Sebastião Salgado, un eroe del nostro tempo

Sebastião Salgado, un eroe del nostro tempo

PARIGI – Salgado non è stato solo un grande fotografo; era un uomo devoto alla bellezza del pianeta, alla giustizia tra gli uomini, al rispetto per l’ambiente; era un intellettuale che bilanciava perfettamente i linguaggi fondamentali di noi umani  cioè immagini e parole, per raccontarci l’esistente tenendo ben salda la bussola della verità, soprattutto quando essa correva il rischio di inabissarsi, sovrastata dalle idiozie dell’uomo.

1. Quando mi è giunta la notizia che Sebastiao Salgado non era più tra noi, avevo davanti agli occhi una sua strepitosa foto scaricata dal web nella quale vedevo una dozzina di pinguini scivolare nelle gelide acque del mare in un punto della barriera ghiacciata artica i cui bordi si inclinano…Sembravano bambini che giocano in un immenso glaciale Luna Park. Il messaggio o il monito embricato in quell’immagine non credo sia distante dall’affermazione che vi metto giù così: stiamo distruggendo un ecosistema e lo scioglimento dei ghiacciai finirà con l’estinguere chi lo abita. In questo caso saranno i divertenti pinguini a vedersela brutta, penserete. Non è così, la drammatica riduzione dei ghiacciai che documentiamo dagli anni ’60 del secolo scorso, mette in discussione il nostro futuro prossimo, dal momento che clima e regolazione del ciclo idrologico globale e locale verranno sconvolti, generando danni immensi a miliardi di persone e all’agricoltura.

L’immagine di cui parlo mi serviva come provvisorio riferimento visivo per iniziare ad indovinare i tratti pertinenti di uno stile e i concetti, grazie ai quali, in seguito, redigere uno script diverso dagli articoli giornalistici sulla mostra attualmente in corso al Mart di Rovereto intitolata “Ghiacciai” (resterà aperta al pubblico fino al  21 settembre del 2025) che a questo punto sarà l’ultima configurata in prima persona dal grande fotografo. La triste notizia della sua morte ha cambiato di colpo il focus della mia visone. Ora, guardando la foto citata, cercavo di immaginare dove fosse realmente il punto di ripresa, mi chiedevo quanto tempo Sebastião Salgado aveva atteso per restituirci un momento della vita artica così evocativo, come si era avvicinato, forse strisciando come ricordavo di aver visto in alcune scene del commovente film di Wenders ( “Il sale della terra”), pensavo a quanta forza interiore fosse necessaria per resistere quasi immobile in condizioni certamente difficili, affinchè la testimonianza si tingesse di autenticità, di struggente bellezza, di verità.

Il lavoro fotografico di Sebastião Salgado è stato quanto di più estremo si possa immaginare in termini di fatica, rischi e coraggio; almeno quanto risultava inconfutabilmente vero il contenuto veicolato dalle sue immagini.

Ovviamente esse potevano avere l’effetto di un pugno negli occhi per tutti quelli che si ostinano a negare i danni che stiamo infliggendo al pianeta; di certo non era amato dai privilegiati che possono far ricadere i costi della loro ricchezza sulla moltitudine di poveri cristi che con somma dedizione non si stancava di immortalare. Non era amato nemmeno dai signori della guerra, dagli sfruttatori, da chi vive immaginando che ogni cosa o persona si riduca a questioni di potere. Ma per tutti gli altri me compreso, e siamo un numero immenso rispetto agli ipocriti, Sebastião Salgado è stato un eroe. Cercate di comprendermi: non uso questo termine secondo la semantica classica. Un eroe culturale per me è una persona che con coraggio e abnegazione ci impone reverenza e ammirazione, per averci donato una più profonda consapevolezza su chi siamo, su come dovremmo comportarci, sugli errori che non vediamo o sottovalutiamo. Ebbene, a mio avviso, Salgado con il suo lavoro, con la vita che ha vissuto ci ha mostrato tutte le virtù che ho citato; lo ha fatto con generosità e senza ostentazione. E’ stato autore di fotografie leggendarie, ma non ha mai cercato la gloria o la notorietà. Anche se da tempo il suo nome è attraversato da un’aura mitica, non si deve dimenticare come nasce questo effetto e a quali valori rimanda. Sebastião Salgado non si è elevato al di sopra di tanti altri bravissimi fotografi per non so per quale potere o per la sua forza. La leva che ha utilizzato per armonizzare il lavoro fotografico con le proprie convinzioni di fondo è stata la coerente testimonianza cercata o trovata là dove le verità emergevano in tutta la loro drammatica evidenza. Il suo modo di restituirci queste escrescenze di reale altrimenti narcotizzate dalle infotainment ordinarie ci ha aperto gli occhi. Lo ha fatto con intelligenza e grande sacrificio, riuscendo persino a distillare da location e situazioni impossibili i rigurgiti di una strana bellezza. 

