Bettina

10 Corso Como celebra Bettina, una delle icone della moda del novecento con una mostra (17 settembre - 2 novembre) che presenta una rassegna di immagini bellissime fatte dai più grandi fotografi dell'eta dell'oro della couture.

Bettina

Il grande Christian Dior nella sua autobiografia recentemente tradotta in italiano (Christian Dior & Moi, Donzelli Editore, 2014), sosteneva che esistessero due tipi di mannequin: “la mannequin di successo e la mannequin musa. La mannequin di successo è rivolta verso l’esterno, si impossessa dell’abito e lo esalta; la mannequin musa è rivolta verso l’interno: interiorizza l’abito e lo esprime per me “ (pag.79).

Bettina nella sua breve carriera interpretò in modo magistrale entrambi questi ruoli. Per Fath fu una leggendaria ispiratrice di nuove creazioni. Durante i primi anni del New Look (1947- inizio anni cinquanta del novecento), a Parigi girava questa voce: Christian Dior ha i suoi geniali abiti New Look; Fath ha Bettina. Naturalmente come tutte le “voci” che attraversano i luoghi della moda, non sono da prendere alla lettera. Tuttavia alludono in modo sufficientemente chiaro, quanto potesse essere importante per un creativo l’identificazione con un ideale femminile evocato dal corpo e dallo stile di una indossatrice diversa da tutte le altre.

Ma Bettina era anche una mannequin di straordinario impatto emotivo sull’esigente, sofisticato, énervé, pubblico della couture. Le sue promenade trasudavano del piacere di esibirsi e magnificavano gli abiti che il suo corpo in motion assorbiva, come se le stoffe fossero magiche pellicole di significazioni molecolari inseparabili dalla sua pelle.

Bettina - Una modella impertinente e parigina - 1947/48
Bettina – Una modella impertinente e parigina – 1947/48

