Issey Miyake (1938-2022)

Issey Miyake (1938-2022)

MONDO – Issey Miyake ci ha lasciato il 5 agosto del corrente anno. Uno dei grandi fashion designer dell’ultimo quarto del novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. Probabilmente in questo arco di tempo è stato uno degli stilisti giapponesi di maggiore impatto mediatico e culturale in Occidente. Le sue sorprendenti creazioni, il suo rigore progettuale e la propensione a sperimentare materiali e soluzioni innovative senza mai rinunciare ad una bellezza non banale e intelligente hanno influenzato molti colleghi e lasciato una traccia autorevolissima nella storia della moda.

“La moda non è una filosofia, la moda è vita” (Issey Miyake)

 

Di Issey Miyake, oltre alle parole dello stilista che ho utilizzato come sottotitolo, ricordo soprattutto le creazioni che, nelle decadi ottanta/primi novanta del novecento, suscitarono sinceri entusiasmi tra gli addetti ai lavori e gli conferirono una autorevole notorietà tra gli svariati pubblici che componevano le fasce di consumatori più evoluti della moda internazionale (non si parlava ancora di globalizzazione).

Scrivo queste parole e come un incantesimo affiorano alla mia mente forme, silhouette e colori che evidenziano vestiti fatti con un’unica pezza di tessuto chiamati A-Poc (Fig. 1) e altri dal taglio inusuale come quelli che aveva inventato Madame Vionnet (una delle couturier del passato più amate dallo stilista); e poi affiorano abiti flessuosi, gioiosi come se la materia con cui erano fatti si trasformasse in una sorta di musica…E altri ancora che mi appaiono come dinamiche sgargianti sculture che miracolosamente trasudano vita, movimento, ritmo.

Issey Miyake MyWhere
Fig.1; A-POC ( a piece of cloths) di Issey Miyake, 1999

Ho sempre pensato che la percezione di sinestesie che le creazioni di Miyake facevano emergere, fossero dovute al trionfo di plissettature che caratterizzavano i suoi fashion frame più iconici (penso agli abiti che nel ‘93 furono chiamati “pleats please”, creati imparando a trasformare il poliestere). A tal riguardo è noto quanto lo stilista fosse un prodigio di tecnica sartoriale e di raffinata artiginalità, premiate da indovinate innovazioni della sostanza materiale di cui sono fatti gli abiti, delle quali era un inesausto sperimentatore: per esempio il già citato uso del poliestere, materiale che nessuno nella moda, fino a quel momento, aveva utilizzato. Se stringo un po’ gli occhi posso ricordare le forme essenziali dai colori delicati degli abiti di carta che quando apparvero stupirono un po’ tutti, anche se non ebbero il successo commerciale che meritavano. Delle collezioni femminili mi affascinavano le pieghe che il tessuto interagendo con il corpo disegnava, conferendo alla figura un assetto ottico dinamico elegante, ma mai stucchevole; i suoi abiti suggerivano uno strano rigoroso ordine anche quando le forme esploravano effetti di senso fuori dai confini delle mode del periodo. Alcuni suoi look mi ricordavano la sensazione di perfetta integrazione corpo=tessuto all’insegna della libertà di movimento trasmessami da alcune delle migliori creazioni di Mariano Fortuny.

Issey Miyake si laureò in Graphic Design alla Tama Art University di Tokyo nel 1964. Probabilmente le tecniche sartoriali necessarie per trasformare i suoi disegni in abiti veri e propri imparò a padroneggiarle trasferendosi a Parigi e lavorando come Assistente Designer prima da Guy Laroche e poi da Hubert De Givency.