"<yoastmark2. Sebastião Salgado nella sua autobiografia ci racconta quanto la sua solida formazione in “economia politica” e l’impegno etico in difesa dei più deboli, si sia rilevata importante per il proprio modo di interpretare il mestiere di fotografo. Cito testualmente: “Questo mi ha sempre permesso di capire rapidamente la situazione dei paesi in cui arrivavo per la prima volta e di riuscire a situare le mie immagini in una prospettiva storica e sociologica. Ciò che gli scrittori raccontano con la penna, io lo racconto con le mie macchine. La fotografia per me è una forma di scrittura: è una passione perché amo la luce, ma è anche un linguaggio molto potente. Quando ho iniziato a occuparmi di fotografia, sentivo di non avere limiti. Volevo andare ovunque la mia curiosità mi portasse e dove la bellezza mi suscitasse emozioni, ma anche ovunque ci fosse ingiustizia sociale, per raccontarla al meglio”(1).

Le immagini dei reportage tratte da viaggi immersivi in territori difficili (soprattutto in Africa e sudamerica) divenuti subito libri di grande successo e fonte di straordinarie esposizioni, riflettono i valori umanistici che Salgado maturò negli anni nei quali attraverso l’economia politica immaginava di poter dare un contributo significativo ai drammatici problemi di sottosviluppo, miseria, sfruttamento di risorse dei paesi terzomondisti, in una fase storica post coloniale dominata da una visione ultra liberalista. Durante gli studi universitari frequentava seminari nei quali si predicavano ricette marxiste. Ma Salgado era troppo intelligente per non cogliere il fondo di ipocrisia e violenza dell’ideologia comunista divenuta, nei paesi dove era dominante, una rigida e ottusa burocrazia di potere. Ma gli ci vollero alcune esperienze traumatiche nei Paesi dell’Est per averne piena coscienza. Quando ancora credeva o sperava in un comunismo vicino al cristianesimo sociale era emigrato a Parigi per sfuggire dalla probabilissima repressione di ogni dissenso della giunta militare che aveva preso il controllo del Brasile. I primi anni di lavoro, dopo l’Università, lo videro impegnato come analista economico nella Agenzia internazionale di organizzazione del Caffè a Londra e in seguito con la Banca Mondiale e la FAQ (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Nel frattempo però il suo amore per gli effetti della luce e quindi per la fotografia stava prepotentemente emergendo. A un certo punto, il lavoro di funzionario e di analista economico cominciò ad annoiarlo. Probabilmente le routine ordinarie da burocrate o tecnico, non gli consentivano un margine di manovra sufficiente per trasformare in fatti i valori emersi negli anni della formazione dei quali sentiva il richiamo. Decise quindi con la moglie Lelia di dedicarsi completamente al lavoro di fotografo. Ritornati a Parigi mentre lei finiva il suo apprendistato di studi in Urbanistica, Salgado investì i suoi risparmi per acquistare tecnologia e farsi in casa un piccolo laboratorio per lo sviluppo delle immagini. Dopo pochi anni passati a fotografare tutto ciò che poteva permettergli di guadagnare per vivere, ebbe l’occasione di affrontare reportage e temi sociali collaborando con l’Agenzia Sygma, in seguito con la Gamma e infine con la famosa Magnum. A stretto contatto con colleghi professionisti, in giro per il mondo, si impadronì molto presto di tutti i risvolti del mestiere di reporter e le sue foto apparivano regolarmente in numerosi magazine importanti per diffusione e prestigio. Quando raggiunse una salda reputazione e una certa solidità economica, nel 1994 insieme alla moglie prese una decisione che lo avrebbe trasformato definitivamente in uno dei fotografi più importanti del nostro tempo. Fondò la propria Agenzia  fotografica  che chiamò Amazonas Images e cominciò a progettare serie di reportage a tema che confluivano poi in voluminosi libri dalla valenza letteraria. Perché questa svolta? Perché Salgado dopo 15 anni lasciò la Magnum, sogno dichiarato di ogni fotografo? Nella sua citata autobiografia ci fa capire che reportage frettolosi e pubblicare immagini sempre su temi diversi per rincorrere le commissioni del momento era una pratica che gli andava stretta. Propose dunque ai vertici della Magnum un cambiamento organizzativo per meglio valorizzare progetti articolati e gli archivi suoi e dei colleghi, con l’obiettivo di far risaltare la specificità del mestiere di reporter inteso come testimone oculare dei grandi problemi dell’uomo contemporaneo, rispetto a reportage strettamente geografici, turistici e al lavoro fotografico per la pubblicità. La Magnum rispose di no e allora nell’arco di un paio d’anni furono Salgado e Lelia a realizzare la innovativa organizzazione fondando la loro agenzia. Devo ammettere che queste considerazioni, riportate a chiare lettere nella citata autobiografia, sono convincenti. Ma per me c’era dell’altro. Sebastião Salgado nella prima parte della sua carriera, per trovare il suo posto nel mondo fotografico aveva sacrificato parte della sua non comune sensibilità artistica e sociale. Anche se non gli erano mancate le opportunità di riprendere situazioni socialmente drammatiche, in molti casi, fretta e improvvisazione dominavano il bisogno di verità che lo animava fin dagli anni dei suoi studi universitari. Immagino che da intellettuale brasiliano avesse simpatie da sinistra verso la cosiddetta Teologia della Liberazione divenuta intorno al ‘68 una polarizzante risposta di parte del mondo cattolico sudamericano ai problemi di povertà, sofferenza e sfruttamento del terzo mondo (risposta duramente osteggiata dall’’Opus Dei, spaventata da evidenti convergenze con il marxismo umanistico delle origini di questa ideologia). Non arrivo a dire che Sebastião Salgado accettasse in toto il punto di vista di un Gutierrez o di Leonardo Boff, i quali tra l’altro non potevano che cercare di smarcarsi dalle simpatie marxiste, ma sono quasi sicuro che aldilà dell’adesione fideistica alla Chiesa che di certo Salgado rifiutava, il programma di emancipazione dalla povertà che prevedeva fossero gli stessi poveri ad incamminarsi verso l’affrancamento dall’ oppressione economica e politica, era certamente condivisibile da parte di un giovane economista progressista brasiliano. Ora, un passaggio fondamentale dall’affrancamento era rappresentato da una efficace denuncia di ogni oppressione, sfruttamento di risorse umane ed ecologiche prodotte da una cieca sudditanza all’ultra liberismo economico. Ed è esattamente questo nucleo profondamente etico che Salgado avrebbe voluto elaborare con efficacia sfruttando il potere evocativo del reportage nel raccontare storie nelle quali verità ed emozioni potevano scuotere le coscienze della gente.