La moda, una avventura

Bettina nacque nel 1925, in un piccolo paese della Bretagna col nome di Simone Michelin Bodin. Quasi subito dopo la nascita si trasferisce in Normandia. Il padre nel frattempo abbandona la famiglia, la madre lavora duramente come istitutrice. Si prende cura di lei la sorella. La signorina Bodin da adolescente sognava di diventare una danzatrice e potete scommettere che, come succede a tutti i giovanissimi travolti da una passione, per qualche anno tutto nella sua vita si mosse secondo il misterioso registro musicale che debordava in ogni suo movimento. Probabilmente l’amore per la danza e la musica, rafforzò il suo senso istintivo per la posa e l’armoniosa disinvoltura dei gesti e movimenti che dopo pochi anni la trasformeranno in una leggenda. A diciotto anni decise che la sua vita avrebbe avuto la svolta che desiderava solo si fosse trasferita a Parigi. Nel frattempo i suoi sogni erano cambiati. Ora desiderava divenire una disegnatrice di moda. Ma Jacques Costet, un giovane couturier alla ricerca del suo posto nel difficile esclusivo mondo della moda, al quale si era rivolta per trovare un lavoro, la utilizzò come mannequin de cabine. Più o meno l’evento decisivo dal quale più tardi sarebbe nata Bettina, potremmo raccontarcelo così: la signorina Bodin si presenta con i suoi bozzetti all’incontro con il giovane couturier; li dispone sul tavolo, forse cerca di descriverli; Costet li guarda, guarda lei, la riguarda, si dimentica dei disegni, le chiede di indossare un suo abito, la fa sfilare e subito capisce che c’è “qualcosa” che prima l’abito non aveva. Affascinato da questo qualcosa le propone di fare la mannequin nella sua piccola maison. La vita di queste ragazze non aveva nulla di paragonabile all’esperienza delle modelle attuali. Vivevano in stretta simbiosi con la maison nella quale lavoravano praticamente in esclusiva; il loro momento di splendore era ovviamente il periodo delle sfilate, il resto del tempo lo trascorrevano in attesa della voce imperiosa delle première che le catapultava su di un abito piuttosto che l’altro, prontamente indossato per poi valorizzarlo con improvvisate performance ad hoc davanti agli occhi delle clienti di turno. Non era certo un lavoro che permetteva alle ragazze una vita agiata, lussuosa, appagante. La signorina Bodin quasi subito si innamorò di un giovane che lavorava come fotografo a Paris Match, Benno Graziani. Pagò il suo debito con le sceneggiature sociali dedicate alle donne in quel periodo, ovvero lo sposò immediatamente, lasciò il lavoro per seguirlo come era previsto dovessero fare le mogli per essere buone, brave e felici. Dopo meno di un anno si riprese dall’intontimento amoroso, in qualche modo si sbarazzò del ruolo di moglie sonnambula e cercò di nuovo un lavoro nella moda. Nel frattempo Jacques Costel, non avendo avuto successo, aveva chiuso la maison. La signora Simone Bodin Graziani cercò nuove chance da Lelong. Qui incrociò Christian Dior, ex gallerista d’arte, talentuoso sconosciuto per la moda, che da tempo aveva cominciato a lavorare come disegnatore presso la maison. Dior si accorse immediatamente delle qualità di Simone. Le disse che stava per aprire la propria maison e avrebbe avuto il piacere di accoglierla nella sua squadra di mannequins. Ma non ne ebbe il tempo. Simone si stancò presto del lavoro presso Lelong e contattò Jacques Fath. Con l’uscita di scena di Chanel e con Dior non ancora attivo, Fath era uno dei couturier più in vista di Parigi. Le sue creazioni erano gioiose, piene di energia, festose. è chiaro che andavano interpretate diversamente rispetto lo stile serioso, altero, distaccato, ancora dominante nella couture tra il 1946/47. Fath vide in Simone l’imago femminile giusta per le proprie fantasie creative. E ovviamente l’incarnazione ideale del tipo di Donna che intendeva promuovere. Per farla breve, il couturier aveva scelto di esplorare una moda più spensierata, giovanile, provocante rispetto le apparenze aristocratiche, barocche, impreziosite da strati su strati di tessuti preziosi, che imporrà Dior. Lo stile dalle significazioni impertinenti, intelligenti, ironiche e quindi provocanti per un demi-monde troppo innamorato di se stesso, che Simone riusciva a trasmettere, era perfetto per delineare i contorni di una donna giovane, dall’eleganza geometrica, forse meno appariscente rispetto alla silhouette sette/ottocentesca del primo New Look, ma senz’altro più moderna.

Emile Savitry - Bettina veste Astraka de Reveillon, Paris 1952 ©Emile Savitry
Emile Savitry – Bettina veste Astraka de Reveillon, Paris 1952 ©Emile Savitry

L’identificazione tra couturier e mannequin-musa, fu immediata e coinvolgente. Al punto che Fath decise di cambiare il nome a Simone: da quel momento sarebbe esistita solo Bettina, e solo per Bettina sarebbero nati gli abiti più rappresentativi delle sue collezioni.

Il successo mediatico fu travolgente. Bettina divenne la mannequin più fotografata di Francia. Dopo Fath, fu De Givenchy nel 1952 a chiederle di recitare la parte di musa per la maison che il giovane couturier aveva lanciato. Probabilmente non esagera chi sottolinea il ruolo fondamentale giocato dalla modella nello start up della nuova marca della moda. La notorietà di Bettina nel jet set internazionale non aveva precedenti nel mondo delle mannequin. La sua presenza, il suo stile avevano un largo seguito tra il ristretto pubblico femminile dell’Alta Moda. De Givenchy, che in seguito legherà la sua maison alla favolosa immagine di Audrey Hepburn, fu premiato dalla sua scelta con un immediato successo secondo solo a quello dell’irraggiungibile Dior.

