Italia – Uruguay. Game over

Italia – Uruguay. Game over

Game over.
Vorrei fosse (ancora) solo la scritta del videogioco tascabile dedicato ai mondiali statunitensi del 1994. Invece, è il titolo di coda più esemplificativo della partecipazione italiana ai mondiali brasiliani.
Eppure, eravamo in tanti a credere in questi ragazzi. Ci credeva chi ha salutato con favore la scelta di schierare il 3-5-2 con il “blocco Juve” in difesa, la coppia Balotelli-Immobile in avanti, Verratti in mezzo al campo e Thiago Motta in centro alla panchina; ci credeva la squadra, ci credevano alcuni procuratori interessati agli affari estivi e ci credevo io che ho fatto salti mortali per riuscire a vedermi la partita.

Ore 16.30: inaspettatamente, vengo liberato dai colleghi dello stage.
Ore 17.10: prendo il treno per Verdello. L’inno riesco ad ascoltarmelo alla radiolina, come dagli anni 90 non mi capitava a fare.
Ore 18.05: Suono il campanello di Sergino. Mi aspetta con una birra ghiacciata che suda frescura più di quanto noi potremmo mai fare sotto il sole di mezzogiorno di un’estate torrida.

Un primo tempo da dimenticare ci porta in macchina. Destinazione? Il bar delle bocce di Comun Nuovo, il nostro paese Natal (perdonatemi l’orribile freddura, non ho saputo frenarmi. Natal, è la città nel cui stadio in Brasile, si sta giocando il match in questione).
balotelli-uruguayQui, un aperitivo tira l’altro e così via fino a far diventare il locale un ospedale psichiatrico di bestemmiatori contro le piatte figure che si muovono vergognosamente sullo schermo. Tutte, sia chiaro. Quelle azzurre e quelle bianche perché pure l’Uruguay ha giocato una pessima partita.
E non sto a raccontarvi il putiferio seguìto all’espulsione di Marchisio, alla prova di Cassano e a quel dfkldsbcrkjdfbcnrejkfncregnf di Suarez.
A 9’ dalla fine arriva la doccia fredda. Tutti lo sbraitavamo già da mezz’ora: OCCHIO A GODIN! Eh, appunto.
C’è altro da dire? No, nulla. Ne stanno parlando anche troppo alla TV e per strada. L’entusiasmo, quando c’è, non è mai troppo ma la delusione e la rabbia, per favore, facciamola fermare a quei comunque maledetti 90 minuti, please.
Con il senno di poi, sembra quasi che le cose dovessero andare proprio così. Dopo un ottimo Europeo nel 2012 e un buon girone di qualificazione che ci ha portato senza troppi affanni in Brasile, infatti, sono iniziati i problemi.
Il primo sgambetto ce lo ha fatto la FIFA che, magicamente, è riuscita a mescolare le carte in tavola e a spostare la Francia dall’imbarazzante quarta fascia che l’avrebbe costretta a un sorteggio terrificante in un girone quasi impossibile. Chi ne ha fatto le spese? L’Italia, finita nel girone di ferro con ben tre squadre iridate su quattro. Tuttavia, questa non può essere considerata una scusa. Tutto sommato, sulla carta la nazionale più forte e completa del girone era proprio la nostra.
La seconda tegola è arrivata durante il campionato, quando Giuseppe Rossi s’è infortunato contro il Livorno, inducendo il nostro CT – nonostante il commovente recupero record – a lasciare il giocatore della Fiorentina in Italia.
Terzo colpo basso: l’infortunio di Montolivo nell’amichevole pre-Mondiale contro l’Irlanda. Pensatela come volete ma Prandelli considerava il giocatore bergamasco fondamentale nel suo schema di gioco.
Ripeto, nulla di ciò giustifica un fallimento tale. Troppi e troppo ampi sono i discorsi sui quali poter ragionare: lo spogliatoio spaccato, gli schemi confusionari, alcune scelte tecniche, le brutte prove di molti giocatori, la cattiva gestione della FGCI o la crisi del Calcio italiano dovuta più alla mancanza di fiducia verso i giovani che alla tanto sbandierata crisi economica.
Ma torniamo alla sera del 24 giugno.
italia.uruguay.esultanza.brasile.2014.690x450Dopo la partita, con il caldo appiccicoso sulla pelle e due panini al salame nello stomaco è arrivato il momento di pensare ad altro: c’è un concerto in Veneto che mi aspetta. Là, tra le quattro mura dell’incantevole castello di Villafranca di Verona, non c’è spazio per la delusione. Sta per iniziare il concerto degli Arcade Fire e Marco mi ha regalato il biglietto.
Ammetto di aver fatto tutta la strada, dalla bassa bergamasca fino a destinazione, ascoltando i commenti post-partita dall’autoradio ma le note a tratti molto eighties del gruppo canadese mi hanno rapito tanto da permettermi, mentre la plastica dei bicchieri s’accartocciava rumorosamente sotto i piedi a fine concerto, d’intonare sarcasticamente quel ‘po po po po po po po’ che da otto anni riecheggia nelle mie trombe d’Eustacchio.
Ora, posso smetterla di fare il tamarro e tornare a consigliarvi film. A presto.

Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
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