La collaborazione con le Agenzie sopra citate si era rivelata utile per imparare a padroneggiare il mezzo fotografico e le situazioni difficili in cui operare. Ma spesso la percepiva anche come un limite alla sua volontà di profondità critica, di verità, di coerenza. Salgado non ambiva ad essere ricordato come un fotografo legato a qualche immagine di grande effetto. Per lui la fotografia era un linguaggio, forse il più potente a nostra disposizione, per mostrare/dire le cose che non andavano tra gli uomini, per denunciarne le malefatte, gli orrori e le sofferenze che ne seguivano. Della fotografia interpretata secondo il Vangelo dell’istante decisivo o dell’ arciere zen alla Cartier-Bresson a Sebastião Salgado, malgrado l’amicizia e il rispetto che aveva per il collega, importava poco o nulla. La foto ad effetto poteva far vibrare per un momento la coscienza. ma per dare ad essa vera consapevolezza e comprensione dei fatti, doveva immergersi e dispiegarsi in consistenti storie. D’altronde il fascino di un reportage non è forse legato alla grande passione umana per le narrazioni? Non tanto a “momenti fotografici” ma a vere e proprie storie per immagini. Ecco perché secondo Sebastião Salgado un buon reportage ha bisogno di una fase preliminare di ricerca, di studium, di una rigorosa organizzazione, di contiguità con situazioni testimoniare, di empatia con le persone che le animano. 

Con la propria agenzia Salgado aveva finalmente, forse per la prima volta, la possibilità di realizzare il perfetto convivio tra le proprie passioni sociali e politiche con il linguaggio più idoneo a trasformare una testimonianza vissuta in prima persone, in una consapevolezza diffusa sui problemi fondamentali dell’uomo. Insieme a Lelia si gettarono in questa nuova fase della loro vita, e le storie che impaginarono nei loro libri e nelle straordinarie mostre che fin da subito circolarono nel mondo, mobilitarono le coscienze come mai nessun fotografo prima era riuscito fare. 

Foto di Sebastião Salgado

3. Uno dei tratti di stile che caratterizzano Sebastião Salgado è la percezione trasmessa dalle sue foto che da testimone oculare della situazione non solo sia presente in un mondo di fatti, ma che con quell’immagine esprima ciò che prova o se volete ciò che sente. Aldilà della descrizione oggettiva di qualcosa di reale implicita in ogni reportage, Salgado ci rende partecipi di un punto di vista, di scelte dunque che implicano emozioni, un’etica dello sguardo; entrambe strettamente connesse all’emersione di cognizioni critiche.

Salgado racconta delle storie pregnanti e le sue immagini trovano il loro contesto di senso nelle sequenze e nelle didascalie, quasi sempre scritte in prima persona, che le ancorano a ciò che potremmo chiamare i fatti decisivi dell’esistente. 

Non a caso la sua fama è divenuta planetaria, per i soggetti certo, ma anche grazie ai suoi libri e alle mostre evento che ne accompagnavano la diffusione.

Il primo grande progetto narrativo di Salgado che prese la forma di libro fu Other Americas. Per oltre sei anni (1977-1984) il fotografo con numerosi viaggi percorse in lungo e largo l’America Latina per documentare il lavoro dei contadini dei vari paesi del continente. In quel periodo era ancora un fotografo Magnum e in parte i suoi reportage furono pubblicati da numerose riviste. Ma fu il design del libro realizzato da Lelia a lasciar intendere gli sviluppi che il suo lavoro avrebbe preso con la nascita di Amazonias Images. Nell’edizione originale furono pubblicate solo 48 fotografie scelte dall’archivio accumulato dal fotografo, perché l’editore voleva risparmiare sulle spese di fotoincisione. Tuttavia la scelta delle immagini si rivelò particolarmente felice e il libro divenne subito un testo di riferimento per colleghi e un pubblico internazionale.