Ma l’amore ancora una volta intervenne imperioso ed intransigente nella vita professionale di Bettina. Nel 1954, dopo alcune relazioni con personaggi interlocutori seppur ragguardevoli, incontrò l’Agha Khan Ali, ricchissimo principe di una antica setta musulmana, e nacque d’incanto una relazione che rese folli i magazine di costume e moda. La relazione tra una delle donne più ammirate al mondo e un uomo dalle favolose ricchezze la cui vita simbolica sprofondava nella leggenda, non poteva che eccitare la fantasia di ogni genere di pubblico. Bettina abbandonò il suo lavoro di musa ispiratrice della moda e, tra alti e bassi, cercò di attraversare la soglia stretta rappresentata dalla vita-a-due ( una porta talmente stretta che, a volte, oltrepassandola, ci si accorge di essere soli, come scrisse Gide, e come Bettina sapeva bene dal primo matrimonio). D’altronde aveva quasi trent’anni, e anche se per i miti il tempo non scorre come per noi umani, posso immaginare quanto fosse importante per lei sposarsi con l’uomo che amava. Purtroppo, come la leggendaria Chanel, il destino decise altrimenti: nel 1960, quando forse il matrimonio era alle porte, l’Agha Khan morì in un incidente automobilistico dal quale Bettina incinta, miracolosamente si salvò.

La vita di Bettina venne di nuovo sconvolta. La sua reticenza verso interviste o ad apparizioni effimere divenne una scelta di vita. Continuò a partecipare, in diversi ruoli nella moda, ma sempre in modo discreto ed efficace per chi ebbe la fortuna di averla come amica. Le cronache ricordano un eccezionale servizio fotografico per Elle, nel 1967 sfilò una volta per Chanel, ma furono solo momenti. In realtà la sua presenza nel mondo della moda non era percepibile dal grande pubblico. La musa si era trasformata in ambasciatrice, consigliera, mecenate di ciò che per lei meritava di essere difeso dalle turbolenze di un sistema moda via via sempre più complesso e contraddittorio. Emanuel Ungaro, Azzedine Alaia, sono forse i creativi che maggiormente hanno beneficiato dell’amore che Bettina continuava ad avere per una moda intelligente, innovativa, culturalmente pregnante.

Jean Philippe Charbonnier - Bettina in Place Vendome, Paris 1953 ©Jean Philippe Charbonnier GAMMA RAPHO
Jean Philippe Charbonnier – Bettina in Place Vendome, Paris 1953 ©Jean Philippe Charbonnier GAMMA RAPHO

Probabilmente una delle eredità scomode del suo tragico e grande amore fu la parziale rinuncia alla rivisitazione simbolica della sua favolosa carriera di musa della moda e di donna di stile, libera, coraggiosa ma non estrema, leggera ma con consapevolezza e ironia.

In pratica rinunciò al piacere e al probabile successo editoriale di lunga durata della narrazione auto biografica della sua eccezionale esperienza di icona della moda (dopo la morte di Ali Khan Bettina scrisse il romanzo della sua vita, Bettina par Bettina, Flammarion 1964, ben presto esaurito; ma impedì le successive ristampe della sua autobiografia che scomparve per sempre; non concedendo interviste impedì al giornalistese di trasformare il suo passato nel focolaio di gossip che tutti conosciamo; facendo felice la famiglia dell’Agha Khan, suppongo).

Non credo del resto che ne soffrisse troppo. Bettina amava vivere in stretta connessione con il qui e ora. Il suo carattere incline a non prendere troppo sul serio tradizioni, museificazioni, nostalgie l’aveva preparata a rimuovere in fretta il passato e a preferirgli decisamente il futuro, nel quale riversava tutta la sua energia vitale.

Alcune parole tratte dal saggio di Guy Schoeller, ristampato nel catalogo della mostra di 10 Corso Como, sono a mio avviso perfette per contornare il suo modo di vivere la moda e, aggiungerei, la vita: “Bettina loves fashion; she played with it, used it, followed it and led it, and always delighted in immersing herself in the field. Instinctively knowing how to wear fashion with flair, she also had the instinct to recognize the talent of a couturier before the rest of the world… The passage of time has done nothing to quench Bettina’s keen eye for the world of fashion, which she continues to survey with interest, good humour and curiosity” (Fashion Memoir, Thames & Hudson).

