Sto pensando di finirla qui: chi si nasconde dietro questo viaggio nella non ragione?

Sto pensando di finirla qui: chi si nasconde dietro questo viaggio nella non ragione?

MONDO – Il regista di Essere John Malkovic e Se mi lasci ti cancello è tornato e lo fa con un thriller dalle forti connotazioni psicologiche. Ecco la recensione di Spero di finirla qui, pellicola che sta stupendo tutto il pubblico di Netflix.

Se avete intenzione (e personalmente, ve lo consiglio) di vedere Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, lasciate ogni rigore logico dietro di voi prima della visione. I’m thinking of ending things, titolo originale del film, è un prodotto Netflix che ha riscosso non poco successo. Vi state chiedendo chi sia Charlie Kaufman? Facciamo un passo dietro alla cinepresa ed entriamo nella visione di questo cineasta, cosa necessaria se si vuole comprendere il valore e il contenuto del film.

Kaufman, regista, ma anche sceneggiatore e produttore, è tra i più visionari di Hollywood e lo scopo che si prefissa con il suo lavoro è portare su pellicola il tortuoso labirinto della mente umana.

DOPO SE MI LASCI TI CANCELLO, UN’ALTRA OPERA DA “MAESTRO DELLA PSICHE” PER CHARLIE KAUFMAN

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Racconta storie di interiorità sovvertendo le regole della logica facendo de surreale il mezzo che permette di accedere alla comprensione del reale. Una pellicola che fornisce un quadro dettagliato della poetica di Kaufman è il suo Se mi lasci ti cancello, adattamento del titolo originale Eternal Sunshine of the spotless mind. Qui il surreale si intreccia con l’amore, il dolore che ne deriva e il come la mente cerchi di maneggiare le ferite che lascia la fine di una storia. Film del 2004 che conquistò davvero tutti e fece vincere un Oscar a questo maestro della psiche.  Un regista che molto spesso gioca tra cinema e poesia, inserendo citazioni o arricchendo le narrazioni di riferimenti letterari, un esempio possiamo trovarlo già nella traduzione letterale del titolo che contiene in sé un riferimento poetico L’eterna letizia di una mente candida, verso contenuto nell’opera Eloisa to Abelard dello scrittore inglese Alexander Pope.

Lo stesso accade nel film da noi preso in esame, l’intera narrazione è una miscela densa di cinema e poesia. Kaufman anticipa con la scelta dei titoli il cuore della pellicola che propone ai suoi spettatori. Se infatti “l’eterna letizia della mente candida” incarna perfettamente la tematica trattata, che vede un protagonista impegnato a ripulire la sua mente dai ricordi creati con la persona amata così da farla tornare candida e quindi lieta (o almeno questa è la sua volontà per gran parte del film), con il titolo di “I’m thinking of endingthings” introduce quello che sarà il filo conduttore della narrazione, il leitmotiv che ci accompagna per l’intera durata del film e che ne racchiude il senso stesso e i suoi giochi di duplice valenza. Se si vuole godere davvero di quello che questo artista della psiche ci propone con le sue opere dobbiamo fare un atto di fede nei suoi confronti e lasciarci trasportare rinunciando agli schemi rigidi del raziocino.

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI: TRA CINEMA E POESIA IN UN CONTINUO GIOCO DI SPECCHI 

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Come detto poco fa, per riuscire a farsi trasportare nel viaggio onirico di Sto pensando di finirla qui è necessario rinunciare alla logica. Gli eventi stessi ai quali assisteremo ne sono praticamente privi se non rare eccezioni.

In una delle scene iniziali troviamo quelli che potremmo definire i due personaggi principali, Lucy e il suo fidanzato Jake.  In Sto pensando di finirla qui, da subito entriamo in contatto con quella voce narrante che è la voce interiore di Lucy e da qui iniziamo a scorrere con quel flusso di coscienza che caratterizza quasi l’intero film. Gli elementi inconfondibili del suo regista sono prepotentemente presenti fin da quando premiamo play. Durante il viaggio in macchina scopriamo che Lucy è una ricercatrice universitaria che si occupa di fisica, ma che al tempo stesso compone poesie, è ragione ed emotività.

Sarà lei a rappresentare la scintilla di tutti i riferimenti intertestuali che formeranno gran parte dei dibattiti, soprattutto quelli che avrà con Jake proprio mentre sono in auto diretti verso la sua casa di famiglia per cenare con i suoi genitori. Lui le chiede di recitargli l’ultima poesia che ha scritto che si intitola “Ossa di cane”, il tema principale del suo componimento è l’affollata solitudine dell’animo umano. Parla di un ritorno a casa che viene sofferto in quanto casa non è un luogo accogliente ma un dove che rappresenta l’annientamento della pluralità di un individuo, un dove che amplifica il suo distacco quasi nichilista. Una solitudine umana presente “che tu abbia una moglie o solo un’ombra a forma di moglie” non fa differenza, poiché tale sentimento è intrinseco nell’animo.