Subito dopo Salgado e Lelia concepirono un nuovo progetto che apparve in forma di libro nel 1993 con il titolo “Workers-La mano dell’uomo”. Ancora una volta il fotografo aveva impiegato oltre sei anni di ricerca, estenuanti viaggi, immersioni empatiche in contesti sempre diversi, per documentare le attività produttive manuali dell’uomo. In controtendenza rispetto ad un mondo occidentale nel quale il lavoro manuale, pesante, rischioso stava quasi scomparendo eroso da tutti i lati dallo sviluppo tecnologico, Salgado scelse di raccontare il lavoro dei più umili, dei miserabili, dei dimenticati dai giornali e dalle TV. Le centinaio di foto del libro ci fanno conoscere realtà lontane, poco conosciute, con protagonisti uomini e donne impegnati in faticose attività. I loro corpi, i loro volti lasciano percepire quanto dura possa essere la sussistenza; ma non perdono mai in dignità, rispetto e persino bellezza. Per me indimenticabili sono gli scatti epici della moltitudine di corpi che risalgono le scale nelle miniere d’oro in Brasile; lo sguardo lontano degli operai che caricano carbone sui camion in India; i visi mascherati coperti di zolfo dei portatori indonesiani. Ma forse le foto che mi hanno fatto più impressione sono quelle dei tanti operai specializzati arrivati da tutto il mondo, dai corpi completamente ricoperti di petrolio grezzo che, come una maledizione gettata sull’umanità dall’implacabile ultima idiozia di Saddam Hussein, stavano tentando di cauterizzare ingaggiando una furiosa lotta con pozzi petroliferi che nelle foto sembrano giganti impazziti (i pozzi furono fatti esplodere per rappresaglia dal tiranno ferocemente incazzato con l’Alleanza che aveva disintegrato il suo potere; in seguito fu catturato e impiccato per crimini contro l’umanità).

Ancora una volta lunghe didascalie scritte da Salgado, accompagnavano le immagini contestualizzandole con precisione ma anche con reverenza per sancire la necessaria alleanza tra le due forme espressive, immagini/parole, affinché risultasse chiara l’intentio critica dell’autore, da sempre interessato a tenere insieme emozioni e l’aumento di consapevolezza donatoci dalla conoscenza, per così rendere meno fragile ciò che chiamiamo coscienza.

Le mani dell’uomo oltre a un libro fuori dall’ordinario divenne subito una grande mostra accolta nel corso degli anni da almeno un centinaio di città nel mondo, nei luoghi espositivi più importanti. 

Non conosco il numero complessivo di persone che le visitarono, ma suppongo non possa che essere dell’ordine di milioni di presenze. Libro più mostra dunque, trasformavano le immagini di Salgado in un sorprendete dispositivo di comunicazione che promuoveva un modo molto intelligente di interpretare il pensiero critico al servizio dei valori umanistici ai quali Salgado era fedele.

Infatti, subito dopo la ricerca sulle modalità di lavoro più faticose, insieme a Lelia, cominciò a progettare la più grande ricerca fotografica mai concepita sul tema delle grandi migrazioni contemporanee. La gente si incammina in esodi rischiosi per trovare lavoro, per abbandonare terre colpite da siccità devastanti, per sfuggire a spaventose guerre che spesso culminano in allucinanti genocidi. In breve, intere comunità emigrano per sopravvivere. La documentazione prodotta da Salgado dal 1993 al 1999, in una ventina di reportage era impressionante per la mentalità occidentale oramai abituata a viaggiare per il mondo come flaneur di baudelairiana memoria. Le foto dei disperati ruandesi che fuggivano dalla pulizia etnica di tribù rivali erano di una durezza inaudita. Così come le immagini dei corpi devastati dalla sete e dalla fame di tribù nomadi sudanesi. E poi le foto sconcertanti delle persone inermi travolte dalla bestiale guerra tra Croati e Serbi, la commovente resilienza dello popolazioni curde…Guardando quelle immagini sembrava di avere sotto gli occhi i dimenticati eroi del sogno di civilizzazione planetaria che chiamavamo globalizzazione, fatto a pezzi dalla peggiore umanità tra la quale colloco i soggetti ciechi agli effetti del cinismo, dell’ipocrisia, dell’indifferenza verso il destino degli “altri”, ostentati come fossero valori, purtroppo diffusi in un Occidente in parte complice di quei massacri, incapace di fermare i mercanti di armi, le multinazionali sfruttatrici, i governi gestiti da clan di gangster. Perché ho scritto eroi e non vittime? Mi ha sempre stupito la maestria di Salgado nel rappresentare gli ultimi, rispettando la loro dignità, la loro volontà di sopravvivere agli orrori che li circondano. Probabilmente il sentimento di reverenza di cui parlo è un effetto creato dal rigoroso bianco/nero utilizzato da Salgado. Senza il colore emerge con più precisione ciò a cui mira il fotografo, garantendo all’immagine la risonanza emotiva che a mio avviso intende condividere con il tipo di fruitore che ha in mente ovvero una mente aperta, capace di farsi guidare dall’immagine nell’urto che verità scomode non possono evitare. Molte delle foto dei reportage in oggetto sono veri e propri traumi per lo sguardo occidentale e i soggetti che in realtà ne pagano il prezzo, le persone rappresentate, quelle vive voglio dire, sembrano molto più dignitose, controllate rispetto le dolorose emozioni negative che immaginiamo dovessero provare.