La modella che sapeva ridere della moda

Bettina fu certamente una super modella. Qualcuno sostiene che fu la prima ad avere un impatto paragonabile alle attuali top model. Ma molti dimenticano che nei dieci anni in cui fu una indiscussa protagonista c’erano tante altre straordinarie donne che contribuirono alla diffusione della moda. Come dimenticare Solange, l’austera, fedelissima, raggelante musa di Balenciaga? Praline ispirò a Pierre Balmain abiti bellissimi. Alla e Victoire ebbero un ruolo e una notorietà considerevole presso Dior. E poi c’erano le americane: Dovima e soprattutto Lisa Fonssagrives, adorata soprattutto dai fotografi di moda. Avedon e Penn per anni fecero di Lisa il catalizzatore della loro creatività. Penn si spinse oltre e se la sposò.

Persino da Fath, Bettina aveva una rivale. Simone Steur, aveva una bellezza molto frieldly ed era ciò che definiremmo uno spirito libero tenuto a freno da una eccezionale “presenza” che fu riconvertita da Pigmalione/Fath in uno stile che fece innamorare le parigine. Ovviamente le cambiò il nome e come Sophie divenne famosa quanto lo era Bettina. Le giornaliste tentarono in ogni modo di mettere in competizione le due ragazze. Ma si scontrarono con l’intelligenza e la vivace umanità di entrambe. Divennero amiche inseparabili e tra le due non ci fu mai il minimo segno di invidia o risentimento.

Gordon Parks ©The Gordon Parks Foundation
Gordon Parks ©The Gordon Parks Foundation

Eppure Bettina era diversa da tutte. Difficile dirlo con le parole. A mio avviso ci è riuscita Françoise Sagan, l’autrice di uno dei romanzi più significativi di quel periodo, Bonjour Tristesse (1954) e grande amica della celebre mannequin, in una breve scrittura dalla quale ho tratto la citazione che sto per presentarvi:

Car, si elle n’est pas soucieuse des convenances, Bettina est soucieuse du convenable. Je veux dire par là que les hommes qu’elle aime et qu’elle accepte dans sa vie, deviennent tout aussitôt inattaquables. Il ne pas question pour elle de bavarder avec ses meilleures amies de la virilité ou du comportement de son amant; il ne pas question non plus de le remettre en question une seconde, ni même parfois de le laisser à la maison, pour participer seule à une dîner dit réservé. Un homme n’est pour elle ni un jouet, ni une justification, ni un fournisseur: il est un compagnon, et ce compagnon, elle aura l’aura choisi indépendamment de sa fortune, de sa condition sociale, ou de l’approbation de son cercle. Ce n’est ni le passé ni l’avenir qu’elle voit chez lui, mais le présent, et un présent confiant, tendre et gai, qui exclut définitivement toute confidence à l’extérieur – ces que soit à ces curieuses amies ou ces nouveaux psychiatres que sont devenu les coiffeurs. De même, une fois cet amour fini, Bettina n’y ajoute nul commentaire. Elle oubli. Elle oubli ou alors elle devient une amie fidèle” (La petite robe noir, Édition de l’Herne).

(eccovi una traduzione senza pretese: Poiché, pur non preoccupata dalle convenienze, Bettina si preoccupa dei con-venienti. Con questo voglio dire che gli uomini che ama e che accetta nella sua vita diventano subito inattaccabili. Non si tratta per lei di spettegolare con le amiche sulla virilità o sul comportamento del suo amante; e nemmeno per un secondo di rimetterlo in questione, nè di lasciarlo a casa per partecipare da sola ad una di quelle cene cosiddette riservate. Per lei un uomo non è nè un giocattolo e nè una giustificazione e nè un fornitore: è piuttosto un compagno, e questo compagno lei lo sceglierà indipendentemente dalla sua ricchezza, dalla sua condizione sociale o dall’approvazione della sua cerchia. In lui non vede nè il passato nè il futuro, bensì il presente, un presente fiducioso, tenero e allegro, che esclude definitivamente ogni confidenza all’esterno – che sia quella delle amiche curiose o quella fatta a quei nuovi psichiatri che sono divenuti i parrucchieri. Nello stesso modo, quando questo amore finisce, Bettina non aggiunge alcun commento. Lei dimentica. Lei dimentica oppure diviene una amica fedele”).