Nel 1969 andò a New York dove studiò (o perfezionò) la lingua inglese alla Colombia University, continuando tuttavia a frequentare le pratiche necessarie per trasformare un concetto o un elemento della realtà nel design di un abito oltre a continuare ad affinare le tecniche sartoriaii facendo l’assistente da Geoffrey Beene, considerato a quel tempo, uno dei migliori Fashion Designer americani. Durante l’esperienza newyorkese nel tempo libero si immerse  nell’eccitante mondo artistico della città che allora era attraversato dalla inarrestabile ondata del Pop. Pare che in quel periodo fossero soprattutto Rauschenberg e Christo ad aver attratto il suo interesse. Vale la pena di aggiungere che in seguito il dialogo e le collaborazioni con artisti divennero uno dei tratti caratteristici dell’esperienza estetica delle creazioni e produzioni di Miyake. A mio avviso fin dai suoi primi anni di lavoro come stilista autonomo, manifestava apertamente un certo disinteresse verso i alcuni dei tratti pertinenti che scandivano la deriva delle mode post-moderne, come l’ossessione per le tendenze, l’ingombrante e crescente ombra del marketing sul processo creativo, l’uso di dosi inedite di provocazioni erotiche e di doping comunicazionale. Penso si possa dire che Miyake, non faceva moda nel senso ordinario del termine bensì progettava e creava “oggetti per la vita”…Voglio dire che operava come un designer che a partire da una specifica visione, focalizzando l’attenzione su qualcosa di apparentemente estraneo alla moda come il movimento di un giunco accarezzato dal vento o un gesto particolare, un’ondeggiamento partito da una posa o un movimento…Ebbene, sottoponendoli a studiate trasduzioni, riusciva ad integrarne la qualità percettiva, nella struttura funzionale dell’abito. Un’altro suo tratto di stile a mio avviso discendeva dalla prevalenza che attribuiva all’interazione tra corpo in motion e oggetto vestimentario; il risultato era una unità duale sottoposta a tensioni che esploravano i limiti in termini di uso permessi dal corpo umano; tensioni, bisogna dirlo, che mai oltrepassavano i confini della “portabilità”, anteposte ad ogni altro calcolo o metrica stabilita dalle modalità standard della modazione: ricerche di mercato, tendenze, imitazione/emulazione delle forme che promettono notorietà a basso rischio…

Esagerando un po’ mi piace poter immaginare che Issey Miyake agisse fondamentalmente come un artista che in questa sede penso nei termini di soggetto che si prende grandi rischi creativi, e in parte come un designer per certi versi pragmatico che con coerenza e senso di responsabilità configura fluttuanti e intelligenti sconfinamenti tra funzioni alla ricerca di una cifra della bellezza non banale che a volte può materializzarsi in forme sorprendenti o persino eccentriche ma che però ad uno sguardo attento risultano stranamente pertinenti dal punto di vista pratico. Come spiegare questo paradosso?  La metterei giù così: è il rispetto dell’ordine dinamico di un corpo umano che dalla struttura delle apparenze (ovvero dall’oggetto attaccato al corpo, rappresentato dall’abito) può trarre un in-più di senso e di vita, che funziona da formante per il design di Issey Miyake (di passaggio ricordo al lettore che da un certo punto in poi, molta moda d’avanguardia sembrava per contro molto più attratta dal subumano o dal post-umano, per cui gli abiti dovevano avere clamorose imperfezioni, deformazioni, mostruosità che sembravano negare il corpo e la vita così come le conosciamo).

Issey Miyake MyWhere
Irving Penn_Immagini tratte da libro “Irving Penn, regards the work of Issey Miyake” ed. Bullfinch

La scelta definitiva di scegliere la moda  come ricettacolo del suo non comune talento come designer avvenne nel 1970 quando, ritornato a Tokyo dopo l’esperienza neworkese fondò il Miyake Design Studio, specializzato nell’abbigliamento femminile. Nel 1973 organizzò la sua prima sfilata a Parigi raccogliendo ampi consensi. C’è da dire che non fu il primo giapponese a misurarsi nel centro storico della moda occidentale che personalmente fino ai settanta colloco lungo asse Londra-Parigi.  Kenzo stava avendo uno straordinario successo partito proprio dalle sue prime sfilate nella capitale francese avvenute nel 1969/70. E poco prima di Miyake, nel ‘71 arrivò a Londra (grande rivale di Parigi) Kensai Yamamoto che divenne dopo pochi anni l’elemento di punta dell’avant-Garde Jap, dieci anni prima di Kawakubo e Johji Yamamoto.