Gli scatti scelti dal fotografo e da Lelia furono pubblicati in un libro memorabile che uscì con il titolo “In cammino”. Ancora una volta la diffusione delle immagini attraverso un numero crescente di mostre, divulgarono i contenuti critici ed emotivi del progetto, mobilitando nell’opinione pubblica forti adesioni. Accompagnate però anche da deplorevoli coglionate. Infatti non furono poche le voci che accusavano Salgado di sensazionalismo e di spettacolarizzazione dell’orrore.

A tal riguardo il fotografo nella sua autobiografia scrive: “Ho sempre cercato di mostrare le persone nella loro dignità. Nella maggior parte dei casi sono vittime della crudeltà, degli eventi…Queste foto, le ho scattate perché pensavo che tutti dovessero sapere. È il mio punto di vista, ma non obbligo nessuno a guardarle. Non voglio salire in cattedra e nemmeno mettermi la coscienza a posto suscitando non so bene quale sentimento di compassione. Ho realizzato queste immagini per un dovere morale, etico. Mi si chiederà che cosa sia la morale, che cosa sia l’etica in momenti così drammatici. È quando sono di fronte a qualcuno che sta morendo e devo decidere se scattare oppure no” (2). Personalmente non ho dubbi di sorta: se mi fossi trovato nella situazione prefigurata da Salgado avrei voluto avere la sua forza e scattare, scattare, scattare per far sì che tutto quell’orrore, sofferenza, crudeltà non fossero cancellate dalla storia; avrei voluto riprendere quelle persone con la maestria necessaria per donare ad esse la loro drammatica e tragica bellezza senza alcun rispetto per l’ipocrita sensibilità delle anime belle da sofà che vorrebbero davanti ai loro occhi solo conferme dei loro piaceri. E infine non avrei remore a definire etico, il significato di questo agire nella zona di mezzo tra reale e simbolico, fregandomene allegramente della eventuale dissonanza visivo/emotiva indotta nelle anime belle.

Foto di Sebastião Salgado

4. Dopo “In cammino”, Salgado cominciava ad essere un un punto di riferimento non solo per i cultori del genere fotografico del quale era diventato un grande interprete, ma anche per tutte le persone progressiste che in qualche modo si trovavano a corto di benzina ideologica: il comunismo era naufragato miseramente, il mondo cattolico lacerato da scandali finanziari e morali sembrava fuori dai grandi giochi del potere, la globalizzazione stava rivelando l’incapacità del liberalismo di dare vita a politiche inclusive…c’era qualcosa di eroico nel modo in cui Salgado affrontava la messa in atto fotografica alla ricerca di verità scomode. Tutto ciò lo predisponeva a divenire un mito culturale ed è ciò che avvenne soprattutto con ulteriori due grandi progetti che a mio avviso rappresentano il culmine della sua avventura professionale, creativa e umana.

Il primo dei due non c’entrava nulla con la fotografia. Lelia ebbe l’idea di ricostruire la mata atlantica scomparsa da anni nelle proprietà dell’azienda agricola della famiglia Salgado e nei territori limitrofi. All’inizio la rigenerazione della foresta sembrava un progetto impossibile. Lelia e Sebastião agirono a loro modo cioè con paziente ma inflessibile determinazione. Cercarono alleanze, piantarono e si presero cura dello sviluppo di milioni di alberi. Il risultato fu stupefacente. Se guardate il citato lungometraggio di Wim Wenders (realizzato in collaborazione con Riberio Salgado), uno dei docufilm che colloco ai primi posti del mio personale Olimpo, troverete nella parte finale il racconto visivo della memorabile impresa commentata dalla viva voce dei protagonisti. Ai benefici ecologici della  Mata Atlantica  credo di poter  aggiungere effetti psicologici decisivi per il secondo dei progetti di cui parlavo. Ritorniamo brevemente agli anni dei reportage raccolti nel libro “In cammino”. Tutto quell’orrore, sofferenze, morti ebbero un effetto devastante sulla psicologia di Salgado. Esausto, malinconico fino a sfiorare la depressione, aveva perso ogni fiducia nell’umanità. Probabilmente lo sfiorava il pensiero di ritenersi oramai incapace di provare desiderio di fotografare. La Mata Atlantica e naturalmente una prolungata vicinanza della famiglia, funzionarono da terapia e mentre crescevano e si moltiplicavano gli alberi risorgeva la sua passione per viaggiare e mettersi in gioco come intellettuale impegnato ad esplorare con il mezzo fotografico temi decisivi per l’umanità. Arrivò dunque il giorno che con Lelia progettò qualcosa di completamente nuovo: non avrebbe più documentato la presenza dell’azione umana contemporanea bensì sarebbe andato alla ricerca dei luoghi delle origini della vita e dei suoi ultimi abitanti. I successivi otto anni lo videro effettuare una trentina di reportage nelle ultime parti della terra dove natura, animali ed esseri umani vivevano ancora in equilibrio con l’ambiente. Le immagini fatte sui ghiacciai dell’Antartide, nelle foreste tropicali dell’Amazzonia,del Congo, dell’Indonesia,della Nuova Guinea, nei deserti dell’America e dell’Africa,sulle montagne della Siberia e del Cile mostravano le risorse e la magnificenza di un Pianeta che possiamo ancora salvaguardare se riusciremo a conoscerlo, comprenderlo e amarlo come se fossimo gli ultimi esseri viventi dotati di coscienza che ancora lo abitano. E per invitarci a sintonizzarci con questo messaggio che sarebbe riduttivo definire ecologico, Salgado presentò nel libro “Genesi” e nelle mostre che lo diffusero nel mondo, immagini di una bellezza mai così convincente, armoniosa, spesso sublime, come se dalla sua percezione dipendesse la discesa nella coscienza di un sentimento di reverenza contemplativa che ne fa comprendere il vero significato.