Non dimentichiamoci di chi sta recitando il suo componimento, il suo fidanzato, il quale dovrebbe essere motivo e ragione che neutralizza questa sensazione di desolazione.  Inoltre la storia tra i due è appena nata e dovrebbe essere caratterizzata da quel vigore proprio di un amore appena fiorito. Procedendo con la trama capiremo che anche quella poesia è riconducibile in realtà alla desolazione interiore che prova Jake nel suo ritorno a casa e Lucy è il primo grande simbolo. La ragazza infatti è in realtà una finestra sul mondo interiore di quest’ uomo, è lui che convive con un senso di inadeguatezza nato dal fatto che non si è mai sentito all’altezza di vivere davvero le possibilità che la vitagli offriva. Senso di inadeguatezza che combatte con uno sproloquio fatto di nozioni e citazioni seminate in ogni dialogo che affronta.

LUCY E JAKE

Lucy, proiezione dell’interiorità di Jake, altro non è che la portavoce di quella cherofobia che gli impedisce di vivere serenamente nel qui e ora. Lo stesso viaggio in macchina verso la sua casa di famiglia è un viaggio metaforico che come meta ha il passato e le origini dell’uomo, costellato di vorticosi sbalzi temporali, la ricerca del non fatto di chi con il senno di poi rimugina sui propri errori e indaga su sé stesso per rispondere ad una gravosa domanda: da dove è cominciato tutto questo male di vivere? Altro simbolo lo troviamo nella frase che perseguita la mente di Jake e che accompagna lo spettatore, “sto pensando di finirla qui”. Vedendola uscire dalla bocca della ragazza si pensa che lei viva la situazione angosciosa di chi si sente ingabbiato in un rapporto che però non ha il coraggio di interrompere, ma una volta consapevoli che Lucy è lo specchio fedele dell’emotività di Jake nasce una seconda opzione, sarà forse proprio quel suo male di vivere a trovare la sua espressione? Che in essa si nasconda una sua inespressa volontà suicida?

La casa familiare e le sue stanze saranno invece la concretizzazione del labirinto della mente del protagonista e una di queste stanze sarà la più ostica nella quale entrare, la cantina. Arrivati nell’abitazione Lucy mostrerà curiosità per quella porta, unica della casa ad essere chiusa. Jake risulta infastidito e preoccupato, non vuole che lei ci entri così come lui non vuole andarci è un luogo che lo terrorizzava da bambino e lo terrorizza ancora da adulto. Essendo un luogo sottostante una buona chiave di lettura può essere data dalla paura che il protagonista ha nell’indagare così in profondità dentro di sé, azione che richiede una notevole presa di coscienza, infatti solo verso le scene conclusive quella porta verrà aperta. All’intero susseguirsi delle vicende della coppia, troviamo dei piccoli spezzoni in cui appare una figura che apparentemente non ha nulla a che fare con loro, un bidello anziano all’interno di una scuola. Resta uno dei personaggi più misteriosi dell’intera proiezione e lo spettatore si domanda costantemente quale sia il ruolo di quest’anziano signore. Ebbene, il suo ruolo è davvero fondamentale in quanto rappresenta lo stesso Jake! Probabilmente è qui che gli sbalzi temporali hanno origine, nella mente di un anziano Jake che ripensa ai rimpianti di una vita che evidentemente sente di non aver vissuto da reale protagonista. Questa sua sensazione di non attore protagonista traspare in un altro gioco di metafore racchiuso nella scena che vede il Jake bidello spettatore di uno dei suoi musical preferiti “Oklahoma”, ritratto delle ambizioni personali ed amorose idilliache di Jake che non hanno mai trovato un posto nel reale.

COSA CI RESTA DELL’OPERA DI KAUFMAN?

Facendo un passo indietro nella narrazione, focalizziamoci ora su quella famiglia che risulta allo spettatore inquietante come si trattasse di una di quelle tipiche famiglie degne di un film horror.

Nei frammenti che riguardano il padre e la madre di Jake gli sbalzi temporali sono continui, ci trasportano nel loro passato e nel loro futuro fino alla morte della madre, scena simbolo in cui lo stesso protagonista si ritrova a fare i conti con l’inevitabile destino dell’uomo, portando con s’è quella sensazione di insofferenza verso sé stesso, ritenendosi responsabile di non essere stato in grado di costruire un qualcosa che lo facesse sentire un uomo straordinario con una vita e un amore degni di quel riconoscimento tanto desiderato, qualcosa che lavi via l’amaro del rimpianto.

L’unica salvezza sarebbe accettare quel presente tanto difficile da vivere sotto il peso del proprio passato e l’ansia del proprio futuro. Nella circolarità temporale del film stesso ritroviamo la fine a dare senso all’inizio, e così sarà con la fine del protagonista che renderà possibile il riappacificarsi con quella sua vita che trova il suo senso proprio davanti alla morte.

In conclusione, stando alla fitta rete di collegamenti e proiezioni creata magistralmente da Kaufman, possiamo affermare che Sto pensando di finirla qui rappresenti un quadro fedele alla sua stessa poetica visionaria capace di creare un eccellente gioco di specchio riflesso facendo riconciliare il mondo del subconscio con quello del reale.

 

 

Silvia Severi

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