Con il senno di poi possiamo certo considerare Miyake come una delle increspature più evidenti dell’onda giapponese che contribuì a mettere in discussione i codici della moda occidentale. Tutti gli stilisti che ho citato ibridarono le forme che noi consideravamo canoniche con pattern, configurazioni, concetti, qualità artigianale dei tessuti ispirati dalla tradizione del loro Paese. Tuttavia, se utilizziamo il termine “avanguardia” con un minimo di profondità semantica e non solo in senso orizzontale (cioè come sinonimo di novità che stupisce o di un presente che sembra embricare il futuro), a me pare che sia stato Kensai ad arrivare per primo a scuotere le fondamenta dei codici della moda occidentale. Per esempio il suo genderless era in anticipo di almeno un decennio rispetto ai colleghi, e poi l’aver scelto l’ambiente musicale come layout immateriale ed emotivo per le sue creazioni collocabili ben aldilà dei confini fino a quel momento tacitamente rispettati dagli stilisti, anche se spesso i suoi abiti, al netto dei colori mixati come un provetto DJ, in fotografia apparivano più come sculture che come configurazioni isomorfe ai ritmi del glam rock, come la celebre jumpsuite a righe bianche e nere indossata da David Bowie alias Ziggy Stardust, l’ambiente musicale dicevo, lo portò ad esplorare possibilità espressive inedite che, nel linguaggio della moda, vengono etichettate come avant-garde.

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Irving Penn_Immagini tratte da libro “Irving Penn, regards the work of Issey Miyake” ed. Bullfinch

Secondo determinati rispetti anche Miyake era un frequentatore dei territori creativi certamente aldilà dei confini dei codici vestimentari occidentali. Ma non trovo nelle sue creazioni l’aggressività e la sfrontatezza gioiosa di Kansai.

Molte creazioni di Miyake possono apparire ironiche (quindi critiche verso qualcosa) persino folli, ma non debordano mai nei territori del “negativo” come spesso accadeva al collega, più interessato a sovraccaricare di effetti i propri look come logica conseguenza delle collaborazioni con i protagonisti della scena musicale. Miyake amava invece l’essenzialità della grande arte giapponese, adorava la ricerca di purezza formale e tentava di integrarla ad una visione di moda globale rispettosa delle “funzioni primarie” dell’abito, per evadere dall’isolazionismo estetico del suo Paese. Kansai invece giocava con provocazioni, trasgressioni, imperfezioni, audaci sovrapposizioni decorative. È per questo che, concettualmente, penso sia stato soprattutto Kansai colui che ha aperto la strada a Kawakubo e Yohji Yamamoto, gli stilisti che con maggiore determinazione attaccarono i codici vestimentari europei, divenendo un punto di riferimento per Margiela, J.P. Gaultier, McQueen…

Personalmente non ho mai trovato in Miyake la forza distruttiva degli stilisti citati. Anche quando riprendeva i motivi, le forme, i tessuti della tradizione giapponese più scioccante per un occidentale, lasciava trasparire un rispetto per il corpo, per l’eleganza e la bellezza che lasciavano presupporre una ricerca di integrazione con codici vestimentari che potremmo definire “universali”. Invece Kawakubo e il primo Yamamoto a mio avviso volevano sovvertire l’idea stessa di codice vestimentario e per farlo si impegnarono in una violenta decostruzione della moda occidentale.

Issey Miyake MyWhere
Irving Penn_Immagini tratte da libro “Irving Penn, regards the work of Issey Miyake” ed. Bullfinch

Qual’è la specificità del programma di ricerca di Miyake? Sopra ho descritto il suo stile più o meno con le parole di tutti i critici, sottolineandone la propensione alla sperimentazione sui materiali, la sensibilità per le forme plissettate, l’ibridazione tra diverse tradizioni, le procedure da alto artigianato con sconfinamenti nell’artistico, e al tempo stesso la sensibilità di mantenere aperto il dialogo con il design industriale,

Io credo però che questo modo di rispondere alla domanda descriva aspetti che certamente appartengono al modus operandi dello stilista e dei suoi collaboratori ma che al tempo stesso risultano essere comuni con il lavoro creativo di molti suoi colleghi.

A mio avviso le invariati principali nelle forme dello stilista sono da cercare nel tipo di gioco che i suoi tessuti e ovviamente gli abiti intrattenevano con il corpo della modella. In molte sue creazioni sono evidenti le intercapedini arieggianti che attaccono/staccono le superfici dei vestiti alla pelle. In altre collezioni il tessuto sembra invece aderire, anche se la particolarità del materiale utilizzato non feticizza il l’oggetto vestimentario dal momento che ogni gesto o movimento si traduce in leggere fluide modificazioni dell’abito come se i tessuti danzassero sul corpo e con il corpo.