Tutte le foto di Salgado sono in un rigoroso bianco/nero, ma nel caso di Genesi, utilizzando dispositivi digitali (resi necessari per via dei lunghi viaggi e dell’età, perché più leggeri delle macchine fotografiche analogiche e molto più protettivi della integrità delle immagini rispetto ai tradizionali rullini), passando al digitale dicevo, in sede di post produzione lavorò con molta più raffinatezza le sfumature dei grigi, i contrasti di luce, e la resa dell’aria, arricchendo l’immagine con una venatura artistica tale da far assumere alle foto un in più di grazia, a volte un intenso lirismo, altre volte un potente riverbero di sublime.

Con Genesi il fotografo si pose autorevolmente al centro del dibattito contemporaneo sul mutamento climatico indotto dall’uomo, proponendo la soluzione in definitiva più umana ovvero quella che discende da un atto d’amore che non ha bisogno di troppe e spesso complesse/confuse teorie per giustificare il passaggio all’azione, ma solo di  contemplazione e bellezza, immaginate essere il substrato emotivo dal quale possono discendere nuovi e più lungimiranti comportamenti. Tuttavia quando vidi la mostra mi sorse un dubbio: con Genesi, Salgado non corre il rischio di platonizzare la realtà? Mi chiesi. Ma poi, forse affascinato dalla bellezza delle immagini pensai che forse il rischio c’era, ma dato lo stato attuale delle cose (l’opinione pubblica non ascolta con attenzione gli scienziati, spesso li contesta preferendogli ciarlatani di ogni tipo), in una situazione in cui le post-verità travolgono gli appelli alla razionalità, il fascino delle immagini di Salgado e le idee ad esse aggregate, fossero un rischio accettabile, persino fecondo, dal momento che sono le consapevolezze emergenti ad essere veramente importanti.

Note al testo:

  1. Sebastião Salgado, Dalla Terra alla Terra, Contrasto, 2014;
  2. ibid, pag.107
Sebastiao Salgado
Fotografia di Sebastião Salgado

Mart – Rovereto

Sebastião Salgado

Ghiacciai 

12 aprile 2025 – 21 settembre 2025

mostra a cura di Lelia Wanick Salgado 

La mostra presenta oltre 50 foto, in gran parte inedite, di ghiacciai selezionate da Salgado provenienti dal suo archivio fotografico

Sebastiao Salgado
Ghiacciai di Sebastião Salgado – @JacopoSalvi
Ghiacciai di Sebastião Salgado – @JacopoSalvi
Sebastiao Salgado
Mostra “Ghiacciai” – @JacopoSalvi
Sebastiao Salgado
Mostra “Ghiacciai” – @JacopoSalvi
Sebastiao Salgado
Mostra “Ghiacciai” – @JacopoSalvi
Lamberto Cantoni

30 Responses to "Sebastião Salgado, un eroe del nostro tempo"

  1. moro99   27 Maggio 2025 at 08:48

    Concordo con l’autore sull’importanza di Salgado. Anche per me è un eroe. Non sapevo della foresta che aveva ricreato. Il Brasile è veramente un Paese strano cioè da un lato distruggono l’Amazzonia dall’altro lato fanno una foresta. Una critica la devo fare: l’autore poteva postare più immagini, per esempio quelle dei libri di Salgado che cita e anche la sequenza del documentario di Win Wenders citata. Per quanto riguarda le mostre dico che vedere dal vivo le foto di Salgado è tutta un’altra cosa. Intanto sono molto grandi direi spettacolari e poi sono veramente opere d’arte. Ho visto la mostra Amazzonia e sono rimasto estasiato. Spero di riuscire a vedere anche quella di Rovereto.

    Rispondi
  2. Amy   27 Maggio 2025 at 17:32

    Un fotografo da ammirare, certamente anche un artista. Le sue foto al bromuro d’argento sono speciali anche per la scelta di evitare il colore. Molto empatiche oltre ad avere contenuti importantissimi. Mi dispiace molto che non sia più tra noi.

    Rispondi
    • vincenzo   28 Maggio 2025 at 08:17

      Io non sono così convinto sul B/N di Salgado. Perché togliere i colori dovrebbe essere più profondo? Rispetto la dedizione di Salgado ad argomenti seri e lo ammiro. Però le sue foto per le mostre sembrano più quadri che fotografie.

      Rispondi
      • annac   28 Maggio 2025 at 17:53

        Anch’io ho pensato a quello tipo i pittorialisti. Ma non so se sia vero che Salgado ritocca i negativi. Comunque le sue foto rimangono uniche e bellissime.

