Shirin Neshat: artista esule tra Occidente e Oriente

Shirin Neshat: artista esule tra Occidente e Oriente

MILANO – Non ha ancora superato il giro di boa della metà del proprio percorso di esposizione al pubblico la mostra dedicata all’artista di origine iraniana Shirin Neshat. Originale, intensa e stimolante quanto la mostra tenutasi più di un decennio fa a Palazzo Reale, tra incontri con studenti di ogni ordine e grado per questa sessione e premi giustamente racimolati in giro per il mondo, l’opera di Neshat vive senza filtri le contraddizioni del nostro tempo mentre l’artista se ne fa carico in prima persona rischiando il tutto per tutto in un fondamentale corpo a corpo tra ‘natura’ e ‘cultura’.

Shirin Neshat MyWhere
Shirin Neshat, “Speechless”, 1994. Una fotografia di Shirin Neshat tratta dalla serie “Women of Allah”

Shirin Neshat è una donna che non si riconosce nel mondo che l’ha generata, tanto quanto non si riconosce nel mondo che l’ha accolta da esule. Non è una sensazione nuova. O inedita. Prendiamo ad esempio Vladimir Nabokov, il cui romanzo “Lolita” ci mostra un mondo barbaro e raccapricciante più, paradossalmente, del suo protagonista maschile. Lo scrittore russo ci ha fornito un ritratto caustico di quegli Stati Uniti dove aveva scelto di vivere. Ecco, ci sono personalità che hanno bisogno di sentirsi a casa propria in un luogo preciso. E abdicano alla propria coscienza uniformandosi. Non importa da che parte stiano. Sono vittime dello stesso desiderio. Quello dell’accontentarsi, dello spegnere quella fiamma che brucia.

E poi ci sono individui di segno opposto. Individui che sono troppo grandi per essere contenute dal mondo intero. Se visitate la galleria di video e fotografie dedicata dal 28 marzo fino all’8 giugno al PAC di via Palestro a Milano, partite da “Roja” del 2018. Parte della trilogia di “Dreams”, vede la protagonista rappresentare un sogno di Neshat stessa. L’attrice e scrittrice Roja Heydarpour viene invitata a salire sul palco e a esibire di fronte a tutti le proprie supposte falsità. In una atmosfera che si rifà a Man Ray e a Maya Deren, la protagonista esce dal teatro e si ritrova all’aperto a confrontarsi con una figura femminile che la respinge. La figura maschile rappresenta l’Occidente, la figura femminile l’Oriente.

Shirin Neshat MyWhere

Neshat sa di essere, col suo corpo, e quindi con la sua coscienza, al crocevia tra due mondi che possono offrirle degli strumenti. Ad esempio, gli strumenti culturali di cui abbiamo parlato. O altri, come le poesie di Rumi o il “Libro dei Re” di Ferdowsi, oppure le scrittrici iraniane contemporanee i cui testi sono riprodotti sui corpi delle donne della serie di fotografie “Women of Allah”. Foto capaci di provocare un vero e proprio shock culturale in chi le fruisce. La lettura di verità di quelle immagini può apparire diversa, infatti, da un primo, superficiale approccio.

Shirin Neshat. "Roja", 2016
Shirin Neshat. “Roja”, 2016

Ma il lavoro di Neshat non è solo focalizzato sul rapporto tra Oriente e Occidente. C’è anche la relazione tra uomini e donne nella trilogia di video “Turbulent”, “Rapture” e “Fervor”. Per non parlare poi di “Passage”, realizzato con l’ausilio delle musiche di Philip Glass. Qui è la relazione con la morte e con la vita ad essere messa sotto riflettori. Una bambina edifica una primitiva costruzione con delle pietre mentre degli uomini portano un feretro funebre a spalla. Delle donne a loro volta scavano la terra con le nude mani. Queste tre scene apparentemente slegate trovano una loro giunzione nel finale. Ma non è una congiuntura consolatoria.

Difficile dire se Neshat abbia scelto il ‘doppio esilio’ con consapevolezza o se ci si sia ritrovata. E’ probabile che si tratti di un mix delle due cose. Ma è proprio grazie a questa scelta, o imposizione, se artisti come Neshat vivono sulla loro pelle tutto ciò che noi non abbiamo il coraggio di vivere. Preferendo certezze sempre meno probabili, data la realtà che ci circonda a vari livelli. Basta poco, in fondo, per dimenticare e convincersi che c’è ancora spazio per perdersi. Neshat è qui con le sue opere non solo per ricordarci di quali tensioni sono fatti i mondi che costruiscono la nostra contemporaneità.

Il suo lavoro, infatti, ha anche il significato di renderci consapevoli che dietro il velo di Maya dell’appartenenza, addomesticamento e/o violenza sono all’ordine del giorno. E’ il primo e più importante messaggio politico che possiamo ritrovare nell’arte dall’uscita di “Sorvegliare e Punire” di Michel Foucault. Cerchiamo di prendere questo messaggio sul serio, per disinnescarlo innanzitutto nelle nostre vite, nella nostra quotidianità, nei nostri nervi e nelle nostre vene.

Shirin Neshat
BODY OF EVIDENCE

Dal 28 marzo all’8 giugno 2025

al PAC di via Palestro a Milano

 

Shirin Neshat, "Rapture", 1999

Shirin Neshat, “Rapture”, 1999

In homepage Shirin Neshat. “Roja”, 2016. Una immagine tratta dal video di “Roja” di Shirin Neshat

Articolo di Gian Paolo Galasi

Autore MyWhere

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