda nella moda della seconda parte del novecento. 

Come Penn, Gastel ha una forte impronta di stile ma anche la capacità di rendere eterogenea la percezione dell’immagine. Cioè lo stile non diviene mai uno schema ripetitivo. L’impronta non è la scarpa o il piede che la calza. Mantenere una certa distanza significa strappare lo stile ai manierismi che fanno attrito con il necessario mito della novità e della creatività senza i quali la moda verrebbe schiacciata sul polo della gregarietà, della massificazione, del deja vu, dell’invisibile.

Gastel è stato molto amato dai più autorevoli marchi della moda per la sua propensione a rispettare la legge morale dell’artista che noi percepiamo come emersione di uno stile ammantato di arbitrarietà, sintonizzandola con una ironica, intelligente e curiosa abilità nel dare movimento ad un immaginario fatalmente attratto dall’eterogeneo. 

Negli anni ‘80, decisivi per il suo coinvolgimento nella moda ricordo in particolare i suoi scatti per Krizia (Mariuccia Mandelli). Guardate le due immagini della campagna che fece per la stilista nell’87. Le definirei esemplari. I plissé metallizzati del look più che sculture sono organismi/protesi nati in simbiosi mutualistica con corpo della modella. Anche in questo caso si può notare facilmente la sensibilità del fotografo nel trasformare ciò che dovremmo percepire come un involucro drammatico in qualcosa di leggero, tanto leggero da far pensare a ciò che in metafisica i filosofi definiscono l’essere. Rendere sostenibile l’essere e soprattutto farlo dipendere da ciò che sta fuori è di fondamentale importanza per la costante rielaborazione dell’immaginario della moda. In questo progetto di una estetica contemporanea capace di innalzare la moda ben al di sopra delle pur necessarie impalcature commerciali, Gastel si è rivelato un artista/fotografo prezioso, sensibile ed efficace. Lo rimpiangeremo e di certo lo ricorderemo a lungo.

 

Addenda

Cliccando sul link che segue, troverete un articolo in lingua inglese di qualche anno fa, dedicato a Giovanni Gastel. In quell’occasione focalizzai la mia attenzione su questioni che nell’articolo di commiato dal grande fotografo, non ho toccato.

Gastel: the prince of photographers

Lamberto Cantoni
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