        Rispondi
        • Antonio Bramclet
          antonio   28 Maggio 2025 at 23:52

          Certo che le ritocca. Ma non userei questo termine. Io direi che la fase di post-produzione per lui era molto importante.

          Rispondi
          • luciano   30 Maggio 2025 at 11:15

            Chiamarla post produzione a me non piace. Trovo più corretto dire che Salgado vuole intervenire su tutte le fasi di stampaggio. Anche quando usa il digitale riporta poi le immagini su negativo e poi le stampa alla vecchia maniera (analogica). In questo modo può intervenire con la sua sensibilità creando a livello di immagine finale, suggestioni personali. Questo deve fare un autore.

          • vincenzo   30 Maggio 2025 at 11:45

            Era proprio questo che facevano i pittorialisti: intervenire sulla fotografia per donargli un significato artistico. Non lo dico per criticare Salgado ma per valorizzarlo.

  3. james   28 Maggio 2025 at 08:56

    D’accordo con il glorificare Salgado, è un grandissimo,non ci sono dubbi. Non ho capito però il “bilanciamento parole-immagini”. A me non risulta fosse anche uno scrittore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto   1 Giugno 2025 at 08:59

      Intendevo dire che le opere di Salgado sono eloquenti, ci parlano almeno quanto ci suggestionano per la loro indubbia bellezza. In altre parole, il fotografo o autore, interviene certamente sulla forma che prende l’impronta del reale di partenza, dando ad essa inflessioni estetiche (ecco perché qualcuno può ravvisarvi una somiglianza con il pittorialismo); ma non si può negare che il discorso dei contenuti dell’immagine, alla fine, non emerga in modo potente e chiaro. Questo bilanciamento mi permette di dire che Salgado usa la velatura del reale (effetto del lavoro in post-produzione) più per farci sentire qualcosa di determinato, piuttosto che mostrarcelo come farebbe un cultore della pura forma dell’immagine. Se a questo aggiungiamo la somma cura che dedica alle didascalie scritte il prima persona, allora non mi sembra un azzardo ipotizzare un parallelismo tra il suo modo di presentare le immagini con la pratica della scrittura di un testo.

      Rispondi
      • james   1 Giugno 2025 at 10:38

        Senza offesa, ma non ho capito quasi niente del bilanciamento velato e di didascalie che lei ci presenta come scrittura. A me sembrano inutili intellettualismi. Però come le scrive bene!

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   2 Giugno 2025 at 08:57

          Va bene, hai ragione, sbarazziamoci di ogni intellettualismo. A questo punto ti rimando a qualcosa di molto pratico: non so se hai visto la mostra di Salgado intitolata Amazzonia; comunque non importa,,,procurati però il catalogo (lo puoi trovare in formato poco costoso edito da Taschen) e leggi il testo che accompagna le immagini. Ora, considera che è lo stesso Salgado che lo scrive. Valuta la qualità della scrittura e poi forse capisci meglio uno degli aspetti che intendevo sottolineare nel mio commento.

          Rispondi
        • moro99   3 Giugno 2025 at 08:00

          Scusa James, ma considerare le didascalie di Salgado inutili intellettualismi proprio non lo capisco. Io le considererei un utile strumento per comprendere l’immagine.

          Rispondi
          • james   3 Giugno 2025 at 10:40

            Non avete capito niente io mi riferivo all’autore dell’articolo cioè del commento sopra al mio. Ovvio che le dida sono utili e necessarie. Ma come fate ad essere sicuri che le scriva Salgado? Le approverà di sicuro ma il suo lavoro è un’altro e se mi permettete to più importante!

  4. marta   5 Giugno 2025 at 10:31

    Non saprei se ritocca o no le foto. Ma colpiscono e questo è l’importante. Indubbiamente Salgado è stato un grande fotografo che ha fatto dell’impegno sociale una tematica popolare molto di più di tanti discorsi.

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  5. Lia99   6 Giugno 2025 at 19:12

    Onore a Salgado ma io che lo seguo da anni vi dico che dietro alle quinte del suo successo ci sta la moglie Lelia. Come scriveva Virginia Woolf: Dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna.

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    • marta   7 Giugno 2025 at 19:24

      Sono d’accordo con te, nei suoi libri Salgado ringrazia sempre la moglie Leila. Però avrei preferito che Virginia Woolf scrivesse: di fianco ad un grande uomo c’è sempre una grande donna.

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      • Antonio Bramclet
        antonio   8 Giugno 2025 at 08:33

        Siete sicure che Virginia Woolf abbia scritto quella frase? comunque mi associo, Lelia è stata fondamentale. Molti pensano che un grande fotografo si misuri quando scatta. Non è vero è quello che viene prima e dopo lo scatto che fa grande un fotografo.

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      • Lia99   9 Giugno 2025 at 00:47

        Sono d’accordo con te, oggi è più giusto dire “Di fianco…”. Ci ho pensato solo dopo che l’ho postato. Volevo solo enfatizzare la figura di Lelia non solo come moglie e madre ma anche come ispiratrice e collaboratrice dei progetti di Salgado. Visto che ci sono dico anche che Virginia Woolf è vissuta in un periodo dove molte opportunità erano precluse alle donne e non si riservava ad esse l’attenzione di oggi. A mio avviso la frase citata non va interpretata in modo polemico.