Guardando le immagini di Bettina scattate dai grandi fotografi presenti nella mostra di 10 Corso Como, mi è sembrato di percepire la trasduzione nel linguaggio più amato dalla moda ( lo sappiamo tutti: la moda ama molto più le immagini delle parole) delle significazioni proposte dal testo di François Sagan. La particolarità di Bettina, dovuta in parte alla sua non comune fotogenia, era il portarsi addosso lo scarto tra convenienze e con-venienti, ovvero rispettare la morale/decoro lasciandovi però un margine nel quale coltivare il desiderio. Ho inserito un trattino nella parola, per marcare con decisione l’iscrizione di soggettività implicata in questo luogo che eccede la norma senza distruggerla.

Nutro un profondo rispetto per intellettuali come Simone de Beauvoir che, nello stesso periodo in cui Bettina faceva sognare milioni di donne (e uomini), scriveva libri importantissimi come “Il secondo sesso” (1949) o “Una donna spezzata” (1967), facendo emergere lo scandalo di una condizione femminile inaccettabile in una società che si dichiarava aperta e democratica. Credo veramente che questo lavoro teorico e simbolico abbia influito sulla maturazione di tante donne.

Ma non sottovaluterei gli smottamenti molecolari prodotti dalle incursioni minime sul desiderio prodotte da personaggi come Bettina. Forse, è solo una ipotesi ovviamente, il cambiamento di mentalità non comincia dall’ideologia ma da questi strappi a livello di desiderio, che possono avere come punto di irradiazione insostenibili momenti di leggerezza, vissuti senza troppo logos da personaggi spensierati come Bettina.

Il ruolo dei grandi fotografi

La mostra 10 Corso Como presenta Bettina fotografata da image makers straordinari. Erwin Blumenfeld, Norman Parkinson, Louise Dahl-Wolf, Horst P. Horst, Irving Penn, per citarne alcuni, hanno catturato in modo magistrale il piacere di esibirsi della modella. Persino grandi fotografi che odiavano la moda come Robert Doisneau e Henri Cartier-Bresson riuscirono con lei a fare scatti esemplari.

Mi prenderò il piacere di soffermarmi sulla foto di Henry Clark non solo perché la considero tra le più belle. Considero infatti questo fotografo, ingiustamente dimenticato dalla attuale cultura della moda. A mia memoria sono decenni che non viene presentata una retrospettiva sul suo eccezionale lavoro. I sui reportage esotici per Vogue valgono i ben più celebrati viaggi fotografici di Avedon, Parkinson… Il suo controllo del mezzo fotografico è magistrale. La sua sensibilità verso il “qualcosa” della moda non si può discutere.

L’ incontro con Bettina non poteva che produrre un piccolo capolavoro. Nella foto la modella è ripresa con il volto girato di 3/4 verso il fotografo. è una immagine che rimanda alla precisione e alla sottile regolazione delle forme tipici dei quadri di grandi ritrattisti come Frans Hals o addirittura Vermeer. Bettina ha fatto leggermente scendere la pelliccia che indossa scoprendo di un niente la schiena, sulla quale brillano le perle opportunamente sistemate ad hoc per creare una sorta di bilanciamento con gli occhi e uno sguardo che non si dimentica facilmente. Ah! Bettina, come avrei voluto incontrarti, invitarti a cena… Tracciate una immaginaria linea obliqua che parte dallo sguardo e arriva alle perle sulla schiena. Lungo quel filo nasce il margine o il tratto che spezza la linearità del con-veniente già citato sopra. Li’ c’è “Bettina” ovvero l’impronta del desiderio che trasforma il suo corpo il suo nome in un significante di passione.