Issey Miyake MyWhere
Irving Penn_Immagini tratte da libro “Irving Penn, regards the work of Issey Miyake” ed. Bullfinch

Miyake sembra narcotizzare il sexy o l’erotismo all’occidentale, per invitare la batteria emozionale della sua “consumatrice modello” a sintonizzarsi su un registro neutro. La sottrazione di passione, sembra di capire, favorisce la percezioni dei tratti pertinenti del look dando ad essi una più acuta colorazione concettuale.

Quali sono dunque le affordances che le sue forme ci invitano a percepire? Direi che sono affordances che in qualche modo rendono sostanziali qualità come libertà, leggerezza, una certa ritualità che trasmette rispetto per gesti, movimenti, pose, dai quali ribalza una certa idea di vita.

 Nessuno è riuscito a catturare tutto ciò meglio del grande fotografo Irving Penn, al quale per oltre una decade Miyake affidò le proprie campagne fotografiche.

Se osservate la sequenza di scatti sottoriportati non dovrebbe sfuggirvi il senso generale che ho tentato di tradurre in parole.

Issey Miyake - 1994 MyWhere
Issey Miyake – 1994

L’uso del fondo chiaro, uniforme utilizzato da Irving Penn, unitamente al rifiuto di qualsiasi oggetto estraneo al soggetto della foto, permette l’emersione dall’atto percettivo di una più precisa definizione visiva del soggetto e, conseguentemente, degli effetti secondari e terziari avrebbe detto il filosofo John Locke, che producono un sentimento di essenzialità e di purezza. Al tempo stesso la figura si riempie di dettagli in parte previsti dallo stilista e in parte evidenziati dal particolare assetto dell’unità duale rappresentata dalla modella e dall’abito, scelto dal fotografo per infondere una strana idea di vita all’immagine…Strana perché ci appare come una danza rituale (impossibile evitare di pensare alle pose tipiche del teatro Noh) che permette all’oggetto vestimentario di “esserci” cioè di essere percepito come un’atto di vita.

In molte interviste Miyake riconobbe a Irving Penn il merito di aver non solo interpretato in modo magistrale le sue creazioni ma di avergli suggerito inedite significazioni inerenti l’oggetto vestimentario raffigurato, che in molti casi ebbero degli effetti importanti per successive idee creative.

Anche se Miyake fin da studente era un appassionato fan del fotografo statunitense, la loro collaborazione divenne feconda a partire dal ‘93 quando lo interpellò per le foto della sua nuova collezione. Da quei giorni il loro dialogo a distanza proseguì con esiti straordinari fino alla morte di Irving Penn.

Miyake si era dato delle regole alle quali si atteneva scrupolosamente: non essere mai presente sul set fotografico; emettere giudizi o fare commenti solo a posteriori; lasciare ampia libertà al fotografo sulla scelta dei look da fotografare…Insomma Penn godeva di una libertà creativa in realtà concessa raramente ai fotografi di moda. E non mi ha mai sorpreso il fatto che Penn, con l’esperienza e le riflessioni maturate in decenni di collaborazioni con Vogue, grazie a una genuina propensione verso un’estetica fotografica contraria a una moda troppo gridata, sregolata, standardizzata, abbia sfruttato la libertà citata sopra, interpretando gli abiti dello stilista dando a forme e  contenuti le sottili raffinate regolazioni difficili da descrivere con il linguaggio ordinario, almeno quanto risultavano evidenti e proattive agli occhi esperti di uno stilista come Miyake. Entrambi adoravano la giustezza, la precisione, il controllo degli elementi in gioco sulla scena creativa. Entrambi erano divenuti dei virtuosi e dei maestri nel loro mestiere. Il dialogo a distanza tra i due è probabilmente uno dei culmini estetici nel campo della fotografia di moda del novecento.

La collaborazione tra Issey Miyake e Irving Penn fu certamente speciale. Io credo che il solo scultore e designer Isamo Noguchi in altre fasi della carriera dello stilista, abbia avuto un ascendente paragonabile a quello generato dal lavoro del fotografo. Ma bisogna ricordare che Miyake fin dagli inizi della sua carriera aveva sempre esplorato la via di un design molto attento a ciò che gli artisti producevano, soprattuto quando la loro ricerca si orientava verso valori visivi e concettuali come semplicità, essenzialità, purezza, incapsulati in forme articolate, moderne, spesso assai composite e un po’ folli, ma sempre riconducibili ad un ingaggio percettivo dall’ordine chiaro, preciso, mai banale o disordinato. Sono questi i valori che Miyake per tutta la carriera ha cercato di trasmettere con i suoi abiti dando ad essi affordances che per lo stilista significavano “vita”.