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        • marta   10 Giugno 2025 at 15:18

          Io penso proprio che Virginia Woolf volesse polemizzare contro la rimozione di donne in realtà fondamentali nelle esperienze culturali che si volevano riservare solo ai loro uomini. Non è chiaramente il caso di Lelia. Chi segue Salgado da anni sa molto bene che il suo nome è presente in ogni progetto. Io credo che abbia dato una grande forza interiore al marito e che lo abbia aiutato a trasformare le immagini in eventi culturali di primissimo piano.

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  6. vic01   12 Giugno 2025 at 01:18

    Mi interessa molto approfondire l’idea dell’autore dell’articolo sulla trasmissione del sentire di Salgado. Invece che significati il fotografo cercherebbe di comunicarci ciò che sente? Ma allora più che un testimone oculare di ciò che avviene si propone di influenzarci. Non c’è il rischio di scivolare nella manipolazione?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Giugno 2025 at 09:23

      Sì, ho scritto che Salgado non rimane indifferente a ciò che vede e fotografa. È un testimone oculare che aldilà delle ovvie informazioni che ogni immagine di reportage mette in processo ci invita provare qualcosa ovvero a reagire.

      Rispondi
      • vic01   13 Giugno 2025 at 07:48

        Chiaro. Ma secondo lei vuole trasmetterci il sentire del momento in cui scatta oppure si tratta di effetti emotivi ricreati in post produzione lavorando il digitale o il negativo? Chiaramente nel secondo caso si può parlare di manipolazione, a fin di bene lo ammetto, ma sempre manipolazione.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   14 Giugno 2025 at 09:39

          Molti interpretano la morbidezza del B/N di Salgado solo come una forzatura a porsi in posizione contemplativa. Non è vero, molte sue foto hanno contrasti marcati che ci impongono una attenzioni ai contenuti, dominante rispetto alla forma espressiva. È vero che percepiamo le sue foto come opere d’arte capaci di coinvolgerci emotivamente. Ma parlare di manipolazione mi pare troppo e soprattutto ingiusto per la statura etica di Salgado.

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  7. annamaria98   17 Giugno 2025 at 11:48

    Ho visto di Salgado le mostre “Genesi” e “Amazzonia”. Mi piacerebbe vedere anche “Ghiacciai” a Rovereto ma non so se avrò l’occasione. Però ho comprato il catalogo di Contrasto che di solito stampa le immagini molto bene. Non sono una esperta ma ho l’impressione che dal progetto Genesi in poi, Salgado abbia ulteriormente elaborato il livello estetico delle immagini che stampava per le mostre e i suoi libri. Sono d’accordo nel considerarle delle opere d’arte che ci emozionano e non credo che “manipolazione” sia la parola giusta. Chi mai sosterrebbe che solo per fare un esempio, Turner volesse manipolarci con i suoi paesaggi? Io credo che Salgado volesse farci sentire la belezza di Madre Natura.

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    • vincenzo   21 Giugno 2025 at 09:03

      Ma Turner usava i toni del colore!!! la Natura è colore! Salgado invece la trasforma in una gradazione di grigi e di contrasti B/N assai poco naturali. Sui significati dei sui messaggi è ineccepibile e li condivido, ma la sua è una operazione retorica volta alla persuasione. Non è un reporter normale è un analista.

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      • Antonio Bramclet
        antonio   23 Giugno 2025 at 15:13

        Non ho capito perché secondo Vincenzo, Salgado sarebbe un analista! Che non sia stato un reporter normale ci sta, nel senso che è stato molto di più di un reporter. Ma definirlo un analista proprio non arrivo a capirlo!

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        • marco97   23 Giugno 2025 at 18:32

          Forse Vincenzo voleva dire che se molte fotografie di reportage effimeri sopprimono lo spirito critico, quelle di Salgado invece lo stimolano e lo rafforzano.

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          • vincenzo   24 Giugno 2025 at 16:04

            Veramente io pensavo a quanto ha scritto il prof sulla preparazione di Salgado sul tema dei suoi viaggi, dimostrata dai ricchi commenti alle foto dei suoi libri. Analista significa che non scattava a caso ma che aveva ben in mente ciò che voleva documentare.

  8. Antonio Bramclet
    antonio   24 Giugno 2025 at 18:05

    Caro Vincenzo, solo i fotografi dilettanti scattano a caso o mossi dall’impulso del momento. Tutti i professionisti si preparano prima. Ha ragione Marco, Salgado stimola lo spirito critico. Definirlo un analista della fotografia non ha senso.

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  9. genny   27 Giugno 2025 at 16:33

    Ho letto i dubbi che ha suscitato Vincenzo. Vorrei solo dire che un fotografo sociale, e Salgado a mio avviso è stato un grandissimo, deve essere giocoforza una specie di analista. Possiamo usare altre parole ma cos’altro fa se non mostrarci una analisi di fatti problematici? Anche quando si è trasformato in un fotografo naturalista ha continuato ad esserlo. Il suo sguardo non scivola sulla superfice delle cose, è profondo. Ecco perchè predilige il bianco e nero.

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