Henry Clarke 1953
Henry Clarke 1953

Anche la foto di Henri Cartier-Bresson merita di essere ricordata. E’ chiaro che il fotografo/arciere zen, non poteva che cercare (o far finta) di sorprenderla. Troviamo la modella rallentata dall’incontro tra il suo elegante cagnolino con un’altro cane desideroso di dargli un’annusata. L’imprevedibilità della circostanza non fa entrare in crisi la posa elegante, lo stile, anzi… L’intrusione del caso enfatizza la presenza di Bettina rendendo più penetrante la sua eleganza. Assolutamente geniale aver inserito nel campo fotografico il lavoratore visto dal culo che appare sulla sinistra in alto. In questa foto l’effetto punctum, per dirla con R. Barthes, è proprio in quel culo rivolto verso la bellezza, la moda, verso Bettina.

Bettina, Henri Cartier- Bresson - Magnum Photos
Bettina, Henri Cartier- Bresson – Magnum Photos

Qualora ce ne fosse bisogno, la mostra mi ha ricordato quanto importante sia stato il lavoro dei fotografi per la creazione nel simbolico della moda di ciò che oggi definiamo una icona.

Senza l’intelligenza visiva dei fotografi, Bettina avrebbe potuto divenire un mito? Facile rispondere: certamente non così in fretta e non in modo assolutamente travolgente.

Ma osservando il suo mito da questo punto di vista potremmo correre il rischio di pensare che siano le “ripetizioni” o le quantità di immagini rovesciate sul mercato dell’immaginario della moda, a dominare il processo di iconizzazione di un personaggio.

Non è vero. Ci sono proprietà individuali o differenze tra le persone che non possiamo dimenticare. Il problema nasce dal fatto che sfuggono alla presa del linguaggio.

Per farla breve, il linguaggio strutturato sembrerebbe avere un ruolo assai limitato nel meccanismo del pensiero. Certo alla fine del processo, osservando la sublime fotogenia di Bettina possiamo definirla una metafora incarnata dei valori della moda intesa come magnificazione dell’eleganza. Ma con queste parole cosa abbiamo colto del processo?

Praticamente nulla. Occorre quindi cominciare a pensare la moda fuori dal linguaggio lineare o prima che diventi una parola o una definizione.

Arik Nepo - L'allure de Bettina - Place de la Concorde - Parigi pubblicata su Vogue Francia 1951
Arik Nepo – L’allure de Bettina – Place de la Concorde – Parigi pubblicata su Vogue Francia 1951

Secondo scienziati e filosofi come Einstein e Penrose le entità psichiche che sembrerebbero servire al pensiero per funzionare sarebbero essenzialmente di tipo visivo e muscolare. è una ipotesi audace, che pero’ ha il merito di volgere la nostra attenzione a stati del corpo e al ruolo delle immagini nella configurazione di significazioni passionali che si attivano prima o fuori dal linguaggio.

Ecco allora che possono apparire pose, sguardi, espressioni, movimenti, gesti, interpretabili come aggregazioni di senso che possono essere articolate après coup dal pensiero lineare. Esisterebbero quindi tracce, macchie, ombre, segni eterogenei al linguaggio naturale capaci di organizzare forme del contenuto (significazioni) che il linguaggio non può avvicinare con eguale efficacia.

A mio avviso è in questo fuori linguaggio che si rivela il genio di una modella, oppure se volete l’efficacia simbolica della “differenza” di Bettina. Ed è in questa differenza che io trovo l’evocazione degli spiriti animali della moda che la rendono viva, imprevedibile, passionale, dei quali la mannequin è stata magistrale ricettacolo.

Informazioni:
La mostra rimane aperta fino al 2 novembre con i seguenti orari: tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30 e il mercoledì e giovedì fino alle 21.

Per info: Galleria Carla Sozzani.

Lamberto Cantoni
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