 

In homepage Issey Miyake circondato da modelle dopo la sfilata deilla sua collezione alla Settimana della moda di Parigi, ottobre 1993
(AP Photo/Lionel Cironneau)

Lamberto Cantoni

9 Responses to "Issey Miyake (1938-2022)"

  1. luc97   9 Settembre 2022 at 09:57

    Non sono sicuro che Kansai Yamamoto sia stato più importante di Miyake per Kawakubo e Jojii Yamamoto, quelli che hanno rivoluzionato la moda e ispirato gli stilisti più radicali a cavallo del millennio. E poi l’autore si è sbagliato: l’abito strambo di Ziggy/Bowie è di Miyake (ho controllato in internet). A parte la svista clamorosa tutto il ragionamento sulla musica fatto nell’articolo è da buttare.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 Settembre 2022 at 11:34

      Fai attenzione alle fake imagine. Non posso sapere cosa hai visto. Probabilmente si tratta di un errore fatto da un commentatore, ripreso da altri, postato più volte. Se fai una ricerca meno frettolosa lo scoprirai da solo. L’abito di David Bowie è di Kansai.

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  2. Antonio Bramclet
    antonio   10 Settembre 2022 at 08:12

    Che cavolo solo le affordances? Se sono importanti perché non spiegarle meglio?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   10 Settembre 2022 at 09:33

      Hai ragione, appena posso aggiungerò una nota al testo. Comunque posso anticiparti che si tratta di un concetto operativo introdotto da J.Gibson per categorizzare uno degli aspetti fondamentali dell’ingaggio percettivo. Di solito gli psicologi della percezione lo traducono con l’espressione “invito all’uso”, ovvero ambiente e l’oggetto grazie a invarianti colte a livello percettivo darebbero tutte le informazioni necessarie utili all’emersione di una significanza operativa, senza il bisogno di una precedente conoscenza o esperienza linguistica.

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  3. james   12 Settembre 2022 at 08:24

    Di Miyake ricordo solo le maglie nere che fece per il mitico Steve Jobs. Non erano sicuramente un modello di stravaganza o di gioiosità.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Settembre 2022 at 10:58

      Si capisco cosa vuoi dire: il minimalismo del maglioncino nero sembra contraddire “pleats plese”. Ma parliamo di oggetti per il corpo che rispondono a funzioni diverse.
      Nel descrivere lo stile di Miyake parlo di essenzialismo e nel territorio semantico di questo concetto può rientrare il maglioncino di Jobs. Ma non si deve confondere il bisogno di categorizzare con la pratica creativa, soprattutto se questa, ed è il caso di Miyake, parte da una estrema sensibilità per le circostanze d’uso e dalla vita di persone reali.

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  4. mauri   14 Settembre 2022 at 08:58

    Mi sorprende che non sia parlato della bomba atomica si Hiroscima che lasciò menomato Miyake quando era bambino. Un trauma di quella portata deve per forza averlo condizionato. Non so come, ma questa info che ho letto in altri articoli successivi alla sua morte mi ha colpito.

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    • annalisa   15 Settembre 2022 at 00:55

      Sì è vero. Miyake era un pò claudicante per via della bomba, l’ho letto anch’io. Ma dalle sfilate che ho visto su you tube non vedo alcun influsso sulle sue forme. I suoi abiti ispirano ottimismo e gioia di vivere. Non si può spiegare lo stile con la biografia.

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  5. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   15 Settembre 2022 at 08:15

    Non potevo non sapere che Miyake fosse un sopravvissuto dell’atomica sganciata dagli americani su Hiroshima nel 1945. Praticamente tutti gli articoli-necrologio pubblicati subito dopo la sua recente morte lo evidenziavano (insieme alla maglietta nera di Jobs). Per reazione questi copia-e-incolla non ho utilizzato entrambe le informazioni. Non sono in grado di sapere con certezza quanto quel trauma abbia pesato nella vita di Miyake. Probabilmente sono esperienze che non possono essere totalmente rimosse. Tuttavia mi sembra di poter affermare che se in qualche collezione l’ombra del trauma si è fatta largo nella sua coscienza, ebbene essa non ha scalfito affatto il messaggio di gaiezza universale che trasuda dalle sue opere.

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